sabato, marzo 31, 2007

Corsi antimafia a scuola

Quello della legalità e della lotta alla mafia, per diversi mesi, è stato un argomento didattico studiato e dibattuto dagli studenti del corso serale del 1° Istituto Superiore «Archimede» di Rosolini. Un tema che ha appassionato tutti gli alunni i quali, mano a mano che il corso didattico andava avanti, hanno chiesto di conoscere da vicino come si vive in una realtà oppressa dalla mafia e quali iniziative siano state intraprese per sconfiggere la piovra. Per soddisfare la curiosità degli alunni, i docenti del corso serale, Cetty Lo Presti, Giovanni Sarta, Maria Pantano, Francesco Piazzese, Letterio Rappazzo e Salvatore Gianni, hanno deciso di condurli a Corleone in visita in uno dei terreni confiscati alla mafia, oggi coltivato in vigneto, e di farli conversare con due persone da anni impegnati nella lotta alle cosche mafiose. Gli alunni hanno partecipato così ad un incontro-dibattito con il dirigente del commissariato della Polizia di Stato di Corleone, Minestrale e con il giornalista, scrittore, sindacalista Dino Paternostro, i quali hanno tracciato un quadro storico della mafia di ieri e di oggi, riguardante sia Corleone che la Sicilia in generale. All'investigatore e allo scrittore, peraltro autore del libro «I Corleonesi, storia dei golpisti di cosa nostra», gli studenti hanno rivolto una serie di domande che hanno riguardato sia la figura del «poliziotto» impegnato in prima linea sia quella del giornalista che scelto la prima linea nella lotta alla mafia.
Fonte: La Sicilia

Racket in aumento in Veneto

Venezia - I dati della campagna di informazione antiracket ed antiusura della Presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dell'Interno, iniziata nel dicembre 2006 evidenziano che, sul totale di 3.150 chiamate al numero verde 800999000 da tutto il territorio nazionale tra il 1 dicembre e il 9 febbraio, 135 sono arrivate dal Veneto (5,18% del totale). Nell'83% dei casi (il dato e' nazionale) chi ha telefonato ha lasciato il proprio nominativo. "C'e' un unico modo per uscire dall'usura - ha detto ancora Rosato - denunciare: solo cosi' le Forze dell'ordine possono bloccare l'usuraio e la vittima puo' accedere al fondo di solidarieta' nazionale e si possono bloccare eventuali vendite all'asta di immobili. Due settimane fa e' entrato in vigore un disegno di legge del governo che riapre i termini per presentare le domande di accesso al fondo di solidarieta' per le vittime dell'usura. Stiamo inoltre lavorando con l'Abi per facilitare l'accesso al credito bancario da parte delle vittime di usura ed estorsione e per consentire la bancabilita' di chi e' stato protestato". "Nel Veneto - ha detto ancora il sottosegretario - non e' presente una criminalita' organizzata del tipo mafia, ma il lavoro delle forze dell'ordine e dei prefetti ha l'obiettivo di monitorare eventuali infiltrazioni nell'economia, per esempio riciclaggio di denaro sporco e investimenti nell'economia legale. C'e' un grande lavoro svolto in silenzio anche sul fronte della prevenzione". Per quanto riguarda gli usurai denunciati nel Veneto, non si tratta generalmente di criminali professionisti. "Nel filone che vede come vittime i commercianti, gli usurai sono spesso liberi professionisti che hanno gia' rapporti di lavoro con loro. Nel filone che colpisce le famiglie non ci sono cosche si alimentano con i proventi dell'usura, e' un fenomento 'condominiale'. Non sempre si arriva a minacce e violenza ma ad una sottomissione psicologica" - ha spiegato Rosato che ha sottolineato anche come "in una regione con una forte presenza migratoria le forze dell'ordine trovano difficolta' a rilevare reati all'interno di varie comunita', soprattutto quella cinese: il problema e' che mancano le denunce, ma c'e' il sospetto che un fenomeno come quello dell'usura esista fra gli immigrati".
Fonte: agi.it

14 mln di beni sequestrati

PALERMO - La Dia di Palermo ha sequestrato beni per di 14 milioni di euro all'imprenditore Calogero Gentile, 71 anni. L'uomo e' ritenuto affiliato alla cosca mafiosa di Castronovo di Sicilia (Palermo). Il provvedimento riguarda appartamenti, estesi appezzamenti di terreno, due imprese individuali nel settore agricolo e dell'allevamento, quote di due societa' operanti nel settore dell'edilizia e della ristorazione.
Fonte: virgilio.it

"Il cavallo di ritorno"

RAGUSA - Gli agenti della squadra mobile della Questura di Ragusa, in collaborazione con il commissariato di Comiso, hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip del Tribunale di Ragusa, Vincenzo Saito, su richiesta del sostituto procuratore,nei confronti di Rosario Di Franco, 31 anni, Salvatore Inghilterra, 43 anni (quest'ultimo fratello del più noto Giuseppe, reggente del clan Dominate attualmente detenuto), entrambi di Comiso, e Massimo Cannizzo, 40 anni, di Vittoria, tutti ritenuti responsabili in concorso, dei reati di estorsione e ricettazione. Gli arresti sono l'epilogo di un'articolata attività investigativa attuata per porre freno ai molteplici e anomali furti di automezzi verificatisi nel territorio casmeneo e in particolare, scaturiscono dalla denuncia di furto dell'autovettura sporta da un impiegato ragusano. Gli arrestati attuando una tecnica collaudata, offrivano il loro "aiuto" per il recupero del mezzo, riuscendo ad estorcere alla vittima 2.500 euro, facendogli poi rinvenire il mezzo a poche ore di distanza, a Vittoria. Sono in corso ulteriori indagini tese a verificare eventuali loro coinvolgimenti in altri furti di automezzi, nonché l'eventuale sussistenza di collegamenti con elementi della criminalità organizzata locale. Ulteriori particolari verranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà in Questura alle 11.
31/03/2007
Fonte: La Sicilia

venerdì, marzo 30, 2007

La "Godmother"

Sabato prossimo sarà il giorno del "face to face" tra i giudici di Caltanissetta ed Ann Hathaway, la moglie inglese del boss Antonio Rinzivillo sospettata di avere fatto da trait d'union tra il marito ed il cognato detenuti e gli affiliati al clan da loro capeggiato. La "Godmother" è finita nei guai lo scorso 11 dicembre quando il Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona mise nero su bianco l'ordine d'arresto per lei e per altre 87 persone nell'ambito dell'inchiesta antimafia "Tagli pregiati" condotta dai carabinieri.
Un'inchiesta elefantiaca, una delle più imponenti condotte negli ultimi anni sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, che coinvolse un nutrito gruppo di "fedelissimi" ai Rinzivillo, boss compresi. Quando scattò il blitz della Hathaway manco l'ombra. Da un anno, infatti, era tornata a vive nel Regno Unito, a Middelton, nei pressi di Manchester, dove il 18 gennaio scorso Scotlan Yard le notificò il mandato di cattura europeo spiccato dai magistrati di Caltanissetta. Qualche giorno dopo l'arresto, la Hathaway respinse con forza l'accusa di essere una mafiosa davanti alla Westminister Magistrates Court.
Ma protestare la sua innocenza non le evitò il carcere: la Hathaway rimase rinchiusa nel carcere di Londra. Per due mesi, tramite i suoi legali inglesi, ha contrastato la richiesta di estradizione avanzata dalle autorità italiane. Qualche giorno fa la svolta quando ha manifestato l'intenzione di tornare in Italia per chiarire la sua posizione davanti ai magistrati di Caltanissetta. Il suo rientro in Italia è ormai una questione di ore. E già per sabato è stato fissato il suo interrogatorio nel carcere di Agrigento. La Hathaway sarà interrogata alla presenza del suo difensore di fiducia, avv. Flavio Sinatra.
Fonte:La Sicilia

Telecom - Provenzano

MILANO - I pm di Palermo Michele Prestipino e Giuseppe Pignatone stanno interrogando in carcere l'ex numero tre del Sismi Marco Mancini, assieme ai colleghi milanesi titolari dell'inchiesta sui dossier illegali Telecom, nell'ambito della quale ieri era stato interrogato l'investigatore privato Emanuele Cipriani. Lo hanno riferito fonti giudiziarie.
Al centro dell'interrogatorio, hanno riferito le fonti, c'è stata l'operazione "Cestino 6" -- cioè la raccolta illegale di informazioni su presunti riciclatori del tesoro di Bernardo Provenzano, boss della mafia arrestato lo scorso aprile dopo decenni di latitanza.
Nel corso dell'interrogatorio, Cipriani, investigatore privato coinvolto nell'inchiesta, aveva indicato come fonte del dossier proprio Marco Mancini.
La settimana scorsa altre 13 persone sono state arrestate nell'ambito dell'inchiesta sulla raccolta illegale di informazioni riservate da parte di ex-manager di Telecom Italia.
Le ipotesi di reato sono a vario titolo e a seconda dei diversi imputati associazione a delinquere, corruzione, rivelazione di segreto d'ufficio, corruzione internazionale e violazione del segreto di Stato.
A partire dal settembre 2006, l'inchiesta della procura di Milano sulla raccolta illegale di informazioni riservate da parte di quelli che erano allora dirigenti Telecom ha portato in carcere diverse decine di persone.
Fonte: reuters.com

Terzo proiettile

Un terzo proiettile recapitato ad un imprenditore edile della Bassa Padovana. Nel mirino, questa volta, Sandro Rimondo, 42 anni, titolare della "Eurocostruzioni" che ha sede a Cartura. La ditta ha realizzato lavori molto importanti nel Conselvano, tra i quali grossi appalti per la Cosecon spa e il nuovo megaquartiere residenziale de "La Fornace" a Conselve. Nella busta, oltre al proiettile calibro 9.21, c'era anche un messaggio: "Nuova mafia: siete nel mirino". Le parole sono state scritte pure questa volta con le lettere ritagliate dalle pagine di un quotidiano.
Fonte: il gazzettino online

Ancora pizzini

Palermo - Il maggiore dei carabinieri del Ros Stefano Russo e' stato ascoltato oggi dai giudici della terza sezione della Corte d'assise di Palermo nell'ambito del processo per l'omicidio dell'imprenditore Salvatore Geraci, ucciso nel capoluogo siciliano la sera del 5 ottobre 2004. Imputati il boss di Villabate Nicola Mandala', Ignazio Fontana e Damiano Rizzo. Davanti al collegio presieduto da Giancarlo Trizzino, a latere Angelo Pellino, Russo, rispondendo alle domande del pubblico ministero Lia Sava, ha riferito i particolari delle indagini che portarono i militari a intercettare una conversazione tra due presunti fiancheggiatori di Bernardo Provenzano e poi tutti i particolari dell'ascolto effettuato dal Ros.
I due, Giuseppe Pinello, di Baucina, e Giuseppe Virruso, di Casteldaccia (nato nel 1948), lessero a voce alta un 'pizzino'di Bernardo Provenzano. Nel testo il superboss trattava un "argomento Geraci", utilizzando espressioni critiche nei confronti dell'imprenditore. Geraci avrebbe cercato di rientrare nel giro degli appalti dopo aver subito un processo e una condanna per mafia. Virruso per rispondere a Provenzano utilizzava un computer del suo ufficio del Comune di Casteldaccia, cosi' come Pasquale Badami, di Ciminna, dipendente del Comune di Villafrati.
Fonte: agi.it

giovedì, marzo 29, 2007

Casinò di Taormina, bocciato

ROMA - No alla riapertura del casinò di Taormina: potrebbe essere usato dalla mafia per riciclare denaro sporco. Alla Sicilia, più che case da gioco, servirebbero acqua, alberghi migliori e campi da golf per attrarre i turisti. In sintesi è quello che ha detto il ministro dell' Interno, Giuliano Amato, rispondendo ad un' interrogazione al question time.
"È giusto sottolineare - ha premesso Amato - che vi sono quattro casinò in Italia e che quello di Taormina è rimasto chiuso in una non riautorizzazione, mentre Saint Vincent, Sanremo, Venezia e Campione d' Italia sono riusciti in qualche modo a sottrarsi, tramite deroghe, ad una legislazione che è nell' insieme contraria"."Io - ha sottolineato il ministro - sono perfettamente consapevole del fatto che il turismo può trarre beneficio dall' esistenza di case da gioco, ma queste sono foriere di fenomeni anche diversi dal turismo, che per il ministero dell' Interno rappresentano una fonte di particolare preoccupazione, specie in una regione nella quale esiste una organizzazione criminale di antica data che è alla ricerca continua di canali migliori e più adeguati per il riciclaggio di denaro sporco. E dai casinò questa è una prestazione che in più casi è possibile ottenere"."Io mi permetto di dire - ha proseguito - viste anche le mie origini siciliane, che voglio che la Sicilia abbia più turismo, ma vorrei che riuscisse ad averlo dalle sue meravigliose bellezze naturali, dalla sua storia. Taormina è già stupenda e bellissima. Diamo più acqua ai siciliani. Più che i casinò - ha aggiunto - potrebbe servire avere strutture alberghiere migliori e campi da golf, che anche in Sicilia si possono fare perchè l'acqua c' è, ma qualcuno la nasconde. Rinunciamo al casinò".
28/03/2007
Fonte: La Sicilia

Scoperto arsenale

PALERMO - Un arsenale, composto da decine di fucili, mitragliatrici, pistole e munizioni, è stato scoperto dalla polizia di Stato in un immobile a Palermo. Secondo gli investigatori si tratta delle armi, perfettamente funzionanti, che erano a disposizione dei boss mafiosi. L'arsenale era nascosto in una intercapedine muraria di un immobile che risulta essere stato di proprietà di un esponente mafioso, sorvegliato speciale, che è deceduto da qualche anno.
Il vano segreto è stato individuato grazie all'utilizzo di sofisticate apparecchiature della polizia scientifica della Direzione centrale anticrimine di Roma. Sono in corso accertamenti balistici finalizzati alla riconducibilità delle armi per verificare se sono state utilizzate in delitti compiuti in Sicilia a partire dagli anni Novanta. L'attività di indagine è stata condotta dalla Squadra mobile, coordinata dal procuratore aggiunto, Alfredo Morvillo e dal sostituto Francesco Del Bene della Direzione distrettuale antimafia.
29/03/2007
Fonte: La Sicilia

Banche? Più disponibili con la mafia

ROMA - Le banche? sono più disponibili verso i mafiosi piuttosto che nei confronti dello Stato. L'autorevole denuncia è venuta dal questore di Palermo, Giuseppe Caruso, nel corso di un'audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Convocato per fare il punto con il collega di Napoli, Oscar Fioriolli, sull'applicazione delle leggi su sequestro e confisca dei beni alla criminalità organizzata, Caruso non è stato tenero con gli istituti di credito.
Raccontando l'esperienza positiva fatta a Palermo da alcuni giudici che hanno assunto l'amministrazione diretta di aziende sequestrate alla mafia, garantendo così tra l'altro il mantenimento dei posti di lavoro, il questore ha riferito degli "ostacoli" incontrati da questi magistrati nel reperimento di finanziamenti."Le banche, spesso disponibili verso i mafiosi, chiedono allo Stato garanzie più onerose di quelle domandate agli stessi mafiosi" ha detto Caruso, che ha lamentato anche la "scarsa collaborazione" degli istituti di credito con le forze di polizia nei procedimenti per ottenere la confisca dei beni ai clan. Un comportamento che finisce con l'allungare i tempi e che andrebbe colpito con "sanzioni di natura economica". Dal questore di Palermo - che ha tra l'altro suggerito l'utilizzo immediato delle autovetture sequestrate ai mafiosi, magari assegnandole alle forze di polizia o adibendole a servizi di pubblica utilità come il trasporto di persone handicappate- è venuta un'altra bordata al mondo delle imprese, o almeno a quelle che scendono a compromessi con la mafia per gli indubbi "vantaggi", in termini soprattutto di aggiudicazione degli appalti, che derivano dall'apparentamento con i clan. "Da molte indagini è emerso che spesso l'accordo con la mafia è ricercato dallo stesso imprenditore"; un fenomeno che rappresenta "un grave fattore di condizionamento e squilibrio del mercato". Un allarme sui tempi troppo lunghi per il sequestro dei beni alla camorra, dovuti al "numero esiguo" dei magistrati che se ne occupano a Napoli, è stato lanciato, dati alla mano, dal questore del capoluogo campano: "i beni vanno sottratti in tempi rapidi e quando hanno ancora un valore economico. Noi invece sequestriamo aziende che al momento dell'utilizzazione non valgono più niente.E questa è una sconfitta per lo Stato". Nel capoluogo campano nel 2004 dopo la cosiddetta guerra di Scampia fu istituita una task force per il sequestro dei beni alla criminalità organizzata: l'unità "ha dato un grande impulso", ha riferito Fioriolli, tant'è che "abbiamo triplicato le nostre proposte di sequestro", schizzate nel 2005 a 86, a fronte delle 13 di tre anni prima. Ma non si è avuto "altrettanto impegno" dall'autorità giudiziaria; "la nostra azione è stata vanificata" ha lamentato il questore, riferendo che meno della metà di quelle proposte sono sfociate in un sequestro.Immediata la risposta dell'Abi, l'associazione bancaria italiana: "È inaccettabile accostare alla mafia il settore bancario, che contribuisce in maniera determinante allo sviluppo e al progresso dell'economia operando nel pieno rispetto delle regole". "Se il questore che ha rilasciato oggi tali affermazioni è in possesso di elementi concreti, nell'ambito di singole situazioni, - sottolinea in una nota l'Abi - proceda a segnalarli nelle forme dovute. Non è ammissibile screditare un intero comparto di imprenditori e lavoratori che quotidianamente svolgono il proprio lavoro nella piena legalità e a sostegno dell'economia sana e che collaborano attivamente con le istituzioni e l'autorità giudiziaria nel contrasto del riciclaggio, dell'usura e della criminalità organizzata".
28/03/2007
Fonte: La Sicilia

Strada intitolata a boss

PALERMO - Sarà una coincidenza, uno strano scherzo della toponomastica, ma il nome di una strada della Kalsa, la via Spadaro, fa subito venire in mente agli abitanti del quartiere, il boss Tommaso Spadaro, capomafia della zona, trafficante di droga e sigarette, condannato all'ergastolo per omicidi. Spadaro, alla Kalsa, ha un solo significato che si collega alla mafia, all'immagine del boss che durante il maxi processo a Cosa nostra amava definirsi l'Agnelli del Sud perchè negli anni Settanta e Ottanta dava lavoro a più di cinquemila persone con il contrabbando delle sigarette. Il nome della via è stampato su una targa in marmo, a poche centinaia di metri dallo Spasimo, meta quotidiana di centinaia di turisti, ma la toponomastica cittadina non spiega la provenienza di questa dicitura, si sa soltanto che nello stradario del 1903 esisteva già via Spadaro.
Adesso che 220 strade di Palermo cambieranno nome, chissà se la commissione toponomastica si è ricordata della via Spadaro e della concomitanza di fatti. Agli esperti che fanno parte della commissione sono bastate tre sedute per deliberare la nuova mappa delle vie, per dare un nuovo volto a vecchie e nuove strade che saranno ribattezzate con i nomi di rappresentanti del mondo della cultura, dell'arte, della politica, dello spettacolo, della tradizione popolare, della scienza, dell'industria, del commercio, ma anche martiri della lotta alla mafia.
29/03/2007
Fonte: La Sicilia

martedì, marzo 27, 2007

Currò vai avanti !!! Siamo con te

S.TERESA RIVA (MESSINA) - L'auto di Francesco Currò (Pdci), candidato a sindaco di Santa Teresa di Riva, è stata incendiata la notte scorsa. Il Pdci in una nota scrive: "L'atto criminoso da parte di ignoti che non potendo controbattere in modo diverso e su piani di battaglia leciti, alle iniziative e alle lotte che Currò porta avanti dimostra che a Santa Teresa di Riva si è alle soglie di una campagna elettorale molto calda".
27/03/2007

Fonte: La Sicilia

Ricorso dei Pm

Palermo - La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha presentato ricorso contro la scarcerazione, per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, dell'imprenditore Lorenzo Altadonna, capofila dell'operazione "Occidente". Altadonna, arrestato il 25 gennaio nell'ambito dell'inchiesta contro i clan di San Lorenzo, capeggiati dal latitante Salvatore Lo Piccolo, era stato rimesso in liberta' il 5 marzo dal tribunale del riesame, che aveva ritenuto non del tutto conducenti gli indizi raccolti dalla Procura. L'imprenditore e' indagato con l'accusa di riciclaggio aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i pm Alfredo Morvillo, Domenico Gozzo e Gaetano Paci, Altadonna avrebbe investito il denaro dei boss della zona in cui abita, quella di Carini, a pochi chilometri dal capoluogo dell'Isola. Da alcune intercettazioni ambientali emergerebbero anche suoi legami con 'Roberto l'Africano', il finanziere di Terrasini - ma residente da anni in Sudafrica - Vito Roberto Palazzolo, condannato a 9 anni con l'accusa di mafia.
Fonte: agi online

2 rogatorie per Ciancimino

PALERMO - Il capo della Dda di Palermo, Francesco Messineo, l'aggiunto Sergio Lari e il sostituto Roberta Buzzolani sono da ieri negli Stati Uniti per due rogatorie che riguardano un proseguo d'indagine sui familiari di don Vito Ciancimino (l'ipotesi è riciclaggio) e un'inchiesta su un traffico internazionale di droga. I magistrati effettueranno audizioni ed accessi bancari, per cercare beni e titoli - in particolare appartamenti - di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, condannato, il 10 marzo scorso, a cinque anni e otto mesi con l'accusa di riciclaggio, fittizia intestazione di beni e tentativo di estorsione. Con lui sono stati condannati la madre, Epifania Silvia Scardino, e due avvocati, Gianni Lapis e Giorgio Ghiron, ritenuti prestanome. La rogatoria vuol chiarire alcune affermazioni fatte da Ciancimino jr durante una telefonata intercettata, in cui l' imprenditore palermitano affermava di possedere appartamenti nella Trump Tower, a New York. Nella seconda rogatoria Messineo, Lari e Buzzolani, si sposteranno a Chicago dove saranno effettuati interrogatori nell'ambito dell' indagine, riguardante un traffico di droga.
26/03/2007
Fonte: La Sicilia

Rinvio a giudizio per Aiello

PALERMO - Il gup Adriana Piras, accogliendo la richiesta dei Pm Nino Di Matteo e Marco Verzera, ha rinviato a giudizio per concorso in abuso d'ufficio l'ingegnere Michele Aiello, l'ex direttore generale della Asl 6, Giancarlo Manenti, e l'ex direttore del distretto sanitario di Bagheria Lorenzo Iannì. Per l'accusa, i tre, agendo illegittimamente, avrebbero provocato un indebito arricchimento patrimoniale delle strutture di Aiello, la clinica Villa Santa Teresa, e la società Atm, pari a 34 milioni di euro. La liquidazione di questa ingente cifra, per i pm, avrebbe provocato un corrispettivo danno patrimoniale alla Asl 6 di Palermo che, nonostante sia stata individuata come "parte offesa" nel procedimento, non si è costituita parte civile. L'inizio del processo è stato fissato per il prossimo 4 maggio davanti alla prima sezione del tribunale. I fatti all'esame del procedimento riguardano il periodo tra il 2002 e il 2003, quando il quadro normativo sui rimborsi delle prestazioni fu modificato, passando dall'assistenza indiretta alla diretta, che prevede il rimborso dal servizio sanitario nazionale solo per le prestazioni inserite in uno speciale tariffario, il cosiddetto nomenclatore. In quel periodo, una speciale commissione nazionale studiava se e a quali tariffe inserire le prestazioni diagnostiche nel nuovo nomenclatore. I pm hanno ricostruito che, nello stesso periodo, le strutture di Aiello erogavano prestazioni di altissima specializzazione non ancora inserite nel nuovo tariffario. Prestazioni, cioè, che per legge non potevano essere rimborsate. Per questo motivo, secondo l'accusa, l'ex direttore generale della Asl 6, Manenti, d'accordo con Aiello, avrebbe firmato un provvedimento nel quale attribuiva a Iannì, dirigente del distretto sanitario di Bagheria, la delega a concordare con l'ingegnere le tariffe di rimborso per cinque tipi di prestazioni specialistiche, in attesa dell'eventuale futuro inserimento di quelle prestazioni nel nuovo tariffario. Secondo i pm Di Matteo e Verzera, che hanno chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio dei tre indagati, quell'accordo era del tutto abusivo. Una nota dei Nas, agli atti del procedimento, ricostruisce che tra il 2002 e il 2003 la Asl liquidò 34 milioni di euro alla società Villa Santa Teresa, e 6 milioni alla Atm, per un totale di 40 milioni, a fronte di complessivi 6 milioni dovuti per legge, in base a un calcolo effettuato su prestazioni similari inserite nel vecchio tariffario.
26/03/2007
Fonte: La Sicilia

lunedì, marzo 26, 2007

Convegno a Brescia

«Bisogna imparare a convivere con la mafia». L’ex ministro dei trasporti Carlo Lunardi doveva avere virtù profetiche o divinatorie. La celebre gaffe che lo ha reso famoso sembra essersi avverata. Questo hanno sostenuto nel convegno «Le collusioni tra mafia, politica, Stato e borghesia» organizzato ieri dal Prc di Brescia e dal Comitato antimafia di Brescia intitolato a «Peppino Impastato», convegno che si è tenuto nel salone «Buozzi» della Camera del Lavoro. Assenti i rappresentanti delle istituzioni e della Cgil, tocca ai docenti universitari tracciare il ritratto del fenomeno mafioso seguendo il percorso che va dalla nascita della Repubblica ai giorni nostri. Un sentiero tortuoso segnato da troppe pagine oscure (come la strage di Portella della Ginestra) che sembrano aver prodotto nella gente una progressiva assuefazione al fenomeno mafioso. La rivolta delle coscienze che ha seguito le stragi di Capaci e via D’Amelio ha da tempo esaurito la propria spinta. Cosa Nostra non ha più bisogno di referenti politici, si è data una veste istituzionale e governa direttamente la Sicilia controllando ogni settore della società. «Nel frattempo - secondo lo storico Nicola Tranfaglia, ospite dell’incontro di ieri - i mezzi di comunicazione riducono sempre più il fenomeno mafioso a mero episodio di cronaca, perdendone volutamente di vista la portata politica». Un fenomeno sociale dalle lontane origini che prende vita con lo sbarco degli americani in Sicilia: «Sull’isola, gli alleati hanno legittimato di fatto il ruolo della mafia nella gestione della cosa pubblica - ricorda lo storico Giuseppe Casarrubea - attraverso l’opera del capo delle truppe Charles Poletti». Le affermazioni di Casarrubea si basano su un profondo lavoro di ricerca intorno alla strage di Portella della Ginestra, (1° maggio 1947) portato avanti negli archivi dei servizi segreti americani, italiani, inglesi e nell’archivio di Lubiana. I documenti di quattro paesi diversi confermano le tesi secondo cui l’evento che per molti storici segna l’inizio della Strategia della tensione e sancisce la nascita del cosiddetto Doppio stato, vede la mafia protagonista - insieme ai membri dell’eversione nera - del tentativo (peraltro riuscito) di controllo totale delle istituzioni. «Ma perchè tanta obbedienza nei confronti di Cosa Nostra?» si chiede il professor Calogero Lo Piccolo, psicoterapeuta dell’Università di Palermo che ha da tempo in cura numerosi famigliari di boss mafiosi. «Cosa c’è nella testa del mafioso?». «Più che altro - afferma - la coscienza di non essere un criminale, unita all’intenzione di perseguire i propri obiettivi di controllo del territorio e gestione del potere tanto che, entro certi limiti, nella realtà siciliana, il termine mafioso ormai è quasi un complimento».
Fonte: brescia oggi

Sindacalisti degli anni '40

Nel secondo dopoguerra, capomafia di Camporeale era Vanni Sacco, che rimase legato per tutta la vita alla vecchia mafia dei Rimi di Alcamo, di Badalamenti di Cinisi e di Michele Navarra di Corleone. Fu lui, nel 1948, ad occuparsi di quella «testa calda» di Calogero Cangelosi, che si ostinava ad organizzare i contadini per rivendicare l'applicazione dei decreti Gullo sulla nuova ripartizione dei prodotti agricoli (il 60% ai contadini e il 40% ai padroni) e sulla concessione alle cooperative contadine delle terre incolte o malcoltivate degli agrari. A don Serafino Sciortino e agli altri grossi proprietari terrieri del paese non andava giù che qualcuno provasse a mettere in discussione il loro potere e le loro ricchezze. E diedero quell'ordine di morte, che Vanni Sacco e i suoi picciotti eseguirono la sera del 1° aprile 1948, mentre il sindacalista e quattro suoi compagni stavano rincasando. Colpito alla testa e al petto dai colpi di mitra, Cangelosi cadde per terra, spirando all'istante. Dei contadini che l'accompagnavano, Vito Liotta e Vincenzo Di Salvo furono feriti gravemente, mentre rimasero miracolosamente illesi Giacomo Calandra e Calogero Natoli. Cangelosi fu il 36° sindacalista siciliano a cadere sotto il piombo della mafia. Prima di lui, il 10 marzo, a Corleone era stato assassinato Placido Rizzotto, e il 2 marzo, a Petralia, Epifanio Li Puma. Nel 1948 Camporeale era un importante comune del latifondo della provincia di Trapani, proprio al confine con la provincia di Palermo, di cui avrebbe cominciato a far parte dal 1954. In quel periodo Vanni Sacco si sentiva investito dalla «sacra missione» di riportare l'ordine nei feudi, «turbato» dai contadini che agitavano parole quali dignità, giustizia sociale, libertà. Fino al 1957 era stato un liberale, ma poi decise di avvicinarsi alla DC, che già controllava i più importanti centri di potere. Chiese la tessera per sé e per altri 300 individui come lui, col malcelato intento di impadronirsi del partito. Almerico, che era anche segretario della sezione scudo-crociata, capì la manovra e respinse la richiesta. Ma da quel giorno cominciò a morire. E a nulla valse il lungo e puntiglioso memoriale indirizzato a Nino Gullotti, segretario della Dc siciliana, di cui aveva messo conoscenza anche uno dei "giovani turchi" dello scudo-crociato palermitano, Giovanni Gioia. Arrivarono le prime minacce, ma lui non si perse d'animo. Scrisse un lungo memoriale, spiegò come il partito a Camporeale rischiasse di essere conquistato dalla mafia e come lui corresse il pericolo di essere assassinato. Nessuno gli rispose o gli diede ascolto. E fu assassinato davvero. «L'onorevole Gioia non batté ciglio e proseguì imperterrito nell'opera di assorbimento delle cosche mafiose nella Dc», scrisse nel 1976 Pio La Torre nella relazione di minoranza della Commissione antimafia. Vanni Sacco, quindi, venne accolto con tutti gli onori nello scudo-crociato, diventando «un perfetto e stimatissimo democristiano in un territorio nel quale il politico di maggiore rilievo era stato, e sarebbe ancora rimasto per lungo tempo, un prestigioso uomo di governo del livello di Bernardo Mattarella, mentre la regia delle relazioni politico-affaristicche-mafiose sarebbe sempre più spettata a due potenti esattori delle imposte, i cugini Ignazio e Nino Salvo, futuri pilastri della corrente andreottiana», scrive Giuseppe Carlo Marino (I Padrini, Newton & Compton editori, Roma 2001).
Fonte: La Sicilia

Fiancheggiatori di Provenzano chiedono l'abbreviato

Quattro dei presunti fiancheggiatori di Bernardo Provenzano hanno chiesto al Giudice per l'udienza preliminare di Palermo Riccardo Corleo il rito abbreviato. Altri tre si sono invece riservati la possibilita' di fare la stessa scelta e hanno ottenuto un rinvio dell'udienza. E' quanto emerso oggi nel procedimento che vede imputati coloro che seguirono e garantirono la latitanza del boss di Cosa Nostra nella ultimissima fase, quella che percedette la cattura, avvenuta l'11 aprile dell'anno scorso a Montagna dei Cavalli, vicino a Corleone. Hanno scelto l'abbreviato Giovanni Marino, Calogero e Giuseppe lo Bue, padre e figlio, Francesco Grizzaffi, nipote di Toto' Riina. Lo chiederanno con ogni probabilita' il 28 marzo Liborio Spatafora, Bernardo Riina, Carmelo Gariffo. Il processo per i primi quattro si terra' il 23 maggio davanti allo stesso giudice Corleo. Giovanni Marino e' il proprietario del casolare in cui fu arrestato Provenzano, i Lo Bue sono invece coloro che prendevano dai familiari di "Binu" i pacchi con la biancheria pulita e Bernardo Riina, secondo la ricostruzione della squadra mobile, e' colui che porto' il pacco a Provenzano il giorno della cattura. All'udienza era presente il Pubblico ministero Marzia Sabella, che con i collegi Michele Prestipino e Giuseppe Pignatone, procuratore aggiunto, coordino' l'operazione di Montagna dei Cavalli.
Fonte: La Repubblica

sabato, marzo 24, 2007

Anniversario Bodenza

GRAVINA (CATANIA) - Un ceppo in pietra lavica nel quartiere Fasano di Gravina di Catania da stamattina ricorda Luigi Bodenza, l'assistente capo di polizia penitenziaria ucciso dalla mafia il 25 marzo 1994. Il monumento, opera del maestro Turi Maugeri, è stato collocato a pochi metri dal luogo dell'uccisione, che da oggi si chiama largo Bodenza. Alla cerimonia hanno partecipato il sindaco Gaetano Bonfiglio, la vedova dell'agente, Rosa Maugeri, numerosi rappresentanti delle forze dell'ordine, il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Orazio Faramo, il dirigente del Dap, Sebastiano Ardita, i direttori degli istituti penitenziari di Catania, Rosario Tortorella e Giovanni Rizza. Nutrita la rappresentanza della magistratura, guidata dai procuratori Guido Marletta e Vincenzo D'Agata. A Bodenza è stata attribuita una medaglia d'oro al valor civile. Bonfiglio ha ribadito la necessità di "tramandare ai giovani un esempio di legalità e di rispetto nei valori dello Stato". L'assessore comunale alla Cultura, Sebastiano Molino, promotore dell'iniziativa, ha confermato il sostegno di Gravina alla famiglia Bodenza.
24/03/2007
Fonte: La Sicilia

2 arresti per estorsione

PALERMO - I carabinieri hanno fermato due persone a Palermo perchè accusate di avere ricattato ed estorto denaro al gestore di un esercizio commerciale che è situato in un immobile già confiscato alla mafia. I provvedimenti di fermo sono stati disposti dai pm della Direzione distrettuale antimafia. La vicenda si verifica nella zona del mandamento mafioso di "Resuttana" che è gestito dal capomafia latitante Salvatore Lo Piccolo.
Sono state le microspie e le telecamere dei carabinieri a condurre in carcere, su ordine di fermo disposto dalla Dda di Palermo, Salvatore Lo Cricchio di 62 anni, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa e ritenuto appartenente al vertice della famiglia dei 'Madonia-Di Trapani', e Rosario Pedone, 40 anni. Per entrambi l'accusa è estorsione aggravata e continuata in concorso. Le vittime, gestori di una palestra, sarebbero state costrette a pagare 'un sussidio sull'affitto' alla mafia, benchè l'immobile dove svolgono l'attività sia stato da tempo confiscato a Giuseppe Guastella, considerato tra i massimi esponenti della famiglia mafiosa dei 'Madonia-Di Trapani'.
24/03/2007
Fonte: La Sicilia

Rifiuti, 16 rinvii

MESSINA - Si è conclusa con 16 rinvii a giudizio e un proscioglimento l'udienza preliminare del processo sulle presunte infiltrazioni mafiose dei clan messinesi nella società mista 'Messinambiente', che si occupa dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Parti offese nel procedimento sono il Comune di Messina e l'ufficio del commissario delegato per i rifiuti in Sicilia. Sono stati rinviati a giudizio l'ex amministratore delegato di 'Messinambientè Antonio Conti; il patron della società 'Artecoin' di Enna che collaborava con l'azienda messinese Enzo Gullino; l'ex presidente di 'Messinambiente' Sergio La Cava, Benedetto Alberti, Gaetano Fornaia, Giovanni Fornaia, Francesco Mulino, Antonino Miloro, Gaetano Nostro, Gaetano Munia, Tommaso Palmeri, Giovanni Messina, Filippo Marguccio, Maurizio Ignazio Selvaggio, e dei boss Puccio Gatto, Carmelo Ventura e Giacomo Spartà. Prosciolto invece l'ex assessore alla nettezza urbana, Pietro Alibrandi. Sette i capi di imputazione contestati a vario titolo: associazione mafiosa, truffa ai danni di enti pubblici, truffa semplice, falso e violazione leggi smaltimento rifiuti. L'indagine avviata nel 2005 dalla Dia e dai carabinieri rivela rapporti tra politici, imprenditori e capi clan per la gestione del servizio di smaltimento rifiuti a Messina dal 1990 al 2003.

24/03/2007

Fonte: La Sicilia

Dell'Utri prende tempo

Palermo - Slitta al 18 maggio, a causa dello sciopero degli avvocati penalisti, il processo d'appello contro il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado a 9 anni dal Tribunale di Palermo. Il processo avrebbe dovuto proseguire questa mattina davanti alla secondo sezione della Corte di Appello presieduta da Claudio Dall'Acqua. La difesa avrebbe dovuto esprimersi sull'acquisizine di alcuni atti chiesta dall'accusa, ma l'avvocato Giuseppe Di Peri, a nome degli altri colleghi del collegio difensivo, ha fatto presente che tutti aderiscono alla protesta nazionale dei penalisti e dunque l'udienza e' stata aggiornata.
Fonte: agi online

Amato a Gela

Per accogliere il ministro degli Interni Giuliano Amato, Gela è stata iperblindata con misure di sicurezza eccezionali e senza precedenti: divieto di sosta e fermata in tutte le strade del percorso (mattinata dura per gli automobilisti e la gente che va a lavorare al centro storico), tombini saldati, tiratori scelti appostati nelle case attorno al municipio e poliziotti che filmavano ogni movimento in piazza, un cordone di agenti che hanno tenuto lontani i giornalisti per tutta la durata della visita.
Anche all'interno del palazzo comunale durante gli incontri a porte chiuse con le istituzioni, agenti armati, uffici sigillati e controlli serrati. Per il ministro il municipio è stato lucidato ed addobbato a festa con bouquet floreali, una mostra di reperti sequestrati con l'operazione Ghelas nel corridoio che nessuno ha potuto vedere, e financo la toilette comunale rinnovata con le tende e il portarotoli che non c'era mai stato.
Anche alla sede dell'Agro Verde di Stefano Italiano (che vive sotto scorta dopo aver denunciato gli estortori) addobbi spettacolari con trionfi di frutta ed ortaggi e cascate di pomodoro ciliegino prodotti dall'Azienda. Il ministro arriva alle 11,30, in anticipo con il suo vice Marco Minniti, i sottosegretari Ettore Rosato ed Alessandro Pajno ed il vice capo della polizia Antonio Manganelli, il prefetto Pietro Lisi. Ministro ed entourage arrivano con un anonimo pullmino Mercedes di quelli che si usano per le gite. Per due ore si intrattiene in municipio ad incontrare istituzioni e politici. Mancano i vertici dell'antimafia.
Con il sindaco Crocetta fa il punto della situazione, dei successi ottenuti, delle misure per rendere più sicura la città e per contrastare la mafia. Il sindaco e l'on. Lillo Speziale hanno chiesto una deroga al patto di stabilità per consentire ai Comuni con alta densità mafiosa e criminale di assumere nuovi vigili urbani. Si è parlato di iniziative per controllare i quartieri a rischio, per rendere più sicure le campagne, del controllo del voto da parte dei mafiosi alle elezioni del 2002.
Il ministro Amato ha parlato una sola volta in pubblico a conclusione della manifestazione all'Agro Verde. «Per me questa è una giornata speciale - ha esordito il ministro - e devo a Tano Grasso se sono qua per una vista a freddo senza ciò che siano avvenuti fatti gravissimi. Sono venuto a Gela a lanciare un segnale chiaro, a dire che lo Stato è qui con voi, per far capire che i mafiosi sono contro la civiltà, che lo Stato è contro di loro. La Sicilia è la terra da cui io provengo, in questa terra si deve dire alla mafia che esprime il disonore».
Il ministro ha ricordato che quando fu inventata la protezione dell'operatore economico dal brigantaggio, il protettore non era un brigante. «Oggi la mafia è un brigante che offre protezione contro se stessa. Peggio di così non si può essere» - ha aggiunto il ministro che ha poi affrontato il tema del pizzo: «Vorrei che tutti quelli che chiedono la riduzione delle tasse, cominciassero intanto a battersi per la riduzione del pizzo, già sarebbe un buon risultato». E poi ha aggiunto: «Si guadagna di più se non si deve pagare il pizzo a un delinquente che chiede 10 mila euro al mese, cifra che spesso è più della metà rispetto a quello che l'imprenditore guadagna».
Amato si è soffermato sulla situazione a Gela, sostenendo che «gli incendi dolosi che si verificano danno la sensazione che c'è una tensione in atto, che c'è una resistenza alla mafia che prima non c'era». «Se non ci fossero gli incendi dolosi - ha affermato il ministro - per certi versi sarebbe peggio, in un contesto come quello di Gela. Questi segnali sono espressione di qualcosa che sta cambiando». Il responsabile del Viminale ha ricordato che in questi anni la magistratura ha sequestrato beni per 80 milioni di euro e che la "legalità significa sviluppo". Forti elogi a Gela, alla sua voglia di riscatto ma soprattutto a come sta lottando per evitare le infiltrazioni mafiose negli appalti. Un modello da esportare. Giuliano Amato ha affrontato pure il tema della confisca dei beni mafiosi, argomento su cui bisogna «lavorare meglio».
«Al presidente dell'antimafia Forgione - ha aggiunto Amato - volevo dire di avviare con l'iter più rapido possibile in Parlamento un provvedimento per dare una provvisoria ma utile sistemazione ai beni confiscati e che si possano gestire in modo efficace i beni sequestrati. E' una brutta sensazione quella che si dà al cittadino se un bene produttivo in mano alla mafia deperisce poi in mano allo Stato».
Fonte: La Sicilia

venerdì, marzo 23, 2007

Manifestazione a Polistena

Reggio Calabria.- È un popolo fatto principalmente da giovani volti, dai quali traspare la voglia di cambiare pagina e combattere la mafia, quello che si è radunato a Polistena, nella piana di Gioia Tauro dove la 'ndrangheta ha il potere di famiglie tristemente assai note, per partecipare alla tradizionale giornata della Memoria organizzata da Libera e da Avviso Pubblico. Nella piazza principale di Polistena si sono radunate oltre 30 mila persone, giunte da ogni parte d'Italia, che hanno voluto stringere in un abbraccio ideale i 250 familiari delle vittime della mafia che, a turno, hanno pronunciato i 700 nomi delle persone uccise dalla criminalità organizzata. Ma i veri protagonisti della manifestazione sono stati i giovani, che hanno costantemente ravvivato la piazza con canti e slogan e ai quali è stato nuovamente riconosciuto un ruolo importante per la lotta alle mafie. Sin dalle prime ore del mattino migliaia di persone si sono riunite nei due concentramenti alle porte di Polistena per raggiungere la piazza centrale dove ci sono stati gli interventi degli ospiti istituzionali.
Ad aprire il corteo lo striscione, con la scritta «La Calabria in movimento per la giustizia sociale», che era portato dai ragazzi di Polistena mentre, contestualmente, sono state sventolate 400 bandiere di Libera su ognuna delle quali c'era il nome di vittime di mafia. E sempre per ricordare le persone uccise dalla criminalità organizzata a Polistena è stata inaugurata una lapide, la seconda in Italia dopo quella realizzata a Roma, sulla quale sono stati incisi i nomi delle persone uccise dalla criminalità organizzata. Tra i tanti c'era anche Vincenzo, un ragazzino di 5 anni che, con i genitori e la sorellina di 16 mesi, vive in un paesino della provincia di Reggio Calabria. Anche lui, così come tanti altri, spera che un giorno le mafie vengano definitivamente sradicate dallo Stato. «Sono un monello - ha detto - e non ho paura dei grandi. Le maestre, mamma e papà hanno detto che la mafia è una cosa brutta. Speriamo che un giorno tutti siano più buoni». Ed è stata una proposta singolare anche quella avanzata dalla delegazione di studenti dello scientifico Volterra di Ciampino i quali, attraverso uno striscione, hanno lanciato un'idea alle altre scolaresche presenti: «la scuola adotti una vittima di mafia, la vita dei morti sta nella memoria dei vivi». I numerosi familiari delle vittime delle mafie hanno raccontato le loro storie. La gran parte di loro ha concluso l'intervento chiedendo che lo Stato intervenga affinchè si trovi la verità e si faccia giustizia sugli omicidi di quanti si sono opposti alla criminalità. Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha lanciato un fermo monito perchè «oggi è il giorno di dire basta con le vittime della criminalità organizzata. Basta a questa carneficina. Troppo sangue è stato versato».
Fonte: La Sicilia

Amato dice: "Lo Stato è qui"


GELA (CALTANISSETTA) - "Lo Stato è qui, a Gela, per far capire ai mafiosi che è contro di loro, contro questi 'uomini d'onore' che d'onore non hanno proprio nulla. Da questa terra occorre lanciare un segnale ai mafiosi per sottolineare che sono uomini del disonore". Parole decise quelle pronunciate a Gela dal ministro dell'Interno, Giuliano Amato, durante un incontro con i rappresentanti delle associazioni antiracket.
Amato ha sottolineato che "questi criminali non si possono permettere di gestire l'ordine in quest'isola, che, ci tengo a dirlo, è la mia terra di provenienza. Tutti dobbiamo adoperarci perché i nostri giovani si rendano conto che non c'è futuro con la mafia, con questi briganti privi di onore, banditi dotati solo della forza del loro denaro e delle loro attività illecite. Noi dobbiamo liberare la Sicilia".
"Al presidente dell'Antimafia Francesco Forgione - ha aggiunto Amato - volevo dire di avviare con l'iter più rapido possibile in Parlamento un provvedimento per dare una provvisoria ma utile sistemazione ai beni confiscati e che si possano gestire in modo efficace i beni sequestrati. E' una brutta sensazione quella che si dà al cittadino se un bene produttivo in mano alla mafia deperisce poi in mano allo Stato".
In merito agli appalti, Amato ha annunciato di aver firmato da poco una direttiva volta a sostenere le amministrazioni comunali per fronteggiare le infiltrazioni. "Nelle prefetture le amministrazioni potranno trovare supporto per le gare d'appalto. Bisogna tenere la criminalità lontana dagli appalti. Se per un anno si riuscisse a gestire le gare impedendo infiltrazioni significherebbe allontanare le risorse al sistema mafioso".
Il ministro ha poi parlato di fisco: "Vorrei che tutti quelli che chiedono la riduzione delle tasse, cominciassero intanto a battersi per la riduzione del pizzo, già sarebbe un buon risultato. Si guadagna di più se non si deve pagare il pizzo a un delinquente che chiede 10 mila euro al mese, cifra che spesso è più della metà rispetto a quello che l'imprenditore guadagna".
Amato si è soffermato sulla situazione a Gela, sostenendo che "gli incendi dolosi che si verificano danno la sensazione che c'è una tensione in atto, che c' è una resistenza alla mafia che prima non c'era. Se non ci fossero gli incendi dolosi per certi versi sarebbe peggio, in un contesto come quello di Gela. Questi segnali sono espressione di qualcosa che sta cambiando".
Il responsabile del Viminale ha infine ricordato che in questi anni la magistratura ha sequestrato beni per 80 milioni di euro e che la "legalità significa sviluppo".
Tanti i rappresentanti delle associazioni antiracket. "Siamo grati al ministro - afferma Gabriella Guerini, presidente dell'Associazione antiracket e antiusura di Catania - che ci sia vicino, e che si stia adoperando per migliorare la legislatura antiracket e antiusura vigente".
22/03/2007
Fonte: La Sicilia

giovedì, marzo 22, 2007

Operazione "montagna", 39 arresti

MESSINA - I carabinieri stanno eseguendo decine di arresti nelle province di Messina, Catania ed Enna nell'ambito di una inchiesta che riguarda mafia e appalti. I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip del tribunale di Messina su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia. L'operazione, denominata "Montagna", colpisce in particolare esponenti delle famiglie mafiose di Mistretta e Tortorici, due centri del messinese. Per gli investigatori le famiglie mafiose avevano monopolizzato il settore degli appalti pubblici nella fascia tirrenica, attraverso un cartello di imprenditori organici o contigui a Cosa nostra.Tra i lavori che le cosche hanno "controllato", vi è quella della metanizzazione dei principali comuni della provincia. Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsioni e danneggiamenti. I provvedimenti cautelari firmati dal Gip del Tribunale di Messina sono 39 e riguardano presunti mafiosi del Messinese ed imprenditori. Sono decine invece gli avvisi di garanzia notificati stamani dai carabinieri del Ros che hanno condotto l'inchiesta. L'indagine, denominata "Montagna", ha preso il via due anni fa in seguito ad accertamenti che gli investigatori svolgevano sulla famiglia mafiosa di Sebastiano Rampulla di Mistretta. Sono ancora in corso perquisizioni in varie zone della Sicilia. L'inchiesta è coordinata dal procuratore Luigi Croce e dal sostituto Arcadi.
22/03/2007
Fonte: La Sicilia

Don Ciotti alza la voce

"E' la giornata dello stop, del dire basta alla carneficina, alle vittime di mafia". Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, in testa ad uno dei due cortei della giornata nazionale della memoria e dell'impegno contro le mafie rilancia il suo appello per fermare la lunga scia di sangue ad opera dei clan della criminalita' organizzata. "Siamo qui a Polistana - afferma don Ciotti - perche' qui anni fa e' nata la prima cooperativa su terreni confiscati alla criminalita' organizzata, una cooperativa che da' occupazione a molti giovani e che rappresenta una speranza concreta. E' giunto il momento - ha aggiunto - di passare dal dire al fare, dalle parole ai fatti. Fermiamo la carneficina".
Fonte: La Repubblica

Le risposte della Borsellino e di Lumia

Palermo - Rita Borsellino, leader dell'Unione siciliana, giudica "grave" l'attacco del presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, al giornalista Rai. "E' gravissimo - afferma - quanto denunciato dal Cdr Rai della Sicilia. I servizi giornalistici che un cronista realizza possono piacere o non piacere ma questo non autorizza nessuno, e a maggior ragione chi riveste incarichi istituzionali, ad offendere pubblicamente chi svolge il proprio lavoro con professionalità e correttezza. Una cosa - conclude Borsellino - è il diritto di replica e di rettifica, altra voler controllare i contenuti dell'informazione".
Palermo - "Non è la prima volta che il Presidente della Regione si permette di attaccare pesantemente chi cerca di fare un'informazione corretta e libera". Lo afferma in una nota il vicepresidente della Commissione Antimafia, il deputato dei Ds Giuseppe Lumia.
"Quanto accaduto oggi nei confronti del giornalista della redazione del Tgr Sicilia - aggiunge - è gravissimo e indegno di un Paese civile. Cuffaro se ne faccia una ragione: il diritto dei cittadini ad una informazione libera dalle intimidazioni, dalle ingerenze e dalle indebite pressioni di ogni forma di potere, specie se politico, è sancito dalla Costituzione repubblicana. E la sua arroganza, che ha raggiunto il culmine con quest'ultimo gravissimo episodio, è ormai divenuta per tutti intollerabile".
"Al giornalista della Rai e a tutta la redazione del Tgr Sicilia, costretti ad operare in una situazione così difficile conclude Lumia - va la mia piena solidarietà e l'invito a non farsi scoraggiare nel continuare a svolgere il proprio dovere con la grande professionalità e competenza che vengono loro continuamente da ogni parte ormai riconosciute".
Fonte: virgilio.it

Siamo proprio alla frutta...

Palermo - Il presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, chiede di "non montare un caso che non esiste" replicando al comunicato del Cdr della Tgr Sicilia ricordando che "questa mattina ho semplicemente chiesto chi era il giornalista della Tgr Sicilia Rai che avrebbe dovuto farmi l'intervista".
"Se fosse stato Rino Cascio - precisa il governatore - non gliela avrei concessa in quanto lo ritengo un giornalista schierato politicamente. D'altronde non potrebbe essere da un giornalista che proviene dal 'Manifesto', organo di partito, e se ci fossero ancora dubbi basta vedere le prese di posizione dei compagni di schieramento Massimo Fundarò, Rita Borsellino, Tonino Russo, Giuseppe Lumia, Costantino Garraffa, Rosario Rappa e quant'altri hanno voluto dire la loro".
Cuffaro, quindi, segnala che "Cascio, infatti, in una precisa circostanza, non aveva mostrato serenità ed equilibrio professionale, specie nel servizio andato in onda lunedì alle 19.30 che è andato ben oltre il diritto di informazione. Non sarà certamente la protesta del Cdr della Rai e dell'Usigrai ad impedirmi di esprimere liberamente un giudizio su questo servizio. Credo che appartenga anche a me la possibilità di esprimere quello che penso. In ogni caso - conclude - rimane il mio profondo rispetto, così come ho sempre dimostrato, per l'informazione libera e democratica".
Fonte: virgilio.it

Novità al processo "Talpe alla dda"

PALERMO - I centri clinici di Bagheria (Villa Santa Teresa e Atm) che facevano capo al gruppo di Michele Aiello, per un ciclo completo di radioterapia facevano pagare 142 mila euro, mentre in altre cliniche di Milano e Roma, in cui si effettuano le stesse prestazioni, si fanno pagare cifre molto inferiori, comprese fra i nove e i dodicimila euro. Il dato emerge dalla deposizione di due consulenti tecnici, Giampaolo Biti e Giovanni Giammarva, che hanno deposto stamani davanti ai giudici del tribunale dove si svolge il processo a Michele Aiello, accusato di associazione mafiosa e truffa all'azienda sanitaria locale. Insieme a lui sono imputate altre dodici persone fra cui il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, accusato di favoreggiamento alla mafia. Le somme di denaro per le radioterapie venivano versate alla struttura privata dalla Regione con la quale era convenzionata. Lo stesso Aiello, durante una pausa del processo, ha poi affermato che "la gestione dei centri clinici di Bagheria così come viene fatta dall'amministrazione giudiziaria porterà le due strutture al fallimento".
20/03/2007
Fonte: La Sicilia

Revocati gli arresti a Ciancimino

Palermo - Revocati dopo 9 mesi gli arresti domiciliari a Massimo Ciancimino. Lo ha deciso il gup di Palermo, Giuseppe Sgadari, che ha ritenuto si siano affievolite le esigenze di custodia cautelare dopo la condanna di Ciancimino il 10 marzo scorso a a 5 anni e 8 mesi nel processo per il ricilaggio del 'tesoro' del padre Vito, l'ex sindaco di Palermo condannato per mafia e scomparso anni fa. Il gup, che ha accolto un'istanza di scarcerazione presentata daglio avvocati Roberto Mangano e Giuliano Dominici, ha comunque imposto a Massimo Ciancimino l'obbligo di dimora a Palermo.
Fonte: Agi online

martedì, marzo 20, 2007

Nuove accuse per Cuffaro

PALERMO - La Dda palermitana ha chiesto all' ufficio del gip la riapertura dell' inchiesta nei confronti del presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, per concorso in associazione mafiosa. Attualmente Cuffaro è imputato di favoreggiamento aggravato nel processo alle cosidette talpe della dda in corso davanti alla terza sezione del tribunale. Nuovi verbali del pentito Francesco Campanella, nuove dichiarazioni del collaboratore Angelo Siino, le intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte nell'inchiesta "Gotha" (in particolare le conversazioni tra il boss dell'Uditore Francesco Bonura e il boss di Pagliarelli, Nino Rotolo), e altri elementi provenienti da altre indagini costituiscono i nuovi elementi che hanno spinto la Procura di Palermo a chiedere la riapertura dell'inchiesta su Cuffaro per concorso in associazione mafiosa.
Ad occuparsi del nuovo fascicolo sarà il gip Antonella Consiglio che ha ereditato le inchieste del collega Giacomo Montalbano, trasferito ad altri uffici. La richiesta di riapertura dell'inchiesta, firmata dal procuratore capo Francesco Messineo e dagli aggiunti Giuseppe Pignatone e Alfredo Morvillo, è stata inoltrata al gip, perchè una prima accusa di concorso in associazione mafiosa formulata dalla procura nei confronti di Cuffaro, era stata archiviata proprio dal gip Giacomo Montalbano nel 2003.
La decisione di riaprire l'inchiesta è stata adottata al termine di un dibattito interno alla Dda di Palermo, dopo che uno dei pm del processo alle cosiddette "talpe" della Dda, Nino Di Matteo, aveva chiesto di contestare già nel dibattimento in corso l'accusa di 110 e 416 bis al Presidente della Regione siciliana. A causa del dissenso degli altri tre pm del processo, l'aggiunto Pignatone e i sostituti Michele Prestipino e Maurizio De Lucia, la questione è stata rimessa alla Dda che ha deciso di chiedere l'apertura di un nuovo fascicolo. Una parte delle nuove accuse a Cuffaro, comunque, è stata già riversata nel processo in corso, nel quale il Governatore della Sicilia è imputato di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra.
19/03/2007
Fonte: La Sicilia

Fonte: La Sicilia

Strana morte di un medico che curò Provenzano

I dieci indagati per la morte di Attilio Manca, il giovane urologo siciliano, vice primario presso l’ospedale Belcolle di Viterbo, trovato morto nel suo appartamento nel febbraio 2004, saranno sottoposti a un test comparativo del Dna. Lo ha deciso il gip del tribunale di Viterbo su richiesta del pm.
In sostanza, attraverso incidenti probatori, il dna dei dieci indagati sarà comparato a quello rilevabile nelle cicche di sigarette e sugli strumenti chirugici trovati nell’abitazione del medico. La morte dell’urologo, in un primo momento, venne attribuita ad una overdose di eroina, ma la famiglia Manca ha sempre rigettato tale ipotesi, tanto che ha chiesto ed ottenuto la riapertura dell’inchiesta. Ad avviso dei genitori, infatti, Attilio Manca sarebbe stato ucciso dalla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, paese del quale sono originari e dove vivono tuttora.
In particolare, il padre Gioacchino e la madre Angela, sostengono che loro figlio, considerato uno dei più abili urologi d’Italia, sia stato eliminato, inscenando l’overdose d’eroina, perché sarebbe stato costretto ad assistere il boss Provenzano durante l’intervento alla prostata cui fu sottoposto a Marsiglia.
Fonte: Il mattino

sabato, marzo 17, 2007

Molotov a Lacchiarella

Nella notte tra lunedì e martedì, sulla soglia di casa del primo cittadino di Lacchiarella, paese alle porte di Milano, viene lasciata una molotov. Un chiaro segno intimidatorio per un'amministrazione che - secondo gli inquirenti - ha varato qualche atto (e si parla quasi sicuramente di urbanistica) che non è stato gradito dalla malavita locale.
Una "mafia", questa, che si sviluppa trasversalmente nell'hinterland, passando per Buccinasco (dove ha una fiorente attività di costruzione e commercio di case) e Pieve Emanuele (spaccio di droga e ricettazione). Non è una mafia "compatta", ma che si configura in una "federazione" fatta di napoletani, siciliani, pugliesi, extracomunitari dell'est e africani. Gruppi "etnici" che per interesse hanno messo da parte ruggini antiche, risolte a colpi di coltello e pistola.
Ora, è arrivata anche una rivendicazione al Comune. Che lo fa sapere pubblicamente tramite una nota ufficiale: "Un comunicazione anonima ha rivendicato l'atto intimidatorio compiuto nella notte tra lunedì e martedì scorsi nei confronti del sindaco di Lacchiarella Luigi Acerbi. Nella notte tra il 12 e il 13 marzo due bombe molotov sono state lasciate sulla soglia dell'abitazione del sindaco che le ha rinvenute rientrando dopo una riunione del gruppo consiliare di maggioranza. L'episodio è apparso sin da subito un chiaro atto intimidatorio di stampo mafioso . La rivendicazione costituisce un'aggravante: è stata fatta con modi e forme che ricordano i sistemi usati dalla malavita organizzata, e minaccia il ripetersi di futuri atti analoghi. Questo elemento di novità colloca quanto accaduto con maggior probabilità all'interno di un disegno criminale organizzato e tende ad escludere atti teppistici isolati". Sul fatto stanno indaganto i carabinieri della compagnia di Abbiategrasso.
Fonte: affari italiani

Evade i domiciliari. Ritorna in carcere.

Palermo - Torna in carcere, per evasione degli arresti domiciliari, Angelo Galatolo, 40 anni, figlio del boss Vincenzo Galatolo ed esponente di spicco della famiglia mafiosa palermitana dell'Acquasanta. Angelo Galatolo, già con diversi reati per mafia, era uscito di prigione il 7 novembre scorso per fine pena.
Dopo essere stato scagionato dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Fontana, cugino dei Galatolo, sulla sua partecipazione alla rapina milionaria ai Monopoli di Stato, Galatolo era comunque rimasto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, obbligato a soggiornare nel comune di Palermo e a restare in casa dalle 20 alle 7. Da casa era uscito il 15 novembre scorso, ma, nuovamente arrestato, era rimasto in carcere sino a febbraio, quando gli sono stati concessi i domiciliari, dai quali è evaso ancora una volta.
Fonte: virgilio.it

La richiesta dell'On. Zago

Un nuovo intervento sul futuro nome dell'aeroporto di Comiso si registra da parte dell'on. Salvatore Zago: “Sarebbe davvero un bel gesto, il riconoscimento del lavoro e del sacrificio compiuto per la Sicilia da Pio La Torre; sarebbe un atto significativo, da parte di chi rappresenta la nostra regione, verso un siciliano che, non solo ha operato per dare al paese uno strumento efficace di lotta alla mafia, ma ha portato la Sicilia ad assumere un rilevante ruolo nazionale e internazionale nella battaglia per la pace e il disarmo”.
Ribadisce l'on. Zago: “Chiedo al Presidente della Regione, on. Cuffaro, e al Presidente dell'Ars, on. Miccichè di associarsi agli intellettuali siciliani che hanno chiesto di intitolare il nuovo aeroporto di Comiso a Pio La Torre, non come atto dovuto ma come scelta significativa e riconoscimento esplicito”.

giovedì, marzo 15, 2007

Arrestato cugino di Nitto Santapaola

CATANIA - Salvatore 'Coluccio' Santapaola, 49 anni, cugino del capomafia ergastolano Benedetto, è stato arrestato dalla squadra mobile della Questura di Catania per omicidio. L'uomo è stato condannato a 16 anni di reclusione perchè ritenuto uno degli esecutori materiali dell'uccisione di Angelo Randelli, fratello del 'pentito' Pietro, assassinato a Misterbianco il 22 gennaio del 1988.
Secondo l'accusa, il delitto fu una vendetta trasversale nei confronti del collaboratore di giustizia disposto dalla cosca Santapaola come rappresaglia al maxi blitz a Torino contro Cosa nostra etnea in Piemonte realizzato dopo le dichiarazioni di Pietro Randelli e Salvatore Parisi, detto "Turinella". Salvatore 'Coluccio' Santapaola, ex sorvegliato speciale, in passato è stato indagato per associazione mafiosa, estorsione, armi e ricettazione.
15/03/2007
Fonte: La Sicilia

"Pizzo pub", slitta il processo

L'assenza di uno dei due imputati ha ha fatto slittare a fine mese il processo per tentata estorsione consumata nell'ultimo scorcio del 2005 ai danni del titolare di un pub. Un'accusa che vede alla sbarra Francesco Greco e Salvatore Tremi, entrambi incriminati per tentata estorsione in concorso con l'aggravante mafiosa. Secondo l'accusa i due avrebbero tentato di sottoporre all'odioso ricatto del racket il titolare di un pub già vessato dai clan. In particolare - secondo le indagini della polizia - i due si sarebbero presentati all'operatore economico sotto sotto le festività natalizie, chiedendo un contributo per i carcerati. Ed alla vittima che avrebbe manifestato l'impossibilità a pagare, i due avrebbero replicato che "qualcosa doveva dargliela per forza", concedendogli poi una settimana per mettersi in regola. Solo che l'inchiesta era già in fieri e fu a quel punto che la polizia potenziò i controlli nel pub, scongiurando eventuali rappresaglie.
Ed è slittato al mese prossimo l'avvio del processo per mafia contro l'autotrasportatore Paolo Palmeri, di 39 anni. Sul capo di Palmeri pende l'accusa di essere organico alla cosca criminale di Cosa Nostra: un'accusa per la quale il 28 ottobre del 2005 la polizia lo arrestò. Ad incastrare Palmeri furono, in quell'occasione, le "cantate" di Salvatore Cassarà, l'ex rivenditore di auto oggi collaboratore di giustizia, il quale riferì agli inquirenti di un progetto di attentato orchestrato da Palmeri ai danni del capo dell'ufficio Gip di Caltanissetta Ottavio Sferlazza. Gli atti relativi al presunto progetto di attentato vennero poi trasmessi per competenza ai magistrati della Dda di Catania che, ad oggi, non hanno dato comunicazione di chiusura di indagine. Palmeri rimase in cella con l'accusa di mafia per la quale ora è sotto processo davanti al Tribunale.
Fonte: La Sicilia

Scarcerato perchè scaduto il termine

PALERMO - È stato scarcerato perchè sono scaduti i termini di custodia cautelare in carcere. È da alcuni giorni libero Antonio Porcelli, 73 anni, considerato il capo del mandamento mafioso palermitano di Partanna Mondello. Attualmente è imputato in un processo chiamato "Tempesta" a vari boss accusati di una serie di omicidi. Le altre pene definitive a cui è stato condannato sebbene ammontino complessivamente a oltre 70 anni di carcere sono state scontate simultaneamente. Per i delitti per i quali è stato imputato ha alternato assoluzioni e condanne all'ergastolo, ma nessuna delle quali definitive. Ed è per questo che è stato scarcerato. La corte di Assise d'appello di Palermo ha rilevato che le pene non si sono sommate tra di loro. Porcelli è stato anche imputato nel processo per l'omicidio dell'europarlamentare Salvo Lima, avvenuto a Palermo il 12 marzo del 1992 come componente della commissione di Cosa Nostra.
Ma i suoi legali dimostrarono che nel periodo del delitto non era reggente del "mandamento". Porcelli dopo la scarcerazione è stato sottoposto ad obblighi come la firma quotidiana in commissariato.
15/03/2007
Fonte: La Sicilia

Processo "Alta mafia", si deve aspettare

Era parecchia l'attesa per l'udienza di ieri del processo Alta Mafia. Due i motivi. Il primo era rappresentato dal fatto che in giornata si sarebbe saputo quando sarebbero stati sentiti i nuovi collaboratori di giustizia Maurizio Di Gati e Ignazio Gagliardo; l'altro riguardava l'escussione del presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro, citato dalla difesa di Vincenzo Lo Giudice quale teste a discolpa. In entrambi i casi le aspettative sono state deluse. I due pentiti racalmutesi non potranno essere esaminati prima del 10 aprile.
Le udienze del 20 e 27 marzo e quella del 3 aprile prevedono già l'esame di altri testi che rinviare ad altra data risulterebbe quanto meno problematico. Pertanto, il presidente del collegio giudicante, Antonina Sabatino, ha pregato il pubblico ministero di indicare una data utile successiva al 10 aprile per poter sentire le rivelazioni - per la verità molto attese - dei due neo collaboratori che subito dopo il loro arresto hanno deciso di saltare il fosso e passare dalla parte dello Stato.
Delusi pure tutti coloro che attendevano l'arrivo di Totò Cuffaro il quale - essendo sotto processo a Palermo per favoreggiamento aggravato - verrà sentito nella qualità di imputato di reato connesso con il supporto di un legale di fiducia. Il governatore ieri non si è presentato in aula perché si trova all'estero per impegni istituzionali già presi da tempo e non procrastinabili. Il suo esame - se non ci saranno ulteriori sorprese - è stato fissato per l'udienza del 3 aprile.
Tra gli imputati eccellenti di questo processo, oltre all'ex deputato Udc Vincenzo Lo Giudice, anche l'ex presidente del Consiglio provinciale di Agrigento Rino Lo Giudice, figlio di Vincenzo, l'ex consigliere provinciale Udc Salvatore Iacono, l'ex presidente dello Iacp di Agrigento Salvatore Failla e l'ex sindaco Ds di Canicattì Antonio Scrimali.
Fonte: La Sicilia

21 Marzo, manifestazione a Polistena

ROMA - Arriveranno da tutta Italia per ricordare e leggere i nomi delle 700 vittime innocenti delle mafie: a Polistena, in Calabria, il 21 marzo prossimo di celebrerà la dodicesima “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie” organizzata da Libera, il cartello di associazioni che fa capo a don Luigi Ciotti, e da Avviso Pubblico. La manifestazione è stata presentata oggi nella sede della Rai, che ha collaborato attraverso il Segretariato Sociale alla realizzazione di uno spot, creato per l’occasione da 50 ragazzi del Consorzio Città di Marano, Lentini e Polistena, e che sarà trasmesso nei prossimi giorni sulle reti della tv pubblica.
“Vogliamo testimoniare il positivo che è presente in questa terra meravigliosa” ha detto don Ciotti, precisando che quello del 21 marzo “non sarà un corteo, ma un momento di grande riflessione”. Il sacerdote ha ricordato le tante vittime innocenti delle mafie: negli ultimi dieci anni, ben 2.500 persone sono state uccise dal crimine organizzato e di queste 150 erano vittime innocenti, di cui 37 adolescenti e bambini. Per celebrare la Giornata è stato scelto, non a caso, il primo giorno di primavera; la decisione di farla in Calabria deriva dal fatto che in quella regione, tra il 2005 e il 2006, si sono registrati più di 300 atti intimidatori verso amministratori pubblici, e perché lì è avvenuto uno degli omicidi più eclatanti, quello del vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno.
Ma anche lì “è possibile cambiare”, come ha sottolineato il parroco di Polistena, don Pino Demasi, mentre la giovane Stefania Grasso, figlia di una vittima della criminalità organizzata, ha esortato a “dare un senso alla morte, chiedendo e dando un forte impegno, e dare un senso al dolore”.
Fonte: giornale di calabria

Cena della legalità a Brescia

Lunedì scorso l’oratorio di Malegno ha ospitato un appuntamento speciale all’insegna della lotta alla mafia, una «Cena della legalità» in cui, con il pretesto di assaggiare i prodotti delle terre sequestrate alla malavita organizzata siciliana ed affidate a cooperative di produzione spesso gestite da giovani dell’isola, si è parlato di mafia con uno dei protagonisti della lotta alla mafia, Giovanni Impastato, fratello di Peppino ucciso della malavita siciliana nel 1978, portato alla conoscenza dell’opinione pubblica grazia al fortunato film «I cento passi» di Marco Tullio Giordana.
«La mafia oggi - ha spiegato Giovanni Impastato ai 150 partecipanti - non è una realtà solo siciliana, bensì è una realtà presente nell’economia globalizzata, e presente anche nella ricca Lombardia, regione terza solo a Sicilia e Calabria per presenza mafiosa. Detto questo è opportuno che sempre più persone conoscano una delle modalità di lotta alla mafia che è quella di creare un’economia alternativa, un’economia della legalità, in quelle aree dove storicamente la presenza mafiosa è più forte. Grazie ad una legge dello stato infatti i terreni di soggetti riconosciuti mafiosi sono sequestrati ed affidati a cooperative di produzione (tre attive in Sicilia, con una quarta di prossima attivazione, ed una in Calabria, ndr) che vengono affidate a dei giovani che puntano attraverso il lavoro al riscatto della loro terra attraverso il lavoro. Questo è un modo per intaccare il potere consolidato della mafia, e attorno alle cooperative si è attivata una rete di associazioni dall’esplicito nome di «Libera» pronta a sostenere che vuol reagire allo status-quo mafioso, una reazione che è un po’ come fece mio fratello Peppino che si sacrificò con la sua ribellione al sistema mafioso, e per questo venne ucciso».
Malegno non è nuova a progetti legati alla legalità, legati alla lotta alla mafia, grazie alla sensibilità in questo senso dell’assessore alle problematiche giovanili Orsolina De Rosa: nel settembre di due anni fa Giovanni Impastato fu ospite una prima volta di una partecipata serata sulla mafia. Lo scorso anno nel paese camuno venne don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione «Libera» e lo scorso dicembre Malegno organizzò una tre giorni in Sicilia nei luoghi della mafia, da Cinisi a Corleone, da Capaci a Via Damelio.
Lunedì scorso si diceva il ritorno di Giovanni Impastato, e venerdì 23 marzo prossimo nel paese camuno ci sarà l’onorevole Nando Dalla Chiesa, figlio del generale dei Carabinieri Carlo Alberto ucciso a Palermo dalla mafia nel 1982, a presentare il volume «Le ribelli», raccolta di testimonianze di donne che hanno sfidato la mafia.
Fonte: Brescia oggi

mercoledì, marzo 14, 2007

In cella con i cellulari...

PALERMO - I carabinieri hanno scoperto che molti detenuti del reparto di massima sicurezza del carcere Pagliarelli di Palermo erano in possesso di un telefono cellulare dal quale coordinavano i loro traffici criminali. Per questo motivo stamani è stata disposta dalla procura una perquisizione nelle celle dell'istituto di pena e sono state eseguite sei ordinanze di custodia cautelare. L'inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai sostituti Maurizio De Lucia, Roberta Buzzolani e Michele Prestipino.
Secondo quanto è emerso dall'indagine, esponenti della famiglia mafiosa del quartiere palermitano Partanna-Mondello, dall'interno del carcere dirigevano un vasto traffico di stupefacenti in tutta la Sicilia. Tra gli arrestati vi è anche un agente penitenziario che forniva i telefoni cellulari ai detenuti. All'operazione partecipano oltre 100 carabinieri che stanno eseguendo numerose perquisizioni, soprattutto al Pagliarelli. L'agente di polizia penitenziaria arrestato è Giuseppe Trapani, 43 anni, originario di Sciacca, residente a Villabate e in servizio nel carcere di Pagliarelli. Secondo l'accusa, sarebbe stato lui a fornire il telefono cellulare ai detenuti, consentendo loro di organizzare traffici di droga e parlare con i complici ancora liberi. È accusato di corruzione aggravata nell'avere agevolato la mafia e detenzione di sostanze stupefacenti che avrebbe introdotto nel carcere. Fra le persone raggiunte dal provvedimento cautelare vi è anche Carmela Rita Irene Lucchese, di 35 anni, che è la moglie di un detenuto, Antonio De Luca, quest'ultimo già detenuto, e fra i carcerati che hanno avuto il telefonino in cella. La donna avrebbe pagato una somma di denaro all'agente penitenziario per consentire al marito di usufruire del cellulare. Un altro ordine di custodia riguarda Giacomo Fidone, di 38 anni, di Scicli (Ragusa), accusato di aver procurato la droga all'organizzazione. Altre due misure cautelari sono state notificate in cella a Francesco Bonanno, di 34, e Massimiliano Magnasco, di 26. Sono state le indagini per la ricerca di uno dei maggiori latitanti di mafia, Giovanni Motisi, palermitano, a far scoprire che i detenuti del carcere Pagliarelli avevano a disposizione un telefono cellulare. Gli investigatori intercettando Anna Maria Pampalpone, la moglie del boss mafioso detenuto Vincenzo Cascino, ritenuto vicino al latitante Motisi, hanno scoperto che il marito riusciva a chiamarla al telefono nonostante fosse rinchiuso nel reparto di massima sicurezza. Da questo episodio è cominciata l'inchiesta che ha portato nel settembre scorso ad identificare l'agente di polizia penitenziaria, Giuseppe Trapani, che forniva il cellulare, dietro pagamento, ai detenuti. Per gli inquirenti, in alcuni casi, l'agente avrebbe fornito ai detenuti anche sostanze stupefacenti. 14/03/2007
Fonte: La Sicilia

Morto il boss Madonia

PALERMO - È morto nel reparto di terapia intensiva del Policlinico napoletano uno dei veri boss mafiosi palermitani, Francesco "Ciccio" Madonia, 83 anni, omicida trafficante di droga, capo della famiglia di Resuttana-San Lorenzo, una delle più potenti a Palermo alleato da sempre con i corleonesi di Riina e Provenzano. Anche tre dei suoi 4 figli, Antonio, Giuseppe e Salvatore, sono capi di gang delle estorsioni e del traffico di droga, stragisti e sono tutti in carcere al 41 bis.
Ciccio Madonia era considerato un boss che contava ed il cui nome è stato legato ai misfatti più eclatanti di cosa nostra negli ultimi trent'anni a Palermo: dalla strage Dalla Chiesa all'omicidio di Libero Grassi, dalle estorsioni in mezza città agli eccidi di Capaci e via D' Amelio, dagli omicidi di mafiosi di basso rango a quello dell'ex sindaco Giuseppe Insalaco.
14/03/2007
Fonte: La Sicilia

Intitolato ponte a Peppino

È stato intitolato al giornalista Peppino Impastato, ucciso a trent'anni dalla mafia nel 1978, il ponte che collega il Piazzale del Tronchetto con l'isola Nova, primo terminal automobilistico veneziano ieri, tra l'altro, all'attenzione dei carabinieri di Venezia con un'operazione contro l'organizzazione criminale che da anni controllava gran parte del flusso turistico veneziano. L'intitolazione è stata autorizzata dalla Prefettura, su delibera della giunta comunale che ha scelto di ricordare così il fondatore e direttore della radio libera "Aut", «che ha svolto - è detto in una nota diffusa dal Comune - una costante azione di denuncia politica e giornalistica contro la mafia».
La delibera di Giunta era stata adottata accogliendo un ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale, su proposta del gruppo consiliare di Rifondazione comunista, nell'ambito della campagna nazionale "Una strada per Peppino Impastato", alla quale hanno aderito più di cento Comuni italiani. La vita e il lavoro svolto da Impastato sono stati tra l'altro ricordati nel film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana.
Fonte: il gazzettino online

Anniversario Petrosino

Il 12 marzo del 1909 quattro colpi di rivoltella uccisero a Palermo, in piazza Marina, il detective Joe Petrosino che per primo intuì le relazioni tra la mafia siciliana e quella italo-americana, soprannominata "Mano nera". Il coraggio di questo poliziotto di umili origini, nato a Padula, in provincia di Salerno ed emigrato a New York in cerca di fortuna, è stato ricordato durante una cerimonia di commemorazione organizzata dal Consiglio comunale e dall'Istituto superiore per la difesa delle tradizioni.
«E' importante onorare i luoghi della memoria e ribadire l'impegno della città di Palermo nella lotta alla criminalità organizzata», ha detto l'assessore alla cultura Tommaso Romano al giardino Garibaldi, dove è stata deposta una corona di fiori. Sulla stessa linea Roberto Trapani Della Petina, presidente dell'istituto superiore per la difesa delle tradizioni, che ha ribadito l'importanza della lotta per la legalità a una scolaresca in visita. Assassinato dalla stessa mafia a cui aveva dichiarato guerra, recandosi personalmente a Palermo per indagare sui collegamenti con la "cupola" mafiosa, Petrosino è stato il primo a creare una rete di intelligence internazionale, quasi cento anni fa, per capire struttura e relazioni della criminalità organizzata. Un personaggio leggendario che ha ispirato libri, fumetti e sceneggiati televisivi, ultimo quello interpretato nel 2005 dall'attore siciliano Giuseppe Fiorello.
«Vorrei che il suo coraggio fosse sentito maggiormente. Tempo fa è stata anche danneggiata la targa dedicata alla memoria di Petrosino», dice il signor Cesare, che vanta un'illustre parentela: il fratello del suo bisnonno era Settimo Codiglione, l'ufficiale di dogana che ebbe in custodia la salma di Petrosino prima del suo rientro a New York, citato nel noto libro di Arrigo Petacco «Joe Petrosino, l'uomo che sfidò per primo la mafia italoamericana».
Fonte: La Sicilia