giovedì, dicembre 28, 2006

I dati GDF del 2006

Nel 2006 la GdF di Palermo ha eseguito 430 sequestri di beni intestati a mafiosi, per un valore di circa 490 mln, e confische per 31 mln. Avviati, inoltre, accertamenti patrimoniali, coordinati dalla Dda di Palermo su 41 mafiosi, prestanome e fiancheggiatori e di 32 aziende a loro riconducibili che si concluderanno nel primo semestre del 2007. Le inchieste delle Fiamme Gialle riguardano i mandamenti di Palermo, Partinico, San Giuseppe Jato, Termini Imerese e delle Madonie.
Fonte: ansa.it

mercoledì, dicembre 27, 2006

Delitti irrisolti in Lombardia. Salta fuori qualche boss

MILANO - C'è anche il boss mafioso Bernardo Provenzano tra gli indagati nell'ambito di una inchiesta condotta dal pm di Milano Marcello Musso, riguardante una decina di omicidi rimasti fino ad ora irrisolti e in gran parte precedentemente archiviati, commessi a Milano e in provincia a partire da metà degli anni '80. L'indagine, partita da una serie di dichiarazioni di collaboratori di giustizia a Palermo, ha portato, nelle ultime settimane, agli interrogatori fra gli altri dei capimafia Pippo Madonia, Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè. Tra gli indagati oltre a Provenzano ci sono anche Salvatore Riina, Leoluca Bagarella e gli stessi Brusca e Madonia. Gli omicidi, in passato ritenuti scollegati l'uno dall'altro, sarebbero infatti tutti riconducibili agli stessi mandanti, individuati nei vertici corleonesi di Cosa Nostra. Gli interrogatori del pm riprenderanno il prossimo sabato. Da quanto è emerso, tra l'altro, ci sarebbe un nuovo collaboratore di giustizia, sentito per la prima volta proprio a Milano in relazione agli omicidi, che starebbe fornendo elementi importanti per risolvere diversi casi. Tra i più noti, di questi casi, vanno ricordati l'assassinio di Gaetano Carollo, ucciso a Liscate nel giugno dell' '87, che sarebbe stato ordinato direttamente da Provenzano, e quello di Alfio Trovato, avvenuto nel 1992 a Milano.
27/12/2006
Fonte: La Sicilia

Il ruolo dei preti

"Don Aniello Manganiello si slaccia il colletto per scandire meglio le parole. La sorte gli ha dato un nome che è l’opposto del suo coraggio. Ha negato la Comunione a un camorrista, per «non sporcare i sacramenti», e lo stesso ha fatto con un matrimonio richiesto da un affiliato ai clan. Mentre parla stringe in mano un Bambinello del presepe. Alla Messa di mezzanotte, nella chiesa di Santa Maria della Provvidenza del convitto dell’Opera Don Guanella, lo metterà sul Vangelo, aperto come una culla. Siamo a Scampia, il quartiere più dimenticato di Napoli. "
Questo prete è da prendere come esempio. In Campania molti preti si stanno opponendo, a loro modo, alla camorra e non scendono a compromessi. Forse è ora di cancellare anche l'immagine del mafioso siciliano che va sempre in Chiesa... Se il prete si oppone, il mafioso perde consenso. Ricordiamoci sempre di Don Puglisi...

Saverio Fuccillo

Auto incendiata

BIANCAVILLA (CATANIA) - Ignoti hanno appiccato il fuoco all'auto del cognato del sindaco di Biancavilla, Mario Cantarella, distruggendola. La vettura era posteggiata nel cortile interno del condominio in cui abita lo stesso sindaco. Le fiamme, spente dai vigili del fuoco, hanno danneggiato anche un'altra auto. L'episodio è stato denunciato ai carabinieri della compagnia di Paternò.Il 19 dicembre scorso erano state distrutte dalle fiamme le auto di due nipoti di Cantarella, e la scorsa settimana ignoti hanno rubato il Cristo dal crocifisso appeso nella stanza del sindaco in Comune.Cantarella, che ha detto di non avere ricevuto minacce, ha denunciato i tre episodi ai militari dell' Arma.
26/12/2006
Fonte: La Sicilia

giovedì, dicembre 21, 2006

Film sui tre padrini

RAGUSA — Ascesa e caduta degli ultimi padrini, Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano, i tre boss che dalla Sicilia arcaica e contadina degli anni ’50 hanno dominato la scena criminale dell’isola, insanguinato con varie mattanze la Palermo del sacco edilizio degli anni ’70, tenuto in scacco lo Stato con le stragi degli anni ’80, fino all’arresto dell’ultimo di loro, Provenzano ‘u’ ragiunere’ che viveva nascosto in un casolare isolato vicino alle montagne di Corleone, dove tutto ebbe inizio. È come un cerchio il film tv che Alberto Negrin sta girando in Sicilia, L’ultimo dei Corleonesi, dedicato ai tre super boss della mafia. In un bel palazzo secentesco, rovinato dall’incuria del tempo, nel centro di Santa Croce Camerina, dove le colline di Ragusa digradano verso il mare, si gira una scena del ’58: Luciano Liggio, interpretato da Stefano Dionisi, festeggia in un bordello l’uccisione del boss Michele Navarra (Emilio Bonucci) di cui ha preso ora il posto, diventano il nuovo padrino della zona. Con lui vuole i due amici di sempre, recalcitranti alla festa eppure obbligati, Toto Riina (Marcello Mazzarella) e Bernardo Provenzano (Davide Coco). E’ l’ultima settimana di riprese per il film tv prodotto dalla Palomar di Carlo Degli Esposti (che proprio da queste parti si appresta a girare a primavera i nuovi episodi del commissario Montalbano) per Rai Fiction, in onda presto su Raiuno. E con due premi Oscar nel cast tecnico: il musicista Ennio Morricone e il truccatore Manlio Rocchetti. «È una storia di potere e tradimenti, di conquista del potere e della paura di perderlo», dice Negrin sul set. La sceneggiatura, scritta da Laura Toscano e Franco Marotta, con la supervisione del giornalista della Stampa Francesco La Licata, «non lascia spazio alla fantasia. Tutto è documentato, tutto è basato sui fatti come è nel mio stile. La vicenda dei tre boss è talmente ricca e interessante che è proprio uno di quei casi in cui la realtà supera la fantasia, e infatti in questo film tutti si chiamano con il loro vero nome». Il film è ricco di azione, denso di fatti: parte con il ’48, con l’omicidio di Placido Rizzotto e poi, passando per l’omicidio Dalla Chiesa (Rodolfo Corsato), il maxiprocesso, l’arresto di Riina, arriva alla cattura di Provenzano e si chiude con l’incontro nel carcere di Terni con il procuratore Pietro Grasso (Franco Castellano). Senza dimenticare anche alcune vicende private, come il matrimonio di Riina con Ninetta Bagarella (Federica De Cola) e l’incontro di Provenzano con Saveria Benedetta Palazzolo (Raffaella Rea).
Fonte: La provincia di Cremona

Sentenze per otto imputati

Dopo quattro anni dall'operazione antimafia denominata «Ricostruzione» della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania su una lunga indagine della Squadra Mobile di Caltanissetta e dal commissariato di Niscemi, il Tribunale di Caltagirone ha emesso pesanti sentenze di condanna contro otto dei tretancinque imputati coinvolti nell'operazione effettuata a Niscemi e in alcuni Comuni limitrofi, il 28 giugno 2001. Gli altri imputati hanno preferito essere giudicati con rito abbreviato o con il patteggiamento. I reati contestati vanno dall'associazione mafiosa, detenzione di stupefacenti, all'estorsione, al danneggiamento e al controllo degli appalti pubblici e alle forniture di materiale alle ditte che si erano aggiudicate gare d'appalto nella zona di Niscemi. Il Tribunale ha giudicato e condannato, condonando nel frattempo tre anni di carcere in virtù della legge n. 241- 2006, Giuseppe Antonio Blanco e Vincenzo Blanco, per estorsione ed illecita concorrenza, alla pena di anni sette e mesi sei di reclusione e a euro 1.800 di multa; Angelo Cavaleri, per favoreggiamento, che ha riportato la più alta condanna, si è visto infliggere dieci anni di reclusione ed euro 50.000 di multa; Vincenzo Ruta e Salvatore Salerno, per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, condannati ciascuno ad anni 8 di reclusione e ad euro 40.000,00 di multa; Alessandro Ficicchia, per detenzione e spaccio, anni 7 e 30.000,00 euro di multa; Salvatore Camagna anni 2, per detenzione e spaccio. Dopo la retata del giugno 2001, che suscitò molto scalpore, il consiglio comunale in una seduta specifica, elogiò forze dell'ordine e magistratura per l'opera di pulizia operata a Niscemi.
Fonte: La Sicilia

In attesa della sentenza

E' attesta per oggi la sentenza d'appello nei confronti di 24 persone che sono state condannate dal Gup del Tribunale di Palermo Pier Giorgio Morosini nel corso del processo «Alta Mafia» che è stato celebrato con il rito abbreviato nel capoluogo siciliano. Nel corso del processo di primo grado erano stati inflitti complessivamente 80 anni di carcere a 24 dei 28 imputati del procedimento. Sono usciti definitivamente fuori dal processo Vito Augello, Calogero Saieva, Giuseppe Miceli Corchettino. La Procura aveva invece impugnato l'assoluzione di Salvatore e Giovanna Calderaro, di Diego Guarneri e di Maria Rita Cuscio. Queste, nel dettaglio le 21 condanne inflitte in primo grado: Mario Bartolotta, 4 anni di reclusione, Calogero Calderaro, 2 anni; Angelo Di Bella, 4 anni , Salvatore Di Gioia, 2 anni; Diego Ficarra, 5 anni; Vincenzo Ficarra, 6 anni e 6 mesi; Calogero Gentile, 6 anni e 6 mesi; Giovanni Gentile, 6 anni;Carmelo Giardina, 1 anno e 4 mesi; Calogero Greco, 4 anni; Calogero Guarneri, 8 anni; Francesco Guarneri, 2 anni; Luigi Guarneri, 2 anni; Domenico Mortellaro, 5 anni; Giuseppe Mortellaro, 5 anni; Angelo Parla, 5 anni; Calogero Russello, 6 anni;Gaetano Scifo, 3 anni; Giuseppe Sutera, 2 anni;Antonino Tricoli, 1 anno e 4 mesi; Salvatore Vaccaro, 2 anni. Per due degli imputati di questo procedimento, Calogero Giordano e Massimo Belsegno, la posizione era stata invece stralciata.
Fonte: La Sicilia

mercoledì, dicembre 20, 2006

Calendario di Addiopizzo



Fonte: Giornale di Sicilia

L'accusa non cambia

L'accusa per il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, non cambia. Il governatore, sotto processo per favoreggiamento alla mafia, non avrà la modifica del capo d'imputazione, così come richiesto dal pm, Nino Di Matteo, nelle scorse settimane. Il procuratore Francesco Messineo ha inviato ieri una lettera ai titolari del processo, il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone ed ai pm Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo, con la quale sottolinea «l' autonomia del pm in udienza» e ribadisce di lasciare l'accusa così com'è. Di Matteo aveva chiesto di contestare il concorso esterno in associazione mafiosa.
Fonte: cuntrastamu.org

La mafia al nord

Anche al nord. Estorsioni, appalti, infiltrazioni nel florido mondo imprenditoriale del Nord Est. La mafia c’è. E a quanto pare gode di ottima salute, forse addirittura migliore proprio qui, nella parte settentrionale del Paese. A dirlo, di fronte agli sguardi attoniti di più di 500 ragazzi vicentini nell’auditorium dell’istituto Canova, è probabilmente la massima autorità in merito, il «grande amico» di Giovanni Falcone e in un certo senso suo “erede spirituale” Piero Grasso, attuale procuratore nazionale antimafia, che ieri mattina ha incontrato gli studenti di sette scuole superiori vicentine aderenti al progetto Educazione e legalità (con la collaborazione dell’Ufficio scolastico provinciale, la Pastorale giovanile e la cooperativa Il Mosaico). «“Vai a Berlino Est e compra tutto, compra qualsiasi cosa, ristoranti, negozi, case”. Questo era quello che si sono detti due mafiosi - racconta Grasso - in una telefonata intercettata a Berlino al momento della caduta del muro. È molto significativa per spiegare il modo di agire attuale della mafia: infiltrarsi senza la violenza nel tessuto economico e finanziario, per raggiungerne poi i vertici. E, da lì, influenzare il potere politico». Non che questo vada a negare le realtà malavitose che continuano a riempire le cronache nere dei giornali, fra omicidi e rese dei conti. Ma queste, spiega Grasso, costituiscono solo una minima parte del fenomeno mafioso, quello dove la mafia «ancora cerca di riprendere il controllo del territorio con la violenza, specie nel sud, sfruttando realtà sociali dei diseredati. Ma la violenza non è mai utile dove si fanno grandi affari». Ed ecco che entrano in gioco altri tipi di attività mafiosa, meno corrispondenti agli “stereotipi”, e molto presenti proprio nel Nord, Veneto incluso, dove «nel 2006 è svanita nel nulla una quantità di ecorifiuti tossici che riempirebbe una piramide con la base di tre ettari e alta 1800 metri», aggiunge don Luigi Tellatin di Libera Veneto, che accompagna Grasso nella “Carovana antimafia 2006”. Quella dell’ecomafia è tuttavia solo una delle possibili modalità di infiltrazione economica presente in Italia e in molti paesi “progrediti” del mondo. Adesso, infatti, a detta del procuratore, «basta un avvocato con uno studio a New York e a Londra, un buon commercialista ben pagato, e il gioco è fatto. Il mafioso arriva facilmente ai vertici delle multinazionali. Dove c’è possibilità di investire, penetrano. Il commercio di ecoriufiuti, ad esempio, è altrettanto redditizio di quello della droga e molto meno pericoloso». Questa mafia in giacca e cravatta non solo si diffonderebbe senza l’uso della violenza, ma crescerebbe proprio là dove c’è più ricchezza e possibilità di investimento di soldi riciclati. Fa così il suo ingresso proprio il tranquillo Nord Est produttivo, riguardo al quale per il momento Grasso non si sbilancia: «La mafia nel Vicentino? Al momento si stanno svolgendo indagini, e ne riparleremo con i risultati in mano».
Fonte: il giornale di Vicenza

Mastella chiamato a testimoniare

Il ministro della Giustizia Clemente Mastella deporrà il 15 gennaio a Palermo in due processi. Il Guardasigilli è stato infatti citato come teste sia dai legali del governatore siciliano Salvatore Cuffaro nel processo denominato 'Talpe alla Dda', sia nel processo a carico del deputato di Forza Italia, Gaspare Giudice, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Fonte: virgilio.it

Riina sta male...

MILANO - Il boss mafioso Totò Riina, da domenica scorsa, si trova ricoverato nel reparto 'speciale' destinato ai detenuti dell'Ospedale San Paolo di Milano per accertamenti di tipo cardiologico. Riina, che da qualche anno è detenuto nel carcere di Opera (Milano), è già la quarta volta che viene ricoverato all'esterno dell'istituto di pena alle porte di Milano per problemi di salute, in particolare di tipo cardiologico. Da quanto si è saputo, l'ex capo di Cosa Nostra si trova in discrete condizioni di salute.
20/12/2006
Fonte: La Sicilia

Sulle dichiarazioni di Casini

"Non accettiamo in toto le considerazioni di Casini: in Sicilia, ma ormai non soltanto in Sicilia, fare politica chiede un'attenzione e una levatura morale superiore che altrove, e che l'inquinamento delle istituzioni e della politica da parte della criminalità organizzata sia più massiccio che altrove è altrettanto indubbio, ma Casini non può mettere tutto ciò tra i costi della politica". E' quanto afferma Orazio Licandro, nella duplice veste di segretario regionale dei Comunisti Italiani in Sicilia e di capogruppo del Pdci nella Commissione parlamentare Antimafia, a proposito delle dichiarazioni rilasciate ieri a Palermo dal leader dell'Udc, secondo il quale al Sud le infiltrazioni criminali sarebbero in qualche modo connaturate alla politica e riguarderebbero chiunque sia al governo, di qualunque schieramento. Licandro quindi rintuzza la teoria di Casini: "Non a tutti capita di incontrare e baciare mafiosi, ma soprattutto non a tutti capita di intrattenersi con mafiosi per convenzioni e appalti; così come è assai raro che qualcuno possa svelare notizie istruttorie e favorire le famiglie mafiose". Per il parlamentare del Pdci, "questo è un approccio di Casini assolutorio e devastante per le istituzioni e la classe politica: per molto meno, rispetto al rinvio a giudizio per reati di mafia, altrove non solo ci si dimette ma i partiti allontanano le persone interessate. Nel mio partito, in Sicilia, prima ancora che dinanzi a ipotesi di reato, chi tiene comportamenti moralmente riprovevoli viene isolato e se del caso mandato via".
E' vero che di boss ce ne sono tanti in giro: forse se si sapessero distinguere bene le persone, le amicizie, e le collaborazioni, si bacerebbero meno persone". Rita Borsellino, consigliere regionale siciliana, risponde così ai giornalisti che la interpellano a proposito delle ultime dichiarazioni del leader Udc Pier Ferdinando Casini, per il quale le infiltrazioni criminali sono connaturate alla politica e riguarderebbero ogni governo. La Borsellino ha parlato a margine della Festa della Legalità in corso a Firenze.
Fonte:virgilio.it

martedì, dicembre 19, 2006

Costa assolto

PALERMO - Il gup Antonella Pappalardo ha assolto l'ex assessore regionale David Costa (Udc), dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il politico è stato processato con il rito abbreviato ed era difeso dagli avvocati Gioacchino Sbacchi, Pietro Milio e Giulia Nicoletti. I pm Roberto Piscitello e Massimo Russo avevano chiesto la condanna a cinque anni di reclusione. Costa, originario di Marsala (Trapani), era accusato di aver fatto favori e garantito posti di lavoro a esponenti del clan mafioso locale in cambio di voti; per questo motivo era stato anche arrestato e si era dimesso dalla carica. L'esponente politico aveva sempre respinto gli addebiti che gli erano stati mossi da collaboratori di giustizia e testimoni, tra i quali colleghi di partito come il consigliere comunale Vincenzo Laudicina e il deputato Onofrio Fratello, che ha già patteggiato una condanna a un anno e sei mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. L'ex vigile urbano legato alle cosche mafiose, Mariano Concetto, ha parlato anche di un presunto appoggio elettorale che la cosca di Marsala legata a Stefano Bontade avrebbe offerto all'ex assessore in cambio di favori. Durante il processo alcuni testimoni hanno ritrattato le dichiarazioni d'accusa che erano state fatte ai pm in fase preliminare.
19/12/2006
Fonte: La Sicilia

Sembrava strano....

PALERMO - Il gup Giuseppe Sgadari ha concesso gli arresti domiciliari a Massimo Ciancimino che nei giorni scorsi era finito in carcere su provvedimento dei giudici del Tribunale del riesame. Ciancimino è accusato di riciclaggio e nei suo confronti è in corso il processo con il rito abbreviato.Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, era stato arrestato l'8 giugno scorso e allora il gip gli aveva concesso i domiciliari. Il provvedimento era stato appellato dalla Procura alla quale i giudici del Riesame della Cassazione avevano dato ragione; per pochi giorni Ciancimino è stato rinchiuso all'Ucciardone. I difensori avevano chiesto al gup la scarcerazione, ma il giudice ha deciso per i domiciliari.
19/12/2006
Fonte: La Sicilia

lunedì, dicembre 18, 2006

Casini a Palermo

PALERMO - Il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini, è stato stamani a Palermo per deporre come testimone citato dalla difesa nel processo al deputato di Forza Italia Gaspare Giudice, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. All'uscita del Palazzo di giustizia, Casini ha affrontato i temi della questione morale: "rispetto a coloro che nel centrodestra pensano che non esista, io dico che la questione morale esiste, ed esiste il tentativo della mafia di infiltrarsi nei partiti". Partire da questo punto di vista, ha detto l'esponente centrista, "consente di evitare che ci siano le strumentalizzazioni. Una grande questione morale - ha aggiunto - è presente nelle aree dove lo Stato non controlla la criminalità, per ragioni storiche e non casuali". Sulla situazione giudiziaria che interessa il Governatore siciliano, Casini si è detto "convinto dell'onestà di Cuffaro", e "sereno" perchè "convinto della sua estraneità". In Sicilia, ha sottolineato il leader dell'Udc, "nella formazione delle liste siamo stati selettivi", e la dimostrazione è che "chi non è stato candidato poi è uscito dal partito". La citazione di molti esponenti politici nazionali è stata chiesta dai difensori del deputato di Forza Italia Gaspare Giudice, sotto processo a Palermo per associazione mafiosa. La richiesta è stata formulata oggi alla terza sezione penale dei Tribunale di Palermo, presieduta da Angelo Monteleone, al termine dell'esame del pentito Francesco Campanella. Tra le personalità che i difensori di Giudice vorrebbero ascoltare in dibattimento ci sono, oltre al leader dell'Udc Pierferdinando Casini, il ministro della Giustizia Clemente Mastella, il coordinatore regionale della Margherita Salvatore Cardinale, gli ex ministri di Forza Italia Enrico La Loggia e Gianfranco Miccichè, il senatore azzurro Renato Schifani, l'ex sottosegretario Marianna Li Calzi. Questi e altri esponenti politici siciliani secondo la difesa potrebbero chiarire alcune circostanze riferite da Campanella. Il Tribunale si è riservato di decidere. La prossima udienza si terrà il 26 giugno quando, tra altri testimoni sarà ascoltato anche il Gip Gioacchino Scaduto.
18/12/2006
Fonte: La Sicilia

Due magistrati nel mirino...

Due magistrati, Franco Neri, Sostituto procuratore generale a Reggio Calabria, che ha indagato sulla presenza mafiosa nella città di Messina e Anna Maria Palma, procuratore aggiunto a Palermo, responsabile delle indagini sulla mafia agrigentina e rappresentante dell’accusa nei processi per le stragi siciliane del 1992 presso la Procura di Caltanissetta, sono entrati nel mirino delle cosche. Sabato 16 dicembre al dottor Neri è stata recapitata una busta contenente una lettera di minacce rivolte alla famiglia e al suo avvocato e proiettili di pistola. Nella lettera, scritta in dialetto calabrese, si leggeva: «La tua vita, della tua famiglia della tua scorta e di quella specie di avvocato comunista è finita. Siete morti che camminano». Alla dottoressa Palma, invece, il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, arrestato lo scorso 26 novembre dopo una latitanza durata sette anni, ha confessato che Cosa nostra ha predisposto un attentanto con autobomba per ucciderla.
Fonte: avvisopubblico.it

sabato, dicembre 16, 2006

6,5 mln di euro sequestrati

PALERMO - Beni per un valore di 6,5 milioni di euro sono stati sequestrati dai carabinieri del nucleo operativo del comando provinciale di Palermo a conclusione di indagini economico-patrimoniali su alcuni personaggi accusati di mafia. Il provvedimento ha colpito Gioacchino Dragna, 59 anni, al quale sono stati sequestrati beni per 3 milioni di euro. Dragna, condannato per associazione mafiosa con sentenza del Tribunale e confermata dalla Corte d'Appello di Palermo, è stato indicato dai collaboratori di giustizia Isidoro Cracolici, Francesco Onorato e Antonino Avitabile, come persona inserita a pieno titolo nella famiglia mafiosa di San Lorenzo e alle dirette dipendenze del latitante Salvatore Lo Piccolo, nonchè molto vicino a Salvatore Biondo, di cui era il consuocero. All'uomo sono stati sequestrati l'intero capitale sociale della "Smia" Srl società meridionale ingrosso abbigliamento; un locale di 301 metri quadrati; la società Generale immobiliare italiana; 2 appartamenti. Per gli investigatori la pellicceria Smia sarebbe stata utilizzata in numerose occasioni come base di riunioni mafiose. Altri 3,5 milioni di euro sono stati sequestrati a Benedetto Parisi, 65 anni, ritenuto legato alla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno e uomo di fiducia dell'allora latitante e capo del mandamento Benedetto Spera; a Salvatore Morreale, 55 anni, considerato legato alla famiglia mafiosa di 'Palermo Centro'; a Domenico D'Amico, 56 anni, ritenuto uomo d'onore della famiglia di 'Palermo Pagliarelli' e a Salvatore Testa, 54 anni, che per gli investigatori sarebbe collegato alla cosca mafiosa di Brancaccio.
16/12/2006
Fonte: La Sicilia

Cuffaro,ringrazia il cielo....Incredibile e indignante...

PALERMO — Voleva cambiare l'accusa in un reato più grave, non c'è riuscito, se ne va. Uno dei tre pubblici ministeri che sostengono l'accusa contro il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, imputato di favoreggiamento a Cosa Nostra, ha deciso di abbandonare il processo. Dopo mesi di discussioni e scambi di lettere coi colleghi, il sostituto procuratore palermitano Nino Di Matteo ha scritto al capo dell'ufficio Francesco Messineo chiedendo di essere esonerato dall'incarico. Motivo della scelta: a suo giudizio bisognava mutare il capo di imputazione contestando a Cuffaro il concorso in associazione mafiosa, per i nuovi elementi emersi dal dibattimento e per uniformità di valutazione con altri imputati in altri processi. Ma gli altri colleghi che con lui gestiscono il dibattimento non sono d'accordo, e alla fine Di Matteo ha preferito uscire di scena. La questione va avanti da mesi. Lunedì s'è svolta l'ultima riunione di tutta la Direzione distrettuale antimafia, che ha evidenziato una insanabile divisione dell'ufficio. Circa metà dei sostituti sono d'accordo con Di Matteo, l'altra metà no. Preso atto della situazione, e constatato che la maggioranza dei pm che sostengono l'accusa (gli unici che possono decidere in totale autonomia) è rimasta dell'idea di non cambiare il capo d'imputazione, Messineo non ha potuto far altro che lasciare le cose come stanno. L'indomani Di Matteo gli ha scritto che non può continuare a sedere sul banco dell'accusa. Alla base del contrasto c'è una diversa lettura delle nuove «emergenze processuali». Ciò che per Di Matteo serve a trasformare Cuffaro da «favoreggiatore» a «concorrente » dell'associazione mafiosa, secondo gli altri pm Maurizio De Lucia e Michele Prestipino (d'accordo con il procuratore aggiunto Pignatone che coordina questo gruppo di lavoro) torna utile a rafforzare il reato attuale, non a individuarne un altro. Di Matteo, spalleggiato da quella parte di Procura che già in passato ha contestato la scelta «minimalista» dell'ex procuratore Piero Grasso, sostiene che non è così; tanto che lui ha ottenuto pochi giorni fa la condanna dell'ex assessore comunale dell'Udc Domenico Miceli a 8 anni di carcere proprio per concorso in associazione mafiosa, sulla base di elementi che ritiene possano riferirsi anche a Cuffaro. Come, ad esempio, la genesi della candidatura di Miceli alle elezioni del 2001, ritenuto il frutto di una trattativa a distanza tra Cuffaro e il capomafia del quartiere Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Questa tesi il pm Di Matteo l'ha sostenuta apertamente nel processo contro Miceli (dove sedeva accanto al collega Gaetano Paci) e ora non ritiene di poter sostenere qualcosa di diverso in un altro dibattimento dove l'imputato si chiama Salvatore Cuffaro. Replicano gli altri pm De Lucia e Prestipino: la prova dell'accordo a tre Guttadauro-Miceli- Cuffaro non è emersa in maniera chiara, è possibile che Miceli abbia condotto due trattative parallele, sul versante mafioso con Guttadauro e su quello politico con Cuffaro; il collegamento diretto Guttadauro- Cuffaro non risulta, e gli elementi emersi nel dibattimento possono servire ad aprire una nuova indagine, non a chiedere e ottenere una condanna per il reato di più grave di quello contestato finora. Le divergenze e le differenti letture degli stessi atti giudiziari riguardano anche altre «emergenze» del processo, come alcune dichiarazioni del neo-pentito Campanella e del pentito di più antica data Angelo Siino. Inoltre ci sarebbero altre novità venute alla luce attraverso indagini diverse che non sono state ancora riversate nel dibattimento contro Cuffaro, che avvicinandosi alla dirittura d'arrivo ha perso un accusatore. In realtà le tesi di Di Matteo non sono frutto di un ripensamento dell'ultima ora. Prima dell'estate il pm le aveva già espresse ai colleghi d'udienza, all'inizio di novembre aveva scritto al neo-procuratore Messineo e quella di lunedi è stata la terza riunione della Dda dedicata a questo argomento. Nemmeno le divisioni sull'accusa a Cuffaro sono una novità per l'antimafia palermitana. Già nel luglio del 2004, a conclusione delle indagini preliminari, si pose la stessa questione. Quando si decise di chiedere il rinvio a giudizio di Cuffaro per favoreggiamento aggravato un altro dei pm a cui era assegnato il fascicolo, Gaetano Paci, espresse il suo dissenso perché riteneva si dovesse contestare il concorso esterno con la mafia. Rimase solo e uscì dall'indagine. Allora Di Matteo si schierò a favore della scelta dell'ufficio, insieme al procuratore Grasso e a Pignatone, De Lucia e Prestipino. Dopo un anno di dibattimento, però, ha cambiato idea. E ora se ne va anche lui, che con Paci era l'originario titolare all'inchiesta.
Fonte: Corriere della sera
De Lucia e compagnia bella dicono che forse Miceli conduceva due situazioni parallele tra Cuffaro e Guttadauro... Ma per favore!!! Vorrebbero farci credere che Cuffaro non sapeva niente dei collegamenti tra Miceli e Guttadauro... Bel modo per salvare Cuffaro... Dopo Paci va via anche Di Matteo... Che schifo, è l'unica cosa che posso dire...
Saverio Fuccillo

venerdì, dicembre 15, 2006

Intimidazione vecchio stile

PALERMO - Era destinato alla sovrintendente ai Beni culturali di Palermo, Adele Mormino, il pacco rinvenuto in via Ammiraglio Gravina con all'interno una testa di capretto avvolta nel cellophane. Nel biglietto, contenuto nell'involucro, c'era scritto: "Buon Natale alla dottoressa Mormino". I carabinieri del nucleo provinciale stanno indagando per risalire agli autori del gesto intimidatorio. Il pacco è stato trovato davanti all'abitazione della sovrintendente, nella zona del porto. L'allarme era stato dato da un dipendente dell'Azienda del gas poco prima delle 7 di stamani. Il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, e l'assessore ai Beni culturali, Salvatore Leanza, a Catania per l' inaugurazione di una mostra, dopo aver appreso la notizia hanno espresso la "propria solidarietà" a Mormino, dicendo che la Regione "le è vicina" e la sovrintendete "non sarà lasciata sola".
15/12/2006
Fonte: La Sicilia

giovedì, dicembre 14, 2006

Ciancimino jr in carcere

PALERMO - I carabinieri hanno notificato a Massimo Ciancimino l'ordine di custodia cautelare in carcere emesso in mattinata dai giudici del tribunale del riesame. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, era agli arresti domiciliari dallo scorso 8 giugno perchè accusato di riciclaggio per aver gestito il patrimonio accumulato illecitamente dal padre.Ieri la Cassazione aveva respinto il ricorso della difesa di Ciancimino che si era appellata al provvedimento del tribunale del riesame che dava ragione alla procura sull'esigenza di portare in carcere l'imputato, anzichè gli arresti domiciliari.
14/12/2006

Fonte: La Sicilia

5 anni ad un boss

Fonte: Addiopizzo

Allarme di Marino: "Troppi silenzi sul racket"

Fonte: Addiopizzo

Tre ergastoli

La Corte d’Assise di Caltanissetta questa sera ha condannato all’ergastolo tre persone quali autori e mandanti della strage della sala da barba avvenuta a Gela il 18 luglio del 1999.
Si tratta di Angelo Cavaleri di 34 anni, Giuseppe Scicolone di 38 e Salvatore Camiolo di 28 anni. Nella sparatoria, avvenuta in un salone di bellezza di via Pignatelli, rimasero uccisi Emanuele Trubia, presunto emergente del clan Rinzivillo e Salvatore Sultano. Quest’ultimo, uno studente incensurato, ebbe la sfortuna di trovarsi nel salone al momento sbagliato, quando entrarono in azione i killer e fecero fuoco sul presunto boss.
Fonte: kataweb

La mafia è ovunque...

I carabinieri della compagnia di Gela e del Reparto operativo di Caltanissetta hanno eseguito ieri 88 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti affiliati alla cosca mafiosa dei Rinzivillo che avrebbe gestito appalti e subappalti in diverse Regioni. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Caltanissetta, Giovambattista Tona, su richiesta dei pm della Dda, Renato Di Natale, Nicolò Marino, Rocco Liguori, Alessandro Picchi e Antonino Patti. Quattro ordinanze sono state emesse anche per cittadini siciliani domiciliati nel Bresciano: tre custodie sono state eseguite ieri mattina dagli uomini del Nucleo operativo di Brescia, con la collaborazione della compagnia di Desenzano e Chiari, mentre un quarto uomo, ricercato, è stato acciuffato alle 18 a Desenzano. I carabinieri lo hanno bloccato in un centro commerciale.
In manette sono finiti Roberto Anzaldi, 41 anni, di Desenzano del Garda, Gaetano Fortugno, 44 anni, di Lonato, e Alfredo Salvatore Santangelo, 37 anni, residente a Capriolo. Nel pomeriggio è scattata la trappola anche per Gaetano Commercio, di 59 anni, che fino alle 18 era riuscito a farla franca. Fortugno, originario di Gioia Tauro, è stato rintracciato a Lonato e accusato di associazione mafiosa finalizzata al riciclaggio e all’acquisizione diretta o indiretta di attività economiche. Santangelo, originario di Bianca Villa, in provincia di Catania, è stato arrestato a Capriolo: è accusato di associazione mafiosa perchè curava gli interessi della cosca Rinzivillo investendo in attività imprenditoriali i proventi dell’organizzazione. Anzaldi, originario di Gela, è accusato di associazione mafiosa perchè individuava le ditte indispensabili per il controllo del settore dei sub appalti da parte dell’organizzazione mafiosa. Identica accusa anche per Commercio, originario di Catania.
Tra gli arrestati anche un carabiniere, il maresciallo Benito Zeferino, 37 anni, accusato di aver passato informazioni riservate alla criminalità organizzata di Gela. Alcune intercettazioni ambientali dimostrerebbero l’«infedeltà» del maresciallo. Secondo l’accusa il militare ha tentato di vendere l’informativa dei carabinieri che riguardava proprio l’operazione che stamani ha portato all’arresto di 88 persone.
Gli indagati, in gran parte di Gela, sono accusati di avere riciclato grosse somme di denaro per conto della famiglia Rinzivillo, proveniente dai traffici di droga, e di avere acquisito illegalmente appalti e subappalti e di aver imposto il pizzo a imprenditori e commercianti. Gli arresti sono stati eseguiti, oltre che a Gela, anche a Roma, che per l’accusa è diventata la base operativa dei traffici illeciti dei boss mafiosi nisseni, e poi ancora in provincia di Varese e a Brescia, Como, Padova, Savona, Pavia, Messina, Catania e Trapani.
L’inchiesta - che ha portato all’esecuzione di 88 ordini di custodia cautelare - è stata denominata «Tagli pregiati» e coinvolge anche molte donne che avrebbero ricoperto il ruolo di messaggere o intermediarie dei boss. Tra loro anche la moglie del boss, da tempo rientrata in Inghilterra (per arrestarla il pm ha chiesto una rogatoria). Dalle intercettazioni ambientali emerge, inoltre, che alcuni attentatori utilizzati dalla cosche a Gela per mettere a segno intimidazioni, svolgevano i sopralluoghi ai cantieri o ai negozi da bruciare in compagnia delle mogli e dei figli, con i quali commentavano le azioni violente che avrebbero dovuto da lì a poco svolgere.
L’inchiesta punta sulla famiglia Rinzivillo, che da Gela si è spostata alcuni anni fa a Roma e da qui secondo l’accusa ha coordinato le operazioni illecite che hanno portato ad accaparrarsi nel Nord Italia di centinaia di appalti e subappalti. Questa cosca da più di un anno ha scelto l’inabissamento, ha tentato di non far parlare più di sè evitando attentati e fatti eclatanti, in modo da operare in silenzio. I Rinzivillo per questo motivo avrebbero formato, in particolare, un grosso nucleo a Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove ieri sono state arrestate una decina di persone. Il gip ha disposto anche il sequestro di 21 aziende.
Fonte: Brescia oggi

Ancora sul Cardinale

Un vescovo e il suo popolo: questa l'immagine che si impone, davanti all'ininterrotto flusso di gente che da ieri pomeriggio sfila per rendere il suo muto omaggio alla salma del cardinale Pappalardo. Un legame che sopravvive anche alla morte e che sarà custodito nella memoria non solo della comunità cristiana, ma dell'intera città di Palermo. Perché Salvatore Pappalardo non è stato soltanto la guida spirituale della sua diocesi: nell'immaginario collettivo dei palermitani ha costituito, in tempi difficili, il simbolo di una Chiesa capace di parlare il linguaggio degli uomini, per farsi portavoce di sentimenti e di esigenze condivisi non soltanto dalla comunità ecclesiale, ma da quella civile.
È in questa luce che bisogna leggere anche le prese di posizione nei confronti della criminalità mafiosa. Si deve in larga misura al cardinale Pappalardo se la Chiesa palermitana ha preso definitivamente coscienza della gravità del fenomeno e ne ha messo in luce con tutta la chiarezza e la fermezza necessarie il carattere fondamentalmente antievangelico. Questo non significa che l'opera del cardinale si possa ridurre alla "lotta contro la mafia", come sbrigativamente è stato fatto dai mass media.
Si guardi, per esempio, al documento con cui la Conferenza episcopale siciliana, sotto la guida del cardinale, prendeva spunto dal cinquantesimo anniversario dello Statuto speciale della Sicilia (1946-1996) per denunziare non solo le offese subite dal bene comune ad opera dei mafiosi, ma anche e soprattutto quelle dovute alle gravissime carenze e responsabilità dell'intera classe politica isolana.
In realtà, il cardinale Pappalardo teneva molto a sottolineare che il suo non era tanto un "combattere contro" qualcuno, quanto piuttosto lo sforzo di promuovere una cultura e una società diverse. Questa positività emerge chiaramente dalla sua attenzione alla cultura e alla dimensione missionaria. Quindici anni prima che il terzo convegno delle Chiese d'Italia lanciasse il Progetto culturale, il cardinale aveva già colto che proprio sul terreno della cultura si sarebbero giocate le sorti dell'evangelizzazione e aveva costituito un apposito Centro pastorale.
Si deve a lui anche il sorgere, a livello regionale, della Facoltà teologica "S. Giovanni Evangelista" e, all'interno della diocesi palermitana, delle scuole teologiche di base, volte alla formazione intellettuale dei semplici fedeli. Come si deve a lui l'iniziativa delle "missioni popolari", per cui il vangelo veniva portato al di fuori delle mura delle parrocchie, nelle case, nei condomini, ad opera di laici che testimoniavano la loro fede ad altri laici, anticipando di fatto quella "conversione missionaria della parrocchia" di cui si sarebbe parlato (e molte volte purtroppo solo parlato) molti anni dopo. Dove è evidente la piena fiducia che il cardinale Pappalardo ha sempre dato al laicato, valorizzandone le qualità e promuovendone effettivamente - e non solo a parole - la responsabilità.
Un ultimo cenno merita il coordinamento regionale della pastorale, garantito, per suo impulso, da un'apposita Segreteria della Conferenza episcopale siciliana, che - senza intaccare l'autonomia delle singole diocesi - le ha aiutate a coordinare il loro impegno nei diversi settori della pastorale, promuovendo anche la celebrazione di quattro grandi convegni regionali. Limiti, errori, problemi irrisolti, in questa intensa attività, non sono evidentemente mancati. Le intuizioni e le iniziative precorritrici non sempre sono state seguite da una coerente attuazione. Alcuni progetti sono rimasti sulla carta. Critiche e polemiche hanno accompagnato alcune scelte. Su tutto questo la storia avrà modo di fare chiarezza, distinguendo le luci dalle ombre. Ma a noi rimane l'immagine di un vescovo che il suo popolo - al di là della distinzione tra credenti e non credenti - non dimenticherà.
Fonte: Avvenire

Agguato fallito

CATANIA - Un agguato, che gli investigatori ritengono di stampo mafioso, è stato compiuto la notte scorsa a San Pietro Clarenza, nel Catanese: obiettivo dei sicari Michele Guardo, 36 anni, indicato da fonti investigative come esponente di spicco della cosca Santapaola. L'uomo è rimasto illeso. La sparatoria è avvenuta davanti la villa di Guardo, che non ha denunciato l'accaduto. La Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Catania ha aperto un'inchiesta per tentativo di omicidio. L'uomo è stato interrogato ma non ha fornito elementi utili alle indagini.
13/12/2006
Fonte: La Sicilia

martedì, dicembre 12, 2006

Confiscati beni ai boss di Brancaccio

PALERMO - Una palazzina di quattro piani, del valore di circa 1 milione di euro, è stata confiscata dai carabinieri in via Fichidindia, nel quartiere Oreto, a Palermo. L'immobile è di proprietà di Lorenzo Tinnirello, 68 anni, ritenuto esponente della famiglia mafiosa del mandamento di Brancaccio, attualmente detenuto in carcere per associazione mafiosa. Il provvedimento è stato disposto dalla Sezione misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo e si inserisce nell'ambito delle risultanze del cosiddetto "maxi processo" avvenuto a Palermo nel 2003 e che ha visto coinvolti a vario titolo 58 esponenti di cosa nostra, tra cui Tinnirello. Secondo gli accertamenti dei carabinieri l'edificio sarebbe stato realizzato con denaro proveniente da attività illecite. Tinnirello oltre al provvedimento di confisca è stato raggiunto dalla misura di prevenzione della Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di residenza.
12/12/2006
Fonte: La Sicilia

Sciolto il Consiglio Comunale di Cerda

ROMA - Il Consiglio dei ministri ha deciso lo scioglimento del consiglio comunale di Cerda (Palermo), per il quale sono stati rilevati gravi condizionamenti da parte della criminalità organizzata.
12/12/2006
Fonte: La Sicilia

lunedì, dicembre 11, 2006

Morto il Cardinale Pappalardo

Accanto a Papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, quando il pontefice lanciò l'anatema ai mafiosi, «Convertitevi, convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio!», chino sulla salma del parroco padre Pino Puglisi, ucciso con un colpo di pistola alla testa dai mafiosi di Brancaccio, promotore dell'evento che vide nel capoluogo i delegati di tutte le chiese italiane, nel '95. Sempre in prima linea il cardinale Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo dal '70 al '96 (tre anni dopo la scadenza naturale per anzianità) morto ieri nella casa diocesana di Baida, in provincia di Palermo, afflitto, a 88 anni, da un male incurabile, e scomparso in silenzio com'era suo stile. Il cardinale Pappalardo ha lavorato per tutta la sua vita per la Chiesa, per migliorarla a Palermo e in Sicilia, per avvicinarla di più alla gente. Sarà comunque ricordato per quel dito alzato il 9 settembre 1982, nel Pantheon di San Domenico, davanti alle bare del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie, quando rivolto alla classe politica condannò un «sistema» che della mafia parlava tanto, ma nulla riusciva a fare per estirparla: così «mentre Roma discute... Sagunto è espugnata», disse citando Tito Livio ma attribuendo la frase a Sallustio, sbagliando come lui stesso poi disse sorridendo. A Palermo, proveniente dalla direzione della Pontificia Accademia Ecclesiastica di Roma, Pappalardo era giunto come arcivescovo il 17 ottobre 1970. Siciliano dell'agrigentino, orientò la sua attività pastorale al riscatto di Palermo e della Sicilia. È stato a volte accusato di non denunciare tutto ciò che non andava per il bene della gente, ma non si può non ricordare che in realtà ha sempre sferzato, con toni pacati, sfuggendo ai riflettori, la classe politica come ogni 4 settembre, ricorrenza della patrona di Palermo, Santa Rosalia. L'arcivescovo di Palermo ha invitato a superare «contrapposizioni e divisioni», spronando gli amministratori pubblici a dare risposte coerenti ai mali della Sicilia. Anche durante il «riposo» dalla sua attività il cardinale Pappalardo è sempre stato presente sui fatti di attualità, sia che si trattasse dell'arresto di Provenzano che dell'occupazione della cattedrale da parte di cento ex detenuti che chiedevano lavoro, ha sempre espresso il suo parere lucido e forte di esperienza. E oggi la classe politica, da destra a sinistra, riconosce il possente lavoro pastorale da lui svolto tributandogli il giusto riconoscimento e abbracciandolo un'ultima volta come la marea di palermitani che già in serata, appresa la triste notizia, è andata nella sala Filangieri del palazzo arcivescovile dov'è stata allestita la camera ardente.
Fonte: Il gazzettino online

Decimato clan Rinzivillo

CALTANISSETTA - I carabinieri della compagnia di Gela e del Reparto operativo di Caltanissetta hanno eseguito 88 ordini di custodia cautelare nei confronti di presunti affiliati alla cosca mafiosa dei Rinzivillo che avrebbe gestito appalti e subappalti in diverse Regioni.
I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Caltanissetta, Giovambattista Tona, su richiesta dei pm della Dda, Renato Di Natale, Nicolò Marino, Rocco Liguori, Alessandro Picchi e Antonino Patti. Gli indagati, in gran parte di Gela, sono accusati di avere riciclato grosse somme di denaro per conto della famiglia Rinzivillo, proveniente dai traffici di droga, e di avere acquisito illegalmente appalti e subappalti in molte città italiane e di aver imposto anche il pagamento del pizzo a imprenditori e commercianti.Arresti vengono effettuati, oltre che a Gela, anche a Roma, che per l'accusa è diventata la base operativa dei traffici illeciti dei boss mafiosi nisseni, e poi ancora in provincia di Varese e in quelle di Brescia, Como, Padova, Savona, Pavia, Messina, Catania e Trapani. I pm hanno anche ottenuto una rogatoria internazionale con la quale vengono fermate persone pure in Spagna e Inghilterra. L'inchiesta è stata denominata "Tagli pregiati", e coinvolge anche molte donne che avrebbero ricoperto il ruolo di messaggere o intermediarie dei boss. Dalle intercettazioni ambientali emerge, inoltre, che alcuni attentatori utilizzati dalla cosche a Gela per mettere a segno intimidazioni, svolgevano i sopralluoghi ai cantieri o ai negozi da bruciare in compagnia delle mogli e dei figli, con i quali commentavano le azioni violente che avrebbero dovuto da lì a poco svolgere. L'inchiesta punta sulla famiglia Rinzivillo, che da Gela si è spostata alcuni anni fa a Roma e da qui secondo l'accusa ha coordinato le operazioni illecite che hanno portato ad accaparrarsi nel Nord Italia di centinaia di appalti e subappalti. Questa cosca da più di un anno ha scelto l'inabissamento, ha tentato di non far parlare più di sè evitando attentati e fatti eclatanti, in modo da operare in silenzio. I Rinzivillo per questo motivo avrebbero formato, in particolare, un grosso nucleo a Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove stamani sono state arrestate una decina di persone. Per gli inquirenti sarebbe una succursale di Gela da dove partivano gli uomini fidati della famiglia per gestire appalti o affari illeciti. Il gip ha disposto anche il sequestro di 21 aziende, che secondo l'accusa sarebbero state utilizzate dalla famiglia mafiosa di Gela per riciclare denaro proveniente dal traffico delle armi e da quello della droga e dalle estorsioni.Oltre a numerose ditte che si trovano a Gela, il provvedimento riguarda anche alcune società che hanno sede a Pioltello (Milano) dove è stata messa in amministrazione giudiziaria la "Amc Argento Filippo". E poi ancora la "Casisi Rocco" che ha sede a Cologno al Serio (Bergamo); una pizzeria a Roma, in via Giustiniana; "Studio G.G. di Giorgio Gallione" a Savona; "Edilstrade srl" a Gallarate (Varese); "Imprefin srl" a Busto Arsizio (Varese) e "Immobiliare Orchidea srl" a Lonate Pozzolo (Varese). Tra gli arrestati nell'ambito dell'operazione c'è anche un maresciallo dei carabinieri, Benito Zeferino, di 37 anni, cui i colleghi di Caltanissetta contestano di aver passato informazioni riservate alla criminalità organizzata di Gela. Zeferino era in servizio alla compagnia di Gela e nei suoi confronti vi sono intercettazioni ambientali che dimostrano la sua "infedeltà". Secondo l'accusa il militare ha tentato di vendere l'informativa dei carabinieri che riguardava proprio l'operazione che stamani ha portato all'arresto di 88 persone. I carabinieri nelle scorse settimane attraverso le rivelazioni di un confidente e le intercettazioni ambientali avevano scoperto le mosse del maresciallo infedele e lo hanno bloccato con un fermo di polizia giudiziaria che è rimasto coperto dal segreto investigativo fino ad oggi. L'uomo è stato trasferito nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Il gip Giovanbattista Tona ha firmato due ordini di arresto europeo nei confronti di indagati che si trovano in Inghilterra e in Spagna. Si tratta di Ann Hathaway, moglie di Antonio Rinzivillo, arrestato stamani, accusata di associazione mafiosa. La donna avrebbe svolto il ruolo di messaggera per conto del marito nel periodo in cui era detenuto e sottoposto al 41 bis. Nonostante ciò, sostengono gli inquirenti, Rinzivillo continuava a gestire la famiglia mafiosa con l'aiuto della moglie. Nei mesi scorsi la donna aveva lasciato l'abitazione di Roma e si era trasferita in Inghilterra a casa di alcuni familiari, dove adesso è stata raggiunta dall'ordine di arresto europeo. Il secondo provvedimento riguarda Salvatore D'Angiò, 36 anni, residente in Spagna, ma originario di Formia. L'uomo è accusato di avere fatto da tramite con i boss mafiosi nell'acquisto di grosse quantità di stupefacenti. 11/12/2006
Fonte: La Sicilia

sabato, dicembre 09, 2006

Processo Freetown

Ha riservato diversi colpi di scena l’udienza di ieri davanti ai giudici della Corte d’Appello di Caltanissetta (presidente Sergio Nicastro) a carico di 8 imputati, incriminati due anni fa dalla
Squadra Mobile nell’operazione «Freetown » con l ’accusa di essere affiliati e avvicinati alla famiglia locale di Cosa Nostra.
La Corte è stata chiamata a pronunciarsi sull ’inammissibilità del ricorso - secondo gli avvocati del collegio di difesa - da parte della Procura della Repubblica e della Procura generale che
sollecitavano condanne più pesante e la rivisitazione dei capi contestati per i quali alcuni imputati erano stati assolti in primo grado a conclusione del processo celebrato con il rito abbreviato.
Inammissibilità del ricorso, dopo le assoluzioni, decretato dalla legge Pecorella.
Una richiesta, quella degli avvocati del collegio di difesa, non accolta dalla Corte, dopo una lunga camera di consiglio: per la Corte d ’Appello il ricorso della Procura generale è ammissibile e così si è arrivati al sollecito dell’inasprimento delle pene da parte del Pg.
La Corte ha invece confermato l’assoluzione per Mario Giovanni Cerniglia (così come aveva chiesto l’avvocato Davide Schillaci), mentre per quanto riguarda la posizione di Francesco Paolo Ferdico (difeso dall ’avvocato Maria Fran-
cesca Assennato
), sulla conferma dell’inammissibilità del ricorso della Procura generale, dovrà pronunciarsi la Corte di Cassazione. Poi c ’è stata la requisitoria del sostituto procuratore generale Luigi Birritteri che ha chiesto alla Corte un inasprimento delle pene per quasi tutti gli imputati. Questo il dettaglio delle richieste di condanna: 7 anni di reclusione e mille euro di multa per Angelo Palermo (6 anni la condanna in primo grado), 5 anni,6 mesi e 1500 euro di multa per
Giuseppe Rabbita (3 anni la condanna di primo grado) ed Emanuele Mangione (2 anni e 8 mesi la condanna del Gup), 3 anni, 6 mesi e 1000 euro per Giuseppe Vincitore (2 anni in primo grado), 5 anni e 1000 euro di multa per Andrea Felice Ciulla (2 annie 8 mesi la sentenza di primo grado), mentre per Salvatore Gelfo il Pg ha chiesto la conferma della condanna a 1 anno. Ieri ci sono state le arringhe degli avvocati Maria Francesca Assennato e Dino Milazzo, che hanno ribadito alla Corte la richiesta di dichiarare inammissibile i ricorsi del Pg e di assolvere i loro assistiti. Il processo è stato poi aggiornato alla prossima settimana, quando sono previste le arringhe degli
avvocati Michele Micalizzi e Sergio Iacona. Parte civile in questo processo l ’imprenditore Pietro Di Vincenzo (con l’avvocato Rossella Giannone), vittima di richieste di estorsione, l’impresario Calogero Turco (con l ’avv.Raffaele Palermo) che subì l’incendio di una macchina in un rogo appiccato al mezzo di un’altrapersona e il dipendente comunale Salvatore Alaimo (con l ’avvocato
Giuseppe Dacquì), anche lui vittima dell’incendio doloso di due sue macchine.
Fonte: La Sicilia

Il 3% dell'appalto


Fonte: La Sicilia

A Torino si e a Partinico no....

Il Comune di Torino ha deciso di intitolare una via a Peppino Impastato e il blog Libera Mente rilancia l'iniziativa a Partinico (Palermo), chiedendo all'amministrazione comunale di intitolare a Impastato una piazza. Ad oggi, sono quasi mille le e-mail spedite da tutta Italia al sindaco di Partinico per chiedere di intitolare una via o una piazza a Peppino Impastato, che con le sole armi dell'impegno e della passione civile si oppose senza paura alla mafia.
Fonte: L'Avvenire

venerdì, dicembre 08, 2006

Bravi i moderati......

Le intercettazioni effettuate nel salotto del capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, hanno portato alla condanna a otto anni di carcere dell’ex assessore comunale Domenico Miceli (Udc), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Per i pm si tratta «dell’uomo dei boss in politica», perché venne candidato alle regionali nel giugno 2001 «su iniziativa del capofamiglia di Brancaccio». I giudici hanno accolto la tesi dei pm condannando a otto anni il politico e a sette anni Francesco Buscemi, ex funzionario del Comune di Palermo ed ex segretario di Vito Ciancimino. La difesa di Miceli, presente in aula, annuncia appello: «È una sentenza che non condividiamo, ma manteniamo intatta la fiducia nella giustezza delle tesi difensive».
A Francesco Buscemi, accusato di associazione mafiosa, vengono contestati episodi più defilati rispetto a Miceli. L’ex segretario di Ciancimino avrebbe fatto favori e avrebbe appoggiato il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, senza tuttavia entrare in rapporti con gli altri indagati. Alla base delle imputazioni per Miceli ci sono centinaia di ore di intercettazioni ambientali effettuate a casa Guttadauro in cui si parla di candidature alle elezioni, di affari, di un centro commerciale da far sorgere in un’area a Brancaccio in cui c’erano anche terreni di proprietà di Guttadauro e di sua moglie Gisella Greco, di concorsi per posti di primario, di raccomandazione per due medici che stavano a cuore al boss.
Miceli, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, sarebbe stato candidato nell’allora Cdu, poi divenuto Udc, per volontà e con l’appoggio di Guttadauro. Secondo l’accusa, per questo motivo avrebbe chiesto e ottenuto il consenso del presidente della Regione Cuffaro, che ha sempre negato. Pochi giorni prima delle elezioni regionali del giugno 2001, però, improvvisamente gli ascolti a casa del boss cessarono perché qualcuno rivelò l’esistenza in casa dei microfoni.
Fonte: L'arena

mercoledì, dicembre 06, 2006

Ritorna il giudice Giuseppe Ayala

CATANIA - Dopo dieci anni di esperienza parlamentare torna a indossare la toga Giuseppe Ayala, ex pm dello storico pool antimafia di Palermo. Il plenum del Csm ha dato il parere favorevole al suo rientro in magistratura approvando la delibera che lo assegna, d' ufficio, alla Corte di appello di L' Aquila con funzioni di consigliere. A chiedere di essere richiamato in ruolo - indicando l' Aquila tra le preferenze - è stato lo stesso Ayala l' 11 maggio scorso. Entrato in magistratura nel maggio del 1977, Ayala aveva ottenuto l' aspettativa all' inizio di maggio del 1996 per svolgere il mandato parlamentare.
06/12/2006
Fonte: La Sicilia

Miceli condannato...e spunta ancora Cuffaro...

PALERMO - I giudici della terza sezione penale del tribunale di Palermo hanno condannato ad otto anni di carcere l'ex assessore comunale dell'Udc Domenico Miceli, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Insieme a Domenico Miceli era imputato anche Francesco Buscemi, che è stato condannato a sette anni di reclusione, anch'egli per concorso esterno in associazione mafiosa. A entrambi è stata applicata la misura di sicurezza della libertà vigilata, della durata minima di un anno ciascuno; i giudici, inoltre, li hanno dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, in stato d'interdizione legale durante l'espiazione della pena e incapaci di contrattare con la pubblica amministrazione, per la durata di un anno. Domenico Miceli era presente in aula, insieme ai propri familiari, e, a conclusione dell'udienza, non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione. Il processo all'ex assessore comunale di Palermo alla Salute, Domenico Miceli (Udc), condannato ad 8 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, si è aperto il 6 luglio 2004 davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo, presieduti da Raimondo Loforti. Miceli, arrestato nel giugno 2003 in seguito alle intercettazioni ambientali effettuate a casa del capomafia di Brancaccio, il medico Giuseppe Guttadauro, era stato scarcerato il 21 gennaio 2005. Per alcuni mesi assessore della giunta guidata da Diego Cammarata, il politico si era dimesso dall'incarico dopo aver appreso di essere indagato. Secondo la procura avrebbe fatto da tramite tra il boss Guttadauro e il mondo della politica. In particolare i pm Gaetano Paci e Nino Di Matteo, che hanno coordinato l'inchiesta svolta dai carabinieri, contestano al politico di avere sostenuto gli interessi del capomafia di Brancaccio grazie ai suoi rapporti con esponenti politici regionali. L'ex assessore comunale viene indicato dall'accusa come il canale per veicolare fino ai vertici della Regione le richieste di Guttadauro. I pm hanno sostenuto che Domenico Miceli "ha assunto il ruolo di tramite tra Guttadauro e il presidente della Regione, Cuffaro, prospettando a Cuffaro le richieste di Guttadauro e fornendo al boss le risposte del governatore". Il dibattimento, nel corso del quale sono stati sentiti anche alcuni collaboratori di giustizia, ha analizzato in particolare le modalità che portarono alla candidatura di Miceli alle regionali del 2001. Una decisione, secondo l'accusa, legata "all'intervento di Guttadauro e accettata da Cuffaro, poi sostenuta e sponsorizzata dai boss che in quelle stesse consultazioni si impegnarono anche per altri". Per i pm questa vicenda "è l'asse portante attorno a cui ruota tutta la complessa trama nei rapporti tra Miceli e Cosa nostra. Il politico ottenne 6.200 preferenze, fu il primo dei non eletti quando il suo obiettivo massimo sarebbe stato di cinquemila preferenze". L'imputato ha sempre respinto le accuse. La difesa ha portato in aula diversi testi per dimostrare l'estraneità ai fatti contestati e alla fine, in una memoria di 650 pagine, depositata ai giudici, ha concluso che "non c'è in ogni caso la effettività del contributo e il rafforzamento della struttura associativa di Cosa nostra, nel comportamento di Miceli".
Fonte: La Sicilia
06/12/2006

martedì, dicembre 05, 2006

218 anni di carcere al clan di Giostra

MESSINA - 218 anni di carcere per 18 imputati e 16 assoluzioni. È la sentenza emessa dai giudici della seconda sezione penale del tribunale di Messina, presieduta da Bruno Finocchiaro, al boss Luigi Galli e ad altri componenti del clan messinese di Giostra nell'ambito del processo "Scilla e Cariddi" imbastito contro capi e gregari della cosca. L'accusa, sostenuta dal sostituto procuratore Giuseppe Verzera, aveva chiesto 400 anni di carcere per tutti i 34 imputati. Dal processo è emerso che il capo della famiglia mafiosa Luigi Galli, nonostante fosse ristretto in regime di carcere duro riusciva ad impartire ordini ai suoi gregari attraverso la moglie Angela Marra e il reggente Giuseppe Gatto. Al centro della loro attività criminale, soprattutto il traffico di stupefacenti e le estorsioni, ma anche le corse clandestine di cavalli. Accertati il contributo delle donne nella gestioni degli affari della cosca e un rapporto con la 'drina calabrese dei Delfino. Questi i condannati: Antonino Arrigo (16 anni), Giovanni Arrigo (18 anni), Giuseppa Biondo (8 anni), Giovanna Bonanno (6 anni e 8 mesi), Giuseppe Bonanno (14 anni), Orazio Bonanno (14 anni), Rosario Bottari (18 anni), Michele Cento (8 anni), Rita Chiarello (8 anni), Luciano Cordì (8 anni), Bruno Delfino (20 anni), Luigi Galli (10 anni, in continuazione con la condanna per il processo "Giostra"), Giuseppe "Puccio" Gatto (10 anni, anche lui in continuazione), Angela Marra (la moglie di Galli, 12 anni), Antonella Minardi (9 anni e 4 mesi), Pietro Minardi (14 anni), Natale Paratore (10 anni), Eduardo Perrone (14 anni).
05/12/2006
Fonte: La Sicilia

Arrestato per estorsione

LENTINI (SIRACUSA) - La polizia ha arrestato a Lentini un giovane di 29 anni, Antonio Guercino, con l'accusa di tentativo di estorsione ai danni di una ditta di costruzioni. Guercino si sarebbe avvalso della forza intimidatrice dell'associazione mafiosa, operante nel comprensorio di Lentini, capeggiata da Sebastiano Nardo. Guercino è stato arrestato all'alba da agenti della polizia di Lentini e Gela, in esecuzione di un ordine di custodia cautelare emesso dal gip di Catania, che ha raggiunto nel carcere di Caltanissetta, dove si trova detenuto, anche un giovane di 31 anni, Carmelo Di Carro.
05/12/2006
Fonte: La Sicilia

venerdì, dicembre 01, 2006

Antica focecceria


Fonte: Giornale di Sicilia

Pizzo ad un pub a Gela


Fonte: La Sicilia

Speriamo bene

Palermo, 28 nov. - (Adnkronos) - E' spaccatura all'interno della Direzione distrettuale antimafia di Palermo sull'ipotesi di contestare al presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, imputato per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra nell'ambito del processo per le 'talpe' della Procura di Palermo, anche il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. In una lunga riunione terminata solo nella tarda serata di ieri, i pm guidati dal procuratore Francesco Messineo, hanno dibattuto a lungo sulla proposta di modificare il capo di imputazione al governatore siciliano. Un'ipotesi sostenuta solo da qualcuno dei magistrati che rappresentano l'accusa nel processo che si svolge davanti alla terza sezione del Tribunale. L'accusa per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti di Cuffaro era gia' stata archiviata due anni fa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale su proposta della stessa Procura, ma adesso qualche pm della Dda sostiene che ci siano ''nuovi elementi'' per contestare a Cuffaro il capo d'imputazione. I magistrati titolari del processo sono Michele Prestipino, Antonino Di Matteo e Maurizio de Lucia. Anche due anni fa i magistrati che si occupavano del 'caso Cuffaro' si erano spaccati e uno dei titolari dell'inchiesta, Gaetano Paci, si rifiuto' di firmare l'avviso di conclusione delle indagini che escludeva proprio il concorso esterno per Salvatore Cuffaro. La riunione di ieri sera, terminata solo sul tardi, e' stata aggiornata a venerdi' prossimo. E proprio questa mattina, a partire dalle 9.30, prendera' il via in Tribunale la lunga sfilata di testimonianze citate dalla difesa del Governatore siciliano.
Fonte: La Sicilia

Luce sulla mafia ennese

Caltanissetta. Si è aperto ieri, dinanzi al Gup di Caltanissetta, il processo col rito abbreviato nei confronti dei collaboratori di giustizia Liborio Di Dio, del figlio Angelo e di Filippo Speziale. I tre «pentiti» devono rispondere di una sfilza di reati tra i quali 4 omicidi, almeno due tentati omicidi, associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni. Si tratta di tutti i reati loro contestati nei vari processi nei quali le loro posizioni sono state stralciate perché, appunto, collaboratori di giustizia. Il pm Roberto Condorelli, nella sua requisitoria, ha chiesto, per tutti i reati ascritti, la condanna a 16 anni per Liborio Di Dio, e a 12 anni e 6 mesi per Angelo Di Dio e Filippo Speziale, comprese, con la continuazione, anche le condanne già pronunciate. Gli imputati hanno confessato i reati loro contestati e di alcuni si sono anche autoaccusati. Liborio Di Dio, cognato di Gaetano Leonardo e capomafia di Barrafranca, fino a prima di "saltare il fosso" e collaborare con i magistrati, è accusato di 4 omicidi, tra i quali quello di Gioacchino Romeo e Antonino Timpanaro, dei tentati omicidi del nipote Angelo Leonardo, figlio di Gaetano, consumato a Enna bassa, e di Salvatore Privitelli, messo a segno nelle campagne di Nicosia, di numerose estorsioni tra le quali quelle sui lavori del depuratore Sireri di Enna. Angelo Di Dio e Filippo Speziale devono, invece, rispondere degli omicidi Timpanaro e Romeo e dei tentati omicidi di Angelo Leonardo e di Privitelli. Alla prossima udienza la parola passerà alle difese dei collaboratori, che, con le loro dichiarazioni, hanno permesso di far luce su oltre 10 anni di guerra di mafia, ma anche sui meccanismi con i quali Cosa nostra ennese gestiva affari illeciti, quali le estorsioni sui lavori pubblici ma anche sui metodi grazie ai quali e si era infiltrata in grandi appalti, grazie alle intimidazioni con le quali venivano imposti acquisti di materiali e calcestruzzo da imprese riconducibili a Tano Leonardo ed ai suoi fiancheggiatori. Si tratta di tre collaboratori di giustizia le cui rivelazioni sono state determinanti per i magistrati della Dda di Caltanissetta e per gli inquirenti, a chiarire le circostanze nelle quali maturò la guerra di mafia tra la fine degli anni '90 ed i primi del 2000.
Fonte: La Sicilia

Facciamogli anche un bel funerale....

PALERMO - Un necrologio è stato pubblicato oggi sul "Giornale di Sicilia" nell'anniversario della morte di Francesco Messina Denaro, padre del boss latitante Matteo Messina Denaro, scomparso il 30 novembre '98. Nel necrologio è scritto in latino "Spatium est ad nascendum et spatium est ad morendum sed solum volat qui id volt et perpetuo sublimis tuus volatus fuit". E poi "In ricordo di te" e "I tuoi cari tutti". In occasione del ritrovamento della salma di Francesco Messina Denaro, anche lui mafioso, trafficante di droga, e morto latitante, un necrologio era stato fatto pubblicare dalla moglie "Lorenza Santangelo, dai figli Matteo, Salvatore, Rosalia, Giovanna, Bice e Patrizia, i generi, le nuore ed i nipoti tutti". Matteo Messina Denaro, 42 anni, killer, raccolse l'eredità lasciata dal padre come dimostrano anche i tanti pizzini che scriveva al padrino di Cosa nostra Bernardo Provenzano. Messina Denaro è accusato di aver partecipato alle stragi degli uffizi a Firenze e di San Giorgio al Velabro a Roma. La sua fama di killer senza pietà raggiunse l' apice quando il pentito Gioacchino La Barbera rivelò che Matteo Messina Denaro uccise il boss di Alcamo, Vincenzo Milazzo, e la sua fidanzata Antonella Bonomo: la donna era incinta.
30/11/2006
Fonte: la Sicilia

mercoledì, novembre 29, 2006

Confiscate varie società

PALERMO - La sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo ha confiscato le società Centralgas, Vigorgas Serbatoi, Italmetano e Gas Sud, appartenenti agli imprenditori Giuseppe Costanzo e Fabio Cascio Ingurgio, ex presidenti rispettivamente di Sicindustria e dell'Assindustria provinciale di Palermo. Secondo i giudici, furono soci di Francesco Paolo Bontate, figlio di Stefano, il boss cosiddetto "Principe di Villagrazia", ucciso nel 1981 all'inizio della guerra di mafia.
Costanzo e Cascio, indagati anche per riciclaggio e truffa sui fondi della legge 488, si erano dimessi dalle cariche in Confindustria dopo il sequestro delle societa' e la loro sospensione dalle funzioni di amministratori, avvenuti un anno fa: adesso vengono indicati come presunti riciclatori del denaro sporco che Bontate junior, in carcere da due anni con l'accusa di traffico di stupefacenti, avrebbe investito nel "gruppo Centralgas". Il provvedimento è stato adottato dal collegio presieduto da Cesare Vincenti, che ha accolto la proposta dei pubblici ministeri Geri Ferrara e Sara Micucci, coordinati dal procuratore aggiunto Roberto Scarpinato. Le indagini sono state svolte dalla sezione misure di prevenzione della polizia di Stato. In 156 pagine i giudici ricostruiscono punto per punto la storia delle quattro compagini sociali, al cui interno si trovavano, negli anni '60 e '70, i boss Bontate e Teresi o loro prestanome. L'elemento unificante tra il passato e il presente è, ad avviso del tribunale, un altro socio ed ex amministratore: l'avvocato Pietro Cascio Ingurgio, padre dell'ex presidente dell'Associazione degli industriali della provincia di Palermo. Il legale venne sottoposto, negli anni '80, a una misura di prevenzione proprio per la sua contiguità con i mafiosi di Villagrazia suoi soci; adesso i giudici, accogliendo la tesi dei pm, rincarano la dose: "Non si puo' non rilevare ancora una volta il ruolo di "garante" svolto da Cascio Ingurgio Pietro, del tutto in linea con i comportamenti dallo stesso tenuti nel passato nei confronti degli esponenti mafiosi di cui risultava essere il fiancheggiatore, con finalita' di ripulitura del denaro di provenienza illecita". Bontate, arrestato nel 2004 per traffico internazionale di stupefacenti, era nel cda e socio di aziende del gruppo: Costanzo disse all'epoca di non sapere di chi si trattasse e che comunque era stato subito allontanato, dopo la cattura. I pm Ferrara e Micucci pero' non si sono affatto convinti e i giudici danno loro ragione, rilevando la "piena coincidenza temporale" dell'assunzione della carica in Centralgas con il coinvolgimento nell'indagine per droga. Il sospetto e' cioe' che il denaro sporco di Bontate (entrato in Vigorgas su proposta di Fabio Cascio) sia confluito nelle attivita' lecite. Il decreto parla pure di "obiettiva commistione di interessi tra l'attivita' illecita di Bontate e l'attivita' gestionale delle societa'", di amministratori che avrebbero agito "in modo assolutamente illecito e irregolare, con disinvolte operazioni di falsificazione della realta' contabile sostanziale e soprattutto in violazione della normativa bancaria antiriciclaggio. I due imprenditori, fra l'altro, avrebbero sfruttato la propria immagine istituzionale nell'ambito delle organizzazioni degli industriali, per ottenere credito dalle banche e dall'Irfis: il loro sarebbe stato "un ruolo di immagine, mentre invero la gestione reale dell'azienda sembra essere stata in mano altrui". E non solo: "Nel circolo produttivo aziendale entrarono ingenti quantita' di denaro di non accertata e non accertabile provenienza lecita". Sarebbero poi stati commessi falsi contabili e nei bilanci, evasioni fiscali, operazioni in nero. Tutte attivita' dirette "alla strumentalizzazione dell'attivita' di impresa a fini di riciclaggio". Le aziende si avviano adesso verso la liquidazione. A rischio i posti di lavoro.
29/11/2006
Fonte: La Sicilia

Blitz antidroga a Catania

CATANIA – Blitz antidroga la notte scorsa nel quartiere Picanello a Catania: la polizia ha arrestato 29 persone – una sola risulta irreperibile - su ordine del gip del tribunale di Catania che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore della Repubblica Pasquale Pacifico. Sgominata un'organizzazione che per anni avrebbe gestito il traffico di droga importando dal nord Italia sostanze stupefacenti tra cocaina e marijuana che poi cedevano a pusher locali che ne curavano la vendita al dettaglio.
L'indagine della polizia è stata avviata nel mese di giugno di due anni fa relativamente ad un traffico di sostanze stupefacenti di notevoli proporzioni gestito dagli indagati. Lo spunto per l' inchiesta è stato l' arresto, nell'aeroporto Fontanarossa, della dominicana Marcelo Belkis Arias, di 39 anni, che giunta a Catania dalla Spagna, è stata trovata in possesso di 3 ovuli contenenti, complessivamente, 45 grammi di cocaina. Le conseguenti intercettazioni telefoniche attivate dalla Dda della Procura di Catania sull'utenza della donna hanno permesso di ricostruire le dinamiche interne alla gestione del traffico di stupefacenti: l'organizzazione composta da individui organici alla cosca mafiosa Santapaola, ed in particolare del gruppo che operava nel rione Picanello avveniva principalmente in una sala giochi gestita da uno degli arrestati, Carmelo Catalano, di 45 anni. Dalla sala giochi l'uomo 'coordinava' l'attività di spaccio al 'dettaglio' in vari quartieri di Catania e nei paesi vicini e allo stesso tempo teneva rapporti con esponenti di spicco della cosca Santapaola A dare una svolta definitiva all'inchiesta è stato il sequestro, in locali in uso a Catalano, di 400 grammi di cocaina e di un 'libro mastro' dell'organizzazione, sul quale erano annotati i crediti da questa vantati per le diverse forniture di stupefacenti. Gli investigatori hanno anche accertato dei casi di usura. Nel corso dell'operazione la polizia ha trovato e sequestrato cinque chilogrammi di marijuana in casa di Marco Guarnaccia, di 22 anni. Gli arrestati sono Antonino Alecci, di 44 anni, Davide Benincasa, di 27, Alfio Calì, di 52, Carmelo Catalano, di 55, Antonio Eugenio Cirolli, di 39, Alessandro Cunsolo, di 23, Domenico Cunsolo, di 28, Antonino Curcuruto, di 66, Giuseppe Gaetano Di Blasi, 28, Vito Gangemi, di 29, Marco Guarnaccia, di 22, Luca Mirenda, di 27, Rosario Mirenda, di 28, Carmelo Parisi, di 31, Salvatore Pettinato, di 52, Placido Russo, di 32, Fabio Santangelo, di 34, Biagio Sapuppo, di 23, Giuseppe Sapuppo, di 44, Santo Sapuppo, di 40, Tommaso Carmelo Sciuto, di 30, Giovanni Antonino Tosto, di 28, e Sebastiano Tropea, di 55. Il provvedimento è stato notificato in carcere ad Agatino Manara, di 40 anni, e ad Aurelio Barbagallo, di 44. Il Gip ha concesso gli arresti domiciliari a Silvana Belgiorno, di 43 anni, Agata Coco, di 49, e a Eleonora Maria Rita Cordaro, di 30.
29/11/2006
Fonte: La Sicilia

martedì, novembre 28, 2006

Brava persona Di Vincenzo....

CALTANISSETTA - Beni per un valore stimato di 270 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Caltanissetta. Il provvedimento cautelativo, emesso dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, colpisce il patrimonio personale e aziendale di Pietro Di Vincenzo, il noto imprenditore, già presidente di Confindustria Caltanissetta, arrestato tempo fa a Roma nell'operazione "Cobra". In particolare, il sequestro riguarda otto holding facenti capo all'imprenditore e le loro partecipazioni in altre 40 società, operanti soprattutto nel settore dell'edilizia e della costruzione di opere pubbliche, ma anche nella gestione di impianti per il trattamento delle acque e lo smaltimento dei rifiuti. Sequestrati anche 10 immobili, 7 polizze assicurative e disponibilità finanziarie su conti correnti bancari in diversi istituti di credito. Pietro Di Vincenzo, 59 anni, l'anno scorso è stato condannato dal gup di Roma in un giudizio con rito abbreviato a un anno e otto mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, per presunti collegamenti con la cosca della famiglia Rinzivillo di Gela, che operava anche nella capitale con intromissioni in appalti pubblici e cantieri edili. L'ex presidente regionale del gruppo costruttori di Sicindustria ed ex presidente dell'associazione provinciale degli industriali di Caltanissetta è sorvegliato speciale con obbligo di dimora a Caltanissetta. La Corte d'Appello, cui lui aveva fatto ricorso contro quest'ultimo provvedimento, aveva invece confermato il giudizio di "pericolosità sociale" nei suoi confronti perchè Di Vincenzo avrebbe agevolato cosche di "Cosa Nostra" pagando "pizzo" e non denunciando estorsioni compiute ai suoi cantieri. Di Vincenzo è nel mirino degli inquirenti da oltre 15 anni dopo le dichiarazioni del pentito Leonardo Messina. L'imprenditore è stato anche vittima di attentati contro mezzi pesanti delle sue ditte ed è stato attaccato più volte dal sindaco di Gela Rosario Crocetta per la sua presunta vicinanza alle cosche. L'imprenditore era stato arrestato anche nel giugno del '93 nell'ambito di un filone d'indagine del pool Mani pulite della Procura di Milano. Era stato l'allora pm Antonio Di Pietro ad interrogarlo, contestandogli di avere ricevuto una tangente dalla Cogefar Impresit per un appalto della Usl di Vittoria relativo a lavori di ampliamento dell'ospedale. Di Vincenzo aveva collaborato ed era stato successivamente prosciolto, mentre il processo per la cosidetta Tangentopoli siciliana, nel quale aveva ammesso di avere versato contributi ad esponenti politici, si è concluso con l'assoluzione di quasi tutti gli imputati.
28/11/2006
Fonte: La Sicilia

Santapaola incapace di intendere e di volere

CATANIA - Un altro procedimento penale nei confronti di Antonino Santapaola, fratello del boss ergastolano Benedetto, è stato sospeso: anche la prima sezione penale del Tribunale di Catania ha infatti ritenuto imputato non in grado di intendere e volere. La decisione è stata presa dopo che una perizia di parte ha confermato che Antonino Santapaola è affetto da schizofrenia paranoidea e che pertanto non è in grado di partecipare coscientemente al dibattimento. Il Tribunale ha contestualmente confermato la nomina dell'avvocato. Giuseppe Lipera, difensore di Antonino Santapaola, a curatore speciale dell' imputato. Analoghe richieste sono pendenti davanti a due Giudici per l'udienza preliminare, Angelo Costanzo e Carlo Cannella, davanti ai quali sono pendenti procedimenti penali nei confronti di Antonino Santapaola.
28/11/2006
Fonte: La Sicilia

Bravo Cuffaro...Sempre meglio...

Gli elettori di Giusy li cercava papà. Da direttore sanitario dell´Ausl 1 di Agrigento era un gioco da ragazzi mettere in piedi un bacino di voti di tutto rispetto: bastava promettere e ogni tanto assicurare un posto di lavoro a qualcuno, e parenti e amici votavano tutti per lei, per la bella ragazza bionda che nel giro di qualche anno sarebbe approdata all´Assemblea regionale diventando la pupilla del governatore Salvatore Cuffaro. Raccomandazioni a raffica e concorsi sanitari truccati. Paradossalmente è stato proprio uno strano incendio nella villetta sul mare di Licata della famiglia Savarino a dare il via all´inchiesta che vede indagati Giusy Savarino, 32 anni, deputato regionale dell´Udc, e suo padre Armando, direttore sanitario dell´Ausl 1, dimessosi dall´incarico appena sei giorni fa. Voto di scambio l´ipotesi di reato a carico della Savarino; abuso d´ufficio, falso e violazione del segreto d´ufficio a carico di Armando Savarino. Per lui i sostituti procuratori Luca Sciarretta e Luca Fuzio avevano chiesto l´interdizione dal pubblico ufficio, ma il gip Luigi Patronaggio non ha accolto la richiesta. Agli arresti domiciliari è finito Michele Pellegrino, direttore amministrativo dell´ospedale di Sciacca e dirigente amministrativo dell´Ausl 1 di Agrigento, anche lui dell´Udc, partito per il quale è consigliere comunale a Ribera. Indagati anche Calogero Gattuso, consigliere provinciale di Agrigento dell´Udc e segretario della Savarino, e Francesco Miccichè, presidente della commissione esaminatrice di uno dei concorsi sanitari che sarebbero stati truccati per favorire i raccomandati dei Savarino. Sotto la lente d´ingrandimento dei carabinieri del reparto operativo di Agrigento sono finiti, in particolare, tre concorsi banditi dalla Ausl 1: il primo per undici posti di collaboratore amministrativo, presieduto da Michele Pellegrino; il secondo a sette posti di autista di ambulanza, presieduto da Francesco Miccichè; il terzo di mobilità volontaria per la copertura di venti posti di infermiere. A presiedere quest´ultimo concorso era lo stesso Savarino. Intercettazioni telefoniche, documentazione acquisita negli uffici dell´Ausl e persino qualche filmato tra le prove messe insieme. Il meccanismo era collaudato: liste di raccomandati da piazzare e candidati da aiutare al momento giusto. Bastava alterare i voti al momento della correzione degli elaborati o comunicare agli esaminandi, con congruo anticipo, le domande che i commissari compiacenti gli avrebbero posto alla prova orale. L´esito era assicurato: nel concorso bandito dall´Ausl di Agrigento nel ´98 per undici posti di collaboratore amministrativo, ad esempio, quattro dei vincitori - secondo l´ipotesi investigativa - sarebbero balzati in testa alla graduatoria proprio grazie alla manipolazione delle prove d´esame. Ad accendere i riflettori sulla famiglia Savarino l´incendio, chiaramente di origine dolosa, che nel 2004 danneggiò gravemente la loro villa estiva a Licata. Nell´indagine furono disposte intercettazioni telefoniche che aprirono agli inquirenti alcuni squarci interessanti. Dalle conversazioni tra Giusy Savarino, amici e collaboratori veniva fuori l´ipotesi che l´incendio fosse da mettere in relazione con alcuni forti contrasti politici con un altro deputato agrigentino dell´Udc, quel Vincenzo Lo Giudice poi finito in manette nell´inchiesta "Alta mafia". Poi alcune dichiarate cautele della Savarino nell´uso dei telefoni, e soprattutto alcune imprudenze dei suoi collaboratori, hanno rivelato agli investigatori ben altre vicende. Ma lei insiste: «Ho piena fiducia nell´operato dei magistrati. Con la stessa fiducia, sono certa che gli inquirenti sapranno individuare esecutori e mandanti di quell´attentato». Suo padre Armando aggiunge: «Sono nato e cresciuto in una caserma di carabinieri. Mio padre era comandante di una stazione. Non posso che avere la massima fiducia nelle istituzioni».
AGRIGENTO - Al mercato del voto di scambio l´assunzione di un infermiere, un operaio, un metronotte vale più della nomina di un primario ospedaliero. I primi, mediamente, portano almeno 50 voti ciascuno. Per ottenere lo stesso numero di voti ci vorrebbero cinque primari messi insieme. Un conto fatto a tavolino, alla vigilia delle elezioni del 2001 e del 2006, nel comitato elettorale di Giuseppa "Giusy" Savarino, poi eletta nella lista dell´Udc e considerata fedelissima del presidente Salvatore Cuffaro. Un conto che ha dato i suoi frutti e i risultati sperati. Ma che ha portato anche guai alla giovane deputata regionale e al padre Armando, vero regista della macchina elettorale messa in moto per fare eleggere la figlia a Palazzo d´Orleans. «Dall´inchiesta è emerso - scrivono i magistrati nell´ordinanza di custodia cautelare - che i raccomandati che venivano assunti dovevano dare in cambio il loro voto e quello dei loro parenti in favore di Giusy Savarino, candidata all´Ars nel 2001 e nel 2006». E questi fatti dimostrano, scrivono ancora i magistrati, «la stretta connessione tra la gestione amministrativa della struttura sanitaria e la politica in senso stretto». A conferma degli imbrogli che sarebbero stati compiuti da Armando e Giusy Savarino, nell´ordinanza sono riportati alcuni episodi registrati, e in alcuni casi anche filmati, relativi alle assunzioni e ai concorsi truccati negli ospedali. Il 25 maggio dello scorso anno Calogero Gattuso, suo segretario personale, parla con Giusy Savarino che gli dice: «Vai da mio padre a ritirare la lista dei raccomandati, non usare il telefono perché non si sa mai... è la lista da portare poi all´assessorato alla Sanità». Gattuso però si dimentica del "consiglio" e per telefono chiede ad Armando Savarino i nomi dei raccomandati al concorso negli ospedali di Agrigento ma anche in quello al San Raffaele di Cefalù, dove l´onorevole Savarino riesce a piazzare sei persone della sua lista. Ma non c´erano solo i posti negli ospedali: anche nella Multiservizi Giusy Savarino aveva da sistemare tanti "clienti" a lei sicuramente molto cari, al punto da entrare in contrasto con il fratello del governatore Cuffaro, che aveva invece altri raccomandati per la Multiservizi. Il contrasto esplode quando il segretario della Savarino va a Palermo, in piazza Politeama, per consegnare la lista dei raccomandati (chi la riceve si chiama Roberto Bruno). In quell´occasione Gattuso riferisce ad Armando Savarino che per quei posti stanno sorgendo problemi «per l´intromissione di un soggetto di Raffadali molto potente (che i carabinieri identificano in uno dei fratelli del presidente Cuffaro, ndr) che avrebbe preteso per i propri favoriti tutte le nomine disponibili». Armando Savarino ne parla con la figlia, che va su tutte le furie e minaccia persino di rivolgersi alla commissione regionale Antimafia, della quale fa parte. «Ho fatto un bordello - dice la Savarino al suo segretario personale Gattuso - ho fatto sospendere tutte le cose, ho minacciato pure interrogazioni parlamentari e controispezioni... ho fatto proprio la stronza...». Altro serbatoio di voto di scambio Giusy Savarino, secondo gli inquirenti, lo aveva nella società "Metronotte Sicilia spa". «Dalle intercettazioni è emerso chiaramente - scrivono i magistrati nell´ordinanza - che la società (Metronotte spa, ndr) assume i propri dipendenti sulla base di raccomandazioni di personaggi che le abbiano garantito il servizio di guardiania in varie aziende». E, a conferma di quest´altro pozzo dal quale attingere voti, c´è una conversazione registrata tra Armando Savarino e un suo galoppino: «Basile (uno dei soci della Metronotte Sicilia, ndr) non dà i posti per politica ma solo agli enti dove lui vince la gara». L´inchiesta è tutt´altro che conclusa. In questi due anni di indagini i carabinieri di Agrigento hanno raccolto una gran mole di documenti che potrebbero riservare altri colpi di scena.
Fonte: La Repubblica