venerdì, settembre 28, 2007

Crocetta parla della manovalanza giovanile

«Mi preoccupa la manovalanza giovanile disposta a tutto»
«Sembra un delitto eseguito da picciotti e curato nei minimi particolari, non si capisce bene da chi sia stato commissionato. Le modalità di esecuzione sono tipiche della mafia ma, a parte questo, non ci sono a caldo altri elementi per definirlo tale. Sono colpito dall'efferatezza del delitto che stronca la giovane vita di un nostro concittadino e getta nel dolore i suoi familiari»: queste le dichiarazioni a caldo del sindaco Rosario Crocetta che ha appreso dell'omicidio di Luciano Bellomo mentre si trovava in municipio e si apprestava a prendere parte ai lavori del Consiglio comunale sul bilancio 2007.
Quando si apprende che la vittima è un commerciante, il primo pensiero va all'Associazione antiracket e alla ribellione di vari commercianti al pizzo. Renzo Caponetti, il presidente dell'associazione, fa sapere che Luciano Bellomo non era un associato all'antiracket né ci sono stati contatti con lui. L'omicidio è avvenuto nella rotatoria di Scavone, poco distante dalla casa del sindaco. «Un luogo che consente una facile fuga con varie vie per poter far perdere le proprie tracce» - ha commentato Crocetta che per tutta la serata ha cercato di avere notizie utili a capire perchè a Gela si è tornato a sparare. «Non temo una nuova stagione di omicidi. Non penso a questo - continua il sindaco - e non ci sono segnali di questo genere. Mi preoccupa il fatto che esista una manovalanza criminale disposta a tutto, anche a fare delitti su commissione. Questo può nuocere ad una città che vuole ordine e serenità e non vuole ripiombare nel baratro».
La notizia si è diffusa anche tra i consiglieri comunali che si trovavano in municipio per la seduta fissata per le 20,30. Consiglieri e sindaco si sono chiusi dentro l'aula consiliare fino alle 22 per decidere se rinviare o meno la seduta consiliare. A quell'ora è stato letto un documento in cui «consiglio comunale ed amministrazione, profondamente colpiti dal grave fatto delittuoso verificatosi ai danni di un giovane concittadino ucciso barbaramente da mani assassine, manifestano preoccupazione e sdegno per il vile evento criminoso e concordano di sospendere i lavori d'aula fino alle 20,30 di martedi».
Fonte: Adn Kronos

Salta fuori La Loggia

PALERMO - Il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà, ritenuto esponente di spicco della mafia di Villabate, con Enrico La Loggia, vice-presidente dei deputati di Fi.
È quanto afferma il pentito Francesco Campanella in una memoria dell'11 ottobre 2005, depositata in questi giorni agli atti del processo per le tangenti legate alla realizzazione dell'ipermercato di Villabate che si celebra a Palermo davanti alla quinta sezione del tribunale. Nel processo sono imputati Pier Francesco Marussig e Giuseppe Daghino (i manager della multinazionale romana Asset srl); l'ex sindaco di Catania, Angelo Francesco Lo Presti; l'ex sindaco di Villabate, Lorenzo Carandino; gli architetti Rocco Aluzzo e Antonio Borsellino, e infine, Giovanni La Mantia, indicato come uomo legato a Nicolò Mandalà, figlio di Antonino, boss di Villabate, in carcere per mafia.
Le imputazioni, a vario titolo, sono di associazione mafiosa, corruzione e riciclaggio. Nella sua memoria, Campanella sostiene che il piano regolatore "fu concordato da Antonino Mandalà direttamente col suo amico e socio Enrico La Loggia; fu concordato tutto nello studio dell'avvocato Schifani".
Nella vicenda dell'ipermercato di Villabate, che poi non fu mai realizzato, Campanella è il teste chiave: il pentito sostiene di aver ricevuto da Marussig una tangente di 25 mila euro per 'sveltirè l'iter di approvazione del centro commerciale. Antonino Mandalà è invece imputato in una seconda "tranche" del processo che si celebra con il rito abbreviato. Il tribunale lo ha condannato a 8 anni per associazione mafiosa nel processo a Gaspare Giudice.
Il pentito dice che l'operazione concordata tra Mandalà e La Loggia, relativa al piano regolatore, "avrebbe previsto l'assegnazione dell'incarico ad un loro progettista di fiducia, l'ingegner Guzzardo, e l'incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica allo stesso Schifani, che avrebbe coordinato con il Guzzardo tutte le richieste che lo stesso Mandalà avesse voluto inserire in materia di urbanistica".
"In cambio - precisa poi Campanella - La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza". Il pentito, che sarà sentito dai pm Lia Sava e Nino Di Matteo nel processo dal 2 al 5 ottobre a Firenze, sostiene infine che il piano regolatore di Villabate "si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà, in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate".


27/09/2007
Fonte: La Sicilia

Nuova intimidazione

PALERMO - Nuova intimidazione a Stefano Giordano, l'avvocato che difende Vincenzo Conticello, il proprietario dell'Antica Focacceria di Palermo che nei giorni scorsi ha accusato in aula i suoi estorsori. Qualcuno ha tagliato le gomme delle auto del professionista, della madre e della sorella. Precedentemente il legale aveva subito il furto dei computer dal suo studio di via Libertà.

28/09/2007
Fonte: La Sicilia

Commercianti denunciano

MESSINA - I commercianti denunciano di essere vittime di prestiti con tassi d'usura e i carabinieri eseguono nuovi arresti. Accade a Patti (Messina), dove l'intensa collaborazione tra i carabinieri del Comando provinciale di Messina e le associazioni antiracket del territorio ha permesso ancora di ottenere un importante passo in avanti nel comune sforzo indirizzato ad abbattere il muro di omertà che caratterizza soprattutto la fascia nebroidea della provincia.
I militari dell'Arma hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Patti, Onofrio Laudadio, su richiesta del pm Gaetano Scollo, per usura. L'indagato era già stato arrestato lo scorso 25 luglio, ma la sua posizione si è ulteriormente aggravata in seguito alle nuove collaborazioni di altri commercianti che sono stati vittime dell'usura.

28/09/2007
Fonte: La Sicilia

mercoledì, settembre 26, 2007

Talpe alla DDA

PALERMO - "Michele Aiello è complice o vittima di Cosa nostra? Questo è l'interrogativo che si propone nelle aule di giustizia quando è imputato un imprenditore ed è questo anche un tema del nostro processo". Ha detto stamane il pm Michele Prestipino proseguendo la sua requisitoria nel processo alle cosiddette "talpe" della Dda, che si celebra davanti alla terza sezione del tribunale. Nel processo sono imputati, tra gli altri, il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro (accusato di favoreggiamento di Cosa nostra), l'imprenditore della sanità Michele Aiello (accusato di associazione mafiosa), e il maresciallo del Ros Giorgio Riolo (accusato di concorso in associazione mafiosa). "Per noi Aiello ha fruito dell'appoggio determinante di Cosa nostra - ha detto il pm Prestipino - con la quale è entrato in un rapporto di reciproco scambio di utilità, che si concretizza in quel patto di protezione che attribuisce all'imprenditore vantaggi altrimenti non conseguibili". In aula al fianco di Prestipino, c'è il collega Maurizio De Lucia, anche lui rappresentante della pubblica accusa. Degli imputati è presente Riolo. Il pm Michele Prestipino ha poi illustrato le "frazioni di condotta" che hanno portato la pubblica accusa a contestare all'imprenditore Michele Aiello il reato di partecipazione a Cosa nostra. "Aiello si è presentato nel processo - ha detto il pm - come un imprenditore siciliano che fa impresa in una situazione ambientale difficile, come se le sue condotte fossero coartate dalla forza dell'intimidazione mafiosa". "Ma la partecipazione dell'ingegnere Aiello a Cosa nostra - ha proseguito Prestipino - è riscontrabile in diversi aspetti della sua attività emersi in questo processo: il suo impegno a finanziare l'organizzazione mediante ingenti somme di denaro, la sua disponibilità all'assunzione di soggetti segnalati dai mafiosi, e la sua attività di raccolta di informazioni riservate da lui stesso reinserite nel circuito mafioso". Per Prestipino, il ritratto di Aiello che emerge dalle dichiarazioni del collaboratore Nino Giuffrè, è quello di "un imprenditore organico che trae vantaggi dal patto stipulato con l'associazione mafiosa e che in cambio ha reso a Cosa nostra ulteriori favori e prestazioni speciali". Tra questi favori "speciali" si inseriscono le informazioni riservate raccolte da Aiello sull'attività investigativa e poi riferite all'interno del circuito mafioso, "informazioni - ha concluso Prestipino - rivelatesi strategiche per il boss Bernardo Provenzano, quando questi era latitante, per eludere le indagini sul territori".
25/09/2007
Fonte: La Sicilia

Il cavillo...

PALERMO - Sono beni confiscati alla mafia i due edifici nei quali si trovano gli assessorati regionali alla Cooperazione ed ai Beni culturali. Ma per un cavillo giuridico la Regione siciliana non riesce ad avere in gestione i due immobili, anzi continua a pagare l'esoso canone di 2 milioni di euro all'anno per la sede dell'assessorato Cooperazione e di 800mila euro l'anno per la sede dei Beni culturali.
È quanto emerso questa mattina nella riunione della Commissione affari istituzionali dell'Assemblea regionale siciliana. Lo ha reso noto il presidente della commissione Nicola Cristaldi, ed ex coordinatore del comitato enti locali della Commissione nazionale antimafia.
"I palazzi erano di proprietà di un costruttore condannato per mafia - spiega Cristaldi - Non possono passare alla Regione perché i beni confiscati sono intestati ad una società di capitale che in atto è sotto la gestione giudiziaria e le leggi in vigore non consentono l'acquisizione di immobili intestati a società da parte dell'Agenzia per il demanio che poi dovrebbe trasferire gli edifici agli assegnatari.
Ci vuole un tavolo tra il Ministero dell'Interno, l'Agenzia per il demanio e la Regione - osserva - per concordare un'accelerazione per il trasferimento alla Regione dei beni confiscati alla mafia"
25/09/2007
Fonte: La Sicilia

lunedì, settembre 24, 2007

1000 post

Questo blog ha raggiunto i 1000 Post.
Grazie a tutti gli assidui lettori (anche a quelli non assidui) che mi hanno dato la motivazione per andare avanti.
Ciao a tutti!
Saverio

Ucciso a Gela

GELA,24 SET-Un commerciante e' stato assassinato a Gela. Si tratta di Luciano Bellomo, 35 anni,incensurato, titolare di un negozio per la vendita di telefonini. L'uomo era alla guida della propria auto quando e' stato affiancato dai sicari, che hanno aperto il fuoco e con diversi colpi di pistola lo hanno centrato alla testa e al corpo. L'agguato e' avvenuto in contrada Macchitella a Gela. L'auto e' finita contro un palo dell'illuminazione di viale Enrico Mattei.
24/09/2007

Fonte: ANSA

Ucciso a Palermo

Palermo, 22 set. - La vittima si chiama Stefano Tomaselli, 61 anni, piccolo imprenditore. L'anziano e' stato trovato in un piccolo ufficio all'interno dei cantieri navali di Palermo, riverso a terra in una pozza di sangue, finito da diversi proiettili. In questo momento i carabinieri del reparto operativo stanno sentendo alcuni operai per capire la dinamica di quanto e' successo, ma a quanto si apprende, nessuno avrebbe visto niente. Tra le piste quella dell'omicidio per mafia, considerato che l'indagine e' coordinata dal pm della Direzione distrettuale antimafia, Gaetano Paci.
Fonte: Agi.it

Ecco perchè De Mauro fu ucciso... (Da leggere)

PALERMO - In redazione l'aveva confidato a più di un collega: "Ho uno scoop che farà tremare l'Italia". Era venuto a sapere che il principe Junio Valerio Borghese stava preparando un golpe. E che Cosa Nostra complottava con i generali. Mauro De Mauro però fece le domande giuste alle persone sbagliate. Prima lo rapirono e lo "interrogarono", poi lo strangolarono. Il suo cadavere fu seppellito in campagna, tra la borgata di Villagrazia e la foce del fiume Oreto. Trentacinque anni dopo si chiude l'inchiesta sul primo delitto eccellente di Palermo. È la "pista nera" che puzza di mafia. È la sola, l'unica che resiste a più di tre decenni di aggrovigliate investigazioni. I fascisti progettavano di fare il colpo di stato alleandosi in Sicilia con i boss, fu la scoperta di quel patto la condanna a morte di Mauro De Mauro, reporter del quotidiano della sera L'Ora, corrispondente dall'isola de Il Giorno e della Reuters, giornalista famoso e dal burrascoso passato repubblichino nella Decima Mas. Ucciso nel settembre 1970 per una notizia che gli avevano soffiato amici frequentati in gioventù, compagni d'armi e camerati. Mandanti dell'omicidio i capi della Cupola Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Salvatore Riina. Ordinarono il suo rapimento dopo un incontro a Roma con il principe Borghese e due alti ufficiali del Sid, il servizio segreto militare di allora. Il golpe era previsto per dicembre, nella notte tra il 7 e l'8, nome in codice del piano insurrezionale "Tora Tora". Fu un omicidio "preventivo", sostengono i magistrati nella loro ultima ricostruzione sul sequestro del giornalista. A soffocarlo furono Mimmo Teresi, Emanuele D'Agostino e Stefano Giaconia, picciotti di Santa Maria di Gesù, tutti e tre assassinati nella guerra di mafia degli anni 80. Con loro ci sarebbe stato anche Bernardo Provenzano. Nei prossimi giorni, l'inchiesta giudiziaria sarà ufficialmente definita dai sostituti procuratori Gioacchino Natoli e Antonio Ingroia. Già decisa una richiesta di rinvio a giudizio per Totò Riina, gli altri due mandanti sono ormai morti. Incerta ancora la posizione di Provenzano. Ad accusarlo c'è solo il pentito Francesco Di Carlo, non ci sono altre "chiamate" o riscontri alle sue dichiarazioni. Sta finendo in archivio così il caso De Mauro, il più misterioso dei gialli palermitani, una trama che si è intrecciata con tanti altri affaire italiani, primo tra tutti l'attentato di Bascapè del 27 ottobre del 1962, l'aereo del presidente dell'Eni Enrico Mattei che decollò da Catania e precipitò a pochi chilometri da Linate. L'inchiesta sulla morte del giornalista è stata ripescata l'ultima volta 10 anni fa, dopo che un magistrato di Pavia - Vincenzo Calia, quello che aveva riaperto le indagini su Mattei - chiese e inviò carte a Palermo. Uno scambio di documenti che ha dato spinta all'istruttoria siciliana. Praticamente è ricominciata daccapo. Tanti i testimoni mai ascoltati, gli indizi mai approfonditi, gli interrogatori mai verbalizzati. Un depistaggio dopo l'altro. Trovata traccia anche di un colloquio riservato dell'allora capo della omicidi della squadra mobile Boris Giuliano con Ugo Saito, il giudice titolare della prima inchiesta: il commissario lo avvertiva che "c'era qualcuno al ministero a Roma che non voleva andare a fondo alla morte di De Mauro". Scartate tutte le altre ipotesi sul sequestro - quella che portava al traffico di stupefacenti seguita precipitosamente dal colonnello dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, e quella che conduceva alle esattorie dei cugini Salvo inutilmente battuta dai poliziotti - la procura di Palermo 35 anni dopo ha ricostruito il movente del delitto. Il giornalista era già tempo sorvegliato dai mafiosi. Avevano paura che scoprisse qualcosa sull'"incidente" al presidente dell'Eni, lui lavorava alla sceneggiatura del film che Francesco Rosi stava girando proprio sull'attentato di Bascapè. Ma De Mauro non custodiva segreti su Mattei. Si era invece imbattuto in quell'altra storia, il colpo di stato, il golpe che il "principe nero" voleva far scattare da lì a tre mesi coinvolgendo anche Cosa Nostra. I mafiosi avrebbero dovuto occupare la sede Rai di Palermo, le prefetture e le questure delle città siciliane. Erano quasi le 9 di sera del 16 settembre quando sparì proprio sotto casa sua, in via delle Magnolie, la Palermo del sacco edilizio. Mauro uscì dalla redazione de L'Ora e fermò la sua Bmw davanti a un bar, comprò due etti di caffè macinato, due pacchetti di Nazionali senza filtro e una bottiglia di bourbon. Stava posteggiando l'auto quando sua figlia Franca - la ragazza si sarebbe dovuta sposare la mattina dopo - dalla finestra vide il padre "che parlava con due o tre uomini". Poi la Bmw all'improvviso ripartì. Fu ritrovata la mattina dopo dall'altra parte della città. Aveva ancora le chiavi inserite nel cruscotto. A Palermo è il rituale della lupara bianca. Così Mauro scomparve per sempre. Per più di vent'anni solo silenzio. Dopo le stragi del 1992 cominciarono a parlare i pentiti. Il primo fu Gaspare Mutolo. Svelò due nomi: "Lo strangolarono Stefano Giaconia ed Emanuele D'Agostino". Poi arrivò Buscetta. E poi ancora Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia, Gaetano Grado. Tranne don Masino che è morto, gli altri sono stati tutti riascoltati dai magistrati. E tutti hanno indicato la "pista nera". Per ultimo Francesco Di Carlo ha ricordato di summit a Roma tra capimafia e generali. E ha spiegato: "De Mauro non fu nemmeno trascinato via a forza quella sera..". Conosceva bene una di quelle "due o tre persone" che sua figlia Franca intravide dalla finestra di casa. Era Emanuele D'Agostino, l'autista di Bontate. De Mauro si fidava in qualche modo di D'Agostino. E forse proprio da lui stava cercando di avere quel pezzo mancante per il suo scoop. Lo portarono in un casolare e fu Mimmo Teresi a interrogarlo, a tirargli fuori quello che sapeva sul colpo di stato. Poi lo uccisero. Nessuno dei pentiti sa dove sia esattamente la sua tomba, tutti dicono che è "sicuramente sotterrato" a Villagrazia, sul letto di quello che una volta era il fiume Oreto. Il resto di questa storia italiana è confinato tra le pieghe di un'inchiesta che è stata dimenticata per anni, insabbiata. I magistrati di Palermo dopo tanto tempo hanno voluto interrogare ancora Vittorio Nisticò, il direttore de L'Ora, il giornale dell'altra Palermo. E per la prima volta da quel lontano 1970 hanno ascoltato Bruno Carbone, un collega che lavorava nella stessa stanza con De Mauro. Carbone ci aveva confessato nel 2001: "Mauro mi disse che aveva per le mani un colpo straordinario, io sono stato testimone della sua vita eppure non c'è mai stato un poliziotto o un magistrato che abbia sentito il dovere di chiedermi qualcosa". E aveva aggiunto: "Pochi giorni prima di sparire avevo suggerito a Mauro di parlare con il procuratore Pietro Scaglione. Lui ci andò. Dopo pochi mesi uccisero anche Scaglione".
Fonte: La Repubblica

Ricordando Spagnolo

Nella Sicilia degli anni '50, non erano pochi i contadini che restavano a dormire in aperta campagna, sopra un giaciglio di paglia e sotto un tetto di stelle. In questa loro scelta non c'era nulla di romantico, ma la dura necessità di lavorare fino al calar del sole e di riprendere a farlo alle prime luci dell'alba. Senza la perdita di tempo di lunghi e faticosi viaggi a dorso di mulo, dalla casa alla campagna e dalla campagna alla casa. Fece così, la sera del 3 agosto 1955, Giuseppe Spagnolo di Cattolica Eraclea, in provincia di Agrigento. Decise, cioè di restare a dormire sotto le stelle del suo piccolo podere di contrada "Bissana", tra Cattolica e Cianciana. «Così, domattina, comincio a lavorare presto…», avrà detto tra sé e sé. Ma Spagnolo non si sarebbe mai più alzato dal suo giaciglio e non sarebbe mai più ritornato a casa. Infatti, mentre dormiva, quattro killer della mafia, armati fino ai denti, lo colpirono con numerosi colpi di lupara, che lo fecero passare dal sonno alla morte. «Impensierita del suo ritardo – avrebbe raccontato la moglie, Filippa Guadagna, ai carabinieri la sera del 14 agosto 1955 – pensai di raggiungerlo in campagna. Temendo che avesse potuto ricevere qualche calcio dalla giumenta, mi avviai da sola a piedi. Nei pressi di "Monte Sara" mi raggiunse con la mula mio figlio Liborio e da lì raggiungemmo il nostro terreno a "Bissana". Giunti sul posto, potei scorgere, distesa sulla ristoppia, la nostra bisaccia sotto la quale, immerso nel sangue, giaceva esanime il corpo di mio marito, colpito in più punti da colpi di arma da fuoco... Con l'aiuto di mio figlio lo caricai sulla mula trasportandolo in casa». «Dietro l'omicidio di mio marito – denunciò coraggiosamente la vedova – si nascondono dei mandanti. Mio marito era presidente della cooperativa "La Proletaria" ed inoltre segretario della Camera del Lavoro. A causa dell'attività sindacale svolta per l'assegnazione delle terre ai contadini, gli interessi di gabelloti, campieri e mafiosi furono lesi». E decisero di levarselo di torno. Come avevano fatto, meno di tre mesi prima, il 16 maggio 1955, con Salvatore Carnevale, a Sciara, in provincia di Palermo. Ai funerali di Spagnolo, svoltisi il 15 agosto 1955, partecipò l'intera popolazione di Cattolica Eraclea. «Gli uomini indossarono camicia bianca e fascia nera, le donne una veste nera e un fazzoletto nero in testa. Non si svolse la funzione religiosa, perché la vittima era comunista e l'arciprete Cuffaro non volle celebrare la Messa funebre. La bara con il defunto fu portata in giro per il paese dagli amici e dai compagni. Si celebrò ugualmente un momento di meditazione e di preghiera davanti alla chiesa della Mercede, durante il quale Francesco Renda (oggi uno dei più importanti storici del movimento contadino - n.d.r.), amico e compagno della vittima, gli tributò l'ultimo saluto con una commovente orazione funebre, nella quale apprezzò la sua integrità morale e le alte qualità di dirigente del movimento contadino. Erano presenti le delegazioni provinciali e regionali del Pci, così come le delegazioni di tutti gli altri partiti senza distinzione di colore politico. Un immenso corteo lo accompagnò al cimitero. Anche uno degli assassini (che ancora non era stato scoperto) partecipò al funerale, addirittura accompagnò sotto braccio Liborio, il figlio primogenito della vittima», racconta Calogero Giuffrida, nel volume «Delitto di prestigio. La storia di Giuseppe Spagnolo, dirigente politico ucciso dalla mafia» (2006). Spagnolo, come Carnevale e tanti altri dirigenti contadini, fu una delle vittime di quella "lunga strage", che insanguinò la Sicilia dagli anni '40 agli anni '60. Una «lunga strage», che inizialmente aveva l'obiettivo di fermare le lotte per la terra e per la riforma agraria. E che poi, dopo la l'approvazione della legge di riforma agraria del 1950, tentò di rallentarne il più possibile l'attuazione, per dare tempo agli agrari di vendere parte dei loro feudi. Le «colpe» di Carnevale a Sciara, di Buongiorno a Cattolica Eraclea e di altri dirigenti sindacali dei comuni del feudo furono quelle di denunciare queste manovre e di continuare ad organizzare imponenti manifestazioni contadine per chiedere il rispetto della legge.
Fonte: La Sicilia

sabato, settembre 22, 2007

Domani la riesumazione

CATANZARO - Sarà eseguita domani mattina, nel cimitero di Conflenti, la riesumazione del cadavere che si sospetta, sulla base della rivelazione fatta da un collaboratore di giustizia, possa essere quello del giornalista Mauro De Mauro, scomparso nel 1970. Stamattina il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Gerardo Dominijanni, ha affidato l'incarico al perito medico-legale, Giulio Di Mizio, ricercatore della cattedra di Medicina legale dell'Università "Magna Grecia". Di Mizio effettuerà l'esame avvalendosi della collaborazione di un pool di specialisti anatomo-patologi dell'Ateneo. Intanto proseguono gli accertamenti investigativi da parte della Squadra mobile di Catanzaro che sta conducendo le indagini sulla base delle rivelazioni da parte di un collaboratore di giustizia. Quest'ultimo ha riferito che l'informazione secondo la quale la persona sepolta a Conflenti sarebbe De Mauro e non il pregiudicato di Lamezia Terme Salvatore Belvedere, come fu stabilito a suo tempo, gli è stata fornita dal boss Antonio De Sensi, assassinato a Lamezia Terme nel 1984.
22/09/2007

Fonte: La Sicilia

Gli ingegneri collusi? Espulsi

Anche loro hanno detto basta al racket: gli ingegneri che non denunceranno i propri estorsori saranno espulsi dall'Ordine di Agrigento. Lo ha affermato Vincenzo Di Rosa, presidente dell'Ordine degli ingegneri di Agrigento, che ha anche espresso piena solidarietà al numero uno della Confindustria agrigentina, Giuseppe Catanzaro, il cui impianto di trattamento dei rifiuti ha subito un attentato incendiario. «L'Ordine degli ingegneri di Agrigento, che mi onoro di rappresentare- ha affermato Di Rosa -è vicina all'uomo, alla persona, al presidente della Confindustria per la vile intimidazione subita e lo invita a non abbassare la guardia». «Gli ingegneri della provincia di Agrigento – ha continuato Di Rosa – sono disponibili a collaborare con le forze dell'ordine per la promozione della cultura della legalità e per la soppressione del fenomeno del pizzo». Un'iniziativa che si allinea a quella presa dagli industriali siciliani che prevede l'espulsione dal sistema di Confindustria di chi paga il pizzo ed è colluso con la criminalità organizzata. Intanto il presidente del Consiglio, Romano Prodi, riceverà nei prossimi giorni proprio il numero uno di Confindustria Sicilia, Ivanhoe Lo Bello. All'incontro parteciperanno anche i presidenti dell'Unione industriali di Caltanissetta e Agrigento, Antonello Montante e Giuseppe Catanzaro, oltre al vicepresidente di Confindustria con delega al Sud, Ettore Artioli.
Fonte: Il sole 24 ore

Scomparso... Perchè?

MAZARA DEL VALLO (TRAPANI) - È giallo a Mazara del Vallo sulla scomparsa di Massimiliano D'Angelo, 27 anni, incensurato, di cui non si hanno più notizie da lunedì pomeriggio. Il giovane si è allontanato intorno alle 15.30 dall'abitazione, dove vive con i genitori. Gli investigatori non escludono l'ipotesi di una "lupara bianca". Il padre di D'Angelo, Vincenzo, di 61 anni, ha patteggiato una condanna per favoreggiamento nei confronti dei boss Andrea Mangiaracina e Natale Bonafede. Gli inquirenti stanno cercando di capire se questi precedenti siano in qualche modo collegati con la scomparsa del figlio. La polizia sta valutando anche il contenuto di una telefonata al 118, ricevuta la sera di lunedì, con la quale si segnalava il ferimento di un giovane sul litorale di Tonnarella, dove la famiglia D'Angelo ha una residenza estiva. Battute e perlustrazioni sono in corso in questo momento a Mazara del Vallo, anche con l'ausilio di elicotteri.
21/09/2007

Fonte: La Sicilia

giovedì, settembre 20, 2007

Dopo 37 anni...

CATANZARO - Potrebbe essere di Mauro De Mauro, il giornalista de l'Ora di Palermo scomparso nel 1970, il cadavere di una persona sepolta nel cimitero di Conflenti, nel Lametino. È l'ipotesi che la Dda di Catanzaro sta verificando sulla base della segnalazione di una fonte definita attendibile. Il cadavere, la cui sepoltura risale al 1971, fu identificato all'epoca per quello di Salvatore Belvedere, trovato in avanzato stato di decomposizione in una buca scavata in una zona di campagna. Il riconoscimento venne fatto da uno dei figli di Belvedere, che riconobbe nella cintura indossata dalla vittima quella del padre. La rivelazioni della fonte, la cui identità non è stata svelata dagli investigatori, hanno indotto il sostituto procuratore della Dda, Gerardo Dominijanni, a disporre la riesumazione del cadavere e l'effettuazione dell'esame del Dna. La riesumazione è avvenuta intorno alle 10 di questa mattina. Le operazioni si sono concluse intorno alle 12 con i resti mortali che sono stati rinchiusi in una cassa di zinco e trasportati per ulteriori accertamenti tecnico-scientifico presso l'Istituto di medicina legale dell'Università Magna Grecia di Catanzaro a disposizione della Dda competente e del medico legale che riceverà l'incarico tra il pomeriggio di oggi e la mattinata di domani. Dopodiché ci vorranno presumibilmente almeno 60 giorni prima che si possa risalire con esattezza all'identità dell'uomo."Non so nulla. Di questa storia nessuno ci ha mai comunicato ufficialmente nulla". Ha spiegato il sostituto procuratore Antonio Ingroia, pm nel processo per l'omicidio del giornalista Mauro De Mauro, commentando la notizia."A noi non è arrivata alcuna comunicazione dalla Procura di Catanzaro - ha spiegato il procuratore di Palermo, Francesco Messineo -. Abbiamo saputo della riesumazione di un cadavere ieri sera tramite l'avvocato di parte civile Crescimanno che ci ha informato. Stiamo intraprendendo necessari contatti per valutare se e quanto il fatto sia di rilievo nel processo di Palermo"."Ieri sera ho ricevuto una nota della famiglia De Mauro che m'informava di avere ricevuto un avviso di accertamenti tecnici da parte della procura di Catanzaro e mi avvertiva della riesumazione, prevista per il 22 settembre del cadavere di Salvatore Belvedere per prelevare materiale genetico e procedere al confronto con quello dei suoi familiari. Se non coincidesse, la stessa operazione sarà fatta con i familiari di De Mauro". Ha detto Francesco Crescimanno, legale di parte civile della famiglia del giornalista Mauro De Mauro. "Questo pomeriggio incontrerò - aggiunge - la figlia di De Mauro, Franca, e decideremo cosa fare".
20/09/2007


Fonte: La Sicilia

Arrestati 7 imprenditori

GELA (CALTANISSETTA) - Sette imprenditori di Gela sono stati posti agli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta. Ad altri tre è stata imposta la misura dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. I provvedimenti, emessi dal Gip del tribunale di Gela, Lirio Conti, su richiesta del pm, Serafina Cannatà, sono stati eseguiti dalla polizia in un'operazione chiamata "Octopus". Secondo le indagini, i dieci imprenditori avrebbero messo in piedi due 'cordate' che pianificavano la partecipazione alle gare d'appalto del comune di Gela (nei settori dei lavori pubblici, della manutenzione e dell'ecologia), del comune di Ragusa e della Provincia regionale di Caltanissetta.Per riuscire a pilotare l'aggiudicazione delle commesse di lavoro, secondo l'accusa stabilivano con congruo anticipo non solo i ribassi da effettuare ma anche chi fare partecipare alle singole gare. Le due cordate si differenziavano per la specializzazione acquisita nei lavori alle cui gare partecipavano. E per fare vincere l'impresa stabilita non si operava solo con i ribassi concordati ma anche con la presentazione di documenti incompleti o contenenti errori e vizi di forma tali da comportare l'esclusione automatica dalla gara. A redigere la documentazione di tutte le ditte erano solo quattro uffici. Le perizie tecniche sui documenti recuperati dai supporti telematici (la memoria dei computer sarebbe stata cancellata frettolosamente prima che la polizia procedesse al loro sequestro) e le intercettazioni telefoniche e ambientali, avrebbero permesso agli inquirenti di trovare conferma alle loro ipotesi investigative.Questi i nomi degli imprenditori arrestati: Francesco Agati, 48 anni; Salvatore Di Dio, 67 anni; Nunzio Capizzello, 51 anni; Salvatore Capizzello, 55 anni; Giacomo Rosario Gerbino, 48 anni; Lorenzo Iaglietti, 64 anni; Carmelo Antonio Messina, 42 anni, tutti di Gela. I tre imprenditori sottoposti all'obbligo di firma giornaliera in un posto di polizia giudiziaria sono Giuseppa Ferrara, 43 anni, Giuseppe Lattaferro, 35 anni e Giovanni Giudici, 24 anni. Il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, si congratula con la polizia e la magistratura per l'operazione denominata "Octopus", che ha messo in luce "l'esistenza di cordate finalizzate al controllo e all'aggiudicazione di appalti pubblici. È dall'11 marzo 2003 - dice il sindaco - che denuncio in occasione di ogni gara, nonostante le procedure rigorosissime da noi avviate, l'esistenza di meccanismi di legge che hanno trasformato le gare in semplici riti in cui gruppi diversi decidono i nomi degli aggiudicatari"."Gela è uno dei pochi comuni che in Sicilia denuncia questo metodo assurdo - aggiunge Crocetta - collabora con le forze dell'ordine ed inserisce meccanismi finalizzati a creare difficoltà alle cordate. La legge attuale sugli appalti è uno scandalo! Trovo intollerabile che il sistema politico non avverta la necessità di modificare la procedura di appalti che vedono in tutta Italia gare con centinaia di offerte uguali o simili".
20/09/2007

Fonte: La Sicilia

Livatino e Saetta

Canicattì si appresta a commemorare i giudici Rosario Livatino e Antonino Saetta e del figlio Stefano assassinati tra il 1989 e il 1990. Le iniziative sono organizzate dall'assessorato comunale alla cultura retto da Giusy Terranova. Canicattì ospiterà la «Settimana della Legalità in memoria dei giudici Saetta e Livatino». Il programma prevede (il 21 settembre a Palazzo Stella) un concerto di musica classica; la proiezione un documentario sui due magistrati canicattinesi per le scuole secondarie di I grado (pomeriggio del 24, 26, e 28 pomeriggio alla biblioteca comunale); un convegno su Livatino e Saetta (martedì 25 settembre alle 17.30 a Palazzo Stella) e la proiezione del film «Luce Verticale» del regista Salvatore Presti che sarà presente (giovedì 27 settembre alle 17, sala del consiglio comunale). Durante questa settimana di iniziative ci sarà un concorso di idee per la realizzazione di un monumento dedicato ai 2 magistrati uccisi dalla mafia ed un concorso per le scuole superiori per ricordare il sacrificio e la vita di Saetta e Livatino. Al convegno di mercoledì pomeriggio saranno presenti il prefetto Vittorio Saladino, l'arcivescovo Carmelo Ferraro, il presidente del Tribunale Aldo Lo Presti Seminerio, il procuratore della Repubblica Ignazio De Francisci, il questore GirolamoDi Fazio, il presidente della Provincia Vincenzo Fontana, la professoressa Ida Abate e il professore Giovanni Tesè.
Fonte: La Sicilia

mercoledì, settembre 19, 2007

E intanto...Salta fuori anche La Loggia...

PALERMO - Nell'ambito dell'inchiesta che stamani ha portato all'arresto del geometra Giuseppe Lipari, con l'accusa di associazione mafiosa, per avere avviato la vendita di beni del valore di tre milioni di euro che sarebbero in realta di proprietà di Bernardo Provenzano, la procura ha indagato anche una dirigente della Regione. Si tratta dell'avvocato Maria Concetta Caldara, che in passato è stata anche consigliere giuridico del ministro per gli Affari Regionali, Enrico La Loggia. La notizia emerge dagli atti dell'inchiesta. Caldara risulta essere socia di Giuseppe Lipari nell'appezzamento di terreno che il consigliori di Provenzano stava tentando di vendere per incassare così una fetta del tesoro del padrino corleonese. L'indagata nei mesi scorsi era stata già interrogata dagli inquirenti.
19/09/2007

Fonte: La Sicilia

Questo è Lipari

PALERMO - Giuseppe Lipari è considerato l'economo e il consigliori di Bernardo Provenzano. In passato è stato anche uno dei più fedeli favoreggiatori di Totò Riina. Per i corleonesi, il geometra Lipari è stato un "consulente" che si occupava di pilotare gli appalti pubblici in modo da affidarli a imprese vicine ai boss. Non solo, dalle inchieste emerge che Lipari avrebbe fatto da cerniera fra alcuni politici e Riina prima, e poi Provenzano. Lipari, ben inserito nei salotti di Palermo, ha svolto pure il ruolo di prestanome per conto di Provenzano e per questo motivo in passato gli sono stati sequestrati beni per un valore di decine di milioni di euro che sarebbero riconducibili al vecchio padrino corleonese. Il consigliori di Provenzano, inoltre, alla fine del 2002 dichiarò di volersi pentire, avviando una stentata collaborazione con la giustizia, che i magistrati però scoprirono subito si trattava di una messa in scena. I giudici della Corte d'appello che lo hanno condannato l'ultima volta nel giugno 2005, ha escluso per Lipari il comma 2 dell'articolo 416 bis, e cioè l'accusa di avere ricoperto un ruolo di vertice nell'ambito di Cosa nostra.L'inchiesta della procura, diretta all'epoca da Piero Grasso, portò all'arresto non solo di Giuseppe Lipari ma anche di una buona parte del suo nucleo familiare: i figli, Arturo e Cinzia Lipari, entrambi condannati e il marito di quest'ultima, Giuseppe Lampiasi, anche lui condannato. Secondo l'accusa, la famiglia Lipari, tramite la rete di fedelissimi "postini", avrebbe amministrato i beni dei corleonesi.
19/09/2007

Fonte: La Sicilia

Arrestato Lipari

PALERMO - La polizia di Stato ha arrestato il boss mafioso Giuseppe Lipari, 72 anni, geometra, consigliori del capomafia Bernardo Provenzano e amministratore dei beni dei corleonesi. In passato, il pregiudicato era stato condannato a undici anni e due mesi di reclusione per mafia. Lipari, dopo aver scontato la pena, era tornato da più di un anno in libertà. Adesso è stato raggiunto da un nuovo ordine di custodia cautelare in carcere emesso dal gip su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dei sostituti Marzia Sabella e Michele Prestipino. È accusato di associazione mafiosa. Questa nuova indagine condotta dalla Squadra mobile di Palermo è scaturita subito dopo l'arresto di Provenzano. Gli investigatori hanno disvelato un articolato intreccio di interessi dell'organizzazione mafiosa nel settore dei lavori pubblici e degli appalti. Il giudice ha inoltre ordinato il sequestro di beni, considerati di provenienza illecita, per un valore di tre milioni di euro. Il geometra Pino Lipari, appena uscito dal carcere, si era messo in movimento per vendere una delle proprietà riconducibili a Bernardo Provenzano. Secondo l'accusa, il consigliori del padrino, tornato in libertà il 13 aprile 2006, due giorni dopo che era stato arrestato Provenzano, stava cercando di far avere al boss corleonese la somma di denaro che avrebbe ottenuto dalla cessione di un grande appezzamento di terreno nelle campagne di Carini (Palermo), del valore di tre milioni di euro.Il bene (sequestrato stamani dagli agenti della Squadra mobile di Palermo su richiesta della Direzione distrettuale antimafia), attraverso prestanomi era riconducibile proprio a Provenzano. Lipari, infatti, dopo aver concluso la vendita, aveva intenzione di far arrivare i soldi al vecchio padrino. Si sarebbe trattato infatti di un "acconto" liquido derivante dalla vendita di una fetta del tesoro di Provenzano, disseminato in varie parti della Sicilia e del Paese, e che risulta intestato a prestanomi.
19/09/2007

Fonte: La Sicilia

martedì, settembre 18, 2007

Cuffaro e la Madonna...


In Sicilia l’emergenza idrica e climatica è diventata una questione di devozione. Da mesi una querelle sul tema scuote le coscienze nell’Ennese. E tra la siccità e la Madonna, non poteva non dominare la scena Totò Cuffaro, il presidente della Regione.
In un convegno a Leonforte, il 7 luglio scorso, il direttore dell’Agenzia delle acque e dei rifiuti, Felice Crosta, a proposito di siccità aveva affermato: “Fin quando ci sarà la presidenza Cuffaro, questo problema non lo avremo, perché le preghiere delle zie di Raffadali (il paese di Cuffaro, ndr), oltre che la protezione della Madonna di Pompei, di Siracusa e di Lourdes, ci consentiranno di avere acqua”. Parole sante? Macché. Parole che non passarono inosservate soprattutto a nove sacerdoti della diocesi di Nicosia, che le bollarono come “blasfema bestemmia”.
In una lettera diffusa ai fedeli, come riportato da un quotidiano locale, scrissero: “Se Crosta sostenesse che la sua affermazione è ironica, gli diciamo che la fede cristiana, come qualsiasi realtà di fede, non va ridicolizzata e se sostenesse che la sua affermazione è seria, gli diciamo che ha usato un linguaggio blasfemo, che rasenta la bestemmia”. Ironicamente i sacerdoti si chiedevano: “Le zie di Cuffaro smetteranno di pregare quando il nipote non sarà più presidente? La Madonna andrebbe via… come tutti gli altri dipendenti? Significa che la Madonna si dimetterebbe dal compito (gratuito) di essere Patrona della Sicilia?”.
Oggi una nuova puntata. Chiamato in causa, il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, che ha sempre manifestato pubblicamente la sua devozione, affidando ogni anno la Sicilia alla Madonna, e appena ritornato dal cammino di Santiago dove ha chiesto fra l’altro di far ritornare lo scudo crociato – ha scritto una lettera al vescovo di Nicosia, Salvatore Pappalardo e ai nove sacerdoti della diocesi che hanno sollevato il caso.
“Ho inteso rivolgermi alla Madonna nella vicenda dalla carenza idrica degli anni scorsi, spinto dalla mia devozione filiale e consapevole che tale atto in nulla può sostituire il proprio impegno personale ed umano” scrive il presidente. “Non è certo mia intenzione interpretare o stigmatizzare quanto detto dal dottor Crosta nella circostanza, quanto piuttosto cogliere l’occasione per riaffermare in modo diretto e, spero, efficace, il senso della mia devozione mariana ­– prosegue – che fa parte della mia educazione familiare. Fin da bambino ho invocato la Madonna come madre e a rivolgermi a Lei come un figlio che, chiede soccorso e conforto. Con questo spirito ho inteso rivolgermi a Lei nella ormai nota vicenda della carenza idrica degli anni scorsi. Ciò non ha diminuito – conclude Cuffaro – i necessari sforzi da compiere per porre in essere ogni utile e necessaria azione volta alla risoluzione del problema, come per altro, le cronache possono concretamente testimoniare”.
La mitologia vuole che fra quelle colline in provincia di Enna sia nato il mito di Demetra e Kore. La dea dell’abbondanza e sua figlia. Quando quest’ultima fu rapita dal dio degli inferi, la natura pianse e fu la desolazione. Poi si arrivò a un compromesso per cui Kore trascorreva solo quattro mesi negli inferi e gli altri sulla terra, alternando così il ciclo delle stagioni. Forse a qualcosa di simile pensano i politici siciliani per combattere la siccità.


Fonte: Panorama

Riconosce il suo estortore in aula

PALERMO - "È lui, l'uomo con le stampelle, quello che veniva nel mio locale a fare le richieste estorsive". Così Vincenzo Conticello, titolare dell'antica focacceria "San Francesco", senza tentennamenti, in una scena giudiziaria rarissima, forse unica a Palermo, ha indicato in aula senza bisogno di imbeccamenti da parte del pm uno dei suoi estorsori: Giovanni Di Salvo, l'uomo che più volte era andato a chiedere il pagamento del pizzo o a proporre mediazioni per conto del racket. È un evento importante dove i criminali delle estorsioni fanno la parte del leone con attentati e omicidi che un imprenditore accusi i suoi aguzzini pubblicamente e davanti ai giudici. E gli accusati non sono balordi prestati al crimine ma personaggi legati alle famiglie di Cosa nostra. Oltre a Di Salvo gli imputati sono Francesco Spadaro, detto Francolino, figlio di Tommaso, il boss mafioso del quartiere Kalsa, ex ras del contrabbando e poi della droga, e Lorenzo D'Aleo. Sono tutti accusati di estorsione aggravata, per avere agevolato Cosa nostra. Vito Seidita, un altro della banda, è stato già condannato in abbreviato a 8 anni di carcere. Conticello in aula ha detto di aver continuato a ricevere 'segnali' intimidatori. Il più significativo quest'estate, quando un misterioso "sabotaggio" agli impianti idraulici dell'Antica Focacceria provocò un allagamento, causando notevoli danni. Esaminato dal Pm Lia Sava, e controesaminato dal proprio difensore, Stefano Giordano, Conticello ha raccontato l'inizio della sua storia di vittima del 'pizzo': dalla prima visita di Giovanni Di Salvo che il 25 novembre del 2005 si presentò alla Focacceria e gli chiese di pagare 500 euro al mese, per "mettersi in regola". Il ristoratore denunciò e i carabinieri filmarono e registrarono le richieste del racket fino agli arresti supportati da tante prove. Conticello non vuole commentare la giornata, non vuole descrivere le proprie emozioni "finchè non sarò ascoltato dalla difesa degli imputati" ma dice di non sentirsi "più solo, la ribellione di alcuni imprenditori minacciati a Catania come a Caltanissetta fino a qualche tempo fa era inconcepibile". "Io continuo a fare il mio lavoro - conclude - Ci metto lo stesso impegno di sempre e rifarei tutto quello che ho fatto". E nell'udienza di oggi, simbolicamente, erano in aula anche Tano Grasso, presidente onorario della federazione nazionale antiracket, e l'ex senatrice dei Verdi Pina Maisano Grassi, vedova dell'imprenditore Libero ucciso a Palermo dalla mafia delle estorsioni, oltre ad alcuni ragazzi di Addiopizzo che indossavano le magliette con le scritte: "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità"."Oggi si è realizzato un obiettivo importante: quello di sottrarre alla solitudine il commerciante che si ribella alle estorsioni - ha detto Grasso - Sono qui per testimoniare il sostegno di tutti gli imprenditori del movimento antiracket italiano al nostro coraggioso collega Vincenzo Conticello". E anche la politica dopo gli ultimi attentati a Catania, Agrigento, Caltanissetta sembra aver accesso un riflettore sulle estorsioni. Il presidente dell' Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè, ha annunciato una seduta straordinaria del Parlamento siciliano dedicata alle misure antiracket, dove "dovranno essere presi provvedimenti a sostegno delle imprese siciliane che si ribellano al pizzo, la costituzione di una nuova commissione antimafia che favorisca effettivamente con efficacia il contrasto al fenomeno mafioso".
18/09/2007

Fonte: La Sicilia

"Caso" Gozzo

Palermo, 18 set. (Apcom) - Aveva anche lasciato il proprio numero di telefono al portiere la donna che nei giorni scorsi assieme ad un uomo ed un bambino era andata sotto casa del Pm Domenico Gozzo per chiedere informazioni su un appartamento nel quartiere Acquasanta di Palermo. La notizia è pubblicata oggi dal 'Giornale di Sicilia'. L'episodio, inquadrato come intimidazione, era stato denunciato dal sostituto procuratore Gozzo perché lo stesso non ha alcun immobile in quel quartiere di Palermo e, anzi, l'unico 'rapporto' che ha con il quartiere dell'Acquasanta sono delle indagini antimafia su alcune persone della zona. Nei giorni scorsi, dopo aver appreso della presunta intimidazione, molti esponenti politici avevano espresso solidarietà al Pm palermitano che lavoro alla Dda. Analogo episodio, nel giugno scorso, era capitato sempre allo stesso sostituto procuratore. Quella volta, assente il portiere, alcune persone avevano citofonato direttamente in casa del magistrato chiedendo informazioni su un immobile all'Acquasanta. Il magistrato presentò una denuncia della quale si occupa la procura di Caltanissetta.

Fonte: alice.it

Traditori

Palermo, 18 set. (Adnkronos) - "Questo processo ci ha offerto una panoramica desolante del sistematico tradimento di quel giuramento che un servitore dello Stato ha formulato all'inizio della sua attivita'". Con queste parole il pm di Palermo Michele Prestipino ha iniziato la requisitoria del processo per le 'talpe' della Procura di palermo, che vede tra gli imputati il governatore siciliano salvatore Cuffaro, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e l'ex maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo.
Fonte: Leggo

Vittima della mafia e della regione...

Ispettore capo di polizia rimane invalido dopo un agguato mafioso in Sicilia dove restano uccisi due pregiudicati. Gli danno una pensione e assumono sua moglie in Regione. Ma due anni dopo, "l'Ufficio solidarietà alle vittime di mafia" (megastruttura dello stesso ente regionale che dovrebbe assistere chi è stato colpito da Cosa Nostra) gli contesta l'invalidità: è del 70\%, ma per un errore diventa del 35. Siccome la legge regionale prevede almeno il 50\% d'invalidità per avere familiari assunti in enti pubblici, nel 1999 la Regione comunica all'ormai ex poliziotto l'imminente licenziamento della moglie e la mancata assunzione della figlia maggiore. Per un 15\% in meno di danni fisici (peraltro molto evidenti: non ha più l'uso del braccio sinistro) si manda sul lastrico la famiglia di una vittima di mafia. L'odissea giudiziaria di Angelo C. - che ha prestato servizio anche in Emilia - dura da oltre 8 anni, gli è già costata oltre 4mila euro di spese legali e sta arrivando a una soluzione grazie anche all'aiuto della Fervicredo, l'associazione di vittime della criminalità e del dovere (presiduta dall'ex agente veneziano Mirko Schio) di cui è diventato dirigente. LA STORIA - Nell'ottobre del '93 Angelo C. era un giovane ispettore capo destinato a un commissariato caldo della Sicilia, a Licata (Agrigento) in piena guerra di mafia. Una mattina, con un collega, interviene per fermare l'ennesima rapina in un ufficio postale della sua città. S'innesca una sparatoria e rimangono uccisi due banditi, sono fratelli con pesanti precedenti di mafia. Ma anche Angelo rimane gravemente ferito: un proiettile gli trapassa il braccio sinistro spappolandogli l'omero. Per motivi di sicurezza viene portato d'urgenza lontano dalla Sicilia, a Firenze: si temono ritorsioni mafiose anche in ospedale. Nel capoluogo toscano mentre è sedato e aspetta l'intervento, cade misteriosamente dalla barella e si provoca altri traumi. Viene comunque operato al braccio una prima volta, ma non recupererà mai la funzionalità dell'arto. Oggi Angelo C. ha 44 anni e la sua storia, se possibile, è diventata ancor più drammatica. Infatti la moglie, nel '97, era stata assunta in Regione sulla base di una legge speciale per i familiari delle vittime di mafia. «Con la mia pensione di poco più di un milione era difficile tirare avanti - racconta l'ex poliziotto - e mantenere le nostre due figlie che oggi hanno 14 e 20 anni». Dopo soli due anni la incredibile beffa. L'ufficio per la solidarietà alle vittime della mafia (sic!) istituito presso la Regione Sicilia - con qualcosa come cento funzionari in organico (un enorme carrozzone) - comincia la sua battaglia, o meglio persecuzione, nei confronti di Angelo. «Lei non ha il 50\% di invalidità, ma "solo" il 35\%» gli contestano. In verità almeno mezza dozzina di visite specialistiche attestano che quel braccio penzoloni "vale" il 70\% se non addirittura - ultimi esami con al Commissione medico ospedaliera militare di Bologna (Cmo) - i 4/5 della capacità lavorativa in meno. Ma tant'è: la moglie di Angelo nel '99 viene licenziata e solo dopo una prima battaglia legale, due anni dopo, il giudice del lavoro la reintegra. Ma l'ufficio della solidarietà ricorre anche in Appello e Angelo sborsa altri soldi per le spese legali. Ora pare si stia arrivando a una situazione di compromesso, ma dopo 14 anni il caso resta una macchia indelebile nell'assistenza alle vittime della mafia.
Fonte: Il gazzettino

Napolitano ricorda...

ROMA - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano definisce "molto importante" il ruolo che la stampa e la televisione portano avanti contro la criminalità organizzata e ricorda i giornalisti morti per denunciarla come Giovanni Spampinato e Giancarlo Siani."Davvero importante - dichiara il capo dello Stato in occasione della consegna di alcuni premi giornalistici al Quirinale - il ruolo che la stampa e la televisione portano avanti nella lotta contro la criminalità. È un impegno netto, assolto con coraggio, che fa onore alla professione giornalistica svolta come missione". "Per questo - prosegue Napolitano - ricordiamo Giovanni Spampinato, Giancarlo Siani e siamo molto vicini al giornalista dell'Ansa Lirio Abbate", minacciato dalla mafia in Sicilia per le notizie diffuse contro la criminalità.Giovanni Spampinato era un cronista dell'Ora e dell'Unità, assassinato a Ragusa il 27 ottobre 1972 a 25 anni mentre stava conducendo un'inchiesta sull'attività squadristica ed eversiva di alcuni gruppi neofascisti, su un'oscuro intreccio tra eversione nera e criminalità organizzata.Giancarlo Siani era invece un giornalista del Mattino di Napoli, ucciso dalla camorra.
18/09/2007

Fonte: La Sicilia

lunedì, settembre 17, 2007

Aumentate le denunce contro il racket a Catania

CATANIA - Aumentano le denunce contro il racket da parte di commercianti e imprenditori di Catania. Nelle ultime settimane alle forze dell'ordine sono arrivate 28 denunce, mentre da gennaio ad agosto erano state in tutto sedici. Lo ha reso noto stamane, nel corso di una conferenza stampa, il questore di Catania Michele Capomacchia che ha illustrato i risultati di una vasta operazione di controllo del territorio che ha interessato il quartiere di San Cristoforo. "Sicuramente - ha detto Capomacchia - la presa di posizione dell'imprenditore Vecchio è stata decisiva. Inoltre ho la sensazione che l'impegno delle forze dell'ordine ha dato una ulteriore spinta alla gente".Il questore ha reso noto che dal 10 settembre è stato svolto un impegnativo servizio di controllo del territorio nel quartiere di San Cristoforo. Il servizio ha visto l'impegno straordinario di dieci pattuglie della polizia di Stato e due della polizia municipale. Nel mirino della polizia sono finiti esercizi pubblici, ma anche attività commerciali della zona esercitate anche in forma ambulante. Nel corso dei controlli sono state riscontrate numerose irregolarità. Sequestrati chili di prodotti ortofrutticoli per mancanza delle prescritte autorizzazioni amministrative e per occupazione abusiva del suolo pubblico.Nel corso dei controlli due persone sono state arrestate per detenzione e spaccio di droga ed una per violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Inoltre sono stati sequestrati 27 chilogrammi di marijuana e 25 grammi di cocaina. Otto persone sono state denunciate a piede libero. Complessivamente sono stati controllati 22 veicoli, sequestrati 3 ed altri 6 sottoposti a fermo amministrativo. Sono state elevate 36 contravvenzioni al codice della strada e ritirata una patente di guida. La polizia ha controllato 7 sale giochi, due di queste sono state sottoposte a sequestro penale. Contravvenzioni per 28 parcheggiatori abusivi, 7 esercizi pubblici sui 14 controllati, 13 venditori ambulanti. Sequestrati 1.000 chilogrammi di carne equina, altri 1.000 di frutta e verdura e 200 derrate alimentari.
16/09/2007

Fonte: La Sicilia

giovedì, settembre 13, 2007

Funzionerà?

ROMA, 12 SET - L'impegno degli imprenditori a non pagare più il pizzo e a denunciare gli estorsori e quello dello Stato a garantire da un lato assistenza e dall'altro tutela alle imprese sotto minaccia. E' questo il senso dell'accordo siglato oggi al Viminale dal ministro dell'Interno Giuliano Amato e dal presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. Un patto, spiega Amato, nato sull'onda della denuncia dell'imprenditore catanese Del Vecchio e della decisione di Confindustria siciliana di espellere gli imprenditori che pagano il pizzo. Una decisione "molto apprezzata", sottolinea Amato. "Non ci deve essere nessuna connivenza neanche coatta - ha detto il ministro -. E' giusto e bello che Confindustria abbia fatto questo passo ma non possiamo lasciare solo chi ha fatto questa scelta". E dunque dobbiamo "creare una rete di garanzie alle imprese affinché non si sentano isolate". In sostanza l'accordo prevede una sorta di patto tra imprenditori, associazioni industriali, prefetture e associazioni anti-racket basato su diritti e doveri. I primi si impegnano a denunciare gli estorsori e a non pagare il pizzo, i secondi ad assistere imprese e imprenditori nell'iter delle denunce e a tutelarli nel momento in cui ricevano minaccia. L'accordo è valido sia per le imprese già esistenti sia, soprattutto, per coloro che intendano aprire nuove attività nel Sud Italia. "La ratio del progetto - ha spiegato il vice ministro dell'Interno Marco Minniti - è di funzionare come riferimento sia per le nuove imprese sia per imprese già esistenti che vogliono investire. L'impresa si impegna a rispettare il patto che contiene una serie di principi deontologici e la struttura dello Stato si impegna a sua volta ad assistere ed aiutare le imprese ad insediarsi". L'accordo partirà inizialmente in via sperimentale in sei aree: Lametia Terme, Gela, Napoli, un'area della provincia di Caserta tra Napoli e il capoluogo, Messina e Siracusa. Il coordinamento del progetto è affidato al presidente della Federazione italiana anti-racket Tano Grasso. "La sicurezza delle imprese - ha detto quest'ultimo - dipende tanto dallo Stato quanto dall'imprenditore, perché senza esposizione delle imprese l'intervento dello Stato è velleitario". "Auspichiamo - ha concluso Minniti - che il progetto possa diventare presto operativo in tutto il Sud del Paese". (ANSA).

mercoledì, settembre 12, 2007

Nasce "Centopassi"

Palermo, 11 set. - Conoscere e valorizzare i prodotti e la qualita’ del lavoro, gesti quotidiani che affrancano dalla violenza e restituiscono dignita’ alla Sicilia. Nasce, cosi’, “Centopassi”, l’azienda di vini delle cooperative sociali Libera Terra sulle terre liberate da Cosa nostra. Sara’ presentata venerdi’ alla presenza del regista Marco Tullio Giordana e degli attori Luigi Lo Cascio e Lucia Sardo, protagonisti del film ispirato alla vita di Peppino Impastato. Il vino e’ prodotto da tre delle coop di Libera Terra dell’alto Belice corleonese, la “Placido Rizzotto”, la “Lavoro e non solo” e la nuova “Pio La Torre”. Tre delle tante realta’ coraggiosamente costruite su terre confiscate ai mafiosi. Alla tavola rotonda moderata da Felice Cavallaro interverranno Laura Caselli, il magistrato Franca Imbergamo, Marco Tullio Giordana, Claudio Fava, Valentina Fiore della coop Placido Rizzotto - Libera Terra. Ci saranno anche i ragazzi del comitato Addiopizzo, partner delle cooperative sui beni confiscati in un percorso comune di economia virtuosa e libera dal condizionamento mafioso, e Giovanni Impastato. E, ancora, i volontari del campo di lavoro internazionale, dieci ragazzi provenienti da Italia, Slovenia, Argentina, Giappone e Brasile per partecipare alla vendemmia. L’appuntamento e’ alle 20.30 alla pizzeria Impastato di Cinisi. (AGI)

Arresti per estorsione

CATANIA - Una coppia di coniugi è stata arrestata con l'accusa di estorsione da agenti della Squadra Mobile di Catania mentre riscuoteva la somma di 400 euro, come pagamento mensile, dal titolare di una concessionaria di automobili di Acireale. L'arresto è avvenuto ieri ma è stato reso noto solo stamane. L'uomo è un presunto appartenente al Clan Santapaola. Gli arrestati sono Gaetano Orazio Di Bella, di 47 anni, e la moglie Patrizia Trimboli, 40 anni. Sono stati bloccati dopo avere riscosso il denaro da un impiegato della concessionaria incaricato dal titolare. Gli investigatori hanno accertato che dall'aprile del 2006 i soci dell'autosalone versavano alla cosca Santapaola 400 euro al mese, somma che sarebbe stata riscossa da Orazio Di Bella, che ha precedenti penali per associazione mafiosa, estorsioni ed altro, e risulta inserito nel gruppo del quartiere di Picanello. Le indagini si sono avvalse, tra l'altro, di videoriprese. Marito e moglie si sarebbero recati nell'autosalone in scooter. Gli investigatori hanno accertato che Patrizia Trimboli aveva già accompagnato il marito nell'autosalone in un'altra occasione. Ieri la donna è rimasta fuori dalla concessionaria d'auto. Gli agenti della Squadra mobile hanno bloccato la coppia in un luogo distante dall'autosalone e hanno trovato la somma di denaro in tasca al'uomo, mentre la donna ha negato di essere andata nella concessionaria. Orazio Di Bella è stato condannato a cinque anni e due mesi di reclusione per mafia nel processo scaturito dall'operazione denominata "Orsa maggiore", durante il quale emerse che l'uomo era un elemento di fiducia di Calogero Campanella, e per un tentativo di estorsione ai danni di un commerciante catanese. Coordina l'indagine il sostituto procuratore della Dda di Catania Fabio Scavone. A Caltanissetta il Gico della Guardia di Finanza e i militari della compagnia di Gela hanno eseguito sedici ordinanze di custodia cautelare, disposte dal gip Paolo Andrea Fiore su richiesta della Procura, nei confronti di presunti appartenenti ai clan mafiosi di Gela, alcuni dei quali già in carcere. Le indagini delle fiamme gialle, dirette dal procuratore Renato Di Natale e dal sostituto procuratore della Dda Antonino Patti, avrebbero accertato estorsioni a danno della rivendita di autoveicoli Auto Import di Giuseppe Cassarà, padre del collaboratore di giustizia Salvatore. Attraverso servizi di osservazione e accertamenti contabili e bancari, gli investigatori avrebbero appurato la consegna da parte del rivenditore ai presunti estortori di 22 autovetture, utilizzate da soggetti appartenenti alla criminalità organizzata gelese e in particolare al clan Rinzivillo. Secondo la finanza l'imprenditore è stato minacciato con armi ed è stato vittima di un attentato incendiario nella sua ditta.Gli arrestati dell'operazione 'Free car' della guardia di finanza a Gela: Salvatore Azzarelli, 30 anni; Giuseppe Billizzi, 35 anni; Massimo C. Billizzi, 30 anni; Jacopo Di Noto, 26 anni; Claudio Domicoli, 40 anni; Massimo Gerbino, 28 anni di Vittoria; Vincenzo Minardi, 49 anni; Paolo Palmeri, 40 anni; Rocco Palmeri, 47 anni; Alessandro Pardo, 26 anni; Antonio Passaro, 56 anni di Niscemi; Samuele Rinvivillo, 24 anni; Ignazio Smorta, 31 anni; Gaetano Tomaselli, 28 anni; Massimiliano Tomaselli, 26 anni; Domenico Vullo, 31 anni.Alcune delle persone coinvolte nell'operazione hanno ricevuto l'ordinanza in carcere, dove sono detenuti. La guardia di finanza ha sequestrato nove autoveicoli. Per gli arrestati è stato disposto l'isolamento e la dilazione dei colloqui con i difensori fino all'interrogatorio di garanzia. Ulteriori dettagli dell'inchiesta, denominata 'Free car' saranno resi noti in conferenza stampa, questa mattina, nella Procura di Caltanissetta.
11/09/2007

Fonte: La Sicilia

lunedì, settembre 10, 2007

Questi sono i nostri politici ( 'omme e miez 'a via)

"Gianni Giovannetti, portavoce del segretario nazionale dei Ds Piero Fassino, parteciperà sabato a Palermo alla manifestazione antimafia indetta dalle associazioni di categoria in segno di solidarietà con il giornalista dell'Ansa Lirio Abbate, vittima di intimidazioni e avvertimenti mafiosi. La presenza del portavoce del leader dei Ds vuole testimoniare il pieno sostegno del vertice della Quercia all'affermazione della libertà di stampa contro tutte le minacce e i condizionamenti violenti della criminalità organizzata". A dare la notizia è un comunicato dell'ufficio stampa della direzione nazionale dei Democratici di Sinistra. Sicuramente, essendo ancora estate e con il sole che splende in tutta Italia, i politici hanno voglia di trascorrere un weekend di relax. Alcuni saranno certamente impegnati nelle iniziative sul partito democratico, in vista dell'assemblea del 14 ottobre. E altri dovranno cercare di ricomporre la maggioranza sempre più lacerata su welfare e Finanziaria. Ma con tutti i parlamentari italiani ed europei che ha la Quercia, possibile che non ce n'era nemmeno uno disponibile ad andare a Palermo? Possibile che il primo partito di governo e della sinistra mandi un addetto stampa?
Fonte: affari italiani

Mulè scappa

Il boss messinese Giuseppe Mule', 50 anni, affetto da oltre un decennio da Aids, si e' dato alla latitanza per non tornare in carcere a scontare una condanna all'ergastolo. Mule' era tornato in liberta' da circa un anno perche' il suo stato di salute era stato giudicato incompatibile anche dal Professor Aiuti con il regime carcerario. Ad agosto il Tribunale di sorveglianza di Milano, l'ultimo carcere dov'era stato detenuto - aveva deciso il suo ritorno agli arresti ospedalieri, misura alla quale il boss del clan di Giostra non aveva ottemperato tanto che il 3 settembre il beneficio e' stato aggravato dalla Procura generale di Messina con la decisione di riportarlo in carcere dove deve sontare l' ergastolo che gli era stato inflitto per quattro omicidi e tre agguati nella guerra di mafia, a cavallo tra gli anni '80 e '90, nel maxiprocesso "Peloritana 2" il 6 luglio 2001 (il processo d'appello non e' ancora stato celebrato). Mule' gia' nella primavera del '98 era fuggito dal reparto di malatie infettive dell'ex ospedale Margherita di Messina dpo una soffiata che lo aveva informato di un provvedimeto cautelare perche' la polizia gli aveva trovato una pistola: il boss convocava in ospedale le vittime de racket per pagargli il pizzo. Dopo due settimane era stato catturato in un casolare nel villaggio collinare di Molino, all'estrema periferia sud della citta' dove lo nascondeva un incensurato.
Fonte: La Repubblica

Anniversario Ievolella

Palermo, 10 set. - Ventisei anni fa veniva ucciso in un agguato mafioso, a Palermo, il maresciallo dei carabinieri Vito Ievolella. Il graduato fu ammazzato in piazza Principe di Camporeale, mentre si trovava con la moglie Iolanda. Per l'omicidio sono stati condannati all'ergastolo, con sentenza definitiva della Cassazione, il boss della Kalsa Tommaso Spadaro, considerato il mandante, e Giuseppe Lucchese, l'esecutore materiale. A costare la vita a Ievolella furono le sue indagini sul contrabbando di sigarette e stupefacenti nel rione palermitano della Kalsa. Oggi, alle 12.30, nel luogo dell'omicidio, si e' svolta una cerimonia militare con la deposizione di una corona di fiori. Alle 17, il sottufficiale sara' ricordato al comando provinciale dell'Arma, alla presenza dei familiari. Infine, domani, alle 16.45, e' in programma una messa nella parrocchia Maria Santissima del Carmelo. "E' stata una figura esemplare di servitore dello Stato per la sua abnegazione al senso del dovere fino al sacrificio della vita", commenta il vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia, il deputato dei Ds Giuseppe Lumia, per il quale "ricordare oggi il maresciallo dell'Arma dei carabinieri Ievolella significa anche non dimenticare gli innumerevoli servitori delle nostre istituzioni democratiche che quotidianamente svolgono, spesso al riparo dai riflettori, il lavoro a difesa della legalita'".
Fonte: agi.it

Le solite parole?

PALERMO - Le intimidazioni subite nei giorni scorsi dal Centro Padre Nostro fondato da Don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso nel '93 dalla mafia, sono state l'argomento affrontato nel corso di una riunione del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto di Palermo Giosuè Marino. L'ultimo atto intimidatorio denunciato dai volontari del Centro riguarda l'incendio di alcune sterpaglie nella zona dove dovrebbe sorgere un campo sportivo polivalente. Alla riunione del comitato sono intervenuti il parroco di Brancaccio e successore di Don Pino Puglisi, padre Mario Golesano, e Antonio Di Liberto, presidente del Centro. Entrambi hanno lamentato il mancato avvio dei lavori di ristrutturazione di numerose strutture pubbliche a Brancaccio, fra cui alcuni edifici di via Hazon, di un lavatoio e di un centro per anziani, per i quali la Regione e il Comune si erano impegnati nel luglio scorso."Basta con la burocrazia fetente. Basta con le parole, vogliamo fatti. Brancaccio è stanca di aspettare", ha detto Padre Golesano nel corso dell'incontro. Il presidente della Regione Salvatore Cuffaro ha annunciato che mercoledì prossimo la giunta regionale si riunirà a Brancaccio in seduta straordinaria. "Abbiamo deciso di dare un segnale concreto - ha spiegato il presidente - e il massimo apporto possibile del Governo della Regione, in risposta ai vili atti intimidatori". Il sindaco di Palermo Diego Cammarata ha invece annunciato che con i fondi della Legge 285 sarà possibile costruire un campo polifunzionale: "Una risposta concreta ai bisogni del quartiere - ha detto - e una risposta immediata ai gravi atti intimidatori subiti dal Centro".
10/09/2007

Fonte: La Sicilia

sabato, settembre 08, 2007

In marcia con Lirio

PALERMO - Diverse centinaia di persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata per testimoniare solidarietà a Lirio Abbate, cronista dell'Ansa, vittima di intimidazioni. Presenti politici, cronisti, sindacalisti ed esponenti della società civile. I sindaci di Palermo e Castelbuono, comune di nascita di Abbate, hanno inviato i gonfaloni delle città per dimostrare solidarietà."Ringrazio tutti per la solidarietà e l'affetto che mi sono stati dimostrati ed in particolare i colleghi che ogni giorno insieme a me sono impegnati a raccontare la cronaca di questa Palermo e di questa Sicilia": queste le parole del cronista, Lirio Abbate, durante la marcia di solidarietà per le strade di Palermo."La manifestazione dimostra che la libertà di stampa è una libertà inalienabile. L'unico modo di fare giornalismo è quello di Lirio Abbate". Lo ha affermato il presidente nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, poco prima della partenza del corteo radunatosi in piazza Croci."La minaccia al cronista Lirio Abbate non è caduta nel vuoto. La reazione della società si sta dimostrando forte e decisa". Lo ha detto il vice presidente della commissione nazionale antimafia Giuseppe Lumia che ha proseguito: "Adesso è il momento della politica. Dobbiamo colpire i mafiosi prima che loro possano colpire noi". Parole fraterne sono arrivate dal direttore responsabile dell'Ansa, Giampiero Gramaglia: "Siamo qui per portare solidarietà e, noi dell'Ansa, anche la nostra amicizia e ammirazione, a Lirio Abbate per il coraggio con cui affronta questo difficile momento"."Quella di oggi è la testimonianza della città sana - ha dichiarato il sindaco di Palermo, Diego Cammarata - che ha sempre reagito con dignità e determinazione nei momenti in cui ha subito la violenza. Le istituzioni ci devono seguire e far crescere per sperare in un futuro che faccia della battaglia per la legalità un valore essenziale"."Quello che mi ha colpito di più è che oggi in piazza, a Palermo, sono scese tante mamme con i loro bambini". Lo ha dichiarato Enzo Iacopino, segretario nazionale dell'Ordine dei giornalisti. "Manifestazioni come questa - ha proseguito - possono essere una risorsa prodigiosa per una maggiore consapevolezza collettiva"."La difesa dei diritti dei cittadini e della libertà di informare sono i baluardi di un giornalismo di verità che non può e non vuole accettare ricatti e condizionamenti". Lo dicono, in una nota, il presidente della Fnsi Franco Siddi e il segretario generale aggiunto Luigi Ronsisvalle. "I giornalisti siciliani sono da sempre schierati in prima linea - aggiungono - in una battaglia mai conclusa e alla quale - nonostante il pesante sacrificio di vite umane già sofferto - non intendono rinunciare, anche a costo di pagare altri pesantissimi prezzi in termini personali. Un impegno quotidiano nel raccontare e testimoniare, con professionalità e onestà, la realtà di una terra complessa e difficile, dove il potere mafioso cerca di incunearsi a forza"."Il sindacato unitario dei giornalisti italiani - concludono - che ha aderito alla manifestazione di oggi a Palermo, è da sempre schierato al fianco di colleghi come Lirio Abbate che della testimonianza della verità hanno voluto fare una ragione professionale e di vita, disposti a non abbassare mai la testa e a lavorare difendendo a ogni costo il senso dell'onore". 08/09/2007
Fonte: La Sicilia

Lumia si candida

PALERMO - Sviluppo produttivo e vantaggi fiscali per le imprese, più servizi per i cittadini, dal welfare alla mobilità, ma anche incremento dell'energia eco-compatibile e sinergia con i Paesi del Mediterraneo. Questi alcuni dei punti del programma di Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione nazionale antimafia, che oggi a Palermo ha ufficilizzato la propria candidatura per la corsa alla segreteria regionale del Pd. All'incontro erano presenti, tra gli altri, anche Italo Tripi, segretario generale della Cgil siciliana ed il deputato dell'Ars Pino Apprendi."La mia - ha detto - non è una passiva e burocratica adesione a un partito nuovo. Intendo portare avanti la Sicilia del cambiamento. Ed il Partito democratico può essere la guida di questa rivoluzione. Abbiamo scelto il sistema delle primarie per mettere nelle mani dei cittadini la decisione su quali dirigenti debbano organizzare e strutturare il Partito democratico". Per ottenere un vero rinnovamento, secondo Lumia "è necessario liberare l'Isola da tre vincoli. Innanzitutto dalla mafia. Come ha già fatto il movimento antiracket, così la politica deve compiere una scelta coraggiosa non candidando più esponenti che, al di là della responsabilità penale, hanno un sistema di relazioni con boss e fiancheggiatori di Cosa Nostra".
08/09/2007
Fonte: la Sicilia

Mulè evade i domiciliari

MESSINA - L'ex boss del rione Giostra, Giuseppe Mulè, 50 anni, già da tempo malato di Aids, è fuggito dalla sua abitazione dove si trovava agli arresti domiciliari per le sue gravi condizioni di salute. Ad agosto il Tribunale di sorveglianza di Milano aveva deciso che Mulè tornasse agli arresti ospedalieri, ma l'ex boss di Giostra non è stato trovato in casa. Nel '98 l'uomo era già scappato dal reparto di malattie infettive dell'ospedale "Margherita" di Messina ed era fuggito per due settimane prima di essere rintracciato e riportato in carcere. Giuseppe Mulè è stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi e tre tentativi di omicidio nell'ambito del maxi-processo "Peloritana 2".
08/09/2007
Fonte: La Sicilia

giovedì, settembre 06, 2007

Dalla Chiesa

Palermo rende omaggio al prefetto dei 100 giorni, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa assassinato la sera del 3 settembre 1982. Nell'agguato di via Isidoro Carini morirono anche la moglie del generale Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. Venticinque anni dopo alla cerimonia di commemorazione corone di fiori sostituiscono la scritta «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti», che poche ore dopo i massacro apparve sul luogo del triplice omicidio. «Occorre fare in modo che il sacrifico del generale Dalla Chiesa non resti vano» ha dichiarato il procuratore nazionale Pietro Grasso «bisogna tesaurizzare gli insegnamenti che ci ha lasciato sia in relazione al modo di condurre le indagini, sia sotto il profilo umano e dell'impegno». «Mi auguro» ha aggiunto Grasso «che si tragga esperienza dal passato: quando lo Stato di fronte ad una presa di posizione forte della mafia ha avuto una reazione globale e concreta». «Certamente» conclude «negli ultimi tempi c'è un ulteriore pressione di Cosa Nostra sotto il profilo delle intimidazioni». Ma soprattutto il procuratore ha sottolineato come «ancora oggi non sia del tutto chiaro il contesto nel quale è maturato questo efferato assassinio» per il quale sono stati condannati all'ergastolo i boss Antonio Madonia e Vincenzo Galatolo e a quattrodrici anni di carcere i collaboratori di giustizia Paolo Anselmi e Calogero Ganci. «Qualcuno» ha continuato Grasso «voleva ucciderlo già tre anni prima del suo insediamento a Palermo». Il procuratore ha ricordato anche la richiesta coraggiosa del generale Dalla Chiesa di assumere poteri di coordinamento avendo compreso la necessità di «far convergere contributi diversi nella medesima direzione». «A venticinque anni dall'efferato omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente della polizia di stato Domenico Russo, avvertiamo con speciale intensità il valore del suo impegno al servizio delle istituzioni democratiche», scrive il Presidente della camera Fausto Bertinotti, in un messaggio al prefetto di Palermo Giosuè Marino. «Nella sua profonda adesione ai valori della costituzione repubblicana e nel rigore civile e morale che ne hanno segnato il difficile impegno contro il terrorismo e contro la mafia, la comunità nazionale continua a trovare un importante punto di riferimento cui debbono guardare con grande attenzione i giovani, i movimenti e le associazioni che con il proprio entusiasmo e la propria capacità di proposta animano l'azione di contrasto della società civile alla violenza della criminalità organizzata». Dopo le celebrazioni nella Chiesa di Santa Maria Monserrato a piazza Croci è seguita la cerimonia di titolazione al generale Dalla Chiesa della caserma sede del Comando regionale carabinieri Sicilia. «Il generale Dalla Chiesa aveva senso dello Stato, spirito di giustizia, onestà e temperamento. E aveva un'istintiva generosità e profonda umiltà. È un'icona del nostro tempo che suscita rispetto e ammirazione non solo tra i militari dell'Arma» dice Gianfrancesco Siazzu, comandante generale dell'Arma dei carabinieri, che aggiunge «la signora Agnese Borsellino è la madrina della cerimonia». Agnese Borsellino è la vedova del magistrato Paolo, ucciso nella strage di via d'Amelio il 19 luglio 1992 a Palermo. «Bisogna creare una mobilitazione generale di persone che sentano come decisiva la lotta alla mafia» dichiara invece il sottosegretario agli Interni, Alessandro Pajno durante la cerimonia. «Il cambio culturale di mentalità». In tal senso si muove la decisione di Confindustria, di espellere dall'associazione chi paga il «pizzo». «Si tratta di un passo importante» ha aggiunto Pajino. «Confindustria avrà il sostegno dello Stato. Le forme e i modi saranno esaminate e successivamente decise, ma il governo non lascerà solo chi ha capito che pagare il pizzo è un disvalore.
Fonte: L'Unità

"Gestire i beni confiscati"... Un'arma a doppio taglio?

PALERMO - È stato siglato il protocollo d'intesa per la confisca di 258 immobili appartenuti alle organizzazioni mafiose. L'importante accordo è stato sottoscritto dal vice ministro dell'Economia e delle Finanze, Vincenzo Visco, dal prefetto di Palermo Giosuè Marino, dal sindaco di Palermo Diego Cammarata e dal direttore dell'Agenzia del Demanio Elisabetta Spitz. Con la firma del protocollo si registra un'inversione di tendenza: il numero dei beni destinati supera il numero dei beni in gestione. Sono complessivamente 4.045 i beni confiscati finora destinati, contro i 3.654 ancora in gestione. Da gennaio ad oggi, infatti, l'Agenzia del Demanio ha destinato 552 immobili confiscati. I beni destinati al Comune di Palermo passano dal 22% al 38%, segnando un decisivo passo in avanti nella lotta a Cosa Nostra. L'obiettivo di questo accordo - è stato detto in Prefettura - è garantire procedure più snelle per il trasferimento dei beni confiscati e superare le numerose criticità che questi beni presentano (gravami ipotecari, occupazione abusiva, identificazione del proprietario effettivo e degli esatti estremi identificativi catastali), per essere destinati e utilizzati a fini sociali o istituzionali. L'atto firmato a Palermo s'inserisce nell'ambito dei progetti territoriali che l'Agenzia del Demanio ha già avviato con i Comuni di Roma e Reggio Calabria, a cui sono stati destinati rispettivamente 57 e 48 immobili per garantire un più rapido trasferimento e utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata."Non ci sono solo gli immobili tra i beni confiscati, ci sono anche partite finanziarie. Il Governo sta lavorando per definire una procedura di gestione, un luogo dove queste risorse vanno allocate. In genere è il ministero del Tesoro a gestire le liquidità". L'ha annunciato il vice ministro dell'Economia e delle Finanze, Vincenzo Visco, intervenuto alla firma del protocollo per il trasferimento dall'Agenzia del Demanio al Comune di Palermo di 258 beni immobili. Soddisfatto il sindaco di Palermo, Diego Cammarata: "Siamo riusciti ad ottenere anche l'assegnazione degli immobili in cui troveranno sede uffici e scuole comunali con un'evidente riduzione degli oneri che il Comune sostiene per l'affitto degli edifici. Si tratta di immobili provenienti dai patrimoni sequestrati alla mafia che costituiranno un arricchimento per l'intera collettività. Negli ultimi anni siamo riusciti ad ottenere parte di questi beni - ha continuato - soprattutto abitazioni, per destinarli ai cittadini meno abbienti, dando una risposta all'emergenza-casa. Questo è stato possibile grazie a una nostra richiesta del gennaio 2003 accolta dal Commissario straordinario del Governo per la gestione dei beni confiscati". Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell'Italia dei Valori ed ex sindaco di Palermo, ha espresso a Vincenzo Visco il proprio apprezzamento "per la sensibilità politica mostrata dal Governo con la realizzazione del protocollo d'intesa sull'utilizzo e la destinazione dei beni immobili confiscati alla mafia. Questo - spiega Orlando - rappresenta un duplice risultato di questa legislatura: l'adempimento ad un impegno preso dal Governo ed un segno di discontinuità politica che da tempo si aspettava. Affrontare il problema dell'emergenza abitativa nelle grandi città, anche attraverso la restituzione dei beni confiscati alla mafia, consente alle Istituzioni di recuperare credibilità sociale e, contemporaneamente, permette di rafforzare l'efficace lotta alla criminalità per mezzo del sequestro dei patrimoni". Dello stesso avviso il prefetto di Palermo, Giosuè Marino: "Il progetto di una nuova legge che disciplini la materia dei beni confiscati è un obiettivo importante per superare le problematicità giuridico-amministrative che rallentano le assegnazioni".
05/09/2007

Fonte: La Sicilia