mercoledì, gennaio 31, 2007

Esperti in Sicilia, Licata capoluogo del racket

Fonte: addiopizzo.org

Intimidazioni a Ribera e a Menfi

Fonte: addiopizzo.org

Due atti intimidatori a Raffadali (paese di Cuffaro)

RAFFADALI (AGRIGENTO) - Due atti intimidatori sono stati compiuti la notte scorsa a Raffadali. La prima ai danni di un'azienda che vende prodotti per l'edilizia, dove, davanti al cancello di ingresso, è stata collocata una bottiglia contenente benzina ed alcuni fiammiferi. Stessa tecnica, bottiglia con benzina e fiammiferi collocati vicino ad una pala meccanica, per intimidire l'impresa che si sta occupando dei lavori di ristrutturazione della stadio comunale di Raffadali. Entrambi gli episodi sono stati denunciati ai carabinieri dai titolari delle aziende finite nel mirino del racket delle estorsioni. Secondo gli inquirenti le due intimidazioni sono collegate tra loro.
31/01/2007
Fonte: La Sicilia

Proposta di Forgione

Roma - Un incontro per avviare iniziative comuni nell'ambito del contrasto alle infiltrazioni mafiose nelle pubbliche amministrazioni. Lo ha proposto il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, ha scritto oggi al ministro per le riforme e innovazioni nella pubblica amministrazione, Luigi Nicolais.
"Il presidente Forgione - si spiega in una nota - ha proposto di realizzare un censimento di tutti i funzionari pubblici che hanno sentenza di condanna passata in giudicato e di procedere al licenziamento di quelli condannati per mafia anche con pene patteggiate al di sotto dei tre anni, su questo punto si è già registrata una prima disponibilità del Ministro Nicolais, ed alcune norme sono già inserite nel disegno di legge del Governo approvato il 22 dicembre 2006".
In questo quadro "non è più rinviabile", scrive Forgione, la realizzazione, prevista dalla legge, di "un'Anagrafe Patrimoniale dei funzionari e dirigenti pubblici per rendere trasparente la gestione delle Pubbliche Amministrazioni e dare un chiaro segnale alla società civile di impegno nel contrasto quotidiano ai tentativi di infiltrazione delle mafie".
Fonte: virgilio.it

Trubia in aula

Nel giorno del suo debutto in aula nelle vesti di collaboratore di giustizia, Rosario Trubia delinea i retroscena di un'estorsione su una vincita miliardaria realizzata nel '98 al superenalotto da Salvatore Spampinato, un gelese residente a Lodigiano e, per rendere "oro colato" la sua versione, parla anche della sua "carriera" di killer, accusandosi del primo duplice omicidio della guerra di mafia, quello di Coccomini e Lauretta, di quello di Maurizio Morreale; e del modo in cui, dal profondo del 41 bis sia riuscito a far giungere i suoi messaggi agli "amici" ed al superlatitante Daniele Emmanuello che, nelle sue missive, scritte con un linguaggio cifrato, chiamava "caro padre".
Come un fiume in piena, l'ex emergente di Cosa Nostra, ha vuotato il sacco davanti ai giudici della sesta sezione del Tribunale di Milano che lo stanno processando per estorsione aggravata, minacce e danneggiamento a mezzo di incendio dell'abitazione del suocero del fortunato operaio, insieme con Emanuele Argenti, Alessandro Emmanuello, Crocifisso Smorta, Carmelo Billizzi e Francesco Verderame.
Incalzato dalle domande del Pm Marcello Musso, Trubia ha raccontato di essersi accorto in prima persona di una discussione dai toni piuttosto vivaci intercorsa tra esponenti di Cosa Nostra e della Stidda e di essere intervenuto perché - come ha spiegato ai giudici "queste faccende finiscono in guerra". Agli stiddari, avrebbe detto: "se siete sicuri al mille per mille che ha vinto tutti quei soldi, glieli facciamo cacciare". Ha raccontato che la notizia della supervincita realizzata da Salvatore Spampinato era giunta alle orecchie degli Stiddari tramite un parente del fortunato operaio e che gli Stiddari avrebbero preteso una mazzetta di 1 miliardo di vecchie lire. Ha raccontato che la vittima andò a trovarlo a casa sua lamentando che gli stiddari avevano bruciato la casa del suocero e di avere proposto agli stiddari di chiudere l'estorsione con una richiesta di 300 milioni.
In verità - ha ammesso Trubia - chiesi a Spampinato 400 milioni perchè avevo intenzione di intascarmene 100. Ma quei 100 milioni a suo dire - li avrebbe voluti Alessandro Emmanuello per investirli nel traffico di droga. Il processo è stato aggiornato al prossimo mese per la requisitoria.
Fonte: La Sicilia

Demolite stalle dei boss

Avviata questa mattina la demolizione di una delle cinque stalle costruite abusivamente dai boss mafiosi Vitale di Partinico (Palermo). All'inizio dei lavori ha presenziato il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecorario Scanio. Gli immobili erano stati realizzati dai fratelli Vito, Leonardo e Michele Vitale, oggi detenuti, usurpando terreni demaniali, della Curia e di alcuni privati.
Uno di questi, Giuseppe La Franca, venne assassinato nel 1997 per aver tentato di opporsi ai soprusi dei capimafia. Le stalle, in contrada Valguarnera nelle campagne tra Partinico e Alcamo, non erano destinate soltanto alle greggi dei Vitale ma sono state anche teatro di omicidi e di summit di mafia. Dopo la confisca disposta dalla magistratura in base alla normativa antimafia, il Comune di Partinico ha avviato le procedure amministrative per la demolizione. L'iter si e' completato per una delle cinque stalle, e stamattina sono entrate in azione le ruspe.
"Un segnale tangibile della lotta all'abusivismo edilizio che deturpa l'ambiente ed e' frutto di prepotenze perpetuate sulla popolazione civile e sul territorio", ha detto Pecoraro Scanio, e ha aggiunto che "e' impegno del governo contrastare con fermezza questa pratica criminale e per questo la Finanziaria 2007 ha previsto n fondo di 9 milioni di euro per l'attuazione di un programma triennale straordinario di interventi di demolizione delle opere abusive nelle aree naturali".
Fonte: agi.it

Conferenza a Brescia

"Mafia e antimafia dopo l'arresto di Bernardo Provenzano" è il tema di un pubblico dibattito che si terrà stasera, alle 20.30, nella Casa del Popolo di via Risorgimento a Urago Mella, alla presenza di Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, e della giornalista Anna Petrozzi del mensile Antimafia 2000.
L'iniziativa è promossa dal Comitato «Peppino Impastato» (l'eroe-martire siciliano reso celebre da «I cento passi» di Marco Tullio Giordana) di Brescia, il cui intento - secondo le parole di Paolo Clemenza, che alla conferenza stampa ha sostituito il coordinatore Fernando Scarlata - si propone di stimolare gli organismi statali di controllo nei confronti di un fenomeno malavitoso che si insinua pericolosamente nel tessuto sociale e civile e, nel contempo, di monitorare la situazione nel nostro territorio. Anche alla luce dei delittuosi fatti di cronaca dell'estate scorsa, che sono stati interpretati come rappresaglie di matrice mafiosa.
La mafia cambia pelle, aggiorna le sue strategie, è sempre pronta al salto di qualità. Oggi si presenta subdolamente come un'impresa che cerca di ingerirsi nella legalità, ripulendo il denaro sporco. E questo rende ancora più difficile riconoscerla e debellarla. L'arresto di un boss, la cattura di Bernardo Provenzano, nonostante sia stata enfatizzata con termini trionfalistici, non significano aver risolto il problema dell'organizzazione criminale. I casi del passato (Luciano Liggio, Totò Riina, Raffaele Cutolo) stanno a dimostrare il contrario. La forza di mafia e camorra tende a rigenerarsi se non è contrastata da una ferrea volontà politica e da una lucida consapevolezza. Sono molti gli interrogativi che il Comitato bresciano «Peppino Impastato» intende dibattere e porre all'attenzione della cittadinanza.
Chi ha protetto Bernardo Provenzano per 43 anni? Chi ha preso il suo posto ai vertici di Cosa Nostra? Perché l'arresto è avvenuto in prossimità delle elezioni dell'aprile scorso? C'è stato un accordo tra mafia e organi dello Stato? Come intende lavorare la nuova Commissione antimafia e, più in generale, la maggioranza di governo nella lotta alla mafia, dopo che la precedente Commissione parlamentare aveva escluso il rapporto mafia-politica?
Parlando del territorio bresciano, Paolo Clemenza ha sottolineato che «non ci sono ancora e per fortuna elementi che possano avvalorare una pesante penetrazione mafiosa. Tuttavia non mancano fenomeni di racket e di pizzo sui laghi. Ci sono troppe finanziarie che nascono e spariscono nel giro di sei mesi. Al Comune abbiamo chiesto maggiore trasparenza per quanto riguarda le gare di appalto edilizio e siamo stati rassicurati. Nessun allarmismo, bisogna comunque vigilare».
Fonte: brescia oggi

martedì, gennaio 30, 2007

Disegno di legge per i dipendenti condannati

Il Consiglio dei Ministri del 22 dicembre scorso ha approvato un disegno di legge presentato dal ministro per le riforme e innovazioni nella pubblica amministrazione, Nicolais, che prevede il licenziamento immediato per i dipendenti pubblici condannati per corruzione, concussione e peculato e che abbiano patteggiato la pena con condanna a due anni. http://www.avvisopubblico.it/news/ministro-nicolais_disegno-legge-su-dipendenti-pubblici-corrotti_300107.shtml
Fonte: Avvisopubblico.it

Parla Mastella

"E' stato sconfitto il terrorismo mafioso. E non è poco! Purtroppo non è stata ancora debellata la mafia". E' quanto ha sottolineato il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, nella visita di oggi ai tribunali di Sciacca e Agrigento. "Bisogna trovare mezzi e strumenti - ha aggiunto il Guardasigilli - per evitare la legalizzazione mimetizzata della mafia. Bisogna combattere la 'borghesia' mafiosa. E occorre che nelle leggi che andremo a fare non ci si debba dividere tra spinte giustizialiste ed esigenze garantiste". Mastella ha poi ricordato che "il numero dei reati rimasti impuniti perché ad opera di ignoti ammonta a due milioni. Un dato impressionante che, messo assieme ai tempi lunghi dei processi, non dà effettività alla pena. Per cui la sanzione penale non rappresenta argine alla criminalità. Altro che indulto! Ognuno faccia la sua parte. Come ha detto Sciascia, a ciascuno il suo". Il ministro, soffermandosi sul tema della lunghezza dei processi, ha poi sottolineato la necessità di evitare che le liti minori, come quelle condominiali, finiscano sempre nelle aule di giustizia. Non solo: il Guardasigilli ha ipotizzato la possibilità di prevedere "una più ampia causa di non procedibilità per la scarsa rilevanza del fatto da estendere all'intero settore penale". E ha ribadito, infine, l'importanza dell'udienza di programma, "per definire la scansione del processo spingendo le parti a giocare a carte scoperte con tempi definiti: cinque anni per l'intero ciclo processuale".
Fonte: virgilio.it

Nuovo libro di Dalla Chiesa

Nando dalla Chiesa presentera' il suo ultimo libro, ''Le Ribelli - storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore'', lunedi' 1 febbraio alle 18 al Ridotto del teatro delle Muse di Ancona. Professore di sociologia economica all'Universita' degli Studi di Milano e sottosegretario di Stato del Ministero dell'Universita' e della Ricerca, Dalla Chiesa con il sindaco Fabio Sturani, con l'assessore alla Pari opportunita' Stefania Ragnetti, con la giornalista Rai Francesca Alfonsi, per l'occasione sara' ospite insieme a Michela Buscemi, sorella di due vittime di Cosa Nostra, coraggiosa parte civile al maxiprocesso di Palermo, che parlera' della sua esperienza. Il libro racconta infatti la storia di sei donne che si sono ribellate alla mafia. Insieme con la storia di Michela Buscemi il libro tocca anche quella di Francesca Serio, madre del sindacalista contadino Salvatore Carnevale, di Felicia Impastato, madre di Peppino, il protagonista de ''I cento passi'', di Saveria Antiochia, madre del poliziotto Roberto, ucciso con il ''suo'' commissario Ninni Cassara', di Rita Atria, sorella di Nicola, giovane boss dello spaccio, diciassettenne collaboratrice di Borsellino e disperatamente suicida dopo la strage di via D'Amelio, di Rita Borsellino, sorella dello stesso giudice.
Fonte: Adn Kronos

Arresto a Catania

CATANIA - Giuseppe Rizza, 42 anni, è stato arrestato dalla polizia di Stato di Siracusa in esecuzione di un ordine di carcerazione, emesso dalla Procura generale di Catania il 25 gennaio scorso. L' uomo è stato riconosciuto colpevole di associazione di tipo mafioso e condannato alla pena di quattro anni di reclusione. Dopo la notifica del provvedimento, Rizza è stato accompagnato nella casa circondariale di Siracusa.
30/01/2007
Fonte: La Sicilia

4,5 milioni di euro di beni sequestrati

PALERMO - Gli investigatori del Centro operativo Dia di Palermo hanno confiscato beni per un valore complessivo di due milioni di euro ad un imprenditore ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di Misilmeri. Altri due milioni e mezzo di euro sono stati sequestrati ad un altro imprenditore di Partanna Mondello. I due provvedimenti sono stati ordinati dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo.
30/01/2007
Fonte: La Sicilia

lunedì, gennaio 29, 2007

Mafia e pizzo nel termitano



Fonte: Addiopizzo.org

In diretta l'estorsione a Ferdico

Fonte: Addiopizzo.org

sabato, gennaio 27, 2007

Relazione di Rotolo

Questo gruppo ristretto di boss, che talvolta sono "reggenti" temporanei di importanti mandamenti, aveva e ha il compito di tenere contatti con Provenzano attraverso canali riservatissimi sia per continuare a gestire le attività tradizionali come estorsione e usura sia per salvaguardare la struttura e la forza di aggregazione delle "famiglie". Proprio l'industria del "pizzo" mantiene un'estesa diffusione territoriale solo in parte intaccata dalle denunce (poche, per la verità) dei commercianti e dall'opera di sensibilizzazione portata avanti dai ragazzi di "Addiopizzo". Oltre che con gli arresti la mafia è stata colpita attraverso il sequestro e la confisca di beni. Il caso più eclatante è quello del costruttore Vincenzo Piazza al quale sono stati confiscati beni per un miliardo di euro e le quote (8,35 per cento) di una banca. Nella relazione del presidente della Corte d'appello Carlo Rotolo anche un riferimento agli sbarchi di extracomunitari in Sicilia. Tra i clandestini che sbarcano sulle coste della Sicilia cresce la presenza di bambini e di minori. L'anno scorso a Lampedusa e nelle coste agrigentine sono sbarcati quasi 23 mila clandestini. E ben 1.541 erano minorenni. I minori arrivano mescolati agli altri disperati trasportati dalle "carrette del mare" e spesso non sono neppure accompagnati. Non hanno nè genitori nè parenti e di regola finiscono nel giro della prostituzione e della criminalità. Come è previsto in questi casi, i ragazzi sono stati condotti nelle comunità alloggio e affidati alle cure del comitato per i minori stranieri a cui la legge affida un compito di accudimento e di rimpatrio assistito. Ma solo in pochi casi vengono rimandati a casa. La maggior parte di loro fugge dai centri di assistenza e finisce, ha spiegato il presidente Rotolo, "nel mondo della clandestinità e del lavoro facile e immediato, quali la prostituzione e la manovalanza criminale".
27/01/2007
Fonte: La Sicilia

Prima udienza su omicidio Calcagno

Ieri prima udienza dinanzi alla Corte d'assise per l'omicidio dell'imprenditore Domenico Calcagno, assassinato il 18 maggio 2004 davanti alla sua casa di Valguarnera. Imputati con l'accusa di essere i mandanti del delitto sono il presunto capomafia di Enna, Raffaele Bevilacqua, 57 anni, Filippo La Rocca, 57 anni, imprenditore, Francesco La Rocca, 68 anni, allevatore, e l'imprenditore catanese Alfio Mirabile, 42 anni. E' la prima volta che l'avvocato Bevilacqua compare davanti ai giudici con l'accusa di avere ordinato un omicidio.
Domenico Calcagno sarebbe stato ucciso per le tangenti sul cantiere "Vigneta" lotto della Nord Sud, in costruzione in territorio di Nicosia, e secondo le accuse, l'esecuzione scaturisce dalla guerra di mafia tra la cosca di Tano Leonardo cui apparteneva, e la famiglia di "Cosa nostra" capeggiata da Bevilacqua. Secondo l'accusa, sostenuta dal pm Roberto Condorelli, i quattro esponenti mafiosi di Enna e Catania ordinarono il delitto per punire Calcagno del tentativo di entrare nel giro del racket del pizzo da loro gestito.
Calcagno aveva sorpassato l'autorità di Bevilacqua e questo per l'accusa, decretò la sua condanna a morte. L'imprenditore si sarebbe presentato nel cantiere di Nicosia dove si stava realizzando una tratta di 4 chilometri per un importo di oltre 100 miliardi di vecchie lire, chiedendo la "messa a posto". La visita venne riferita alla Famiglia Santapaola che si occupava di riscuotere le tangenti sui cantieri della Ira Costruzioni, che aveva un sub appalto sulla superstrada. Come emergerebbe dalle intercettazioni il tentativo di Calcagno sollevò le ire di Bevilacqua e della famiglia catanese.
All'udienza di ieri sull'ammissione di testi e prove, la Corte si è riservata sulle richieste di perizie e trascrizioni delle intercettazioni ed ha fissato la prossima udienza per il 31 gennaio.
Fonte: La Sicilia

La vendetta si consuma a freddo

«Se uno subisce un torto che fa? Si tiene la carricata? Chi è ´sto minchia che si tiene ´a carricata? Minchia, in un momento di nervi uno… vero non lo sa quello che fa, però lo deve fare». Il "picciotto" che voleva vendicarsi di uno "sgarro" reagendo alla carricata (l´offesa, ndr) era Angelo Conigliaro, poco più di vent´anni, finito in carcere nella retata di ieri.
Era uno sfogo che il giovane faceva di fronte al nonno, 71 anni, che porta lo stesso suo nome: finora era un insospettabile agricoltore e invece si è rivelato un vero e proprio boss. In quella conversazione, Angelo Conigliaro senior consigliava al nipote di non essere «focoso» e gli ricordava che la vendetta è un piatto che va consumato freddo. Per fargli capire meglio quello che voleva dire, nonno Angelo racconta al nipote la vendetta che aveva compiuto impunemente tanti anni fa, quando aveva strangolato un "picciotto" che gli aveva procurato dei guai.
La discussione era nata per via di una serie di furti di bestiame e di formaggio nel quale erano coinvolti amici di Angelo Conigliaro che rischiavano di essere ammazzati perché l´allevatore derubato era un "uomo di rispetto" di Torretta che avrebbe potuto farsi giustizia da solo. «Io con uno quattro anni ci cummattivu - racconta nonno Conigliaro al nipote - quattro anni, e quando annagghiò (quando fu prelevato, sequestrato e portato davanti a lui, ndr) mi piangeva. Gli ho detto: "Che ci piangi ora, ´sta minchia? Piangi ora che non c´è più rimedio?". E dopo quattro anni che mi aveva torturato la vita ´un ci fu cchiù (scomparve, ndr)».
Il nonno boss ammoniva dunque il nipote che bisogna sì vendicarsi, ma «con giudizio», anche se è si debbono aspettare anni. «Uno ci deve andare con il verso - raccomanda al nipote - altrimenti è strada che non spunta, bisogna tenere il controllo e non manifestare rabbia, soprattutto nei momenti di maggiore tensione, altrimenti si va a finire in galera a vita. E se devi fare una cosa, la devi fare e devi tentare di non pagarla. Se la devi pagare che minchia la fai a fare? Uno rabbia non ne deve avere mai, deve tenere sempre tutto sotto controllo».
Per convincere il nipote che non bisogna essere «focosi», che il vero boss non perde mai la calma, Angelo Conigliaro senior gli racconta che la sua «saggezza» gli aveva consentito in tanti anni di militare nelle file di Cosa nostra, di non essere mai sospettato di essere un capomafia e di avere soltanto piccoli precedenti penali per furti compiuti negli anni Cinquanta. «E se poi uno vuole essere ancora più prudente, per commettere un omicidio senza essere incolpato può rivolgersi ai "cristiani"» (altri mafiosi, ndr). I quali avrebbero potuto sparare in faccia al malcapitato.
Fonte: La Repubblica

La Manna racconta

Il 31 ottobre 2005 il picciotto più giovane del mandamento di San Lorenzo-Tommaso Natale uscì di casa con un pistola in tasca: la fine del suo anno di apprendistato mafioso era l´esecuzione di una condanna a morte, da eseguire entro due giorni. Così gli avevano ordinato. Angelo La Manna pensò ai suoi 34 anni e al padre in carcere per mafia. Vagò a lungo per la città. Guardò da lontano la vittima predestinata, all´improvviso la vita di quel giovane gli sembrava molto simile alla sua. Persa dentro un tunnel. E allora scappò. Disubbidendo ai suoi capi. Ma a quel punto non aveva altra scelta. La sera del 31 ottobre di due anni fa Angelo La Manna si è presentato al piantone della squadra mobile e ha chiesto di parlare con un funzionario della "Catturandi". Un´ora dopo stava già raccontando gli affari del clan Lo Piccolo e i nomi dei complici: per i magistrati è stato un riscontro eccezionale alle intercettazioni che andavano avanti ormai da due anni. Ma quelle rivelazioni svelavano molto altro. Perché La Manna conosceva i nomi degli insospettabili.
In cima alla lista, il neo-collaborante ha messo il ragioniere Girolamo La Porta: «Ha uno studio a Carini - spiegò quella sera - è persona di fiducia della famiglia. Si occupa di gestire i soldi dei mafiosi, attraverso l´apertura di conti correnti intestati a persone sconosciute presso le agenzie di Carini delle banche Carige, Banco di Sicilia, Banca Nuova e Banca di Lodi. Il ragioniere La Porta si occupa anche degli immobili e dell´attività edilizia gestita con i soldi della famiglia di Carini». L´elenco dei prestanome è lungo, in parte coperto da un fitto segreto d´indagine. La Manna era entrato da poco nel clan di Carini, ma si era subito conquistato la fiducia del reggente Enzo Pipitone e di tutti gli altri, che gli affidavano l´esecuzione di estorsioni e danneggiamenti. Ma soprattutto lo portavano in giro e gli facevano tante confidenze. «L´imprenditore Ferdico opera con i soldi di Claudio Lo Piccolo e della famiglia di Partanna Mondello», ha fatto mettere a verbale La Manna. Secondo la Procura è una conferma: nell´ordine di custodia su San Lorenzo si parla della ditta Ferdico per l´assunzione di alcune persone al nuovo maxicentro di Carini. «Anche le imprese commerciali vicine o riconducibili agli interessi degli esponenti di Cosa nostra - scrivono i magistrati - dovevano in qualche modo contribuire». Quelle assunzioni sarebbero state l´elargizione concessa da Ferdico alla "famiglia" di Carini. Anche il titolare dei Sisa, già all´attenzione del Gico della Guardia di finanza, è finito nelle intercettazioni: «Il nostro amico Sgroi», dice Enzo Pipitone.
Nel mandamento di Salvatore Lo Piccolo gli affari non si fanno solo con i prestanome. I mafiosi avvicinano gli imprenditori più facoltosi e cercano di trattare alla pari. «Noi dobbiamo risolvere problemi», si dicono e non sospettano di essere intercettati. Il pizzo non è più imposizione, ma pagamento di un servizio. «Io ho pagato cinque milioni - diceva un piccolo costruttore - però adesso sono tranquillo». A tutte le forniture pensava la "famiglia" di Carini.
Così i boss sono riusciti a convincere diversi costruttori edili, tutti intercettati: Alfonso Priano, Damiano Scalici, Carlo Cutietta e Antonino Lo Buglio, impegnati nella realizzazione di villette. Giovanni Billeci doveva mettere su 70 mini-appartamenti in contrada Piraineto. Il clan Lo Piccolo gli aveva chiesto 350 mila euro. Ma lui fu più realista dei mafiosi. Si rivolse al boss della Noce, Pierino Di Napoli, perché mediasse: «Mi fate una cortesia - disse il mafioso al collega di Carini - ci diamo una ritoccata di 5 mila euro a casa. Gliela chiudiamo con 250 mila euro». Chi era quel Giovanni Billeci che poteva pretendere uno sconto sul pizzo? I magistrati mettono anche lui fra i costruttori «vicini» a Cosa nostra.
Gli affari dei nuovi mafiosi che comandano spaziano fra vari settori. Nulla si disdegna. Nel clan che aveva investito persino nei computer il padrino si preoccupa pure di chi segue il pascolo. L´incendio che il 26 agosto 2003 devastò Monte Falco era stato appiccato dai boss: sul terreno bruciato le prime piogge portano un manto erboso particolarmente gradito alle bestiole. Gli investigatori l´hanno appreso intercettando Giuseppe Luca e un complice, mentre si preparano ad appiccare il rogo.
Fonte: La Repubblica

Cassarà e Azzarelli

Nell'ultimo scorcio di ottobre del 2005 i nomi di due gelesi sospettati di essere organici a Cosa Nostra finirono sulla bocca di tutti perchè l'allora dichiarante Salvatore Cassarà, successivamente ammesso al programma di protezione previsto per i collaboratori di giustizia, li accusò di essere gli artefici di un progetto di strage ai danni del capo dell'ufficio Gip di Caltanissetta Ottavio Sferlazza. Racconti che indussero gli inquirenti a non perder tempo. Per scongiurare un eventuale pericolo di strage, infatti, la sera del 27 ottobre di due anni fa, gli agenti del locale Commissariato di polizia di concerto con quelli della Mobile di Caltanissetta, sottoposero a fermo i due presunti ideatori di quel progetto. In manette finirono così l'autotrasportatore Paolo Palmeri ed il suo presunto complice Salvatore Azzarelli.
Ai due venne contestato il reato associativo: reato per il quale alcuni giorni dopo vennero raggiunti in carcere da provvedimento restrittivo spiccato dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta. Gli atti relativi al presunto progetto di strage ai danni del dott. Sferlazza, invece, vennero trasmessi per competenza ai magistrati della Dda di Catania che, ad oggi, non hanno dato comunicazione sull'esito delle indagini.
Per i fatti relativi all'accusa di mafia, ieri, Azzarelli e Palmeri, sono comparsi davanti al Gup di Caltanissetta Paolo Alberto Fiore per l'udienza preliminare. Sin dalle prime battute i difensori dei due imputati, gli avv. Boris Pastorello, Emanuele Limuti, Flavio Sinatra e Giovanni Lo Monaco, hanno eccepito al Gup l'incompetenza territoriale, chiedendo il trasferimento del processo a Catania. Istanza bocciata dal Gup che, nella stessa giornata di ieri, ha poi decreato il rinvio a giudizio di Palmeri così come richiesto dal sostituto procuratore della Dda Nicolò Marino. Il processo a carico di Palmeri sarà istruito il prossimo mese davanti ai giudici del Tribunale di Gela che lo processeranno per mafia.
Ha chiesto ed ottenuto, invece, di essere giudicato con il rito abbreviato Salvatore Azzarelli il cui processo si celebrerà davanti al Gup tra due mesi.
Fonte: La Sicilia

Un esercito di imprenditori di Lo Piccolo

Il tesoro di Salvatore Lo Piccolo, il padrino più potente della città, ricercato da 23 anni, era custodito da una schiera di insospettabili imprenditori, che erano prestanome e riciclatori. Eppure, un tempo pagavano anche loro il pizzo. «Ritenendo di poter lavorare meglio si sono trasformati da vittime in carnefici»: così i pm Domenico Gozzo, Gaetano Paci e Annamaria Picozzi hanno voluto introdurre le mille pagine dell´atto d´accusa. Quegli imprenditori si sono prestati a costituire società di fatto con i mafiosi, «finendo persino per commettere estorsioni ai danni dei loro colleghi», spiegano i magistrati. Le cimici della squadra mobile hanno svelato molti segreti. Poi approfonditi dalla sezione Misure di prevenzione della questura, diretta da Sara Fascina.
Il tesoro era in 26 società, che operavano soprattutto nel settore edile. Con i conti bancari e gli immobili il sequestro ammonta a 16 milioni di euro. L´imprenditore Lorenzo Altadonna era il più attivo: i mafiosi di Carini gli avevano messo in mano moltissimi soldi per la realizzazione di un complesso turistico a Villagrazia, in contrada Predicatore. Il terreno di 160 mila metri quadrati risultava già disponibile, il progetto era pronto, soldi sarebbero arrivati anche da «Roberto l´africano». Secondo le indagini si tratta di Vito Roberto Palazzolo, il manager latitante in Sudafrica. Altadonna non aveva problemi a gestire grandi e piccoli investimenti, a disposizione aveva la ditta sua e della moglie, Pierina Fiorello. Poi, ancora, l´Azzurra costruzioni, la Edil Carini e la Pcn srl. Tutte sequestrate. L´ultima idea di Altadonna era di comprare capannoni alle aste fallimentari.
Naturalmente con i soldi di Lo Piccolo. Francesco Sparacio era specializzato nei trasporti. Era il vettore di riferimento dei supermercati Sisa. Adesso anche la sua ditta verrà gestita da un amministratore giudiziario, perché i magistrati hanno il sospetto che fosse un altro investimento del clan. Il padrino più autorevole, Vincenzo Pipitone, credeva molto nel settore. Entrava e usciva dalla Tnt come fosse di casa: «Vieni da me», gli diceva Gioacchino Sapienza, anche se non era il titolare dell´azienda. Ma Sapienza era una vera autorità con le sue quattro società. Però i padrini del mandamento di Lo Piccolo continuavano a preferire la tradizione: ecco perché erano stati reclutati altri prestanome per l´edilizia. Saverio Privitera aveva messo a disposizione la Oirevas costruzioni. Giovanni Cataldo aveva messo sul piatto degli investimenti mafiosi due società. Secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe stato ricompensato a dovere.
Ma da qualche tempo, ormai, i mafiosi avevano cominciato a sentire puzza di indagini. E avevano diversificato gli investimenti per ripulire i capitali. Le indagini della polizia e le verifiche del nucleo speciale di polizia valutaria della Finanza hanno evidenziato un giro strano e vorticoso di transazioni fra società che si occupano di elettronica e informatica. Il gruppo di imprenditori che le gestivano sarebbero stati a completa disposizione della "famiglia" di Carini. Anche loro insospettabili: Giorgio Iaquinoto, con la Giellei Electro trading, che ha sedi a Castelvetrano, Ragusa e Marsala; Vincenzo Curulli, intestatario di due ditte; Michele Cardinale, con la Roma electro service. A Palermo i prestanome non sono mai mancati. Andrea Bruno, in carcere per mafia, faceva gestire la sua Salumeria Doc, in via Caduti sul lavoro, a Davide Pedalino, anche lui finito in manette per questa e un´altra intestazione fittizia (alcune quote della trattoria Quattro fari di viale Regione Siciliana 2645). Pure l´imprenditore Giuseppe Gelsomino sarebbe stato manager occulto dei mafiosi: per questo gli sono stati sequestrati il Giardino della frutta di via Aquileia e il centro Wind di viale Lazio. Le manette sono scattate per altri tre prestanome: Antonietta, Giorgio e Giuseppe Cuccia. I boss gli avrebbero affidato alcuni magazzini in viale Regione.
Fonte: La Repubblica

Il consenso dell'illegalità

«Mettersi a posto»: questa è l´espressione usata da commercianti e imprenditori che si accingono a pagare il pizzo. Più che la paura di un danno, effettivo o eventuale, minacciato esplicitamente o implicito, un peso preponderante, decisivo, ha una cultura sedimentata, ereditata dai nonni e dai padri, o rapidamente acquisita, che riconosce la signoria mafiosa come l´unico dato certo, fisiologico e normale, mentre l´autorità dello Stato è incerta, inaffidabile, in ogni caso non riconosciuta o solo formalmente accettata, quando proprio non se ne possa fare a meno. Così la fiscalità criminale viene abitualmente onorata, mentre quella statale si fa di tutto per aggirarla e non rispettarla. Ancor prima che Berlusconi chiamasse alla crociata antitasse, in nome del diritto all´evasione, a Palermo e altrove si accettava, con le buone o con le cattive, di versare il proprio contributo alle casse della mafia.
Mentre si praticava assiduamente e furbescamente l´evasione totale o parziale nei confronti di quelle istituzionali. Questo è il dato da cui bisogna partire, se si vuole affrontare seriamente il problema del pizzo e più in generale delle organizzazioni criminali di tipo mafioso: l´accettazione di un sistema che è insieme accumulazione, potere, codice culturale, consenso diffuso, prima che per paura per convenienza.
Nonostante il gran parlare di mafia e dintorni, soprattutto a ridosso delle mattanze replicate quotidianamente o periodicamente, prima di Cosa nostra, adesso delle camorre, non pare che questa idea di mafia sia convenientemente affermata. E anche i discorsi che da qualche tempo si fanno sulla "borghesia mafiosa", cioè su un sistema di rapporti che coinvolge soggetti della classe dominante, rischiano di portare acqua più che al mulino dell´analisi seria e conseguente a quello degli slogan e delle dichiarazioni davanti alle telecamere. Non si spiegano diversamente anche gli appelli all´unanimismo, recentemente rispolverati, che lasciano intendere che la mafia è solo quel migliaio di affiliati a Cosa nostra e dintorni, professionisti del crimine col kalashnikov, contro cui bisogna lottare tutti uniti, tutti insieme, continuando a coltivare colleganze con personaggi anche sotto processo o condannati. Senza dire che gli accenni alla «responsabilità politica», in mancanza di sanzioni effettive e cogenti, significano soltanto pestare acqua nel mortaio. Continua a imperversare un´ideologia ipergarantista, che ha cultori trasversali, da Forza Italia a Rifondazione.
Com´è noto, sul problema delle estorsioni negli ultimi anni qualcosa si è cercato di fare: c´è una legislazione, nata con il solito criterio del pronto soccorso e dell´emergenza, dopo l´assassinio di Libero Grassi, che bisognerebbe rivedere; sono nate, ma solo nell´Italia meridionale, associazioni, ma bisogna vedere quante di esse abbiano un ruolo reale o solo sulla carta. Negli ultimi anni a Palermo, in mancanza di un´associazione antiracket, è nato il comitato Addipizzo che ha svolto un ottimo lavoro per quanto riguarda la sensibilizzazione e la mobilitazione dei consumatori, ma tra i commercianti ha raccolto poche adesioni: un centinaio su circa 10 mila operatori, appena l´1 per cento. Le associazioni di categoria non sono andate e non vanno al di là di appelli inascoltati: anche gli iscritti sono tra i devoti del pizzo. Di fronte agli arresti di questi giorni, non servono a nulla i gridi di allarme e le manifestazioni di buone intenzioni. Occorre fondare una strategia. Tutti coloro che sono realmente interessati a porvi mano dovrebbero unire le poche forze per operare insieme.
Certo, al di là dell´impegno delle associazioni di categoria e di volenterosi, ci vorrebbe un impegno corale di istituzioni e "società civile". Ma il quadro non è certo esaltante. L´Università, tolti alcuni casi singoli, non fa ricerca, in compenso la facoltà di Lettere sponsorizza due volte l´anno, in occasione degli anniversari delle stragi di Capaci e via d´Amelio, messe cantate officiate da un personaggio che esibisce stimmate e parla con gli Ufo. Nelle scuole continuano a svolgersi iniziative in nome di una legalità astratta e formale, con esperti più o meno improvvisati. In previsione delle prossime elezioni comunali si consumano stancamente i riti delle primarie del centrosinistra, tra interviste con trombe e grancasse, seguite da precisazioni e smentite, bandierine rosse agitate più che altro per atto di presenza, giri per la città e incontri con personaggi dell´altra sponda, non si capisce con quale logica. Non pare che nessuno dei candidati abbia voglia di affrontare un tema di fondo: il ruolo dell´illegalità nell´economia, nella cultura, nella vita quotidiana della città, a cui si dovrebbe contrapporre una legalità sostanziosa e conveniente. Soprattutto per l´universo dei disoccupati, dei precari e dei superflessibili, che dovrebbero costituire l´asse portante di un blocco alternativo. Si preferisce parlar d´altro e raccogliere sogni. Niente di strano se la città esprima solo o soprattutto incubi.
Fonte: La Repubblica

Trubia parla ancora

Estorsioni si, ma... con "bon ton". Rosario Trubia, emergente storico del gruppo di Cosa Nostra degli Emmanuello fino allo scorso autunno, ammette di essere stato un estortore e di avere diretto un gruppo di "fedelissimi" che, nel suo nome, effettuavano estorsioni a tappeto ai danni degli operatori economici cittadini. Ma ai suoi "scagnozzi" avrebbe sempre raccomandato di comportarsi bene con i commercianti, di non prenderli per il collo e di lasciar perdere qualora le vittime manifestavano l'impossibilità a pagare.
Questo ha raccontato "Saro" Trubia, alias "Nino D'Angelo" al Gup del Tribunale di Caltanissetta Fabrizio Nicoletti che lo sta processando con il rito abbreviato per mafia ed estorsione con altre nove persone ritenute affiliate alle cosche criminali di Stidda e Cosa Nostra. Incriminati nel dicembre del 2005 con l'inchiesta condotta dagli agenti del locale Commissariato di polizia e da quelli della Mobile di Caltanissetta, agli imputati viene contestata l'accusa di avere imposto il "pizzo" per dieci lunghi anni alla cooperativa agricola "Agro Verde" il cui presidente Stefano Italiano ora è parte civile. E parte civile si sono costituiti il Comune, l'associazione antiracket "Gaetano Giordano" e la Fai, Federazione antiracket italiana. Trubia, che dopo anni di militanza in Cosa Nostra ad ottobre ha maturato il proposito di collaborare con la giustizia, rendendo dichiarazioni spontanee, ha ammesso di avere fatto da apripista nell'estorsione all'Agro Verde.
Un'estorsione - ha raccontato - che Trubia avrebbe avviato tramite altre persone non imputate nel procedimento. Contestualmente ha sparato a zero contro i suoi fiancheggiatori che lo avrebbero collaborato in quell'estorsione. Il gruppo di Trubia si sarebbe occupato dell'estorsione all'Agro Verde fino al '97-98, fino, cioè, all'arresto di Rosario Trubia. Successivamente - raccontato Trubia - nell'estorsione alla coop. subentrò la Stidda per il tramite di Emanuele Cosenza al quale la stessa vittima avrebbe chiesto di intercedere per evitare che esponenti malavitosi circolassero nei locali della cooperativa agricola, creando malcontento tra i soci.
Dopo Trubia, un altro imputato ha voluto rendere dichiarazioni spontanee. Lo ha fatto Giuseppe Novembrini il quale ha ammesso i fatti che gli vengono contestati dai magistrati. Imputati nel procedimento, oltre a Rosario Trubia ed a Giuseppe Novembrini, sono Emanuele e Calogero Cosenza, rispettivamente padre e figlio, Carmelo Fiorisi, Filippo Salvatore Faraci, Enrico Maganuco, Francesco Morteo, Alessandro Gambuto e Luigi Incardona. Il processo è stato aggiornato a fine mese per la requisitoria del sostituto procuratore della Dda Nicolò Marino. Con l'inchiesta "Mantide", condotta con l'ausilio di intercettazioni ambientali e telefoniche, oltre ai 10 imputati per i quali la Procura si accinge a formulare le conclusioni, vennero incriminate altre due persone per le quali, al momento del blitz, scattò una denuncia a piede libero. Ma in sede di udienza preliminare il Gup emise per entrambi sentenza di non luogo a procedere perchè già giudicati per gli stessi fatti.
Fonte: La Sicilia

Morvillo bacchetta

Una reprimenda nei confronti della politica che tollera la vicinanza con i boss, che non condanna le collusioni, che alimenta o non si oppone al sistema del diritto trasformato in favore. È l´atto d´accusa che, nel giorno in cui l´antimafia segna un punto a favore calando la rete sul clan Lo Piccolo, riporta sul banco degli imputati le istituzioni siciliane. A pronunciarlo è il procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, il magistrato che ha coordinato l´inchiesta Occidente, fratello della moglie di Giovanni Falcone.
«Come possiamo chiedere ai commercianti di denunciare gli esattori del pizzo - dice Morvillo - se in questa città vi sono continui messaggi, segnali e collusioni da parte di esponenti delle istituzioni, che proseguono o tollerano la vicinanza con i mafiosi?». Va giù duro, il procuratore aggiunto, sottolineando due volte quella «vicinanza con i mafiosi tollerata dalla politica, che non ha mai preso le distanze. Non mi risultano da parte dei politici denunce o condanne di atteggiamenti poco chiari tenuti da loro colleghi». Morvillo pone l´accento sull´esigenza di una moralità delle istituzioni «che dovrebbero essere da esempio per i cittadini, commercianti o imprenditori». Morvillo continua nel suo sfogo, additando la «triste» Palermo: «Dalle intercettazioni emerge che tutto si basa sui favori in questa città. Ciò che spetta per diritto viene fatto come un favore».
Un grido d´allarme, ma pieno di sconforto. «Difficilmente il problema si può risolvere partendo dal taglieggiato, cioè dall´ultimo anello della catena». Morvillo finisce così per andare oltre gli accorati richiami del procuratore Messineo e del questore Caruso, che - quando parla Morvillo - hanno appena terminato di invitare i commercianti a denunciare chi chiede il pizzo. Eppure quello di ieri è stato il giorno degli appelli alla ribellione contro il racket. Ha deciso di far sentire la sua voce anche il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello: «Lo Stato dimostra che vuole fare la sua parte. Non possiamo sottrarci al dovere di fare anche noi la nostra. Chi paga il pizzo è complice: ribelliamoci!». Lo Bello ottiene la disponibilità del segretario regionale della Cisl, Paolo Mezzio, che pensa ad «azioni comuni» delle associazioni imprenditoriali e dei sindacati, per combattere le estorsioni.
E l´invito a «rompere il mutismo, a ribellarsi al racket» arriva anche dal presidente della commissione antimafia, Francesco Forgione. Ma lo spaccato è quello di «una mafia che detiene ancora, e in maniera forte, il controllo del territorio», per usare le parole di Rita Borsellino. Il rischio è che non bastino i semplici appelli alla ribellione, davanti alla zona grigia che comprende pezzi delle istituzioni, imprenditoria e mafia, al centro di inchieste giudiziarie come quella che coinvolge il presidente della Regione. E il problema della politica connivente, o solo tollerante, resta centrale. Specie dopo le affermazioni di Morvillo. Ma i rappresentanti delle istituzioni, nei loro comunicati ufficiali, decidono di non rispondere direttamente al procuratore aggiunto. Il governatore Salvatore Cuffaro esprime il suo plauso «alla polizia di Palermo» e dice che nella lotta alla mafia «la tensione non è mai calata e mai dovrà calare». Di «colpo decisivo alla criminalità organizzata che continua ad avvelenare l´economia della nostra città» parla invece Diego Cammarata. In prima linea, fa rimarcare il presidente della Provincia Francesco Musotto, «ci sono non solo magistrati e forze dell´ordine ma anche i rappresentanti delle istituzioni e tanti cittadini comuni».
Nessuno, fra i governanti siciliani, si sofferma sulla necessità espressa da Italo Tripi (Cgil) di eliminare la «contraddizione che esiste fra l´impegno di magistrati e polizia e l´inquinamento della politica». In questa direzione dice qualcosa in più solo Carlo Vizzini, senatore di Forza Italia: «Ringraziamo la Dia e la questura. Ma al di là delle forme il vero ringraziamento, da parte della politica, non può che essere quello di fissare regole severe e trasparenti di comportamento dei partiti per le prossime amministrative». Sullo sfondo, resta quello scenario «triste» descritto da Morvillo, e tracciato con le stesse tinte da Tano Grasso, presidente onorario della federazione delle associazioni antiracket: «L´operazione della scorsa notte conferma che gli imprenditori che hanno scelto di non piegarsi al ricatto degli estorsori e di non convivere con la mafia sono una minoranza».
Fonte: La Repubblica

venerdì, gennaio 26, 2007

Crocetta denuncia

GELA (CALTANISSETTA) - Le imprese che a Gela gestiscono il servizio di raccolta e di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, verserebbero alla mafia 18 mila euro al mese: 9 mila alla cosiddetta Stidda e altrettanto a Cosa nostra. La denuncia giunge dal sindaco, Rosario Crocetta. Il primo cittadino si è rivolto alla polizia e alla magistratura per perseguire i responsabili di un'estorsione che frutterebbe alla mafia quasi 250 mila euro all'anno e che, sempre secondo Crocetta, andrebbe avanti da dieci anni. Sono sette le aziende, riunite in Ati (Associazione temporanea d'imprese) che a Gela gestiscono il servizio di nettezza urbana. "Il pagamento del pizzo, che dura da dieci anni - dice Crocetta - è un fatto gravissimo che danneggia l'economia della città e determina una pessima qualità del servizio di raccolta".
Crocetta, che per giorni si è trasformato in "investigatore", in una nota assicura di avere "assolutamente certezza e prove" dell'illecito. "Invito le imprese del settore rifiuti - scrive il sindaco - a chiarire con gli organi competenti le situazione, poiché gli enti pubblici non possono accettare che i soldi dei cittadini onesti finiscano nelle tasche dei mafiosi per alimentare il degrado e magari finanziare la latitanza di qualche boss".
26/01/2007
Fonte: La Sicilia

Inaugurazione anno giudiziario

ROMA - Cosa nostra "gode purtroppo di una vasta rete di fiancheggiatori nell'ambito di una certa 'borghesia mafiosa', fatta di tecnici, di professionisti, di imprenditori, di esponenti politici e della burocrazia", come emerge "dall'ordinanza di arresto per mafia disposta dal gip di Palermo nei confronti di un deputato dell'Assemblea regionale siciliana". Lo ha sottolineato il presidente Gaetano Nicastro nella relazione per la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario in Cassazione dopo aver ricordato il "basso profilo" tenuto adesso dai clan (dopo l'arresto del boss Bernardo Provenzano) in una fase che si può definire di "transizione" e i cui esiti sono "imprevedibili". "La strategia dell'inabissamento - ha aggiunto Nicastro - è stata adottata adesso anche dalla Sacra Corona in Puglia con una diminuzione degli scontri armati". Per quanto riguarda la ndrangheta si rileva l'ampia infiltrazione negli apparati pubblici e nelle amministrazioni locali, e l'ingresso nella "lucrosa attività del traffico di essere umani destinati al lavoro nero e della prostituzione". Sulla camorra Nicastro rende noto che sono 100, solo a Napoli, i gruppi che "si spartiscono il controllo del territorio".
26/01/2007
Fonte: La Sicilia

Parla Messineo


Fonte: Addiopizzo.org

Operazione "occidente", 48 arresti

PALERMO - Gli agenti della polizia hanno arrestato decine di persone accusate di essere capimafia e gregari delle famiglie appartenenti al mandamento mafioso di San Lorenzo. L'operazione denominata "Occidente", vede impegnati oltre duecento agenti. I provvedimenti cautelari sono stati firmati dal gip su richiesta dei pm Domenico Gozzo e Gaetano Paci. Le indagini della polizia hanno consentito di individuare i capi delle famiglie mafiose e gli affiliati alle cosche che fanno parte del mandamento del boss ricercato Salvatore Lo Piccolo, di cui proteggono anche la latitanza. Attraverso intercettazioni ambientali, effettuate in un capannone in cui venivano svolte le riunioni segrete fra boss, gli agenti hanno seguito l'evoluzione e gli assestamenti delle famiglie mafiose. In questo modo è stato possibile fare luce su estorsioni a commercianti di una vasta zona di Palermo e scoprire importanti elementi sui rapporti d'affari dei mafiosi con imprenditori che sono risultati dalle indagini compiacenti o in alcuni casi, complici.
Nell'inchiesta vi sono centinaia di ore di conversazioni fra boss captate dalle microspie che arricchiscono questa indagine e offrono riscontri a quanto accertato dalla polizia. Emerge, dunque, come il mandamento guidato dal latitante Lo Piccolo ha svariati interessi nel settore dei lavori edili e delle imprese commerciali. Ma anche le collusioni e i boss che erano fino adesso "riservati". Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamenti, riciclaggio e interposizione fittizia di beni.
La procura ha chiesto ed ottenuto dal gip, oltre agli arresti, anche il sequestro di beni per un valore complessivo di 16 milioni di euro. Per gli inquirenti rappresenterebbero una parte del tesoro del boss latitante Salvatore Lo Piccolo, ricercato da oltre vent'anni e adesso al vertice di Cosa nostra. I provvedimenti cautelari dell' Operazione Occidente firmati dal gip, Maria Pino, sono 48 e riguardano i presunti capi e affiliati alle famiglie mafiose di San Lorenzo, Partanna, Mondello e Carini.
25/01/2007
Fonte: La Sicilia

Summit gastronomico

PALERMO - Per suggellare la pace tra le fazioni di Cosa nostra entrate in contrasto per la gestione delle attività criminali il boss latitante Salvatore Lo Piccolo, intervenuto personalmente a sanare i contrasti, organizzò un affollatissimo pranzo in un ristorante di Torretta, nel Palermitano. Il particolare è emerso dall'inchiesta antimafia Occidente che oggi ha portato in carcere 48 tra boss e gregari di Cosa nostra.
Il titolare lo aprì per l'occasione nonostante il giorno di chiusura. Attorno al tavolo si riunirono uomini d'onore delle famiglie di Carini, Torretta, Passo di Rigano e Montelepre. Il summit gastronomico dei boss venne fotografato dagli investigatori appostati lì vicino. Le frizioni nate in particolare tra le due fazioni della 'famiglia' di Carini sono state 'captate' dalle intercettazioni degli investigatori che hanno temuto anche potesse scoppiare una guerra di mafia.
I capi delle famiglie si sarebbero riuniti in due occasioni nel 2003: al ristorante "La locanda di San Giorgio", nei pressi della stazione ferroviaria di Carini, e poi al "Vecchio mulino" a Torretta. I boss - avrebbero partecipato tra 30 e 50 persone - secondo gli inquirenti, arrivarono accompagnati dal proprio autista che attendeva fuori dai locali.
La polizia ha accertato che a suscitare i contrasti nella famiglia mafiosa di Carini tra il boss Angelo Gallina e i Pipitone, sarebbe stato il disaccordo per il mancato acquisto di bestiame da parte di uno dei Gallina. Ai summit, però, i capimafia parlarono anche di affari, in particolare delle tangenti da imporre alle imprese che stavano realizzando decine di villette a Carini e di strategie mafiose.
25/01/2007
Fonte: La Sicilia

Santapaola ancora incapace

CATANIA - Un altro procedimento penale a carico di Antonino Santapaola, fratello del boss ergastolano Benedetto, è stato sospeso perchè l' imputato non è ritenuto in grado di intendere e volere. È il processo Orione, in cui Nino Santapaola è accusato di duplice omicidio. La decisione è della seconda sezione bis della Corte di Assise di Catania, presieduta da Antonino Maiorana, con giudice a latere Luigi Barone che, su conforme parere del pm Agata Santonocito, ha accolto l' istanza del difensore dell' imputato, l' avvocato Giuseppe Lipera, che è stato riconfermato curatore speciale di Nino Santapaola. Intanto la prima sezione penale della Corte di Appello di Catania, presieduta da Giuseppe Foti, davanti la quale si celebra il processo Cassiopea, ha conferito l'incarico di perito al criminologo e docente dell' università La Sapienza di Roma, Francesco Bruno, di accertare lo stato di salute mentale di Nino Santapaola.
25/01/2007
Fonte: La Sicilia

martedì, gennaio 23, 2007

Qualche chiarimento in più

Sono centinaia le estorsioni e i tentativi di imporre il 'pizzo' ricostruiti dagli investigatori della sezione "criminalta' organizzata" della Squadra Mobile di Palermo, diretta da Piero Angeloni, nell'ambito dell'inchiesta che la notte scorsa ha portato all'arresto di 17 esponenti del clan mafioso della Noce. Le vittime non hanno collaborato, e l'indagine ha potuto accertare i taglieggiamenti solo mediante intercettazioni ambientali e telefoniche. Tra le vittime, grosse attivita' commerciali, molto note in citta'. Nella conferenza stampa tenuta in Procura, investigatori e inquirenti hanno citato tra l'altro il rar "Recupero" di via Malaspina, il negozio di elettrodomestici e componenti elettronici "Pavan" nello stesso quartiere, il bar-rosticceria "New Paradise", la catena di articoli sportivi "La Rosa", una concessionaria automobilistica "Smart" di via Giacomo Cusmano. Al titolare del bar "Recupero" era stato chiesto di pagare complessivamente seimila euro in due tranche, a Pasqua e a Natale. I mafiosi si mostravano comprensivi nel caso in cui un commercianti lamentasse di non avere la disponibilita' economica sufficiente per versare il 'pizzo' richiesto. In tali casi, i boss accettavano anche pagamenti "in natura". Ad esempio, un bar-ristorante avrebbe organizzato completamente gratis cerimonie nunziali o battesimi per familiari di mafiosi. Durante una conversazione captata dalla squadra mobile, il presunto nuovo boss della Noce, Pietro Di Napoli, segnalava ai suoi collaboratori che era sorto un problema con altre famiglie mafiose nel cui territorio ricadevano alcuni degli esercizi commerciali cui veniva imposto il 'pizzo'. I clan avevano trovato una soluzione. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, il metodo era questo: l'estorsione veniva gestita dal clan che aveva chiesto per primo la tangente, anche se l'esercizio commerciale non ricadeva nell'ambito geografico del suo mandamento. Una parte del denaro proveniente dall'estorsione, pero', finiva nelle casse della cosca "territorialmente competente".
Fonte: Agi online

Omaggio a Padre Puglisi

E' stato toccante l'Omaggio a Padre Puglisi "Nel nome di Dio", il Dramma in tre atti di Carmine Pagano che un pubblico attento ha potuto vedere nel cineteatro don Bosco di Bova Marina domenica sera. In una zona di Palermo un sacerdote lotta per il ripristino dei valori morali mettendosi in contrapposizione con la mafia: è la storia di padre Giuseppe Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio ucciso il 15 settembre 1993. Mentre si snoda la triste vicenda di un giovane entrato nel giro dello spaccio di droga, viene abilmente tracciato uno spaccato del quartiere alle prese con la piccola delinquenza e gli interessi della mafia che trova, in questo habitat, manovalanza da assoldare a basso costo e futuri "uomini d'onore". L'importanza delle istituzioni, della funzione educatrice della scuola e delle infrastrutture culturali rappresenta il punto nodale del costante impegno umano, sociale e religioso del parroco siciliano. Vi è stata l'occasione di incontro e di riflessione molto importante con la presenza di suor Carolina, originaria della Campania, che ha lavorato per anni a fianco di Padre Puglisi. A suor Carolina che ora continua la sua opera a Bosco di Bovalino abbiamo faftto alcune domande. Cosa ha segnato la vita di don Pino Pugliesi a Brancaccio? «La vita e la morte di don Puglisi segnano la rinascita di un angolo di Sicilia impregnato di mafia e povertà: un sacerdote che ha scelto di non starsene seduto a guardare. Giustizia e solidarietà: due parole chiave». Come era Brancaccio? «Brancaccio: una parrocchia di periferia, in un quartiere degradato con "edilizia famelica". Don Pino conosce quelle zone e conosce anche il peso della mafia nella vita pubblica. E della mafia conosce i gesti, i riti, gli uomini. E pensa, con tutto il cuore, che la mafia è il peccato. Gente che guarda e vede ma non parla perché nel cuore c'è paura: Dietro persiane chiuse Brancaccio osserva. Don Puglisi non ci sta! Il sacerdote chiama delle religiose per collaborare in progetti di solidarietà a favore dei poveri, di gente che vive coni topi e non ha da mangiare. Una povertà difficile da ammettere per chi ne è circondato o se la ritrova addosso: prevale un silenzioso (presunto?) senso di dignità che nasconde la volontà di risalire la china andando contro il pensiero comune che attanaglia la società siciliana del quartiere. Don Puglisi ha le idee chiare: "La prima cosa da fare è rimboccarsi le maniche, il discorso pedagogico con il giovane e l'adulto è molto difficile" afferma il sacerdote a un incontro organizzato dalla Fuci a Brancaccio il 18 febbraio 1993 "dobbiamo agire per aiutarli ad avere un senso della propria dignità, della propria vita. Le parole vanno convalidate dai fatti". Il suo discorso in quell'occasione diventa il suo manifesto: forse, qualche spiraglio di luce inizia ad aprirsi». Il vostro era un vero servizio per la società? Cosa ricorda degli ultimi momenti di don Pino? «Si, in pratica noi rendevamo un servizio alla società senza nulla chiedere in cambio in un quartiere dimenticato dalle istituzioni; aprimmo la porta della stanza dove vi era il corpo di padre Puglisi disteso in una lettiga e coperto sino a tutto il petto. Aveva la testa leggermente reclinata verso il lato destro ed era evidente il colpo di pistola alla nuca sotto l'orecchio sinistro. Questa ultima immagine non la potrò mai scordare e tante volte il mio pensiero si è fermato in quell'attimo in cui i killer si avvicinano a lui per ucciderlo. Ci eravamo detti alcuni giorni prima che sapevamo di correre dei pericoli, ma eravamo disposti ad accettare anche il rischio di morire per una giusta causa come la nostra. Ogni volta che penso a quel colpo di pistola che lo fa stramazzare a terra la mia dimensione umana si ribella, un sussulto prende il mio corpo, la rabbia diventa padrona di me perché non riesco ad accettare l'idea che una persona dedita all'amore per il prossimo possa fare una simile fine».
Fonte: quotidiano di Calabria

Ricordando Peppino

Cinisi, «Casa Memoria». In silenzio, attoniti, con gli occhi sgranati, i ragazzi ascoltano Caterina Pellingra e Giovanni Impastato, che con veemenza e passione raccontano la storia di Peppino Impastato, colui che, sfidando omertà e paura, ha denunciato i mafiosi del suo paese. I ragazzi ascoltano dal vivo gli avvenimenti che portarono, il 9 maggio del 1978, all'assassinio del giovane Peppino. E chiedono ulteriori spiegazioni, si commuovono, toccano con mano quelli che sono i risultati dell'impegno contro la mafia. Emma Montalto, Elvira Bonanno e Pina Mazza, docenti del liceo scientifico «Ettore Majorana» di San Giovanni la Punta, raccontano una giornata trascorsa a Cinisi con gli studenti delle classi V B, V C e IV C. Una giornata per sentire la voce della Sicilia che lotta, attraverso le parole forti di Giovanni Impastato, fratello di Peppino (martire illustre dell'antimafia, assassinato dai sicari di Tano Badalamenti), la cui storia è tornata nelle cronache nazionali grazie al film «I cento passi» di Marco Tullio Giordana. Giovanni Impastato parte da lontano: traccia il quadro di un sistema globale ingiusto e squilibrato, terreno fertile per la morale e l'economia mafiosa e, come suo fratello Peppino trent'anni fa, punta il dito verso l'alto, testimoniando le strette collusioni tra mafia, politica e mondo imprenditoriale, il radicamento della cultura mafiosa nella morale comune, l'inconsistenza di un reale progetto di smantellamento dell'organizzazione malavitosa come quello teorizzato da Giovanni Falcone. Con Giovanni Impastato c'è pure Caterina Pellingra, giovane rappresentante della «Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato», luogo dove la madre dei due Impastato ha proseguito la lotta culturale e morale del figlio, non sottraendosi mai al ruolo di testimone attiva di una vita votata alla giustizia. La casa accoglie i visitatori provenienti da ogni parte d'Italia. «Ed è con orgoglio - confessa Emma Montalto - ma anche con profonda tristezza che veniamo a sapere che la nostra è la prima scuola siciliana a varcarne la soglia». La giornata continua con la visita dei terreni confiscati alle cosche mafiose dove, ad opera delle cooperative di «Libera terra», vengono coltivati vari prodotti per mano di tutti quei giovani che scelgono di impegnarsi contro l'illegalità e la sopraffazione. Il viaggio si conclude con una breve sosta a Portella delle Ginestre e nella cooperativa «Placido Rizzotto», il sindacalista comunista scomparso misteriosamente a Corleone nella notte del 10 marzo del 1948, a soli 34 anni. Ma questa è un'altra storia…
Fonte: La Sicilia

Serie tv su Dalla Chiesa

ROMA — Primo ciak ieri a Roma per la miniserie tv sul generale Dalla Chiesa. Giorgio Capitani è il regista della biografia tv del militare assassinato 25 anni fa dalla mafia a Palermo e che Canale 5 trasmetterà con ogni probabilità proprio all’inizio della prossima stagione, nei giorni dell’anniversario il 3 settembre. Giancarlo Giannini interpreta Carlo Alberto Dalla Chiesa nelle due puntate scritte da Fabrizio Bettelli ed Elia Contini con l’autorizzazione della famiglia Dalla Chiesa. Stefania Sandrelli interpreta la prima moglie Dora mentre Emanuela Setti Carraro sarà Francesca Cavallin. Il figlio Nando sarà Marco Vivio, sua moglie Benedetta Valanzano, gli altri figli Rita sarà Milena Mancini e Simona, Chiara Mastalli. Le riprese sono previste tra Roma, Viterbo, Torino e Palermo. La prima puntata è incentrata sulla lotta svolta dal Generale dalla Chiesa contro il terrorismo ed inizia nel 1974 con il trasferimento del Generale a Torino in occasione del rapimento del giudice Sossi a Genova e l’escalation delle Brigate Rosse fino al rapimento Moro. L’altra è invece è dedicata alla lotta alla mafia nel periodo caldo delle stragi dei primi anni ’80 a Palermo, quando Pio La Torre lo chiama per diventare prefetto della città in cui trovò la morte dopo appena 100 giorni di mandato. La miniserie è prodotta da Mediavivere, la joint venture di Endemol Italia e Mediaset. «La famiglia Dalla Chiesa — ha detto Massimo Del Frate, responsabile fiction Endemol Italia — è stata la prima a darci le informazioni. Ci stiamo lavorando da due anni».
Fonte: la provincia di Cremona

L'amarezza di Modica

Inaugurato a Manzano il dipinto raffigurante San Vincenzo, cui è dedicata la chiesetta della frazione. Dopo una vita a combattere la mafia, ora il pittore siciliano vive sulle colline langhiranesi. «Se non fossi diventato pittore sarei diventato un assassino». Lo dice chiaramente Emanuele Modica: a quarantasei anni di distanza da quel giorno maledetto in cui la mafia gli uccise il padre Vincenzo, agricoltore nel­le campagne del Palermitano, quella ferita per lui è ancora aperta. Quell'episodio dramma­tico ha condizionato tutta la sua vita, facendogli scegliere la stra­da dell'arte - anziché quella della vendetta - come strumento di lotta contro Cosa nostra, facen­do sì che iniziasse a girare in lun­go e in largo prima la Sicilia e poi l'Italia intera con la sua grande tenda, sotto la quale esponeva le proprie opere, accoglieva la gen­te e lanciava messaggi contro la mafia.
Fonte: la gazzetta di Parma

Affiora anche il nome di Schillaci....

Dalle indagini affiora anche il coinvolgimento dell'ex campione di calcio Totò Schillaci: l'idolo di Italia '90 si sarebbe rivolto a uno dei boss arrestati per evitare furti nella sua scuola di calcio a Palermo. Per questa vicenda Schillaci non è indagato, ma da quanto si apprende il calciatore potrebbe essere sentito nei prossimi giorni come teste dai magistrati della procura. E' una intercettazione a fare emergere che Schillaci chiama Eugenio Rizzuto e gli riferisce che poco prima, al centro sportivo "Louis Ribolla", che si trova in viale Leonardo da Vinci, un ragazzo del quartiere di Passo di Rigano, aveva derubato alcuni giovani calciatori, portandogli via soldi e orologi custoditi negli spogliatoi. Rizzuto, dopo aver riferito a Schillaci di non conoscere l'abitazione del giovane indicato dal calciatore, gli fornisce il numero di telefono di suo fratello, Aurelio, aggiungendo che nel caso in cui anche il fratello non conoscesse il giovane autore del furto, l'indomani mattina se ne sarebbe occupato lui.
In questa inchiesta, gli investigatori hanno ricostruito ogni singola estorsione, grazie alle intercettazioni ambientali, nella quali emerge che tutti pagano senza esitazione. Qualche commerciante o imprenditore chiede anche lo sconto e per ottenerlo si rivolge ad alcuni capimafia di altre zone della città. E sempre ai boss della zona si rivolgono alcuni titolari di attività per "denunciare" furti nei propri locali e per cercare di recuperare la merce. Nessuno però si rivolge alle forze dell'ordine per segnalare le estorsioni subite. Il mandamento mafioso della Noce è storicamente uno tra i più potenti presenti sul territorio di Palermo, e in passato è stato diretto da uomini di elevatissimo spessore criminale. Ma al suo interno, come del resto in gran parte di Cosa nostra, le affiliazioni sono cambiate, per via dei numerosi e continui arresti disposti dalla magistratura, e quindi adesso ai vertici delle famiglie si trovano persone che in passato erano solo dei fiancheggiatori dei boss. Questi i nomi degli arrestati, oltre al boss Pierino Di Napoli, ritenuto il capomandamento della Noce: Francesco Picone, 67 anni; Giuseppe Musso, di 67 anni; Salvatore Gottuso, di 61; Francesco Scaglione, di 61; Vincenzo Bruno, di 59; Eugenio Rizzuto, di 55; Luigi Caravello, di 54; Salvatore Alfano, di 51; Antonino Vernengo, di 49; Guglielmo Ficarra, di 48; Pietro Di Mario, di 46; Umberto Maltese, di 46; Sergio Matina, di 45; Giovanni Vitrano, di 37; Felisiano Tognetti, di 36; Fabio Chiovaro, di 34.
23/01/2007
Fonte: La Sicilia

Orlando chiarisce

"Non ho mai detto ne' tantomeno pensato che il processo intentato dalla Procura di Palermo contro Giulio Andreotti sia stato sbagliato. I processi non sono ne' giusti ne' sbagliati: sono i Magistrati a valutarne l'opportunita' e a svolgerli secondo le norme dell'ordinamento giudiziario. Ho detto, gia' tante volte in passato, che e' sbagliato ricondurre il giudizio etico e politico su Giulio Andreotti al risultato del processo, perche' rivendico il diritto e il dovere della politica di esprimere giudizi politici che siano indipendenti, e quindi a volte anche antitetici ai risultati giudiziari. La mia opinione su Giulio Andreotti e sulla parte politica che lo ha rappresentato in Sicilia e' stata e sempre sara' fortemente negativa per il ruolo storico che hanno svolto nella mia regione e in Italia." Con queste parole Leoluca Orlando, portavoce di Italia dei Valori, chiarisce il significato dell'intervista rilasciata al Corriere della Sera che, afferma "e' stata sintetizzata in un titolo del tutto fuorviante".
Fonte: La repubblica

Giacoppo arrestato

I commercianti e gli imprenditori della zona Sud di Messina hanno cominciato "a ribellarsi al racket delle estorsioni" E' quanto hanno constatato ultimamente i Carabinieri della città dello Stretto che hanno registrato "un incremento delle denunce". Una ribellione che ha portato all'arresto di un affiliato ad una delle cosche che operano nella zona Sud della città. Francesco Giacoppo, 47 anni, di San Filippo, considerato esponente di spicco di una delle cosche che operano nell'area Sud della città, già sottoposto al regime dei domiciliari ed in passato arrestato per per associazione a delinquere di stampo mafioso e danneggiamento, è stato identificato dai Militari dell'Arma come il mandante di messaggi estortivi a danno di un imprenditore impegnato nella realizzazione di alloggi Iacp, e arrestato. "Se vuoi lavorare devi pagare", avrebbe scritto Giacoppo nei bigliettini che faceva pervenire all'imprenditore. Non ricevendo alcuna risposta l'uomo, nell'ultimo biglietto, ha inserito un proiettile, per poi presentarsi personalmente nel suo ufficio e minacciare di morte l'imprenditore se non avesse pagato il pizzo. La denuncia sporta dall'imprenditore ha però portato all'arresto dell'uomo. I militari dell'Arma hanno registrato le denunce di altri sei, tra commercianti e imprenditori, che avrebbero ricevuto lo stesso tipo di messaggio. Resta, però, da verificare se gli altri messaggi abbiano la stessa matrice.
Fonte: virgilio.it

Capomandamento Della Noce

PALERMO - Il nuovo capomandamento della Noce, secondo quanto emerge dall'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, è Pierino Di Napoli, 67 anni, al quale stamani è stato notificato dai poliziotti uno dei 18 ordini di custodia cautelare in carcere firmati dal gip Maria Pino. La figura del nuovo boss emerge dalle intercettazioni ambientali. Di Napoli avrebbe iniziato a reggere il mandamento dal momento della sua scarcerazione, avvenuta il 3 luglio 2003, dopo aver scontato una condanna per associazione mafiosa. Le indagini hanno dimostrato che Di Napoli in molte circostanze è stato arbitro di dissidi e contrasti che sono avvenuti nel mandamento della Noce fra affiliati; avrebbe anche curato le alleanze con le altre famiglie e partecipato alle riunioni con esponenti o capi di Cosa nostra. In particolare avrebbe più volte incontrato Francesco Pastoia, il boss di Belmonte che si è suicidato in carcere nel gennaio 2005, e ritenuto uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano. Fra le persone arrestate figurano anche alcuni presunti mafiosi che erano già stati condannati per la rapina miliardaria alle poste centrali di Palermo avvenuta il 21 ottobre 1995, ed erano stati scarcerati per fine pena.
23/01/2007
Fonte: La Sicilia

Sgominata la cosca Della Noce

PALERMO - I titolari di concessionarie di automobili, di bar, di supermercati e di grandi magazzini erano costretti a pagare il pizzo ai boss nella zona del mandamento mafioso della Noce, che comprende una vasta area che parte vicino al centro di Palermo fino a raggiunge la periferia. Tutto ciò emerge dall'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che stamani ha portato all'esecuzione di 18 ordini di custodia cautelare in carcere. I provvedimenti del gip sono stati eseguiti dalla polizia di Stato. Dall'inchiesta emerge che i commercianti, minacciati e pressati dai mafiosi, avrebbero versato alle casse della cosca grosse somme di denaro per evitare di subire danni alle attività.
Gli ordini di custodia cautelare sono stati richiesti dal procuratore aggiunto di Palermo, Giuseppe Pignatone e dai sostituti, Maurizio de Lucia, Roberta Buzzolani e Gaetano Paci che hanno coordinato l'inchiesta. Gli investigatori hanno tracciato la nuova mappa del mandamento mafioso della Noce, al quale era tanto "affezionato" Totò Riina, perchè in questa famiglia aveva gran parte dei suoi fedelissimi, come Raffaele Ganci. Oltre alle estorsioni, i mafiosi della zona avrebbero curato anche un traffico di sostanze stupefacenti e la gestione delle macchine per i video giochi distribuite in numerosi locali della città. Fra gli arresti figura anche il nuovo capomandamento della zona. Le estorsioni a commercianti e imprenditori frutterebbero a Cosa nostra grosse somme di denaro, e a pagare il pizzo sarebbero quasi tutte le grosse attività che ricadono nel mandamento mafioso della Noce. In questa inchiesta, gli investigatori hanno ricostruito ogni singola estorsione, grazie alle intercettazioni ambientali, nella quali emerge che tutti pagano senza esitazione. Qualche commerciante o imprenditore chiede anche lo sconto e per ottenerlo si rivolge ad alcuni capimafia di altre zone della città. E sempre ai boss della zona si rivolgono alcuni titolari di attività per "denunciare" furti nei propri locali e per cercare di recuperare la merce. Nessuno però si rivolge alle forze dell'ordine per segnalare le estorsioni subite.Il mandamento mafioso della Noce è storicamente uno tra i più potenti presenti sul territorio di Palermo, e in passato è stato diretto da uomini di elevatissimo spessore criminale. Ma al suo interno, come del resto in gran parte di Cosa nostra, le affiliazioni sono cambiate, per via dei numerosi e continui arresti disposti dalla magistratura, e quindi adesso ai vertici delle famiglie si trovano persone che in passato erano solo dei fiancheggiatori dei boss.
23/01/2007
Fonte: La Sicilia

domenica, gennaio 21, 2007

Miceli racconta

Dopo quindici anni un commerciante gelese che, per avere denunciato i suoi estortori ha dovuto lasciare la città, cambiare nome e vivere in una località segreta, ha raccontato la sua storia a un uditorio composto dagli studenti del Liceo classico "Eschilo". Nino Miceli, titolare della concessionaria di auto Lancia, nel suo primo contatto con la città che fu costretto precipitosamente ad abbandonare, è stato come un fiume in piena. Per quindici minuti e con grande passione, al telefono da una località segreta, ha raccontato ai giovani liceali la storia vera di un uomo che si è ribellato al pizzo «non perché aveva voglia di sentirsi un eroe, ma per difendere il diritto alla libera impresa e la dignità umana». La stessa storia che ha messo per iscritto in un libro uscito in questi giorni nelle edicole dal pirandelliano titolo Io, il fu Nino Miceli. Il libro è stato presentato ieri al Liceo da Renzo Caponetti, presidente dell'associazione antiracket di Gela ed amico di Nino Miceli. I due vivevano nello stesso palazzo e Caponetti restò amico di Miceli quando si sparse la voce nel 1990 che aveva denunciato gli estortori e perse gli amici e pian piano anche i clienti. Era il 1990. «Erano tempi bui a Gela - ha raccontato Nino Miceli agli studenti - c'era la guerra di mafia, cento morti ammazzati a Gela. Il clima era pesante. Non si usciva la sera. C'era paura. Nessuno denunciava e si subiva. Io decisi di non essere vittima di quella gentaglia che ti toglieva la dignità di uomo ed il diritto alla libera impresa. Il mio fu un gesto isolato e per questo tragico». Nino Miceli non ebbe la città al suo fianco, non i commercianti impauriti dall'omicidio nel 1992 di uno di loro, il profumiere Gaetano Giordano che si era ribellato al racket. «Mi aiutò un giovane tenente dei carabinieri Mario Mettifogo che oggi è colonnello ed anche il colonnello Umberto Pinotti. Ci vedevamo di nascosto dentro un'auto. Approntarono per me una protezione con un gruppo di carabinieri. Ancora oggi li chiamo, sono i miei amici». Dalla sua testimonianza scaturì il processo Bronx 2 che si concluse nel 1996 con la condanna di oltre 20 persone. Miceli andò in aula a testimoniare. Ma era solo. Con lui c'era Tano Grasso. Dopo quei giorni a Gela morì la speranza di una ribellione al racket e fallì il tentativo di tenere in vita un'associazione antiracket che si era timidamente tentato di creare. Miceli cambiò identità e vita, ma le leggi sui testimoni di giustizia non erano quelle di oggi. Erano considerati alla stregua dei pentiti. Quello di Miceli divenne un caso nazionale e contribuì nel 1999 alla nuova legge contro il racket. «Ma oggi non è così e se racconto la mia storia ai giovani è per testimoniare che denunciare è conveniente».
Fonte: La Sicilia

La giustizia inglese non è come quella italiana....

Nega gli addebiti, ma resta un carcere Ann Hathaway, la moglie quarantaquattrenne del boss di Cosa Nostra Antonio Rinzivillo, rimasta implicata lo scorso 11 dicembre nell'inchiesta antimafia "Tagli pregiati" che - come si ricorderà - oltre a lei coinvolse altre 87 persone tutte ritenute legate al gruppo di Cosa Nostra diretto dal suo uomo. Sospettata dai magistrati Rocco Liguori, Nicolò Marino e Alessandro Picchi della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta di avere svolto il ruolo di messaggera tra il marito detenuto nel carcere di Tolmezzo in regime di 41 bis e gli affiliati, Ann Hathaway è stata interrogata nella mattinata di ieri dai giudici del Tribunale britannico. Nel corso dell'udienza - che si è celebrata alla Westminister Magistrates Court - la donna ha respinto tenacemente le accuse che le sono state mosse dai magistrati di Caltanissetta. "I'm innocent" - ha più volte rimarcato al Tribunale britannico che, però, ha decretato la permanenza della donna nel braccio femminile del carcere di Londra. I giudici, infatti, hanno rigettato l'istanza formulata dall'avvocato inglese della Hathaway, Richard Egan, di rimettere in libertà la "Godmother" dietro pagamento di una cauzione e farle attendere l'estradizione a piede libero. Ma contro il diniego dei giudici, l'avvocato Egan, ha già presentato appello. Il ricorso sarà discusso la prossima settimana. Quando scattò il blitz "Tagli pregiati" ad Ann Hathaway il provvedimento restrittivo spiccato dal Gip Giovanbattista Tona non venne notificato in quanto la donna non si trovava in Italia. Da un anno, infatti, era tornata a vivere in Inghilterra, dove la stampa si è occupata di questa vicenda con diversi servizi corredati da foto. I magistrati di Caltanissetta spiccarono subito nei confronti della donna un mandato di cattura europeo che le è stato notificato nel primo pomeriggio di giovedì, 38 giorni dopo il blitz, da Scotland Yard a Middleton, a pochi passi da Manchester, sua città d'origine. Condotta negli uffici della polizia, la Hathaway ha dovuto attendere più di 48 ore prima di comparire davanti ai giudici di Londra. A frenare l'udienza era stato l'uragano Kyrill che aveva impedito il trasferimento da Manchester a Londra. Fino a ieri quando ai giudici ha negato ogni addebito, protestandosi innocente.
Fonte: La Sicilia

Qualche informazione su alcuni "santi" siciliani....

Luigi La Cognata, di 42 anni, è un personaggio di primo piano della storia criminale gelese. In carcere da oltre un decennio, è indicato come uno dei "soldati" del boss "Piddu" Madonia. Al suo attivo ha tre condanne all'ergastolo per essere stato riconosciuto autore di altrettanti delitti maturati nella guerra di mafia dello scorso ventennio. Una condanna al carcere a vita gli è stata irrogata per la strage "Brigadieci" nella quale, nel gennaio del '91, vennero assassinati Diego Morello e Franco Dammagio. Lo scorso ottobre il Gup Giovanbattista Tona lo ha condannato all'ergastolo per gli omicidi di Antonio Cannizzaro e Giancarlo Palazzo compiuti nell'89. Non meno corposo è il "curriculum" di Nunzio Fiorisi, di 39 anni. Ai vertici della Stidda da diversi anni, il 24 aprile dell'89 scampò ad un agguato compiuto dagli allora "nemici" di Cosa Nostra nel ristorante "Logos" di via Parioli. Ha precedenti per mafia, traffico di droga, tentato omicidio, rapina ed estorsione. Il nome di Bruno Salvatore Quattrocchi, di 27 anni, è legato al duplice omicidio di Emanuele Trubia e Salvatore Sultano compiuto il 21 luglio del '99 in una sala da barba del rione San Giacomo. Per questo episodio è ancora sotto processo. Il ventisettenne Massimo Scudera ha precedenti per furto e lesioni. Gaetano Tomaselli, di 27 anni, ha precedenti per mafia ed estorsioni, lesioni e ricettazione. Lo scorso giugno i carabinieri lo hanno arrestato nell'operazione antimafia "Discovery". Davide Trubia, 24 anni, un altro degli arrestati di ieri, è fratello del neo collaboratore di giustizia Rosario Trubia, alias "Nino d'Angelo". Seppur ancora molto giovane, Davide Trubia ha avuto parecchie disavventure con la giustizia per mafia, tentata estorsione, estorsione e rapina. Ed è anche noto alle cronache Gianluca Pellegrino, di 22 anni. Esponente del gruppo Emmanuello, il nome di Pellegrino è legato all'inchiesta "Maestrale". Ma ha precedenti per lesioni, furto, traffico di droga e minaccia. Meno carismatica è la figura del niscemese Roberto Monelli, di 38 anni, nel cui passato figurano anche truffa, falso e ricettazione.
Fonte: La Sicilia

Proiezione su Livatino

E' stato aperto dalla proiezione del film documentario del regista Salvatore Presti il terzo momento del progetto in rete «Obiettivo legalità». L'incontro si è svolto presso l'auditorium dell'istituto San Calogero di Naro con la partecipazione di un nutrito gruppo di studenti ed insegnanti dei comuni di Campobello di Licata e Camastra. All'incontro sociale e culturale, promosso dal dirigente scolastico Rossana Virciglio, che ruotava attorno ai valori di «Legalità e Giustizia» sono intervenuti tra gli altri la professoressa Ida Abate, presidente dell'associazione «Amici del Giudice Rosario Angelo Livatino» di Canicattì insegnante e biografa del «Giudice Ragazzino» e il regista Rai Salvatore Presti autore del film documentario «Luce Verticale. Rosario Livatino. Il martirio». Dopo la proiezione di un nuovo e più ampio promo dell'ultima fatica di Salvatore Presti sul giudice canicattinese Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 mentre da solo si recava in Tribunale ad Agrigento, è seguito un intenso e ricco dibattito moderato dal giornalista Enzo Gallo con domande degli studenti ai relatori che sono stati lontane dalla retorica ed hanno positivamente tradito l'attività scientifica di ricerca sul Giudice Livatino e sui valori della Legalità e Giustizia. Un nuovo incontro è previsto per fine febbraio alla presenza di un importante magistrato siciliano.
Fonte: La Sicilia