lunedì, aprile 30, 2007

Primo aereo a Comiso

COMISO (RAGUSA) - E' atterrato nell'aeroporto di Comiso "Pio la Torre", ex base Nato, l'Airbus 319 proveniente da Roma con il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, il viceministro Sergio D'Antoni e il presidente dell'Enac Vito Riggio. E' il primo volo che atterra a Comiso per una cerimonia voluta dal sindaco Pippo Digiacomo per commemorare il 25° anniversario dell'omicidio a Palermo del segretario regionale del Pci, Pio La Torre, cui l'aeroporto è intitolato, che si era battuto contro l'installazione dei missili a testata nucleare Cruise nella cittadina. L'aeroporto sarà completato entro l'anno. "Dove c'era una grande base missilistica nucleare oggi nasce una aeroporto civile che è intitolato a un uomo che fu il leader del movimento contro i missili nucleari", ha affermato il vice premier D'Alema. "Dopo tanti anni - ha osservato il ministro degli Esteri - quella di oggi è anche una grande rivincita del movimento per la pace ma anche la rivincita della lotta per lo sviluppo della Sicilia, perché questa è un'Isola che ha grandi potenzialità economiche e turistiche".
Per D'Alema oggi è "un momento importante non solo per Comiso ma per la Sicilia e tutto il Mezzogiorno". Il vice premier ha ricordato anche "il momento drammatico dell'uccisione di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo. Io ero segretario dell'allora Pci in Puglia e con La Torre avevamo lavorato insieme per il meridionalismo, il lavoro e la democrazia. Nella Sicilia insanguinata dalla mafia, Pio fu protagonista di grandi battaglie civili, soprattutto nella lotta al potere mafioso e per conquistare i siciliani nella lotta per la democrazia ed il progresso, unendo sindacati, sinistra e i mondi cattolico e giovanile".
Il vice premier ha ricordato le lotte di La Torre contro la costruzione della base ma allo stesso tempo "per un negoziato per la riduzione degli armamenti, non fu una lotta contro la potenza russa né contro gli Usa, ma una lotta contro i missili per lo sviluppo e la valorizzazione della Sicilia e della pace".
L'inaugurazione della pista dell'aeroporto di Comiso è "un risultato importante per la Sicilia" che sarà "uno stimolo ulteriore per la crescita dell'Isola", ha detto il vicepremier Francesco Rutelli in un messaggio inviato alla cerimonia di intitolazione dello scalo a Pio La Torre. Secondo il vicepremier l'aeroporto di Comiso "è in una posizione strategica perchè al centro del Mediterraneo e creerà flussi turistici e commerciali importanti per la Sicilia". Il vicepremier ha espresso la propria soddisfazione per l'intitolazione dello scalo a Pio La Torre.
Per il ministro ai Trasporti, Bianchi, "il primo volo su Comiso e l'intitolazione dell'aeroporto a Pio La Torre sono una grande occasione. Mi sembra un grande simbolo che lo scalo sia intitolato ad una persona che si è battuta contro la mafia e che oggi diviene un simbolo del progresso e dello sviluppo a tutti i livelli di questa terra". Il ministro ha auspicato di "potere tornare entro la fine dell'anno per inaugurare ufficialmente tutti gli impianti dell'aeroporto di Comiso".
30/04/2007
Fonte: La Sicilia

Portella della Ginestra

PIANA DEGLI ALBANESI (PALERMO) - Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha deposto una corona al 'Sasso di Barbato', sul cippo che ricorda la strage di Portella della Ginestra in cui, il primo maggio del 1947, 11 persone sono morte sotto il fuoco della banda di Salvatore Giuliano.
Alla piccola cerimonia erano presenti anche i segretari della Cgil e della Cisl, Guglielmo Epifani e Raffaele Bonanni. Dopo la deposizione, Bertinotti, ha incontrato alcuni anziani superstiti della strage, saliti per l'occasione in cima alla montagna.
"Non sappiamo ancora chi siano stati i mandanti veri della strage di Portella della Ginestra. Sappiamo però che le vittime erano gli autori della storia e i carnefici erano contro la storia", ha detto il presidente della Camera. In un affollatissimo incontro, Bertinotti ha esortato i cittadini a "raccogliere il lascito importante che viene da quella strage e a portarlo avanti con fiducia". E, parlando al fianco di tre testimoni dell'eccidio, ha aggiunto: "Oggi sono particolarmente lieto, da presidente della Camera, di essere qui e di esortare i giovani a credere nel loro futuro".
Epifani ha sottolineato come "Portella della Ginestra segna una tragedia di persone e di comunità. E' patrimonio della grande famiglia del sindacato italiano l'esempio di tutti questi uomini che non hanno chinato la testa nei confronti dei mafiosi e dei prepotenti". Un ragionamento condiviso da Bonanni, che ha esortato a "custodire la memoria di quella pagina terribile per rigenerare insieme la nostra Repubblica".
30/04/2007
Fonte: La Sicilia

Arrestato latitante da un anno

SIRACUSA - Era latitante dal 12 maggio 2006. Ed oggi a poco meno di un anno da quando riuscì a far perdere le proprie tracce, gli uomini della squadra mobile di Siracusa hanno arrestato Gaetano Cadiri, 55 anni accusato di essere uno degli esponenti di primissimo piano della cosca Nardo di Lentini, attiva soprattutto nella fascia nord della provincia di Siracusa. Cadiri è stato condannato all'ergastolo ed a suo carico era stato emesso un ordine di esecuzione della Procura della Repubblica di Catania, perchè ritenuto responsabile di associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio e violazioni in materia di armi.
29/04/2007
Fonte: La Sicilia

Cisl Sicilia: clima degli anni '30

SIRACUSA - La Cisl siciliana e le sedi provinciali di Ragusa e Siracusa denunciano il "clima da Chicago anni 30" che da qualche tempo si respira tra Augusta e Pozzallo, nell'estremità sud-orientale dell'Isola. "Bersaglio di ignoti criminali, l'attività sindacale di tre dirigenti della federazione dei trasporti della Cisl di Augusta (Fit), settore marittimi - afferma una nota - è contro di loro, residenti a Pozzallo ma impegnati nelle attività di servizio alle navi nel porto del Siracusano, che si è scatenata un'escalation del terrore fatta di intimidazioni, minacce di morte rivolte da anonimi ma dal tipico accento del comprensorio aretuseo. E persino inseguimenti, sparatorie notturne, auto incendiate".
"Così Carmelo Giannone, Antonino Giannone e Francesco Amato Occhipinti, - prosegue la nota - si sono visti costretti a chiedere al commissariato di Augusta la tutela della propria personale incolumità e la salvaguardia del diritto costituzionale a esercitare l'attività sindacale". Il segretario della Cisl Sicilia Paolo Mezzio e i segretari Cisl di Ragusa e Siracusa, Giovanni Avola e Enzo Scatà, affermano che "il sindacato non ha mai lasciato soli nè mai lascerà soli i propri esponenti e i lavoratori che in esso si riconoscono".
29/04/2007
Fonte: La Sicilia

L'uccisione di Pio La Torre

PALERMO - L'ultima sentenza per l'uccisione di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo è stata emessa il 12 gennaio di quest'anno dalla corte d'assise di appello di Palermo. Sono stati condannati all'ergastolo due dei presunti sicari, Giuseppe Lucchese e Nino Madonia. In un processo separato era stato condannato a otto anni il terzo componente del "gruppo di fuoco", Salvatore Cucuzza, diventato collaboratore di giustizia. Dalle sue rivelazioni è stato possibile ricostruire il livello esecutivo dell'agguato, compiuto il 30 aprile 1982. Oltre a Lucchese, Madonia e Cucuzza, in piazza Turba c'era Pino Greco "scarpuzzedda" armato di una mitraglietta che però si inceppò. Greco è stato poi eliminato nel corso della guerra di mafia che in quegli anni impegnava l'ala tradizionalista di Cosa nostra, legata alla figura del boss Stefano Bontate, e il gruppo emergente dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Oltre ai sicari, sono stati condannati all'ergastolo gli uomini più in vista della "cupola": gli stessi Riina e Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino "Nenè" Geraci morto di recente. Tutti i processi hanno ricondotto la causale dell'agguato all'impegno antimafia di Pio La Torre, promotore di una legge che ha introdotto il reato di associazione mafiosa nel codice penale e ha previsto la confisca dei patrimoni per gli affiliati a Cosa nostra.
Le inchieste hanno ricostruito comunque un movente più complesso nel quale si sarebbero ricomposti gli interessi della mafia ma anche le trame di poteri occulti e servizi segreti. Tra il 1981 e il 1982 La Torre fu il più attivo protagonista del movimento che si opponeva alla installazione dei missili Cruise a Comiso. Nessun riscontro giudiziario ha invece trovato l'esistenza di una "pista interna" o comunque di un isolamento dentro lo stesso Pci che a lungo è stata evocata nel dibattito politico.
28/04/2007
Fonte: La Sicilia

Il nome è tutto un programma...

PALERMO - Il tribunale di Marsala ha condannato a quattro anni di reclusione per voto di scambio l'ex senatore socialista Pietro Pizzo. Tre anni gli sono stati comunque condonati per l'indulto. Secondo l'accusa, il senatore nel 2001 avrebbe versato 100 milioni di vecchie lire alla famiglia mafiosa di Marsala in cambio di un pacchetto di mille voti per il figlio Francesco, all'epoca candidato per il Nuovo Psi alle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea regionale siciliana. Dalle indagini è emerso che il figlio sarebbe stato all'oscuro del patto tra il padre e la cosca trapanese e per questo la sua posizione fu archiviata.
28/04/2007
Fonte: La Sicilia

22 condanne

CATANIA - Due assoluzioni e ventidue condanne per presunti appartenenti a Cosa nostra a Catania, compresi esponenti di primissimo piano della cosca Santapaola. È la sentenza emessa, con il rito abbreviato dal Gup di Catania Carlo Cannella, accogliendo le richieste del pm Agata Santonocito, per lo stralcio dell'inchiesta Dionisio contro un presunto cartello di imprenditori accusato di gestire gli appalti pubblici nel catanese. L'operazione Dionisio, coordinata dalla Dda della Procura della Repubblica di Catania, sfociò il 7 luglio del 2005 in un'operazione dei carabinieri del Ros contro 88 presunti appartenenti a Cosa Nostra e loro fiancheggiatori. In un altro processo, con altri imputati, i giudici hanno ritenuto non valide le intercettazioni ambientali e telefoniche, per un visto di forma procedurale, ma la contestazione è stata invece respinta dal Gup Cannella.
Il Gup ha condannato Giuseppe 'Enzo' Mangion, a 13 anni, di reclusione; Vincenzo Mangion 12 anni e 2 mesi; Alfio Mangion a 5 anni e 8 mesi; Salvatore Alma, Giuseppe Ferlito, Salvatore Copia, Francesco Marsiglione e Francesco Ferraro a 4 anni e 8 mesi ciascuno; Pietro Balsamo e Antonino Motta a 1 anni e 4 mesi ciascuno; Pietro Iudicello a 10 anni e 8 mesi; Giuseppe Rindone, Antonino Santapaola, Vincenzo Santapaola e Salvatore Rapisarda a 5 anni e 4 mesi ciascuno; Calogero 'Carletto' Campanella, 2 anni; Umberto Di Fazio a 3 anni e 10 mesi; Angelo e Pietro Mirabile a 5 anni e 4 mesi ciascuno; Giuseppe Strano a 10 anni; Santo Tringale e Sergio Gandolfo a 6 anni e 8 mesi ciascuno. Assolti invece Matteo Ottavio Oliveri e Salvatore Chiara
27/04/2007
Fonte: La Sicilia

Colpito il centro "Padre Nostro"

PALERMO - Un pulmino e un' auto del centro "Padre nostro", fondato da don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia nel '93 a Brancaccio, sono stati danneggiati. Maurizio Artale, responsabile del centro, dice: "Da diversi giorni siamo tornati a essere presi di mira. Mi chiedo come sia possibile che non ci sia mai un testimone".
24/04/2007
Fonte: La Sicilia

venerdì, aprile 27, 2007

Bruciata auto di imprenditore di Addiopizzo

PALERMO - L'auto di un imprenditore palermitano di 38 anni, una Bmw 320 parcheggiata in via Aquileia, è stata distrutta la notte scorsa da un incendio doloso. Accanto alla vettura è stata infatti trovata una bottiglia con tracce di liquido infiammabile. La vittima dell'attentato aveva chiesto nei giorni scorsi di entrare a far parte del comitato di Addiopizzo, l'associazione che riunisce i commercianti impegnati nella lotta contro il racket.
L'imprenditore aveva manifestato anche la sua disponibilità ad allestire i gazebo per la manifestazione del 5 maggio, la giornata dedicata alle iniziative di Addiopizzo. Gli investigatori e la stessa associazione non ritengono allo stato che l'atto intimidatorio sia da collegare alla richiesta di adesione dell'imprenditore, che peraltro non era ancora stata pubblicizzata. 27/04/2007
Fonte: La Sicilia

Assolto Giudice

I giudici della terza sezione del tribunale di Palermo hanno assolto il parlamentare di Forza Italia Gaspare Giudice. Rispondeva di associazione mafiosa.
Fonte: La Repubblica

giovedì, aprile 26, 2007

Incredibile !!!

CALTANISSETTA - Ventisette imprese hanno offerto lo stesso ribasso per un appalto. Per questo il sindaco Salvatore Messana ha trasmesso gli atti alla Procura. Questa è la quarta volta che avviene l' episodio nel giro di poche settimane. Lo stesso ribasso ha impedito il calcolo della media per procedere all'aggiudicazione del servizio di manutenzione del manto erboso dello stadio di Pian del Lago per un importo di 97 mila euro a base d'asta. Gli altri tre appalti non affidati per la stessa ragione sono la messa in sicurezza di Palazzo del Carmine, sede del municipo, per un importo di 169 mila euro, la manutenzione in via delle Calcare (151 mila euro) e la sistemazione del verde cittadino (150 mila euro).
26/04/2007
Fonte: La Sicilia

Ripulirono il covo di Riina

PALERMO - Il pm Antonio Ingroia ha chiesto al gip Mario Conte il rinvio a giudizio di 11 boss accusati di aver ripulito il covo di Totò Riina dopo l' arresto del capo di Cosa Nostra, avvenuto il 15 gennaio 1993. Gli imputati sono accusati di favoreggiamento. Il sostituto procuratore ha definito le proprie richieste, mentre i difensori non hanno ancora concluso e lo faranno nella prossima udienza fissata per il 3 maggio quando il gup si ritirerà in camera di consiglio per decidere sulle richieste. Secondo l'accusa i fedelissimi di Riina portarono via dalla villa di via Bernini a Palermo, dove il padrino corleonese aveva vissuto per diversi anni insieme alla sua famiglia, i mobili. Per gli inquirenti "le operazioni di rimozione, trasporto e occultamento dei beni mobili" sarebbe avvenuto nei giorni seguenti l'arresto di Riina. Gli imputati sono i pentiti Gioacchino La Barbera e Giovanni Brusca, e i mafiosi Giovanni, Gaetano e Giuseppe Sansone, Leoluca Bagarella, Giovanni Grizzaffi, Michele Traina, Giuseppe Guastella, Giusto Di Natale e Michelangelo La Barbera.
26/04/2007
Fonte: La Sicilia

In attesa del giudizio

Palermo - I giudici della terza sezione del Tribunale di Palermo sono entrati in camera di consiglio per decidere la sentenza nel processo in cui tra gli imputati figura il parlamentare di Forza Italia Gaspare Giudice, che risponde di associazione mafiosa. Il dibattimento era iniziato il 9 giugno del 1999 e ha subito una serie di ritardi a causa di modifiche nella composizione del collegio giudicante e altri impedimenti. Il Tribunale, presieduto da Angelo Monteleone, a latere Lorenzo Chiaramonte e Marcella Ferrara, dovra' occuparsi delle posizioni di 8 imputati, fra i quali anche imprenditori e il presunto mafioso di Caccamo Giuseppe Panzeca. Nel processo Giudice e' accusato anche di bancarotta fraudolenta. Per il deputato il Pubblico ministero Gaetano Paci ha chiesto 15 anni di carcere. La sentenza e' attesa per la giornata di domani.
Fonte: Agi online

Anniversario Pio La Torre

Palermitano, figlio di contadini, sin da ragazzo Pio La Torre aveva visto con i suoi occhi la dura vita della gente che si occupa della terra. Era nato nel 1927 e visse la prima infanzia sotto il regime fascista. Appena sedicenne, aveva già le idee chiare e per pagarsi le tasse scolastiche fece il manovale edile. Nel 25° anniversario dell'uccisione del dirigente politico e dell'autista Rosario Di Salvo, il «Centro Studi Pio La Torre», presieduto da Vito Lo Monaco, gli ha dedicato un pamphlet fotografico con prefazione di Francesco Renda, che verrà presentato sabato 28 aprile al Teatro Politeama nel corso della manifestazione «Dalla mafia delle armi alla mafia dei capitali». Scorrono le immagini della pubblicazione. La primavera del 1947 fu molto calda. Riprese vigore il movimento contadino. I comunisti La Torre e Li Causi presero il comando dei rivoltosi occupando feudi e latifondi incolti. Il 20 aprile di quell'anno, col successo del blocco Pci e Psi, i contadini vinsero la loro battaglia: il problema delle terre si spostava nelle aule del nuovo Parlamento siciliano. Ma il Primo maggio, con la strage di Portella della Ginestra, addebitata al bandito Salvatore Giuliano, si riaccesero gli animi del movimento contadino. La lotta venne contrastata sanguinosamente dalla mafia, che uccise in quel periodo ben 45 sindacalisti e dirigenti politici. Terribili gli inizi degli anni Cinquanta. Si legge nel volume: «Le occupazioni pacifiche dei feudi molto spesso si conclusero con arresti e denunce all'autorità giudiziaria degli inermi contadini. Per approntare la difesa gratuita delle vittime della mafia, dei sindacalisti e dei contadini arrestati e denunciati, fu costituito, da avvocati democratici, un Comitato di solidarietà». C'è una storica immagine, ripresa nella corte d'Assise di via Montevergini, che ritrae l'avv. Nino Sorci con l'on. Nino Varvaro. Nella prefazione Francesco Renda racconta: «Ai primi incontri palermitani fra me e La Torre fece seguito l'invito a che egli mi accompagnasse in un comizio che avevo da tenere a Cattolica Eraclea. Ufficialmente eravamo un dirigente regionale, l'altro un dirigente locale di ininfluente periferia palermitana. I nostri rapporti, tuttavia, erano di giovani ventenni e, oltre che l'età, era giovane anche la nostra speranza che non era solo speranza contadina. Noi credevamo in un mondo migliore e, come militanti del Partito Comunista Italiano, lo chiamavamo socialismo, non identificato nel modello socialista sovietico, ma tutto siciliano e nazionale e tutto da conquistare con spazi di libertà». Nel marzo 1950 il giovane universitario La Torre venne arrestato a Bisacquino dalla polizia di Scelba perché colpevole di aver guidato nella lotta i contadini. Conobbe per 18 mesi le sbarre del carcere. Dall'Ucciardone scriveva a Paolo Bufalini: «Uno degli obiettivi che il nemico si prefigge chiudendoci in carcere è quello di strapparci alla lotta e isolarci da quel movimento che è la fonte di ogni nostro pensiero e azione». Pio La Torre fu segretario regionale della Cgil e nel 1962 venne eletto segretario regionale del partito. Una foto lo ritrae con Girolamo Li Causi ed Emanuele Macaluso. Sono gli anni delle dure lotte degli operai del Cantiere Navale. Poi, i comizi «rionali». Le condizioni di vita dei quartieri popolari erano segnate da indigenza e miseria. Sguardi pensierosi nella immagine che vede La Torre con Giorgio Napolitano, all'epoca responsabile meridionale del Pci. E ancora con Renato Guttuso, Pompeo Colajanni, Ino Vizzini e Michelangelo Russo. Il 30 aprile 1982, mentre si recava ad una riunione indetta presso la Federazione del partito, Pio La Torre veniva ucciso. Con lui cadde anche l'autista e collaboratore Rosario Di Salvo. Il 2 maggio vennero celebrati i funerali. Parteciparono commossi Enrico Berlinguer, Renato Zangheri, Ugo Pecchioli, Luciana Lama, Paolo Bufalini. Affettuoso l'abbraccio del presidente Sandro Pertini alla vedova di La Torre. Le ultime immagini del volume vengono dedicate a Rosario Di Salvo. Lui era contento del suo lavoro. Poco tempo prima di essere assassinato barbaramente, ebbe a dire: «E' un'occupazione piena di difficoltà e pericoli, ma questa è la mia vita».
Fonte: La Sicilia

Ricordando Spampinato

Giovanni Spampinato fu ucciso a Ragusa nel 1972: aveva ventidue anni, scriveva per il giornale 'L'Ora' e per 'L'Unità' e stava portando alla luce, in un'inchiesta su un delitto, un rilevante intreccio di affari e malavita. Giovanni Spampinato è uno dei 23 giornalisti italiani uccisi dal dopoguerra ad oggi (tre solo per 'L'Ora') a causa di una ricerca della verità che troppo spesso si è rivelata oltre che pericolosa, anche solitaria. A lui l'ordine dei giornalisti di Sicilia dedica, nel trentacinquesimo anniversario della morte, un convegno di due giorni a Ragusa e una serie di iniziative, tra cui l'intitolazione del Premio Mario Francese 2007 che è stato assegnato alla co-produzione televisiva Magnolia tv e Rai "Scacco al re - La cattura di Provenzano" per la regia di Claudio Canepari, trasmessa da Raitre. Il 26 aprile alle 17 e 30 sarà inaugurata, all'Archivio di Stato della città iblea, la mostra "Il giornalismo che non muore. Viaggio nel giornalismo d'inchiesta attraverso le storie dei cronisti uccisi", che resterà aperta fino all'8 maggio. L'esposizione ripercorre vite e testimonianze di diciassette protagonisti della storia degli ultimi cinquant'anni del giornalismo italiano, da Giovanni Amendola a Maria Grazia Cutuli. Gli altri giornalisti a cui sono dedicati i pannelli espositivi sono Beppe Alfano, Ilaria Alpi, Enzo Baldoni, Carlo Casalegno, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Piero Gobetti, Peppino Impastato, Guido Puletti, Mauro Rostagno, Antonio Russo, Giancarlo Siani, Giovanni Spampinato, Walter Tobagi. Subito dopo, alla Sala Avis, si terrà un dibattito con il sindaco di Ragusa Nello Di Pasquale, il segretario provinciale dell'associazione della stampa di Ragusa Gianni Molè, Alberto Spampinato, giornalista, Francesco Forgione presidente della commissione Antimafia. Venerdì, invece, alle ore 9, verrà consegnato il premio Mario Francese 2007 con un incontro dal titolo "Quando la cronaca incontra la storia. Pagine siciliane tra ricerca e coraggio. La cattura di Provenzano raccontata dai protagonisti". Il dibattito si articolerà con gli interventi, tra gli altri, di Franco Nicastro, presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia, Vittorio Roidi, segretario dell'Ordine nazionale dei giornalisti, Michele Prestipino, sostituto procuratore della Dda di Palermo. La manifestazione si concluderà con l'assegnazione delle borse di studio 2007 per le migliori tre tesi di laurea in giornalismo. Molti gli spunti di riflessione ma basterebbe la cronaca a ricordare che, come ha detto lo scrittore Vincenzo Consolo, "in Sicilia l'impegno civile dei giornalisti è stato pagato con una strage di cronisti. Otto morti. Credo che solo in qualche paese sudamericano, forse in Colombia, sia accaduta una cosa del genere".
Fonte: imgpress

Sindaco di Palermo adotti il documento di Addiopizzo

(AGI) - Palermo, 26 apr. - Il comitato Addiopizzo lancia ai candidati a sindaco di Palermo una proposta "per un'organica e costante azione di contrasto all'organizzazione mafiosa, al pizzo in particolare. e a favore di politiche di legalita' e sviluppo". Il comitato, che ha promosso e contribuito a organizzare 200 attivita' economiche pubblicamente contro il pizzo, 9000 cittadini che le sostengono con i loro acquisti e 89 scuole impegnate in percorsi di educazione alla legalita', rivendica il ruolo di "interprete di una diffusa coscienza della gravita', della complessita' e della capillare diffusione del fenomeno del racket" e intende "stimolare la politica a un piu' concreto impegno ed a una maggiore sensibilita' verso le problematiche attinenti alle estorsioni e, piu' in generale, alla lotta alla mafia". Il documento di Addiopizzo potra' essere sottoscritto in occasione della sua presentazione ufficiale, domani mattina nella facolta' di Giurisprudenza. Prevede tra l'altro l'inserimento nei bandi di gara e nei contratti di clausole "antiracket", la lotta all'abusivismo commerciale, la costituzione di parte civile del Comune in tutti i processi che riguardano mafia ed estorsioni, la concessione di spazi per fiere periodiche del consumo critico anti-pizzo e la creazione, su proposta del Centro siciliano di documentazione "Peppino Impastato", di un "Museo cittadino della memoria, dell'impegno e della lotta alla mafia".
Fonte: Agi.it

martedì, aprile 24, 2007

Le proposte di Addiopizzo


Fonte: addiopizzo.org

Scatta il blitz delle moto rubate


Fonte: addiopizzo.org

Chiesto il rinvio per Cinà


Fonte: Addiopizzo.org

Sabotaggio alla Segesta

TRAPANI - Spezzate le chiavi del quadro di accensione di tre pullman delle autolinee Segesta. Il sabotaggio è stato messo in atto durante la notte all'interno dell'autoparco di via Libica a Trapani. Disagi per circa 150 pendolari diretti a Palermo. Sono, infatti, saltate le prime tre corse per il capoluogo. Poco più di un anno fa ad Alcamo erano stati incendiati dieci pullman della società, sette dei quali completamente distrutti.
23/04/2007
Fonte: La Sicilia

Grasso e la sua invidia...

«Cercata la gogna pubblica». Il pg di Torino: «In tv solo beatificazioni»
ROMA — L'attacco viene sferrato già nelle prime pagine del libro, quando il procuratore nazionale Piero Grasso affronta la «rissosità interna all'ambiente dell'antimafia, la volontà di esaltare i propri risultati a discapito di quelli ottenuti da altri». E spiega: «Cos'altro può portare autorevoli protagonisti della repressione a Cosa nostra a sostenere che la cattura di Bernardo Provenzano sia poca cosa, e che la vicenda sia stata utilizzata come una "colossale arma di distrazione di massa" per spostare l'attenzione dalla "vera lotta alla mafia", che non si capisce a questo punto quale sia?».
Non fa nomi, il dottor Grasso, che prima di trasferirsi a Roma ha guidato per sei anni, dal '99 al 2005, la Procura di Palermo succedendo a Gian Carlo Caselli. Ma i suoi riferimenti sono fin troppo espliciti, e si rivolgono proprio a quei magistrati definiti «caselliani» che durante la sua gestione si lamentavano di come lui governava l'ufficio.
Grasso li chiama in causa dalle pagine del libro scritto per Feltrinelli insieme al giornalista Francesco La Licata (con prefazione di Emanuele Macaluso) intitolato «Pizzini, veleni e cicoria, la mafia prima e dopo Provenzano». E il caso vuole che il volume sia arrivato in libreria pochi giorni dopo che su l'Unità il procuratore aggiunto palermitano Roberto Scarpinato aveva puntato il dito contro «la luce accecante dei media volti a rappresentare i Provenzano di oggi e quelli di domani come icone totalizzanti della mafia». Difficile non individuare i bersagli del procuratore nazionale, dunque. Tanto più che nell'anticipazione del libro fatta dalla Stampa, l'altro giorno, sopra il titolo «Processi-spettacolo inutili contro la mafia - Grasso: fuori dalla Costituzione i giudici che cercano la gogna pubblica», campeggiava una grande foto di un'udienza del processo a Giulio Andreotti. Istruito ai tempi di Caselli e condotto in aula, fra gli altri, proprio da Scarpinato.
Due giorni dopo ha risposto lo stesso Caselli, un'intera pagina del quotidiano torinese per dire: «Processi gogna? In questi anni ho visto solo beatificazioni in tv». Altro chiaro riferimento al caso Andreotti, laddove peraltro, come ricorda sempre il magistrato, il senatore a vita non è stato assolto per i suoi rapporti con la mafia fino al 1980, bensì è stato dichiarato prescritto «il reato commesso». Infine Caselli ricorda che se qualcuno è stato aggredito in questi anni sono lui (estromesso dalla corsa alla Superprocura con un decreto- legge) e i colleghi che «hanno avuto il "torto" di lavorare con me». La disputa Grasso-Caselli, e i conseguenti contrasti tra «grassiani» e «caselliani» che continuano a lavorare a Palermo mentre i due «capifila» non ci sono più, va però oltre il processo Andreotti.
Perché nel suo libro il procuratore nazionale se la prende con gli attacchi rivolti a lui durante la stagione palermitana. Parla di «calunnie di quelli che mi collocano tra i "magistrati furbi" che strillano sui giornali contro mafia e politica, ma non le perseguono a dovere nella prassi giudiziaria». E poi denuncia l'«aggressione mediatica» — per esempio sul processo Cuffaro, rinviato a giudizio per favoreggiamento e non per concorso in associazione mafiosa — che servirebbe a dimostrare che la sua Procura avrebbe «scelto il basso profilo per favorire un potente e per non "dare fastidio" alla politica». L'atteggiamento dell'accusa nel processo Cuffaro è ancora oggi materia di divisione nella Procura ora retta da Francesco Messineo, nominato dal Csm al posto del procuratore aggiunto Pignatone sponsorizzato da Grasso.
Ma il nuovo corso non sembra aver frenato i veleni del palazzo di giustizia, non a caso evocati dal titolo del libro del superprocuratore. Al quale uno dei pubblici ministeri più vicini a Caselli e sostenitore dell'accusa nel processo Dell'Utri, Antonio Ingroia, non vuole rispondere entrando nel merito delle singole questioni, ma si dice d'accordo con le precisazioni di Caselli e aggiunge: «Durante la gestione Grasso c'è stato un clima difficile segnato da spaccature interne che non c'erano prima e non ci sono dopo. Spaccature accompagnate da una fortissima scelta di centralizzazione di processi importanti nelle mani di pochi magistrati e dalla mancanza di circolazione di notizie all'interno dell'ufficio. Ora che si sta ripristinando un clima positivo e di collaborazione le polemiche non servono a nessuno, meglio guardare avanti».
Fonte: Corriere della sera

sabato, aprile 21, 2007

Antica focacceria


Fonte: addiopizzo.org

venerdì, aprile 20, 2007

Arrestato Sparacio

Messina - Il gup di Messina, Maria Eugenia Grimaldi, ha condannato a due anni e quattro mesi con l'accusa di riciclaggio il boss pentito messinese Luigi Sparacio. Secondo l'accusa, Sparacio dopo avere iniziato, nel '93, la sua collaborazione con la giustizia, e sino al suo arresto, nel '98, avrebbe cercato di nascondere il suo patrimonio illecito intestando beni mobili ed immobili a parenti e prestanome. Tra i beni poi confiscati c'erano anche una Ferrari 348 TS ed una mega villa a Rignano Flaminio, in provincia di Roma.
Fonte: virgilio.it

La Costituzione dei ragazzi...

Roma - E' nelle librerie il libro ''La Costituzione raccontata (d) ai ragazzi'', frutto del progetto biennale ''La Costituzione a scuola'' condotto dalla fondazione Progetto Legalita' in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia, insieme con Libera e alla fondazione Caponnetto. Dopo aver selezionato le 18.000 pagine giunte via mail da oltre 1200 classi italiane, di ogni ordine e grado, comprese quelle carcerarie, e' stato realizzato un testo scolastico (e il suo approfondimento a uso dei docenti) per l'Educazione alla cittadinanza e alla convivenza civile, basato sulla Costituzione Italiana. Il volume, curato da Loredana Iapichino, Giada Li Calzi e Giuseppa Palmeri e' aggiornato anche nella sezione dei laboratori, del commento dell'esperto, nelle immagini, nelle illustrazioni, negli approfondimenti interdisciplinari e nelle schede di educazione alla convivenza civile (cittadinanza, salute, affettivita', ambiente, stradale, alimentare). La sua realizzazione e' stata possibile grazie al contributo e al sostegno dell'editore Palombo che ha condiviso l'impegno, rinunciando a gran parte degli introiti del testo per consentire alla Fondazione Progetto Legalita' di portare avanti il proprio lavoro. La fondazione, infatti, si autosostiene finanziariamente con i proventi della diffusione dei propri libri.
Fonte: Adn Kronos

Studenti al Giardino della memoria

Palermo - Una ottantina di studenti di un circolo didattico di Palermo hanno visitato questa mattina il Giardino della Memoria dedicato a tutte le vittime della mafia e gestito dal gruppo siciliano dell'Unci-Unione nazionale dei cronisti e dalla sezione di Palermo dell'associazione nazionale dei magistrati. Gli alunni, hanno ascoltato dalle parole del presidente dell'Unci Sicilia, Leone Zingales, le storie di alcune delle vittime cadute per mano mafiosa (cui l'Unci e l'Anm ha dedicato albero e targa ricordo) e dalla voce di un funzionario comunale, la tipologia e l'origine degli alberi che sono stati piantati nel sito a ricordo, tra gli altri, di Boris Giuliano, Joe Petrosino, Paolo Borsellino e Placido Rizzotto. Tra i partecipanti c'era anche il piccolo nipote dell'appuntato dei carabinieri Salvatore Bartolotta, ucciso nel 1983 nell'attentato che è costato la vita al giudice Rocco Chinnici, che non ha mai conosciuto il nonno assassinato dall'autobomba di Cosa nostra. Gli alunni hanno trascritto sui quaderni non soltanto le storie riguardanti poliziotti, magistrati, giornalisti e sindacalisti uccisi dalla mafia, come Filadelfio Aparo, Natale Mondo, Giuseppe Fava, Mario Francese, Libero Grassi, Nicolò Azoti, ma anche l'origine degli alberi che sono stati dedicati alle vittime: dall'alloro della famiglia delle Lauracee, all'acacia della famiglia delle Leguminose sino al ligustro appartenente alla famiglia delle Oleacee. Il Giardino della Memoria si trova in un appezzamento di terra, vasto 25 mila quadrati, che è stato confiscato ad un mafioso della borgata di Ciaculli e affidato alla gestione dell'unione cronisti e dell'associazione magistrati. La proprietà del terreno resta del Comune di Palermo che ne cura la manutenzione con una squadra di giardinieri che quasi quotidianamente si occupa della sistemazione del sito.
Fonte: virgilio.it

mercoledì, aprile 18, 2007

Mastella e Veltroni testimoni citati

Palermo - Il ministro della Giustizia Clemente Mastella e il sindaco di Roma Walter Veltroni, oltre a diversi magistrati e giornalisti, sono tra i testimoni citati oggi dalla difesa nell'ambito del processo per le presunte irregolarita' al centro commerciale di Villabate (Palermo). Il dibattimento, che si svolge davanti alla Quinta sezione penale del Tribunale, e' cominciato oggi ma e' stato subito rinviato alla prossima udienza per un difetto di notifica a due degli imputati.
Fonte: Adn Kronos

Sulle stragi del '92

PALERMO - Una riunione su nuovi sviluppi investigativi che riguardano le stragi siciliane del '92 è stata convocata per domani dal procuratore nazionale Pietro Grasso nei locali della Dna di via Giulia a Roma. Alla riunione sono stati invitati i capi delle procure di Palermo, Catania e Caltanissetta. Per la procura di Palermo parteciperà il pm Nino Di Matteo, per quelle di Catania e Caltanissetta un magistrato ancora da individuare. Al centro dell'incontro, secondo indiscrezioni, la possibile archiviazione della posizione dei fratelli Salvatore e Giuseppe Di Stefano. Sono indagati con l'accusa di associazione mafiosa e concorso nella strage di via D'Amelio e nonostante ciò hanno continuato a lungo a fornire alla Procura di Catania apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Titolari della Ge.Imp srl di Mascalucia (Catania) e accusati di essere vicini ai clan dei Malpassotu e dei Santapaola, entrambi sono stati interrogati nei mesi scorsi dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta e Catania, ed hanno risposto alle domande dei magistrati.
17/04/2007
Fonte: La Sicilia

Estorsioni a Gela

"O paghi o ti mando in fumo il locale". Con questo out out un noto esponente di Cosa Nostra, cinque anni fa, era riuscito a farsi consegnare una tangente di 500 euro da un operatore economico cittadino. E si trattò di un episodio isolato rimasto avvolto nel buio per anni. Fino ad ieri quando al culmine di una certosina attività investigativa condotta dagli uomini della Squadra Mobile di Caltanissetta e da quelli del locale Commissariato, il presunto estortore si è visto recapitare in carcere un nuovo ordine d'arresto per estorsione pluriaggravata. A riceverlo è stato Rocco Ferlenda, di 37 anni, personaggio navigato sotto il profilo giudiziario per essere stato nel tempo uno dei personaggi più attivi all'interno della "famiglia" gelese di Cosa Nostra. Una partecipazione che, nel prosieguo degli anni, lo ha fatto finire sotto processo per mafia, traffico e spaccio di droga, estorsioni e rapina.
Il nuovo ordine d'arresto spiccato dal Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona su richiesta del sostituto della Dda Rocco Liguori, è stato notificato a Ferlenda nel carcere di Caltanissetta dove si trova detenuto dal giugno dello scorso anno per essere rimasto implicato nell'inchiesta antiestorsione denominata "Civetta" che, oltre a lui, coinvolse altre sei persone una delle quali affiliate alla Stidda, con l'accusa di avere vessato con richieste di "pizzo" per 17 anni il titolare di una rosticceria di corso Aldisio.
Ora la nuova accusa di avere imposto il "pizzo" anche al titolare di un pub del Lungomare. Era il 2002 e Ferlenda, in barba alla sorveglianza speciale cui si trovava sottoposto, si presentò al titolare del pub per sottoporlo all'odioso ricatto del racket. Alla vittima chiese l'immediato pagamento di 500 euro, invitandola, peraltro, a non ribellarsi, pena l'incendio del locale. Messo con le spalle al muro, il titolare del pub preferì piegarsi al ricatto e tacere per scongiurare il pericolo di ritorsioni. E pagò convinto che Ferlenda, nel prosieguo, sarebbe tornato a battere cassa. Cosa che, però, non avvenne stante agli esiti dell'attività investigativa.
Sull'episodio estorsivo, da quel momento, calò il buio più fitto. A rispolverarlo è stato, negli ultimi mesi del 2006, un collaborante che lo narrò agli inquirenti. Di qui la necessità di sentire anche la vittima che per anni aveva tenuto la bocca chiusa su quell'episidio estorsivo consumato ai suoi danni. Ma di fronte all'evidenza l'operatore economico, peraltro già sottoposto ad estorsione da parte di altri esponenti di Cosa Nostra, non potè più negare ed ammise tutto. Una conferma rivelatasi un toccasana nelle indagini della polizia sfociate ieri nella nuova incriminazione di Ferlenda.
Fonte: La Sicilia

Lo Giudice torna a casa

E' giunto ieri mattina alle prime luci dell'alba nella sua abitazione di via Tenente Colonnello La Carrubba, l'ex deputato regionale dell'Udc Vincenzo Lo Giudice. L'ex assessore regionale ai lavori pubblici è stato accolto dalla moglie e dai suoi figli che lo hanno atteso per l'intera notte. Dopo la decisione del Tribunale del Riesame di Palermo di rimetterlo in libertà avvenuta giovedì mattina era stato il figlio Rino ex consigliere provinciale di Agrigento, a precipitarsi a Torino per attendere che il padre lasciasse il carcere delle «Vallette» dove si trovava rinchiuso da qualche tempo dopo il trasferimento in quel centro da un altro penitenziario quello di «Opera» a Milano.
Il politico canicattinese non ha rilasciato commenti alla stampa ma si è detto «fiducioso nell'operato della magistratura e dei giudici che stanno esaminando la sua posizione nel corso del processo "Alta Mafia" in fase di svolgimento presso il Tribunale di Agrigento». I problemi giudiziari di Vincenzo Lo Giudice, erano iniziati il 29 marzo del 2004 quando alle prime luci dell'alba venne arrestato insieme ad altre 42 persone nell'ambito dell'operazione «Alta Mafia» coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ed eseguita dagli agenti della Squadra Mobile di Agrigento e del capoluogo siciliano.
Secondo gli investigatori con quella operazione era stata sgominata una organizzazione dedita al controllo degli appalti pubblici in Sicilia con particolare riferimento alla provincia di Agrigento. Da quel momento le porte del carcere per Vincenzo Lo Giudice si sono aperte due volte. La prima per andare agli arresti domiciliari a causa delle sue condizioni di salute non buone per problemi cardiaci e l'altra per gli ospedalieri sempre a causa dello stesso motivo. Decisioni queste però che erano state impugnate dai magistrati della Dda i quali avevano presentato ricorso facendo finire nuovamente in carcere il parlamentare siciliano.
Giovedì mattina, invece è giunta la scarcerazione per decorrenza dei termini della custodia cautelare. In sostanza i suoi due legali di fiducia gli avvocati Roberto Tricoli del foro di Palermo e Lillo Fiorello del foro di Agrigento si erano appellati al diniego di scarcerazione per decorrenza dei termini da parte del Tribunale di Agrigento. Giovedì mattina è arrivata la decisione dei giudici del capoluogo siciliano i quali hanno restituito la libertà a Vincenzo Lo Giudice. «Non è da escludere - ha detto dei suoi legali di fiducia l'avvocato Roberto Tricoli - che già dalla prossima udienza del processo "Alta Mafia" Vincenzo Lo Giudice possa essere presente in aula».
Fonte: La Sicilia

Il patrimonio di Badalamenti

Palermo - La Procura di Palermo ha chiesto oggi al tribunale per le misure di prevenzione la confisca dei beni del boss mafioso Tano Badalamenti, morto in un carcere Usa nel 2004. Gli eredi di Badalamenti, che era accusato fra l'altro dell'omicidio di Peppino Impastato, avevano invece già chiesto al Tribunale il dissequestro del patrimonio di 'don Tano'. Il collegio, presieduto da Cesare Vincenti si è riservato di decidere.
Fonte: virgilio.it

Di Gati parla...

Caltanissetta - L'imprenditore di Campofranco Angelo Schillaci era il tramite che metteva in contatto i boss di Cosa Nostra della provincia Agrigento con il capo della mafia siciliana Bernardo Provenzano. Lo ha detto ieri mattina il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, 40 anni, di Racalmuto, al processo che si celebra in Tribunale a carico di 4 ex presunti postini di Provenzano delle province di Agrigento, Caltanissetta e Ragusa.
Di Gati è stato citato dal p.m. Rocco Liguori nel processo che vede accusati di associazione mafiosa Alessandro Farruggio, che gestisce una macelleria a Montedoro, i fratelli Gioacchino e Roberto Ferro di Canicattì, imprenditori (tutti e tre detenuti dal gennaio 2005 quando furono coinvolti nel blitz Grande Mandamento) e l'imprenditore agricolo Salvatore Martorana originario di Casteldaccia ma da anni residente a Vittoria. Di Gati ha raccontato ai giudici del Tribunale il perché del suo pentimento («mentre ero latitante mia figlia mi scrisse una lettera dicendo che se morivano tutti i carabinieri sarei potuto tornare a casa»), ha ricordato i suoi trascorsi alla reggenza della cosca mafiosa di Racalmuto dal «1991 al 26 novembre 2006 quando decisi di costituirmi», il suo ruolo di capo di Cosa Nostra nell'Agrigentino dal maggio del 2000 fino al 2002, e poi la sostituzione con Giuseppe Falsone, di Campobello di Licata, attualmente latitante.
«Conosco Falsone dal 1995 - ha ricordato il collaborante di Racalmuto - e ci siamo incontrati più volte durante la nostra latitanza. Non abbiamo mai avuto contrasti, tranne quando ci fu da scegliere il capo dell'Agrigentino. Una volta incontrai Falsone alla presenza di suo fratello Calogero, ma non me lo presentò ritualmente come uomo d'onore».
Sarebbe stata la cosca nissena di Cosa Nostra, in particolare le famiglie di Campofranco e Montedoro, a consentire il passaggio dei famigerati «pizzini» che incoronarono Falsone reggente di Cosa Nostra dell'Agrigentino, ha detto Di Gati, tramite Angelo Schillaci, di Campofranco e Vincenzo Parello di Favara. «In pratica Benedetto Spera e Antonino Giuffrè sponsorizzavano me come reggente di Agrigento - ha ricordato Di Gati - mentre Bernardo Provenzano aveva indicato Falsone. E alla fine passò la sua decisione», anche perché la maggior parte dei capi delle famiglie dell'Agrigentino erano con Falsone e con Provenzano, del quale avevano sposato la linea della sommersione. Di Gati ha detto che il favarese Vincenzo Parello è stato indicato come il più stretto collaboratore di Giuseppe Falsone.
Circa gli imputati del processo, Maurizio Di Gati ha detto che dopo alcune operazioni antimafia nell'Agrigentino, Falsone voleva fare «camminare» i fratelli Ferro di Canicattì per le estorsioni, ma non se ne fece nulla perché Provenzano li faceva muovere riservatamente per sue esigenze. Il pentito di Racalmuto ha pure indicato Alessandro Farruggio come componente della famiglia mafiosa di Canicattì, anche se risiedeva a Montedoro, e che lo stesso Farruggio (dopo essere stato posato nel 1999 durante la reggenza Fragapane) sarebbe tornato attivo a tal punto da essere contattato e informato da Giuseppe Falsone prima degli omicidi di Diego Guarneri e Vincenzo Collura avvenuti a Canicattì.
Infine alla domanda del presidente del collegio Di Giacomo Barbagallo sulla conoscenza del successore di Provenzano al vertice della Cosa Nostra siciliana, dopo l'arresto del boss corleonese dell'11 aprile 2006, Di Gati non ha saputo fornire indicazioni. Si è solo limitato a dire: «Fu un durissimo colpo che ci scombussolò...».
Fonte: La Sicilia

Via secondaria per Falcone

Palermo - La decisione della commissione toponomastica del Comune di Palermo di intitolare a Giovanni Falcone una strada secondaria di periferia ha suscitato le ire della sorella del magistrato ucciso dalla mafia nella strage di Capaci il 23 maggio del 1992 con la moglie e tre agenti della scorta. La via in questione e' quella finora provvisoriamente chiamata "UR3" e che va da via Castellana a via Roccazzo.
"Nulla da dire sul quartiere, per carita', ma la decisione di dedicare a mio fratello in via UR3 non fa onore a questa citta'. Mio fratello meritava di piu'", commenta Maria Falcone, che puntualizza: "Io non ho mai chiesto niente a nessuno, non ho chiesto monumenti, non ho chiesto altro. Pero' penso che mio fratello meritava una zona migliore di questa. Si era detto che un tratto di via Notarbarolo sarebbe stato dedicato a Giovanni, si era parlato anche di un tratto di via Francesco Crispi, e invece oggi mi informano che la strada il Comune ha deciso di intestarla in un'anonima zona di periferia. Io ho inaugurato strade e piazze in tutta Italia ed in diverse citta' europee con il nome di mio fratello. E tutti gli enti preposti e le varie amministrazioni comunali hanno assegnato a Giovanni Falcone strade e piazze centrali e zone monumentali", conclude Maria Falcone, che presiede la Fondazione Falcone.
La commissione toponomastica ha deciso anche di intitolare un tratto di via Mariano D'Amelio, traversa via Autonomia Siciliana dove fu compiuta la strage del 1992, a Paolo Borsellino, ucciso in quell'attentato assieme a cinque agenti della sua scorta. Il tratto di via Gugliemo Borremans da viale Galileo Galilei e da piazza Rocco Chinnici alla via Giotto, inoltre, sara' dedicato a Francesca Morvillo, moglie del giudice Falcone uccisa con lui nella strage di Capaci. A Falcone e Borsellino e' stato da tempo intitolato l'aeroporto di Palermo.
Fonte: Agi online

Grasso e le sue solite ovvietà...

Aula magna stracolma di studenti ieri pomeriggio alla facoltà di Giurisprudenza di via San Faustino per la presenza a Brescia di Pietro Grasso, procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia dal 2005. Una presenza che per il suo carisma ha richiamato molti studenti. Invitato dalla lista «Studenti democratici» e dall’associazione Libera Pietro Grasso, accolto da un lunghissimo applauso, ha portato la sua lunga esperienza nella lotta alla mafia. Un lungo racconto di ricordi e talvolta aneddoti a partire da metà degli anni '80, quando ricoprì l’incarico di giudice a latere del primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Poi gli anni successivi, fino allo scorso anno, l’11 aprile 2006, il giorno dopo le elezioni politiche, quando contribuì all’arresto di Bernardo Provenzano, latitante da 43 anni.
Grasso ha ricordato l’atmosfera di violenza della Sicilia, la sensazione di impotenza a volte addirittura palpabile, la lunga catena di omicidi che ci fu a partire dal 1979 per un lungo periodo, «un’ecatombe di persone uccise» solo perché servivano lo Stato. Un racconto nel quale si evidenzia «la percezione di privazione della libertà». Ma la mafia non è solo omicidi, anzi negli anni ha sviluppato una capacità di nascondersi per «ristrutturarsi e continuare a gestire tranquillamente i propri affari».
Il procuratore si dice preoccupato quando sente dire che «la mafia non fa più notizia». Anzi, per certi versi, è proprio quando non ci sono scontri e faide interne che forse si ritrova la massima «efficienza» del fenomeno mafioso. Una mafia che costruisce consenso territoriale e che cerca di imporre i suoi miti anche deformando il significato delle parole appropriandosi di termini positivi quali famiglia, amicizia («L’amico degli amici») e rispetto.
Fenomeno diffuso e articolato, la mafia inquina la società in tutti i suoi aspetti, nell’economia e nelle relazioni. «Per definizione la mafia è violenza, corruzione, collusione, compromesso, contiguità - ha detto a Bresciaoggi prima dell’incontro con gli studenti il procuratore antimafia -: è in qualche modo il paradigma dell’illegalità. Ai giovani è più facile parlare di mafia attraverso esempi e storie che magari lasciano il segno piuttosto che tante vuote parole». In questo senso parlare di mafia significa anche aprire riflessioni più ampie sull’educazione alla legalità.
Profondamente radicata al Sud, la mafia siciliana e le altre organizzazioni della criminalità organizzata italiana hanno radici territoriali ben precise ma poi espandono la loro sfera di intervento in altre regioni italiane. E Brescia non ne è immune, come aveva d’altronde dimostrato anche il triplice omicidio della scorsa estate a Urago Mella. «Qui c’è un’ottima direzione distrettuale antimafia - ha sottolineato Pietro Grasso -. Sappiamo che la mafia ha una terra di origine ma anche territori nei quali investire i profitti illeciti realizzati. Brescia, come d’altronde il Nord Italia in genere, è senz’altro una zona dove i capitali investiti danno molto reddito e quindi è facilmente ipotizzabile che anche in questa provincia ci siano infiltrazioni, difficili però da scoprire perché mimetizzate come attività assolutamente legali».
Fonte: Brescia oggi

sabato, aprile 14, 2007

Tangenti per il Garibaldi

CATANIA - Undici condanne e otto assoluzioni: è questo il bilancio della sentenza della prima sezione penale del Tribunale di Catania a conclusione del processo su presunte tangenti per la costruzione del nuovo ospedale Garibaldi e del centro residenziale per studenti universitari 'Il Tavoliere' che avrebbe dovuto realizzare l'Iacp etneo. I giudici, tra gli altri, hanno condannato a due anni e sei mesi di reclusione il senatore e sindaco di Bronte, Pino Firrarello (FI), per corruzione e turbativa d'asta, e invece assolto il presidente della Commissione agricoltura di Palazzo Madama, il senatore Nuccio Cusumano (Udeur). A entrambi non è stato invece contestato il capo di imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa. Il Tribunale ha anche condannato a quattro anni di reclusione, a cinque di interdizione dall'attività e a un anno di libertà vigilata l'imprenditore Giulio Romagnoli. Il Tribunale ha disposto anche la trasmissione degli atti alla procura della Repubblica di Catania per valutare l'ipotesi di contestare nuovi capi d'accusa al senatore Firrarello sulla valutazione di intercettazioni ambientali in cui un esponente di spicco del clan Santapaola Giuseppe Intelisano parlerebbe del senatore. Il Tribunale ha assolto Michele Cavallini, Rosario Furnò, Salvatore Gennaro, Giuseppe Intelisano, Rosario Puglisi, Ignazio Sciortino, Giuseppe Ursino e il senatore Nuccio Cusumano. I giudici hanno invece condannato Giuseppe Cicero a un anno e sei mesi, pena sospesa; Valerio Infantino a un anno; Roberto Mangione a due anni e sei mesi; Fabio Marco a tre anni e sei mesi; Franco Mazzone a quattro anni e sei mesi; Gaetana Piccolo a tre anni e sei mesi; Vincenzo Randazzo a un anno; Mario Seminara a quattro anni; Angelo Tirendi a due anni, pena sospesa; Giulio Romagnoli a quattro anni; e il senatore Pino Firrarello a due anni e sei mesi. Il collegio ha anche riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni morali e materiali all'impresa di costruzione Fratelli Costanzo e all'azienda ospedaliera Garibaldi.
14/04/2007
Fonte: La Sicilia

Antonio Madonia assolto, i pentiti si contraddicono

Palermo - Il superkiller mafioso Antonino Madonia e' stato assolto dall'omicidio di Enzo Giuseppe Carava', un enologo ucciso nel corso principale di San Cipirello (Palermo) il 12 aprile 1976. La sentenza e' stata pronunciata col rito abbreviato dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Palermo Mario Conte, che ha accolto le richieste del pubblico ministero Lia Sava e del legale di Madonia, l'avvocato Giovanni Restivo. La formula usata e' quella che un tempo era definita dubitativa.
Carava', secondo i collaboratori di giustizia, fu ucciso perche' avrebbe partecipato a un sequestro di persona risalente a qualche tempo prima del delitto. I pentiti pero' si sono contraddetti e la stessa rappresentante della pubblica accusa ha chiesto l'assoluzione. Giovanni Brusca, che si era autoaccusato dell'omicidio, chiamando in causa anche Madonia, aveva detto che la vittima era stata punita per avere avuto un ruolo nel sequestro Campisi, un imprenditore di Monreale. Un altro collaborante, Giuseppe Maniscalco, genero del boss di San Cipirello Giuseppe Agrigento, aveva invece appreso 'de relato' dal suocero che il rapimento 'proibito' sarebbe stato quello dell'imprenditore di Salemi Luigi Corleo.
Un sequestro avvenuto nel 1975 e che fece scalpore, anche perche' il ricchissimo e potente Corleo - mai ritornato a casa - era suocero dell'ancor piu' potente esattore mafioso Nino Salvo, morto alla vigilia del maxiprocesso dopo essere stato rinviato a giudizio e cugino dell'altro esattore Ignazio, condannato per mafia e ucciso il 17 settembre 1992, pochi mesi dopo che la sentenza del maxi era divenuta definitiva. Nel processo per l'omicidio Carava' si era costituita parte civile la vedova, assistita dall'avvocato Salvino Pantuso.
Fonte: La Sicilia
Fonte: Agi online

Via al maxi processo a Enna

Enna - Si è aperto ieri con una raffica di eccezioni preliminari il maxiprocesso per associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, dinanzi al tribunale di Enna. Alla sbarra boss e "picciotti" della mafia ennese, catanese, nissena e messinese. Sedici imputati per 11 ipotesi di estorsioni messe a segno nell'ennese e a San Cataldo. Per queste ultime i sancataldesi Salvatore Cordaro, Antonino Cordaro e Maurizio Di Vita ed il riesino Giuseppe Laurino, sono imputati con il boss di Enna, Gaetano Leonardo e con il capofamiglia di Caltagirone, Ciccio La Rocca che deve rispondere del pizzo imposto ai cantiere dell'Ira Costruzioni in territorio di Enna.
Gli avvocati Gianluca Amico, Davide Anzalone e Dino Milazzo difensori dei Cordaro e del Di Vita, hanno sollevato eccezione di incompetenza territoriale del tribunale di Enna, essendo i reati consumati a San Cataldo e quindi di competenza del tribunale nisseno. Il Pm Roberto Condorelli si è opposto sostenendo che il reato è collegato all'ennese, sia per le vittime che sono i fratelli Arena, noti imprenditori ennesi, sia per la complicità degli imputati con il boss Tano Leonardo. Il collegio, presieduto da David Salvucci, si è riservato di pronunciarsi nel corso della prossima udienza fissata per l'8 maggio.
Leonardo aveva deciso di imporre il pizzo sui supermercati che i fratelli Giovanni, Gioacchino e Cristoforo Arena, gestivano a Enna e San Cataldo e avrebbe ordinato ai Cordaro e a Di Vita una serie di atti intimidatori messi a segno tra il '99 e il 2000. I tre sono considerati gli esecutori materiali, su ordine di Tanu u liuni, di due danneggiamenti al Sidis, di San Cataldo.
Prima a titolo di "avvertimento" venne cosparso liquido incendiario sulla saracinesca del supermercato poi, forse di fronte al rifiuto di pagare il "pizzo", secondo le accuse gli imputati si introdussero nel centro commerciale e appiccarono le fiamme. I danni superarono i 400 milioni di vecchie lire e l'azienda visse un periodo di crisi con posti di lavoro a rischio per mesi.
Fonte: La Sicilia

Giuseppe Madonia chiede il rito abbreviato

E' accusato di essere stato una delle "menti" di un omicidio maturato nel contesto della faida mafiosa che interessò Valledolmo un ventennio fa e con questa accusa salirà sul pretorio il 23 maggio. L'imputato è il boss Giuseppe Madonia che, ieri, ha chiesto al Gup di Palermo Rachele Monfredi di essere giudicato con il rito abbreviato. L'omicidio per il quale il numero uno di Cosa Nostra nel Nisseno è in attesa di giudizio è quello compiuto il 24 gennaio del 1987 a Buonfornello ai danni di Rosolino Miceli, fatto fuori a colpi di fucile ed il cui corpo venne poi bruciato nel bagagliaio dell'auto del presunto killer. A tirare in ballo il boss per quel fatto di sangue sono stati l'ex capomandamento di Caccamo, Nino Giuffrè, e Ciro Vara.
Le due "gole profonde", nell'autoaccusarsi del fatto di sangue delinearono il contesto in cui maturò e fecero i nomi di chi - a loro dire - aveva emesso sentenza di morte contro Miceli. In particolare Giuffrè disse di essere stato uno degli ideatori del delitto insieme con Madonia e con Bernardo Provenzano. Vara, invece, avrebbe coordinato il lavoro del killer indicato dai due collaboranti in Rosolino Rizzo.
Madonia ha chiesto ed ottenuto di essere giudicato col rito abbreviato. La sua posizione, dunque, è stata stralciata da quella di Rizzo e Provenzano per i quali è stato disposto il rinvio a giudizio. Il difensore di Madonia, avv. Antonio Impellizzeri, ieri stesso ha preannunciato che all'apertura del processo con l'abbreviato contro Madonia chiederà la riunione con un altro processo che vede imputato il boss per un altro omicidio della faida di Valledolmo, quello di Gandolfo Panepinto.
Fonte: La Sicilia

giovedì, aprile 12, 2007

Questo è il dato triste...

Corleone - Ci sono gli studenti con le magliette bianche e i cappellini dello stesso colore che inneggiano alla legalita', c'e' il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro con sette assessori regionali al seguito, ma anche il sindaco di Corleone (Palermo), Nicolo' Nicolosi e tanti, tantissimi giornalisti provenienti pure dall'estero. Ma per celebrare il primo anniversario della cattura del capo mafia Bernardo Provenzano è assente la cittadinanza di Corleone.
Gli abitanti del paese che ha dato i natali al boss dei boss di Cosa nostra hanno deciso di snobbare la manifestazione 'Voglia di liberta'' organizzata dal Comune, in occasione del primo anniversario della cattura avvenuto l'11 aprile 2006 in un casolare di Contrada Montagna dei Cavalli a pochi chilometri da Corleone.
Così, all'intitolazione della strada 'Via 11 Aprile 2006 - Arresto di Bernardo Provenzano, mafioso', in Contrada Montagna dei Cavalli, lungo la strada che porta alla masseria dove fu arrestato il boss, si ritrovano soltanto poche decine di studenti, autorita' politiche, forze dell'ordine e i giornalisti e i fotografi che immortalano l'evento. Ma della gente comune nessuna traccia. Sono pochissimi gli abitanti di Corleone che si presentano nei pressi del casolare per festeggiare il primo anniversario dalla cattura.
Fonte: Adn Kronos

"Se condannato, lascio"... Sarà vero...

CORLEONE (PALERMO) - "Sono stato un imputato modello, so di avere la coscienza pulita e ribadisco che se dovessi essere condannato per mafia lascerò definitivamente la politica". Il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, a Corleone per le celebrazioni della cattura di Provenzano, torna sui fatti processuali che lo interessano e chiede giustizia. "Oggi siamo qui - afferma Cuffaro - per ricordare nel giorno della ricorrenza dell'arresto di Provenzano che le istituzioni sono contro la mafia e bisogna combattere con l'aiuto di tutti queste battaglie per arrivare anche all'arresto di altri latitanti. È una sfida che bisogna vincere perchè la mafia fa schifo".
Il governatore, rispondendo alle domande dei giornalisti che gli chiedevano se provava disagio sul fatto che il programma è stato organizzato facendo in modo che i magistrati che verranno insigniti della cittadinanza onoraria , non lo incontrassero, ha risposto: "Ho rispetto per i pm che mi stanno processando, non ho mai polemizzato con loro e non vorrei mai metterli a disagio".
Cuffaro ha anche aggiunto: "È una giornata memorabile per la lotta alla mafia, quella che stiamo vivendo a Corleone. L'arresto di Provenzano di un anno fa segna il momento più alto della vittoria dello Stato contro la mafia. Ma la guerra continua - ha proseguito - e ognuno di noi deve continuare a dare il proprio contributo".
"La mafia sarà sconfitta grazie al costante impegno delle forze dell'ordine e della magistratura, ma anche per ciò che ciascun componente della società saprà mettere a disposizione in questa sfida fondamentale per il progresso e la libertà della nostra terra".
11/04/2007
Fonte: La Sicilia

Cuffaro recepisca il ddl presentato dalla Borsellino

Palermo - "A distanza di un anno dalla cattura di Provenzano e ad undici mesi dalla rielezione di Cuffaro, ci auguriamo che il presidente della Regione compia un atto concreto nella lotta contro la mafia prima di lasciare la politica a causa di un'eventuale condanna". Lo afferma in una nota Rosario Rappa, segretario regionale di Rifondazione Comunista, che suggerisce a Cuffaro di "recepire integralmente il disegno di legge, presentato da Rita Borsellino, sulle nuove norme riguardanti la Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia in Sicilia" e di "indicare la Borsellino come presidente del nuovo organismo".
"Nella lotta a Cosa Nostra - sostiene Rappa - la storia di Rita Borsellino costituisce un elemento di garanzia e di riacquisizione di credibilità dell'Assemblea regionale siciliana. Se questo atto non sarà compiuto, Cuffaro potrà continuare a fare sceneggiate mediatiche sul suo pullman della legalità sostenendo quanto gli fa schifo la mafia. Questo, però, non basterà a rassicurare i siciliani onesti sul fatto di avere un presidente capace di combattere concretamente Cosa Nostra, a prescindere dall'esito del suo processo".
Fonte: virgilio.it

Allievo di Don Puglisi candidato

PALERMO - L'ex parroco del quartiere palermitano Acquasanta, Gregorio Porcaro, è candidato al consiglio comunale di Palermo nella lista del Prc-sinistra europea che appoggia il candidato a sindaco Leoluca Orlando. Porcaro è stato proposto dal movimento Primavera siciliana. L'ex sacerdote è stato allievo di don Pino Puglisi, il prete assassinato dalla mafia il 15 settembre del '93, e suo viceparroco a Brancaccio. Quando era sacerdote all' Acquasanta Porcaro subì diverse intimidazioni e si disse che erano stati uomini delle cosche. Poi venne alla luce la relazione che il parroco aveva con una ragazza. L'amore per la donna convinse il sacerdote a lasciare l'abito talare e a sposare la giovane.
12/04/2007
Fonte: La Sicilia

mercoledì, aprile 11, 2007

La giornata della...

Oggi i giornali e i siti internet stanno osannando un anno dalla cattura di Provenzano. Ho letto cose assurde: Cuffaro che inaugurerà una strada a Corleone, "Via 11 Aprile, arresto di Bernardo Provenzano mafioso", assessori della giunta di Cuffaro che affermano convinti che l'era dei boss è finita... e molto altro...
A me sembra piuttosto che si stia imbastendo una gran campagna elettorale per le amministrative del prossimo Maggio (vedi questore di Palermo che viene premiato dal sindaco di Corleone) sulle spalle di chi la mafia la combatte veramente, come quelle persone che hanno davvero speso energie e tempo per giungere all'arresto di Provenzano.

Più che il giorno della legalità, fatta così, è meglio definirla la giornata della propaganda...

Saverio Fuccillo

Inaugurazione aeroporto Pio La Torre

COMISO (RAGUSA) - L'aeroporto di Comiso sarà intitolato a Pio La Torre, ucciso dalla mafia a Palermo il 30 aprile del 1982. Ne dà notizia il centro studi che porta il suo nome e che il mese scorso aveva dato il via a una raccolta di firme per chiedere l'intitolazione dello Scalo all'ex parlamentare del Pci "che animò la battaglia del popolo siciliano e delle sue istituzioni perchè Comiso e la Sicilia non fossero militarizzate", dice il presidente del centro La Torre, Vito Lo Monaco.
"Sotto la sua spinta - aggiunge Lo Monaco - si creò un forte movimento unitario di popolo per la pace e fu raccolto un milione di firme per la sospensione dei lavori di costruzione della base militare. Pio pagò con la vita il suo tenace impegno contro la mafia e contro i missili". La scopertura della targa in memoria di La Torre, spiega Lo Monaco, è prevista il 30 aprile (nel venticinquesimo anniversario dell'uccisione), alla presenza del vicepresidente del consiglio dei ministri Massimo D'Alema e del presidente dell'Enac Vito Raggio. A firmare l'appello erano stati migliaia di Siciliani. Tra Vincenzo Consolo, Andrea Camilleri, Salvo Andò, Giuseppe Silvestri, Francesco Tomasello, Salvatore Lupo, Giuseppe Carlo Marino, Francesco Renda, Pasquale Scimeca e Giuseppe Tornatore.
10/04/2007
Fonte: La Sicilia

venerdì, aprile 06, 2007

Fatevi vedere TESTE DI CAZZO!

Sfregio alla memoria di Peppino Impastato, il giovane militante di Democrazia proletaria e fondatore di radio Aut ucciso da Cosa nostra a Capaci il 9 maggio 1978, lo stesso giorno dell'assassinio di Aldo Moro, sulla cui vita è stato tratto il film «I cento passi». L'albero che era stato piantato in suo onore in un'aiuola comunale a Termini Imerese, in provicia di Palermo, è stato sradicato e appoggiato su un muro dove è stato poi scritto «Viva la mafia». La polizia sta indagando per scoprire se è stata solo una bravata o se il gesto è un messaggio mafioso. ATTO GRAVE - «È un atto grave che amareggia e inquieta», ha detto Giuseppe Lumia (Ds), vice presidente della Commissione parlamentare antimafia. «In ogni caso è da non sottovalutare: è un chiaro segnale anche se si è trattato solo di una ragazzata, perché dimostra che la cultura della legalità e la memoria di coloro che sono morti per combattere la mafia non sono un patrimonio di tutti. È un atto ignobile che ferisce i tanti giovani di Termini Imerese che, sull’esempio di Peppino Impastato, hanno fatto della legalità una scelta di vita».
Fonte: Corriere della sera

Identikit di Denaro

PALERMO - L'identikit del boss latitante Matteo Messina Denaro è stato mostrato ai giornalisti dalla polizia di Stato. Il nuovo fotofit realizzato dalla scientifica mostra il volto del capomafia trapanese secondo le risultanze tecniche elaborate al computer in seguito ad alcune indicazioni fornite da informatori della polizia e collaboratori di giustizia. Messina Denaro è ricercato dal 1993 ed è stato condannato, fra l'altro, anche per le stragi di Roma, Firenze e Milano.
06/04/2007
Fonte: La Sicilia

Un anno dall'arresto di Provenzano, Corleone festeggia

PALERMO - Un anno senza il boss. Per festeggiare la fine della latitanza del capomafia Bernardo Provenzano arrestato l'11 aprile 2006, Corleone ha organizzato tre giorni di festa e riflessione. Dal 9 all'11 aprile si terrà la manifestazione "Voglia di libertà, storie luoghi immagini per la rinascita e la legalita". Una serie di spettacoli musicali, rappresentazioni e onorificenze che attraverseranno i luoghi simbolo del comune del palermitano. La strada che porta alla masseria dove è stato arrestato Zu Binnu sarà intitolata al giorno della cattura del superlatitante: "11 aprile 2006 - arresto di Bernando Provenzano, mafioso". Nel pomeriggio sarà assegnata la cittadinanza onoraria ai procuratori della Dda Francesco Pignatone, Michele Prestipino, Marzia Sabella, al questore di Palermo, Giuseppe Caruso, a quello di Trapani, Giuseppe Gualtieri e al dirigente della polizia Renato Cortese.
05/04/2007
Fonte: La Sicilia

Arrestato Pellegrino

TRAPANI - La polizia di Stato ha arrestato a Trapani l'ex vicepresidente della Regione siciliana, Bartolo Pellegrino, 73 anni, leader del movimento politico "Nuova Sicilia". Il politico è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Il gip Antonella Consiglio ha concesso gli arresti domiciliari per via dell'età dell'indagato. Pellegrino, fra il 2001 e il 2003, ha ricoperto anche la carica di assessore regionale al Territorio e Ambiente. Secondo gli inquirenti, l'ex deputato regionale avrebbe avuto rapporti con boss mafiosi di Trapani e sarebbe stato a loro disposizione. Il leader di "Nuova Sicilia", Bartolo Pellegrino, arrestato stamani dalla polizia di Stato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, avrebbe avuto un rapporto stabile con il capomafia trapanese Francesco Pace, anche lui raggiunto stamani da un provvedimento cautelare emesso dal gip. L'ex vicepresidente della Regione è accusato di avere ricoperto il ruolo di cerniera fra i mafiosi e la politica.
Per i pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Pellegrino sarebbe stato a disposizione per interventi di tipo amministrativo o politico in favore degli interessi della mafia. Il politico, sostengono gli investigatori, avrebbe inoltre concordato con i boss l'individuazione di possibili candidati a elezioni politiche, ma anche l'aggiudicazione di gare d'appalto, come quella per i lavori della funivia Trapani-Erice.
Le intercettazioni ambientali hanno permesso alla polizia di evidenziare rapporti fra il leader del movimento politico autonomista "Nuova Sicilia", Pellegrino, con esponenti di Cosa nostra trapanese, tra cui Filippo Coppola, Francesco Bica e Francesco Orlando, quest'ultimo già segretario particolare del politico.
Per l'accusa i continui e reiterati rapporti di Pellegrino con esponenti di vertice della cosca mafiosa trapanese, hanno permesso loro di assicurarsi il controllo di rilevanti attività imprenditoriali nel settore edilizio ed urbanistico, programmando la realizzazione di speculazione mediante il mutamento della destinazione d'uso da verde agricolo a zona edificabile di ampie aree nel quartiere Villa Rosina di Trapani, modificandone gli indici di edificabilità nel contesto del piano regolatore di Trapani.
Il quadro che ne deriva è quello di un sistematico apporto di Pellegrino alle attività ed agli interessi della mafia nel settore edilizio. L'ex vicepresidente della Regione arrestato stamani, come sottolineano gli inquirenti, avrebbe fatto "mercimonio delle proprie funzioni di assessore", per avvantaggiare gli interessi dei mafiosi.
L'ex deputato regionale avrebbe accettato, come si legge dal provvedimento cautelare, una somma di denaro da parte di Francesco Pace (al quale stamani è stato notificato in carcere il provvedimento cautelare), Antonino Birrittella (l'imprenditore arrestato per mafia due anni fa e adesso pentito) e dall'imprenditore Vito Agugliaro, la promessa di 500 euro per ciascuno degli appartamenti progettati dalla società Mediterranea Costruzioni (cui Augugliaro era interessato).
L'affare riguardava un ampio programma edilizio che si doveva realizzare nel quartiere Villa Rosina a Trapani e che prevedeva la costruzione di 600 appartamenti di edilizia residenziale. Per l'accusa Pellegrino si sarebbe impegnato ad adoperarsi, nella qualità di assessore regionale, affinchè il programma edilizio andasse a buon fine.
L'inchiesta che colpisce in modo trasversale l'intero mondo politico trapanese: tra gli indagati per concorso in corruzione figurano, infatti, sia esponenti del centrodestra che del centrosinistra, come il candidato sindaco di Trapani Mario Buscaino, della Margherita. Buscaino, che in passato è già stato inquisito per mafia e poi prosciolto, ha sottolineato di non avere ancora ricevuto alcun avviso di garanzia.
04/04/2007
Fonte: La Sicilia

Maxi sequestro ad Agrigento

AGRIGENTO - Beni per un valore complessivo di decine di milioni di euro sono stati sequestrati nell'agrigentino dalla polizia di Stato. Si tratta di aziende e imprese che erano nella disponibilità, secondo gli inquirenti, dei boss che coprono la latitanza del capomafia Giuseppe Falsone. I provvedimenti di sequestro, disposti dal gip distrettuale del tribunale di Palermo, sono stati eseguiti dagli agenti delle Squadre mobili di Agrigento e Palermo. L'operazione è collegata ai 21 provvedimenti di fermo effettuati dalla polizia il 6 marzo scorso, nei confronti di presunti appartenenti a gruppi di Cosa nostra agrigentina. Si tratta di provvedimenti che sono stati tutti convalidati e seguiti da ordinanze di custodia cautelare in carcere. È stata sequestrata la Metallurgica Di Gioia, la società Superemme, entrambe di Canicattì, e poi, sempre nell'agrigentino, le imprese Sud Cementi, che produce calcestruzzo; Morreale e Akratrasporti, movimento terra e trasporti; l'impresa edile S.Antonio e la Calcestruzzi srl.
Fonte: La Sicilia

martedì, aprile 03, 2007

Arrestato Genovese

PALERMO - I "pizzini" trovati nel covo di Bernardo Provenzano il giorno del suo arresto continuano a svelare nuovi nomi di favoreggiatori del vecchio padrino. Il gip, accogliendo la richiesta dei pm della procura, ha ordinato l'arresto di Giovanni Genovese, 36 anni, figlio di Salvatore, capomafia di San Giuseppe Jato, da anni detenuto perchè condannato per associazione mafiosa e omicidi. Dall'inchiesta coordinata dai pm Roberta Buzzolani, Maurizio De Lucia e Francesco Del Bene, emerge che Giovanni Genovese era in contatto con Provenzano ma anche con altri due latitanti: Salvatore Lo Piccolo, che adesso sarebbe al vertice di Cosa nostra a Palermo, e Giovanni Raccuglia.
Giovanni Genovese era già stato arrestato perchè accusato di estorsione. L'uomo era però tornato in libertà dopo poco tempo ed era attualmente sorvegliato speciale. Adesso è finito in carcere con l'accusa di associazione mafiosa. Nelle lettere che il boss latitante Salvatore Lo Piccolo inviava a Bernardo Provenzano, si faceva riferimento a Giovanni Genovese come il referente di Cosa nostra nella zona di San Giuseppe Jato. Analizzando i "pizzini" trovati nel covo di Provenzano il giorno del suo arresto, emerge la figura di Genovese il quale, nonostante fosse sottoposto a sorveglianza speciale, continuava a gestire la cosca mafiosa, imponendo il pagamento del pizzo e inviando parte delle somme ricavate a Provenzano. I pm della Direzione distrettuale antimafia, coordinati dal procuratore aggiunto, Giuseppe Pignatone, sostengono che Genovese è inserito nel contesto di Cosa nostra, tanto da avere rapporti diretti con i latitanti Salvatore Lo Piccolo e Domenico Raccuglia. Emerge, inoltre, che Genovese era in contatto con Provenzano tramite Giuseppe Salvatore Lo Bue, arrestato subito dopo la cattura del boss latitante perchè accusato di aver curato la latitanza del capo di Cosa nostra. Tutti gli elementi d'accusa raccolti dai carabinieri sono serviti ai pm per chiedere e ottenere l'arresto di Genovese. 02/04/2007
Fonte: La Sicilia