venerdì, novembre 30, 2007

Finalmente!!! Ci sono arrivati!!!

Palermo, 29 nov. (Apcom) - "Vogliamo ricostruire la mappa della mafia al Nord". Lo dice Francesco Forgione, presidente della Commissione Nazionale Antimafia, a margine del convegno su "Le mafie oggi in Europa:politiche penali ed extrapenali a confronto" in corso a Palermo. "L'ultima relazione delle mafie al nord - sottolinea - è del 1993. Noi anche scrivendo la relazione sulla N'drangheta, che è la mafia più potente e pervasiva al nord, vogliamo ricostruire una mappa della presenza mafiosa al nord sapendo che quando si arresta un mafioso a Canicattì o un n'dranghetista a Locri, le società e i capitali si trovano distribuiti tra il nord del Paese, la cittadella finanziaria di Milano e il resto dell'Europa". Lo spunto alle dichiarazioni di Forgione viene dato da alcuni dati forniti questa mattina nel corso del convegno sui procedimenti penali per concorso esterno in associazione mafiosa definiti con sentenza di condanna e assoluzione. Dai dati emerge che i procedimenti più numerosi si sono definiti al sud mentre al nord ne sono stati definiti pochi. In particolare a Palermo, 79, Napoli, 29, Reggio Calabria, 20, Catania, 14, Salerno, 11, Bari, 9, Caltanissetta, 9, Roma, 6, Torino, 4, Brescia, 2, Milano, 1, e Venezia, 1.
"C'è un problema - riprende Forgione - che riguarda anche l'adeguamento dell'azione e delle strutture della magistratura. Non riguarda solo l'adeguamento legislativo, quello c'è, ma riguarda anche l'organizzazione della magistratura soprattutto in materia di aggressione ai beni e riciclaggio. Se io penso -sottolinea - che in questo momento in Italia esistono solo 4 processi per riciclaggio vuol dire che c'è si un problema di adeguamento legislativo, ma c'è un problema di organizzazione degli uffici, di formazione degli uffici del Pm su questi temi e di snellimento degli iter processuali,perché spesso in alcuni abbiamo intasamenti in alcuni Tribunali per l'applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale. E' per questo - continua il presidente dell'Antimafia - in Commissione Antimafia abbiamo approvato la relazione in materia di beni di patrimonio e di confisca all'unanimità, ed è un valore che sia stata approvata all'unanimità,per fornire al Parlamento gli indirizzi sia in materia di procedure che in materia di gestione"
Fonte: alice.it

Giusto. Basta parole...

Palermo, 29 nov. (Apcom) - "Bisogna assumere atti che vadano oltre la propaganda. Ho già chiesto a Montezemolo: c'è un codice etico in Confindutria? Sulla base del suo codice etico quanti sono gli imprenditori già espulsi da Confindustria, quanti sono quelli sospesi? Ce lo deve dire quanti sono, non ci può dire che 'c'è un codice etico'". Lo chiede, con forza, Francesco Forgione, presidente della Commissione Nazionale Antimafia, a margine del convegno su "Le mafie oggi in Europa:politiche penali ed extrapenali a confronto" in corso a Palermo.
"Alla politica si chiede un atto di rottura? - dice - e noi faremo un monitoraggio sul codice etico per la formazione delle liste in occasione delle elezioni amministrative di primavera e renderemo pubblico quanti sono i partiti e le liste che hanno, diciamo, 'contrastato' il nostro codice etico. C'è un codice etico vincolante per Confindustria? Ci forniscano i dati. Ma che non si faccia di questo solo propaganda".
Forgione, comunque, appoggia la nuova linea di Confindustria che ha preso il via a Caltanissetta. "Dobbiamo stare al fianco della parte di Confindustria che sta operando una rottura. Ma le rotture vere ci sono quando ci sono le denunce. A Caltanissetta e ad Agrigento - sottolinea - ci sono state. A Palermo denunce non ce ne è da parte di imprenditori, a Trapani c'è l'omertà più totale, in Calabria non si muove una foglia, quindi la situazione è complessa".
"E poi - continua il presidente dell'Antimafia - non c'è solo il problema di denunciare il racket del 'pizzo'. C'è il problema di porre fine ad un meccanismo di gestione degli appalti che ha visto gli imprenditori parte di un sistema gestito in modo corrotto fra imprese e mafia e c'è un problema di legalità interna alle imprese. Prima fra tutto il rispetto dei diritti di chi lavora che è l'altra faccia di una modalità mafiosa che non può essere separata nella ricostruzione di una etica pubblica che prosciughi la mafia".
Fonte: alice.it

Non lasciateli soli

Le imprese hanno fatto la loro parte, hanno denunciato e si sono messe in gioco. Adesso tocca allo Stato. Perché “non si può pretendere una reazione degli imprenditori contro la criminalità organizzata senza che lo Stato dia loro maggiore fiducia e sicurezza: serve una presenza fisica dello Stato nei cantieri” come dichiarato dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Ma c’è di più. Secondo il presidente di Confindustria Montezemolo, occorre un patto contro la mafia tra Stato e imprese, tra “i produttori di benessere e ricchezza e i produttori di legalità”. Dopo la grave intimidazione contro la nuova sede di Confindustria di Caltanissetta, dove domenica scorsa alcuni “ignoti” sono penetrati nei locali rubando alcuni importanti fascicoli di documentazione, arrivano le reazioni e le richieste della magistratura e del mondo imprenditoriale, che rimproverano alle istituzioni politiche uno scarso impegno nella lotta alla mafia.
“Gli imprenditori non si devono sentire soli” ha ribadito Montezemolo, e per questo lo Stato deve dimostrare più “autorevolezza” e garantire “la certezza della pena”. Ma non basta. Occorre avere più coraggio e colpire la cosiddetta “mafia dei colletti bianchi”. Infatti “la mafia – ha affermato Grasso - non è fatta solo da coloro che sono organici all´organizzazione ma anche da coloro che approfittano del sistema creato dall´organizzazione per avere dei privilegi, dei vantaggi, delle scorciatoie che inquinano l´economia e la pubblica concorrenza”. E non sono in pochi. Il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, ha fornito un breve quadro della situazione: “Nelle province di Palermo, Trapani e Agrigento, che contano circa due milioni di abitanti, sono state complessivamente individuate 5mila persone che, a diverso titolo,si rapportano a Cosa nostra: questa cifra dà un´idea dell´ampiezza del fenomeno mafioso”. Attività principale è il racket: “in uno solo dei 15 mandamenti di Palermo – ha spiegato Messineo – abbiamo verificato che ci sono ben 200 ditte produttive sotto estorsione costante e c´è almeno un numero multiplo (almeno 400) assoggettato al pagamento del pizzo con minor frequenza”. Non solo racket, ma anche grandi affari, come il business dei fondi comunitari che, secondo Scarpinato, coordinatore di Mafia ed Economia del dipartimento di Palermo, è qualcosa di semplicemente allarmante. Infatti "il 30-40% dei fondi comunitari è gestito da nuovi sistemi criminali: intreccio di istituzioni, imprenditori, professionisti e mafiosi" ha spiegato Scarpinato.
Ma le cose possono cambiare e, se è possibile, sono già cambiate. “In Sicilia in questo momento stanno cambiando nel profondo gli equilibri che hanno contrassegnato il decennio cosiddetto "provenzaniano", dal ´96 al 2006” ha dichiarato il procuratore Giuseppe Pignatone ad un’intervista al Sole24Ore.
Intanto i sindacati si organizzano per una mobilitazione nella provincia di Caltanissetta. I tre segretari provinciali Antonino Giannone (Cgil), Giuseppe Gruttadauria (Cisl) e Salvatore Pasqualetto (Uil) hanno infatti annunciato "una giornata contro ogni giorno di criminalità e di prepotenza, contro il racket delle estorsioni e contro ogni forma di usura".

Fonte: 90011

Per Meloni il processo non deve spostarsi

ROMA - Il processo in corso a Palermo, alle talpe della Dda, nel quale è stata chiesta la condanna a otto anni di reclusione per favoreggiamento a Cosa nostra nei confronti del governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, non deve essere spostato per legittimo sospetto. È questo il parere espresso, in una breve requisitoria scritta, dal sostituto procuratore generale della Cassazione Vittorio Meloni, che ha chiesto l'inammissibilità dell'istanza di rimessione del processo presentata dai legali di Cuffaro.
Ad avviso del pg Meloni, la richiesta di rimessione deve essere dichiarata inammissibile per ritardi degli atti di notifica alle altre parti processuali. Oltre alla declaratoria di inammissibilità, il pg Meloni ha chiesto che Cuffaro paghi anche una multa alla Cassa delle Ammende. Il prossimo 11 dicembre, la Settima Sezione penale della Cassazione deciderà se accogliere la conclusione della requisitoria di Meloni oppure se accogliere l'istanza di Cuffaro. Intanto il processo prosegue a Palermo e l'ultima arringa è prevista per il prossimo 17 dicembre.


30/11/2007
Fonte: La Sicilia

Riaperta l'inchiesta su De Mauro

PALERMO - Il Pm Antonio Ingroia ha chiesto al gup Silvana Saguto l'apertura di una nuova indagine sull'uccisione di Mauro De Mauro, il giornalista del quotidiano "L'Ora" scomparso a Palermo il 16 settembre del 1970 con il metodo della "lupara bianca". Il pm ha motivato la sua richiesta facendo riferimento ai nuovi documenti trasmessi nei mesi scorsi a Palermo dalla Dda di Catanzaro, secondo cui i resti del giornalista potrebbero essere sepolti nel cimitero di Conflenti, in provincia di Catanzaro.
La procura di Catanzaro, lo scorso settembre ha ordinato la riesumazione e il prelievo di alcuni frammenti per l'esame del Dna di un cadavere, ufficialmente il corpo del malavitoso Salvatore Belvedere, sepolto in quel cimitero. Il procuratore vicario di Catanzaro, Salvatore Murone, ha spiegato che un collaboratore di giustizia sostiene che quel corpo è invece di De Mauro, aggiungendo di aver saputo l'informazione dal boss della 'ndrangheta di Lamezia Terme Antonio De Sensi, poi ucciso nel 1984.
La pista rilanciata dalla magistratura calabrese, che adesso la Procura di Palermo vuole verificare, propone una traccia che contrasta totalmente con le indicazioni fornite da alcuni collaboratori di giustizia. I pentiti, infatti, riportano a Palermo, nella borgata di Santa Maria di Gesù, il punto in cui De Mauro sarebbe stato sepolto. Della vicenda hanno parlato Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta,Gaetano Drago e Francesco Di Carlo, Francesco Marino Mannoia. Quasi tutti i pentiti concordano sul fatto che De Mauro fu rapito sotto casa da un commando formato da Antonino Grado, Emanuele D'Agostino e Mimmo Teresi. Secondo alcuni al sequestro avrebbe partecipato anche Bernardo Provenzano.
Per il delitto De Mauro è in corso a Palermo un processo davanti alla corte d'assise che vede come unico imputato il boss Totò Riina. Negli anni passati la Procura di Palermo aveva aperto un procedimento 'parallelo' che vedeva indagati per la scomparsa di De Mauro il boss Bernardo Provenzano più ignoti. La Procura successivamente chiese e ottenne l'archiviazione dell'indagine nei confronti degli ignoti. Provenzano risulta tuttora indagato.


30/11/2007
Fonte: La Sicilia

Pizzo al barbiere

MESSINA - Imponevano il pizzo a un barbiere di Messina. Con questa accusa la polizia ha eseguito stamani due ordinanze di custodia cautelare. È finito in cella Domenico Bonasera, 28 anni, mentre il secondo provvedimento firmato dal gip Antonio Genovese, è stato notificato in carcere a Giovanni Rò, il cognato del boss ricercato Giuseppe Mulè. Rò dal 21 novembre è in carcere per aver imposto il pizzo ai titolari di un panificio. Al barbiere, che lavora in via Palermo, era stato imposto il pagamento di 20 mila euro.
Il commerciante era stato minacciato di morte e per convincerlo a pagare gli estorsori avevano bruciato la saracinesca e avevano sparato alcuni colpi di pistola contro il negozio. Il commerciante, impaurito, ha pagato, ma gli agenti della Squadra mobile hanno intercettato l'estorsione e hanno fatto scattare l'indagine che ha portato all'arresto di Rò e Bonasera.


30/11/2007
Fonte: La Sicilia

Arrestato latitante mentre guarda "il capo dei capi"

PALERMO - Il latitante Michele Catalano, ritenuto tra i personaggi di spicco del clan Lo Piccolo, è stato arrestato dai carabinieri. L'uomo è accusato di avere partecipato per conto della famiglia di San Lorenzo alla gestione delle estorsioni e al traffico di stupefacenti.
Secondo i carabinieri, Catalano si sarebbe occupato anche di mantenere le relazioni tra i latitanti e i mafiosi in libertà. Catalano si trova nel carcere Ucciardone, dove sarà interrogato dai pm.
In particolare, Catalano, 48 anni, avrebbe gestito gli affari nel quartiere Zen. Per gli investigatori, si tratta di uno dei più influenti 'colonnelli' di Salvatore Lo Piccolo, il boss catturato assieme al figlio Sandro in una villa a Giardinello (Pa).
Stava guardando la fiction 'Il capo dei capi", il boss dello Zen Michele Catalano, quando i carabinieri ieri sera hanno fatto irruzione nell'appartamento e lo hanno arrestato. L'uomo, ritenuto uno dei colonnelli del boss Salvatore Lo Piccolo, è stato bloccato mentre era ancora seduto sul divano a seguire la fiction sulla storia del capomafia Totò Riina.
I carabinieri hanno eseguito il blitz nell'abitazione di una donna, che stava dando ospitalità al latitante, sfuggito alle forze dell'ordine pochi giorni prima della cattura di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, avvenuta in una villa a Giardinello.


30/11/2007
Fonte: La Sicilia

Condannato l'ex sindaco

PALERMO - Il gup di Palermo ha condannato l'ex sindaco di Campobello di Licata, Calogero Gueli, a tre anni e quattro mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Il giudice ha inflitto una pena di sette anni e sei mesi al figlio del sindaco, Vladimiro Gueli, accusato di concorso esterno ed estorsione. Al genero dell'ex sindaco, Giancarlo Buggea, accusato di associazione mafiosa ed estorsione, sono stati inflitti otto anni di carcere.
Al capo della famiglia mafiosa di Ravanusa, Luigi Boncori il gup ha inflitto 18 anni di reclusione per associazione mafiosa e due casi di estorsione. Al figlio del capomafia, Mario Boncori, è stata data una pena a sei anni e sette mesi per associazione mafiosa e danneggiamento. A Ignazio Accascio, ritenuto il capomafia di Campobello di Licata, sono stati inflitti 10 anni di carcere e a Michele Montaperto, Giuseppe Rotolo e Giovanni Lauria, cinque anni per associazione mafiosa.
Tutti gli imputati sono stati processati con il rito abbreviato ed hanno ottenuto la riduzione di un terzo della pena. L'accusa era sostenuta dai pm della Dda di Palermo, Fernando Asaro, Costantino Derobio e Corrado Fasanelli. Il gup ha disposto anche la confisca dell'impresa "Ermes costruzioni".


30/11/2007
Fonte: La Sicilia

giovedì, novembre 29, 2007

Chiedevano il pizzo all'università

PALERMO - "Quando stavamo per aprire una sede dell'università nel centro storico ed eravamo all'inizio dei lavori di allestimento, vennero subito a chiederci un contributo per la festa del santo patrono. Poi tornarono il mese successivo. Capimmo che di lì a poco ci avrebbero chiesto il pizzo. Lo denunciammo subito. E quando mettemmo fuori la targa dell'università di Palermo il fatto non si verificò più". La rivelazione arriva direttamente dal rettore dell'Ateneo di Palermo, Giuseppe Silvestri, al convegno su "Le mafie oggi in Europa" in corso nel capoluogo siciliano.
Il rettore ha parlato del contributo dell'università nella lotta contro la mafia e ha annunciato un prossimo incontro con il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, per "stabilire iniziative da portare avanti insieme".
"L'università - ha aggiunto - sta firmando con la commissione nazionale Antimafia una convenzione finalizzata a inviare gli studenti dell'Ateneo a svolgere un periodo di lavoro presso le commissione parlamentari".
Intanto il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, intervenendo al convegno 'Le mafie oggi' ha mostrato tutto il suo ottimismo: "Stiamo vivendo un momento in cui la sconfitta della mafia e il ridimensionamento di Cosa nostra sembrano risultati sempre più a portata di mano".
Citando un sondaggio fatto da un periodico locale, secondo cui il 55% dei siciliani considera sicura o probabile la sconfitta di Cosa nostra, Cammarata inoltre sottolinea la "necessità che gli apparati dello Stato concentrino la loro attenzione, per un verso sulla repressione del capitale umano della mafia, cioè sulla capacità di arruolare sempre nuovi adepti, per l'altro, sulla capacità dell'organizzazione criminale di infiltrarsi nell'economia legale".


29/11/2007
Fonte: La Sicilia

"Volevo uccidere Riina"

FIRENZE - E' iniziata, nell'aula bunker di Santa Verdiana a Firenze, l'udienza a carico di Totò Riina e Bernardo Provenzano accusati di essere rispettivamente il mandante e uno degli esecutori materiali della strage di via Lazio, avvenuta a Palermo il 10 dicembre 1969. Quella strage è considerata uno degli episodi più cruenti della prima guerra di mafia che si scatenò negli anni 60 e che - a causa della morte del boss Michele Cavataio - portò a una ridefinizione delle sfere di competenza della varie famiglie mafiose.
All'udie
nza, che si tiene davanti alla Corte d'assise di Palermo presieduta da Giancarlo Trizzino (a latere Angelo Pellino), e il pm è Michele Prestipino, sono presenti in videoconferenza gli unici due imputati: dal carcere di Novara Bernardo Provenzano e dal carcere di Milano Totò Riina. L'udienza è incentrata sull'audizione di Gaetano Grado, il collaboratore di giustizia (e cugino di Salvatore Contorno) che indicò in Bernardo Provenzano il killer di Michele Cavataio, trucidato brutalmente da 'Binnu 'u tratturi'.
"Dissi a Stefano Bontade: cerchiamo di ammazzare Totò Riina, che fa troppa strategia, ma Bontade mi disse di lasciarlo fare, 'sto viddanu". Lo ha detto il collaboratore di giustizia Gaetano Grado, cugino di Salvatore Contorno e 'custode' negli anni '60 di Totò Riina, nella sua deposizione davanti alla corte d' assise di Palermo per il processo sulla strage di viale Lazio, a Palermo.
"Riina faceva troppa strategia - ha detto Grado - perchè dovunque andasse cercava di ingraziarsi i piu furbi e questo non mi piaceva. Per questo lo raccontai a Stefano Bontade", boss di Santa Maria di Gesù. "Un giorno in macchina gli dissi, dammi retta cerchiamo di ammazzarlo a questo, ma Bontade disse di no: 'è viddanu', mi disse, 'lascialo correre a questo cavallo, che tanto deve passare sempre da qui". Grado, coimputato nel processo per la strage di Viale Lazio, era stato combinato giovanissimo nella famiglia di Villagrazia
che poi venne assorbita dalla famiglia di Santa Maria del Gesù.
"Io non volevo morire vestito da poliziotto. Per questo la divisa della polizia usata per la strage di viale Lazio la indossarono soltanto Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Damiano Caruso e Manuele D' Agostino", ha detto Grado alla Corte d'assise di Palermo durante la ricostruzione dell'organizzazione della strage di viale Lazio. "Cavataio - ha detto Grado - doveva morire perchè non rispettava le regole di Cosa nostra, perché uccideva innocenti e non aveva onore".
Dopo la strage di viale Lazio, negli uffici dei fratelli Moncada, "portammo via il corpo di Calogero Bagarella" rimasto ucciso nella strage "e dovevamo decidere di seppellirlo perchè era morto con onore. Ma Totò Riina disse che il corpo di suo cognato doveva essere bruciato. Comunque se ne occupò lui", ha raccontato Grado. "Mettemmo il corpo di Bagarella in un sacco - ha detto Grado - e io dissi che doveva essere sepolto vicino alla sua famiglia. Ma Riina mi disse che ero pazzo, che avremmo attirato i carabinieri e che quindi il corpo andava bruciato. Ci avrebbe pensato lui. Non so come andò a finire perchè io me ne andai".


29/11/2007
Fonte: La Sicilia

mercoledì, novembre 28, 2007

Rito abbreviato per il sicario di Don Puglisi

PALERMO - È cominciato stamane davanti al gup, Giangaspare Camerini, il processo con il rito abbreviato per Gaspare Spatuzza (il sicario di padre Pino Puglisi), Francesco Giuliano, ex componente del gruppo di fuoco di Brancaccio, entrambi detenuti al 41 bis e per il pentito Giovanni Garofalo. I tre sono imputati per traffico di stupefacenti per un affare da 200 milioni di vecchie lire: la coltivazione e la lavorazione in serra di un grossa piantagione di canapa gestita tra killer e sicari di Brancaccio.
Il pm Adriana Blasco ha chiesto, nell'ambito di un'integrazione probatoria, di sentire alcuni pentiti. Il gup ha rinviato l'udienza al 15 gennaio 2008. Il gup Camerini, nell'ambito dello stesso procedimento, ha stralciato la posizione dei pentiti Agostino Trombetta e Giovanni Ciaramitaro e dell'indagato Salvo Buffa, che hanno chiesto il patteggiamento e ha rinviato per loro l'udienza al 29 gennaio 2008.
I restanti imputati proseguiranno l'udienza preliminare il prossimo 12 dicembre. Sono Giuseppe Faia (coinvolto nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo), Fabio e Antonino Messicati Vitale, Nicolò Rizzo, Gaspare Sanseverino e il pentito Pietro Carra.


28/11/2007
Fonte: La Sicilia

martedì, novembre 27, 2007

Di sicuro dirà la verità sul "gobbaccio"...

Roma, 23 nov. (Ign) - Sono terminate le riprese de 'Il Divo', il film di Paolo Sorrentino sul senatore a vita Giulio Andreotti. Secondo quanto annunciato da Andrea Occhipinti della Lucky Red, che distribuirà la pellicola, l'uscita nelle sale è prevista a maggio 2008. Girato tra Roma, Napoli, Palermo e Torino, il film ripercorre la vita di Andreotti dall’inizio degli anni Novanta alla vigilia del processo per mafia.
''Fosse per me, avrei preferito che un film me lo facessero da morto'', ha commentato laconicamente il senatore a vita intervistato da Laura Delli Colli per 'Panorama'. ''Se sopravvivo, quando mai uscirà, credo che andrò a vederlo ma per ora non ne so niente'', ha assicurato il senatore a vita. Da parte sua, Sorrentino, che ha scritto la sceneggiatura con la consulenza del giornalista Giuseppe D'Avanzo, ha mantenuto il massimo riserbo sul film e ha vincolato gli attori al segreto fino all'uscita della pellicola.
Qualcosa però è trapelato come dimostrano gli stralci pubblicati su Panorama. Secondo il settimanale, la pellicola dovrebbe iniziare con Toni Servillo, nei panni di Andreotti, che, intento a scrivere nel suo studio romano, pronuncia queste parole: ''Lei ha sei mesi di vita mi disse l’ufficiale medico alla visita di leva. Io sono sopravvisuto, è morto lui. E’ andata sempre così. Mi pronosticavano la fine e io sopravvivevo''.
Oltre a Servillo, che torna a lavorare con Sorrentino dopo 'L'uomo in più' e 'Le conseguenze dell'amore', nel cast del film ci sono Anna Bonaiuto, che interpreta Livia Andreotti, Piera Degli Esposti la famosa segretaria Vincenza Enea, Carlo Buccirosso Paolo Cirino Pomicino, Flavio Bucci Franco Evangelisti, Massimo Popolizio Vittorio Sbardella e Paolo Graziosi Aldo Moro.
Fonte: Adn Kronos

Filloramo arrestato

Natale Ivan Filloramo, 33 anni, nipote del boss mafioso Nitto Santapaola, e' stato arrestato dai carabinieri a Catania. Era ricercato nell'ambito dell'operazione "Arcangelo" del primo ottobre scorso condotta dalla Dia di Catania contro il clan capeggiato da un altro nipote del capomafia, Angelo Santapaola, trovato assasinato qualche settimana prima nelle campagne di Ramacca assieme al suo guardaspalle Nicola Sedici.
Fonte: Ansa.it

La provincia di Agrigento parte civile

La Provincia di Agrigento ha deciso per la prima volta di costituirsi parte civile in un processo di mafia. La richiesta e' stata formalizzata dai legali nominati dall'ente, Diego Galluzzo e Maria Salamone, nel processo contro gli imputati di mafia arrestati nel luglio scorso nell'operazione "Domino 2" che secondo i magistrati della Dda ha sgominato la rete che avrebbe coperto la latitanza del boss, ora pentito, Maurizio Di Gati. In tutto sono ventotto gli imputati del processo, undici dei quali hano chiesto al gip del Tribunale di Palermo di essere giudicati con il rito abbreviato, tra cui i pentiti Maurizio e Beniamino Di Gati, Ignazio Gagliardo e Luigi Putrone.
L'udienza preliminare si concludera' presumibilmente il 3 dicembre. Tutti sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa e omicidio. "Si tratta -ha detto il presidente della Provincia Enzo Fontana- di un provvedimento doveroso non solo per la precisa posizione di questa amministrazione nei confronti dei terribili delitti che hanno insanguinato il nostro territorio, ma per il gravissimo danno di immagine che questi eventi hanno causato alla provincia di Agrigento e ai suoi cittadini. Il risarcimento che otterremo sara' il simbolo di una svolta, un ulteriore tassello a quel progressivo isolamento della criminalita' da parte di cittadini, imprenditori e istituzioni".
Fonte: agi.it

I delitti impuniti

Le vittime.

Ecco i nomi di politici e sindacalisti trucidati a partire dal 1944. Una sfilza di delitti rimasti impuniti

Ovviamente, l'omicidio di Carmelo Battaglia in quella provincia siciliana, allora considerata "babba", rimase impunito. E questo delitto, come tutti gli altri consumati nel corso della "lunga strage" siciliana, per tanti anni furono dimenticati dallo stesso movimento democratico.
Si tratta di un lungo elenco di dirigenti politici e sindacali uccisi dalla mafia nel periodo compreso tra il 1944 ed il 1966, che adesso è giusto ricordare: Andrea Raja, Casteldaccia (PA), 6 agosto 1944; Nunzio Passafiume, Trabia (PA), 7 giugno 1945; Agostino D'Alessandro, Ficarazzi (PA), 11 settembre 1945; Giuseppe Lo Cicero, Mazzarino (CL), 25 novembre 1945; Giuseppe Puntarello, Ventimiglia (PA), 5 dicembre 1945; Antonino Guarisco, Burgio (AG), 7 marzo 1946; Gaetano Guarino, Favara (AG), 16 maggio 1946; Marina Spinelli, Favara (AG), 16 maggio 1946; Pino Cammilleri, Naro (AG), 28 giugno 1946; Giovanni Castiglione, Alia (PA), 22 settembre 1946; Girolamo Scaccia, Alia (PA), 22 settembre 1946; Giuseppe Biondo, Santa Ninfa (AG), 2 ottobre 1946; Giovanni Santangelo, Belmonte Mezzagno (PA), 2 novembre 1946; Vincenzo Santangelo, Belmonte Mezzagno (PA), 2 novembre 1946; Giuseppe Santangelo, Belmonte Mezzagno (PA), 2 novembre 1946; Giovanni Severino, Joppolo (AG), 25 novembre 1946; Paolo Farina, Comitini (AG), 28 novembre 1946; Nicolò Azoti, Baucina (PA), 21 dicembre 1946; Accursio Miraglia, Sciacca (AG), 4 gennaio 1947; Pietro Macchiarella, Ficarazzi (PA), 19 febbraio 1947; Margherita Clesceri, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Giorgio Cusenza, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Giovanni Megna, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Giovanni Grifò, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Vincenza La Fata, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Giuseppe Di Maggio, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Filippo Di Salvo, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Francesco Vicari, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Castrenze Intravaia, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Serafino Lascari, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Vito Allotta, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Vincenza Spina, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Eleonora Moschetto, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Giuseppa Parrino, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Provvidenza Greco, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Vincenzo La Rocca, Portella della Ginestra (PA), 1 maggio 1947; Michelangelo Salvia, Partinico (PA), 8 maggio 1947; Giuseppe Intorrella, Comiso (RG), 11 giugno 1947; Giuseppe Casarrubea, Partinico (PA), 22 giugno 1947; Vincenzo Lo Iacono, Partinico (PA), 22 giugno 1947; Giuseppe Maniaci, Terrasini (PA), 23 ottobre 1947; Calogero Caiola, S. Giuseppe Jato (PA), 3 novembre 1947; Vito Pipitone, Marsala (TP), 8 novembre 1947; Vincenzo Campo, 22 febbraio 1948; Epifanio Li Puma, Petralia Soprana (PA), 2 marzo 1948; Placido Rizzotto, Corleone, (PA), 10 marzo 1948; Calogero Cangelosi, Camporeale (PA), 2 aprile 1948; Giuseppe Intile, Caccamo (PA), 7 agosto 1952; Salvatore Carnevale, Sciara (PA), 16 maggio 1955; Giuseppe Spagnolo, Cattolica Eraclea (AG), 13 agosto 1955; Pasquale Almerico, Camporeale (PA), 25 marzo 1957; Paolo Buongiorno, Lucca Sicula (AG), 20 settembre 1960; Carmelo Battaglia, Tusa (Me), 24 marzo 1966.
Fonte: La Sicilia

Sarà vero?

(AGI) - Parigi, 26 nov. - Il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo raccoglie l'appello del procuratore aggiunto di Palermo, Roberto Scarpinato, che ha chiesto a Confindustria di espellere i collusi. "Sono assolutamente d'accordo con lui", ha commentato Montezemolo, interpellato dall'Agi al termine dei lavori dell'assemblea del Bie. Alla domanda se dunque Confindustria espellera' gli imprenditori che risultano collusi con la mafia, il presidente Montezemolo ha risposto senza indugi: "Lo faremo, certo. Assolutamente". Gia' qualche tempo fa il presidente degli industriali fece discutere per la sua decisione di espellere chi non denuncia il pizzo. Oggi fa un passo in piu', accogliendo la richiesta di Scarpinato, il magistrato alla guida del dipartimento 'mafia ed economia' che ha individuato una vera piramide mafiosa al cui vertice ci sono dei veri 'sistemi criminali'. Scarpinato ha chiesto una reazione a Confindustria, che non ha tardato ad arrivare, di espellere quegli imprenditori che, sulla base di sentenze giudiziarie, sono risultati collusi.
Fonte: Agi.it

Parificate le vittime

Palermo, 26 nov. (Adnkronos) - La commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato in serata l'emendamento alla legge finanziaria che parifica anche il vitalizio per le vittime della mafia e del dovere con quanto gia' previsto per le vittime del terrorismo. A renderlo noto e' Francesco Forgione, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, secondo il quale "e' la giusta conclusione di un percorso coerente e senza strumentalizzazioni politiche che tutta la Commissione Antimafia aveva avviato''.
Fonte: Adn kronos

Intimidazione a confindustria

Palermo, 26 nov. - “Nel momento in cui la ribellione degli imprenditori al racket e a ogni forma di collusione e la contemporanea azione repressiva dello Stato stanno producendo in Sicilia importantissimi risultati, la mafia risolleva la testa e alza il tiro per colpire il sistema confindustriale e per lanciare un segnale minaccioso al territorio e alle imprese”. Lo afferma Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia dopo la notizia del raid vandalico nella sede di Confindustria Caltanissetta.
“La gravissima intimidazione - afferma - richiede la massima attenzione da parte nostra, delle forze dell’ordine e della magistratura; ma e’ certo che la nostra reazione sara’ durissima e ancora piu’ incisiva sara’ l’azione di sostegno alle imprese e di contrasto a Cosa nostra, con la consapevolezza di avere lo Stato al nostro fianco. Non saranno certamente queste intimidazioni a fermarci”. Tutto cio’, secondo Lo Bello, deve fare riflettere “quei politici nisseni che, invece di dare un contributo alla lotta ad ogni forma di illegalita’ sul territorio di Caltanissetta, non hanno trovato di meglio che polemizzare ripetutamente con la locale Associazione industriali e con la sua azione di rinnovamento”.
Il presidente Lo Bello si sta recando presso Confindustria Caltanissetta per portare la propria solidarieta’ al presidente Antonello Montante, al presidente della Piccola industria Marco Venturi, al direttore Giovanni Crescente e a tutto lo staff e agli associati. Nei mesi scorsi proprio Venturi aveva subito due intimidazioni.
Fonte: industriale oggi

Tornano gli Americani?

PARIGI - "Gli 'Americani' sono di ritorno a Torretta, in Sicilia". Scrive oggi Le Monde in prima pagina. Il quotidiano ha mandato un suo inviato nel borgo siciliano per indagare sul "ritorno" nell'isola dei "fuggitivi", anche detti "americani", ovvero i superstiti della "feroce guerra di mafia" degli anni Ottanta.
All'epoca decine di "padrini", scrive Le Monde, erano partiti per gli Stati Uniti. "Vendicheranno nel sangue i loro morti, assassinati venti anni fa?", si chiede il quotidiano che ricorda le decine di omicidi che si sono consumati nell'isola negli ultimi mesi. Secondo il giornalista infatti "la pace mafiosa è intaccata, i segnali sono negativi".
"Il ritorno trionfale degli antichi sconfitti faranno cambiare il fragile equilibrio di una Mafia indebolita dalle forze dell'ordine, in un momento in cui la successione dei padrini è di nuovo aperta?", si chiede ancora Le Monde.
"Alcuni nomi già circolano", precisa. Tutti testimoniano delle "connessioni americane". "Cacciate dal vento - si chiude così l'articolo - grosse nuvole nere formano altrettanti punti interrogativi nel cielo minaccioso di Palermo".

27/11/2007
Fonte: La Sicilia

196 rinvii a Caltagirone

CALTAGIRONE (CATANIA) - Il Gup di Caltagirone Dr Marcello Gennaro, dopo 15 ore di camera di consiglio, ha rinviato a giudizio di 196 imprenditori accusati di avere fatto 'cartello' per l'aggiudicazione di appalti pubblici e prosciolto altri 121 imputati, la maggior parte per prescrizione. Il reato contestato è di associazione a delinquere, turbata libertà di gara e truffa. La prima udienza del processo è stata fissata per il 22 aprile del 2008.
Al centro dell'inchiesta ci sono appalti pubblici, per importi superiori ai 500 mila euro, banditi dal 2000 al 2002 dall' Asi (Area sviluppo industriale) di Caltagirone e dai Comuni di Caltagirone Mazzarrone, Palagonia, Vizzini, Niscemi, Mirabella Imbaccari, San Michele di Ganzaria, Mineo, Militello in Val di Catania e Grammichele.
Secondo l'accusa, sostenuta dal procuratore capo Onofrio Lo Re, gli imprenditori, a piccoli gruppi, si sarebbero accordati tra di loro preventivamente nel partecipare ai bandi pubblici per assicurarsi i vari appalti. A fare scoprire il presunto meccanismo è stato un apposito software realizzato dalla polizia postale di Catania, che ha compiuto analisi comparative su tutte le offerte, i partecipanti e i ribassi alle gare. Le indagini furono svolte da squadra mobile, carabinieri e guardia di finanza di Catania.

27/11/2007
Fonte: La Sicilia

L'11 Dicembre sapremo...

PALERMO - L'assoluzione perché il fatto non sussiste per il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, dall'accusa di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto d'ufficio nel processo per le "talpe" di Palermo è stata chiesta, al termine dell'arringa difensiva, dall'avvocato Antonino Caleca, uno dei legali del Governatore siciliano.
Dopo tre ore e mezzo di discussione, Caleca ha chiesto ai giudici della terza sezione del Tribunale, presiduta da Vittorio Alcamo, di assolvere il presidente della Regione, assente in aula, dall'accusa di tutti gli episodi che vengono contestati dall'accusa che, al termine della requisitoria, hanno chiesto la pena a otto anni di carcere per Cuffaro.
Caleca ha diviso la sua arringa in due parti, quella realtiva al favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, per il quale ha chiesto l'assoluzione alla fine della prima parte e quella relativa alla rivelazione di segreto d'ufficio, per la quale ha fatto la stessa richiesta.
Secondo il calendario delle arringhe stilato dalla terza sezione del Tribunale, già il prossimo 18 dicembre il collegio potrebbe ritirarsi in camera di consiglio per emettere la sentenza del processo alle cosiddette "talpe" della Dda. Lo ha confermato il presidente Alcamo, ricordando che l'ultima arringa è prevista per il 17 dicembre e che, se non ci saranno repliche, il Tribunale si potrà subito ritirare per redigere la sentenza.
L'unica incognita che pende sulla tabella di marcia già prevista dal presidente è l'esito dell'istanza di rimessione "per legittima suspicione" sollevata qualche tempo fa dai difensori di Cuffaro, in seguito alle polemiche sorte in Procura sul reato da contestare al Governatore siciliano. La Corte di Cassazione discuterà il "caso Cuffaro" il prossimo 11 dicembre. A trattare il fascicolo sarà la settima sezione, quella competente sull'eventuale inammissibilità dell'istanza.


27/11/2007
Fonte: La Sicilia

Tre estorsori arrestati

GELA (CALTANISSETTA) - L'imposizione del pizzo a commercianti e imprenditori di Gela è emersa da una nuova inchiesta che stamani ha portato all'esecuzione di tre ordini di custodia cautelare. I provvedimenti, firmati dal Gip del tribunale di Caltanissetta, riguardano persone di Gela ritenute legate alle organizzazioni criminali locali.
Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa ed estorsione. L'inchiesta contiene anche dichiarazioni di collaboratori di giustizia che hanno contribuito a indicare agli investigatori gli esattori del pizzo e le vittime che erano costrette a pagare.
In manette è finito Giorgio Lignite, 37 anni, dipendente di una ditta di rifiuti, ritenuto il referente del clan Emmanuello di Gela. Gli altri due provvedimenti, notificati in carcere, riguardano Angelo Fiorisi, 40 anni e arrestato lo scorso 20 novembre nell'ambito dell'operazione antimafia Mizar, e Salvatore Cannizzo, 44 anni, in carcere dallo scorso 11 maggio nell'ambito dell'operazione Biancone.
Secondo gli investigatori Lignite, per conto di Cosa nostra, e Angelo Fiorisi, per la Stidda, hanno assunto un ruolo di rilievo nelle cosche decimate dall'esecuzione di numerosi provvedimenti cautelari, occupandosi del pizzo.

27/11/2007
Fonte: La Sicilia

Scarica il pizzo!

PALERMO - Secondo il decimo rapporto di Sos Impresa, in Italia il giro d'affari per racket e usura raggiunge i 40 miliardi di euro. Lo stessa fonte ritiene che a Palermo l'80% dei negozianti paga mensilmente al racket dai 200 ai 10 mila euro mensili. Oggi Sos Impresa lancia la campagna "scaricare il pizzo", invitando le vittime delle estorsioni a denunciare i loro aguzzini, chiamando il 3319099459. Dopo il rapporto di Sos Impresa nazionale, Palermo ha vissuto l'esperienza dell'arresto dei Lo Piccolo, della manifestazione antimafia al teatro Biondo, e della pesante condanna agli estorsori della Antica Focacceria.
"Questi segnali - dice l'associazione - dimostrano come il vento sia cambiato. Chi denuncia non resta solo. Invitiamo i commercianti e tutti gli imprenditori a 'scaricare il pizzo', mettendo a loro disposizione l'assistenza legale ma anche una forma di accompagnamento che sin dall'avvio delle indagini li inserisca in un contesto collettivo e quindi a basso rischio".
L'associazione invita a collaborare soprattutto i commercianti che figurano nel libro mastro dei Lo Piccolo: "Se non lo fanno - sottolinea Sos Impresa - oltre che a una condanna per favoreggiamento, vanno incontro al ritiro della licenza". Per pubblicizzare la nuova iniziativa, saranno affissi mille manifesti a Palermo e diffusi cinquemila volantini. "Abbiamo scelto un numero di cellulare - dicono i responsabili di Sos Impresa - per garantire che a rispondere ci sarà un amico e non una segreteria telefonica".


26/11/2007
Fonte: La Sicilia

lunedì, novembre 19, 2007

Il "rispetto"

Quando appaiono i Lo Piccolo, gli altri alla sbarra si alzano in segno di rispetto Palermo. Riti e simbologie di mafia. Ieri, nell'aula della quarta sezione penale del Tribunale di Palermo, se ne è avuto un esempio eclatante. Quando sullo schermo televisivo del videocollegamento sono apparsi i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, arrestati dalla polizia il 5 novembre in una villa di Giardinello, gli altri 19 coimputati del processo «San Lorenzo 5» si sono alzati in piedi. Una sorta di atto d'omaggio doveroso nei confronti di «Titò u baruni» e «Salvatoricchio», i capi riconosciuti della «famiglia» di San Lorenzo-Colli con cui si trovano alla sbarra con le accuse di associazione mafiosa ed estorsione. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sulle gerarchie e sui ruoli, ieri sono stati risolti. I Lo Piccolo hanno seguito ogni fase dell'udienza attraverso i monitor piazzati in due salette separate del carcere milanese di Opera dove sono sottoposti al regime del 41 bis. Sandro indossava lo stesso abbigliamento del giorno dell'arresto: maglione bianco, camicia nera e un paio di jeans; il padre un giubbotto di pelle nero sopra una maglietta bianca. Rispondendo alle domande del presidente del Tribunale, Anna Maria Fazio, i Lo Piccolo hanno confermato la nomina di un secondo difensore, l'avvocato Marcello Trapani, che affiancherà l'avvocato Alessandro Campo già nominato in precedenza. Come gli altri coimputati, hanno rifiutato di essere ripresi dalle telecamere presenti in aula. Per la loro «prima volta» in un'aula di giustizia sia pure per videoconferenza, Salvatore e Sandro Lo Piccolo hanno accettato – sempre su domanda del presidente Fazio – di sottoporsi, contrariamente alla scena muta recitata finora davanti al Gip di Milano avvalendosi della facoltà di non rispondere, sia all'interrogatorio dei pubblici ministeri Anna Maria Picozzi e Domenico Gozzo che al controesame dei loro difensori. L'appuntamento è per le 10,30 del 22 novembre prossimo e grande è l'attesa per quanto diranno i due boss. Ovviamente hanno deciso di difendersi e di respingere le contestazioni della pubblica accusa. In ogni caso, con questa decisione, hanno lanciato un messaggio agli altri 19 coimputati sulla eventuale strategia processuale da attuare. Per quanto riguarda il resto dell'udienza, padre e figlio l'hanno seguita con attenzione, restando entrambi immobili e con le braccia conserte. Ad un certo punto Sandro ha telefonato al difensore di udienza, l'avvocato Rosanna Vella (che ha sostituito l'avvocato Campo, assente come l'altro difensore Marcello Trapani) per chiedere spiegazioni su quanto stava accadendo in aula. Contemporaneamente, ma nell'aula della terza sezione penale del Tribunale, sono iniziate con la discussione dell'avvocato Elisa Gandiotta le arringhe difensive del processo per le estorsioni ai danni dell'«Antica Focacceria San Francesco» di Palermo, che vede alla sbarra Giovanni Di Salvo, Lorenzo D'Aleo e Francesco Spadaro, detto «Francolino». Tutti e tre sono accusati di estorsione aggravata. L'avvocato Gandiotta difende Giovanni Di Salvo, l'uomo riconosciuto lo scorso 18 settembre in aula come esattore del «pizzo» dalla stessa vittima, l'imprenditore Vincenzo Conticello, titolare dell'Antica Focacceria. Il pubblico ministero Lia Sava, nella sua requisitoria, ha chiesto sedici anni anni di reclusione per Spadaro, tredici anni per Di Salvo e dieci anni per D'Aleo. Le arringhe proseguiranno stamani. La sentenza dei giudici della terza sezione penale del Tribunale, presieduta da Raimondo Liforti, potrebbe essere emessa in giornata.
Fonte: La Sicilia

Vittime della mafia diverse da vittime del terrorismo. Perchè?

Palermo, 16 nov - Alcuni familiari delle vittime della mafia hanno protestato, incatenandosi alla ringhiera della Prefettura di Palermo, contro la mancata approvazione di un emendamento della Finanziaria che equipara le vittime di cosa nostra a quelle del terrorismo. ''E' una beffa da parte dello Stato - afferma Sonia Alfano, figlia di Beppe, il giornalista ucciso l'8 gennaio 1993, e portavoce dei familiari delle vittime della mafia - che dopo tante promesse continua a discriminarci e mortificarci. E' una questione di giustizia, perche' non possono esserci vittime di serie A e vittime di serie B''.
Fonte: asca.it

venerdì, novembre 16, 2007

Videoconferenza dei Lo Piccolo

PALERMO - Sono apparsi stamane per la prima volta in videocollegamento i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, arrestati il 5 novembre scorso. I due hanno presenziato all'udienza del processo per mafia ed estorsioni che li vede imputati con altre 19 persone affiliate al clan di San Lorenzo, che si celebra davanti alla quarta sezione del tribunale. I Lo Piccolo erano in due salette separate del carcere milanese di Opera. Sandro indossava lo stesso abbigliamento del giorno dell'arresto: maglione bianco, camicia nera e un paio di jeans; il padre indossava un giubbotto nero sopra una maglietta bianca. Rispondendo alle richieste del presidente Anna Maria Fazio hanno entrambi confermato la scelta del secondo legale, nella persone dell'avvocato Marcello Trapani che affiancherà l'avvocato Marcello Campo. Sia Salvatore che Sandro hanno poi rifiutato di essere ripresi dalle telecamere presenti in aula. I due imputati, infine, hanno accettato di sottoporsi all'esame. Salvatore e Sandro Lo Piccolo hanno seguito l'udienza con attenzione, restando entrambi immobili e con le braccia conserte. Ad un certo punto, Sandro ha telefonato al difensore di udienza, l'avvocato Rosanna Vella (che ha sostituito stamane l'avvocato Campo), per chiedere spiegazioni su quanto stava accadendo in aula. La decisione di sottoporsi all'esame manifestata stamane dai boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo appare in netto contrasto con la facoltà di non rispondere di cui si sono avvalsi nei giorni scorsi davanti al Gip di Milano. È evidente che i Lo Piccolo padre e figlio hanno interesse a parlare nella pubblica udienza. Il processo è stato rinviato al prossimo 22 novembre per l'esame degli imputati.
15/11/2007
Fonte: La Sicilia

Tre magistrati nel registro degli indagati

Tre magistrati della Procura di Palermo - i procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone e Sergio Lari e il pm Lia Sava - e il sostituto procuratore nazionale antimafia Giusto Sciacchitano, sono indagati a Caltanissetta con l'accusa di rivelazione di segreti d'ufficio. L'iscrizione nel registro e' indicata come "atto dovuto", a seguito dell'esposto presentato dall'avvocato Giovanna Livreri, imputata di truffa a due clienti, Maria D'Anna e Monia Brancato, madre e figlia, cui avrebbe fatto credere - secondo l'accusa - che rischiavano l'arresto per farsi consegnare cifre elevatissime. Nei confronti della stessa Livreri oggi, a Palermo, comincera' il processo, che vede imputato di favoreggiamento anche il professore Gianni Lapis. La notizia si e' appresa perche' la Livreri ha inserito i propri accusatori nella lista testi della difesa, indicandoli come "indagati di reato connesso". Secondo il legale, i magistrati avrebbero informato le clienti della stessa Livreri di indagini segrete: anche le stesse D'Anna e Brancato risultano indagate dal pm Ombretta Malatesta, assieme ai testimoni dell'accusa, gli avvocati Giovanni Di Benedetto e Santi Magazzu', cui viene addebitata la calunnia. Nessuna replica ufficiale da parte degli otto indagati. Pur essendo l'iscrizione un atto dovuto, di fronte alle contestazioni della Livreri, la vicenda potrebbe paradossalmente avere ripercussioni nella corsa alla guida della Procura di Caltanissetta, per adesso guidata dall'aggiunto Renato Di Natale, candidato a succedere a Francesco Messineo: anche Lari e Pignatone partecipano, infatti, al concorso e il Csm ha chiesto le carte dell'indagine.
Fonte: La Repubblica

Viva gente come Crocetta

«Quando non farò più il sindaco vorrei fare il giornalista». Rosario Crocetta questa sua ambizione o desiderio, lo ripete spesso. Ma pare che ultimamente abbia preso gusto a fare il professore. Quando sparisce da Gela, molto spesso va a disintossicarsi dai veleni della politica locale vestendo i panni di professore in varie scuole d'Italia, soprattutto del Nord Italia. Della sua attività di "docente" resta traccia su Internet, nei resoconti dei quotidiani locali ( l'ultimo si trova ne Il Mattino di Padova) e delle scuole che lo ospitano. Ieri mattina un'altra fuga del prof. Rosario Crocetta ma verso lidi più vicini. Gli insegnanti di religione del Liceo scientifico di Palma di Montechiaro lo hanno invitato infatti a tenere una lezione agli studenti delle quarte classi sul tema " Libertà è agire senza condizionamenti conoscendo il bene ed il male". Agli studenti il primo cittadino di Gela ha spiegato come si può essere liberi nella vita quotidiana ma anche liberi dai condizionamenti della politica. E poi la schiavitù dalla mafia. Il sindaco ha risposto ad una raffica di domande degli studenti, alcune sulla sua vita blindata, altre sulla politica senza condizionamenti. La lezione è stata ripresa dalla troupe di France 2, la seconda rete della televisione francese che è da qualche giorno in città a seguire Rosario Crocetta in tutti i suoi spostamenti. Le interviste e le riprese effettuate in questi giorni andranno in onda nella rete francese il dieci dicembre nell'ambito di una trasmissione documentario sul tema " I soldi che non si vedono". A Gela e a Rosario Crocetta saranno dedicati 25 minuti della trasmissione nel corso della quale andranno in onda anche servizi girati in varie città europee.
Fonte: La Sicilia

Ricordando Zucchetto

Sutera. Mentre i capimafia continuano a cadere uno dopo l'altro nelle maglie della giustizia, Sutera oggi onora il suo eroico figlio, Lillo Zucchetto, di cui ricorre il venticinquesimo anniversario della morte. Il 14 novembre 1982, l'agente di polizia fu il ucciso dai killer Mario Prestifilippo e Pino Greco (come mandanti furono condannati Totò Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Ganci ed altri) che gli spararono contro diversi colpi di pistola. Oggi, la città di Sutera dove vivono tuttora l'anziana mamma e la sorella, con la collaborazione della Questura di Caltanissetta lo ricorda con un'articolata cerimonia: "Ricordando Lillo Zucchetto agente della Polizia di Stato". Questo il programma: alle 11 presso la chiesa Sant'Agata verrà celebrata la santa messa, alle 12 nella piazza che porta il suo nome, verrà deposta una corona di fiori. Alle 17.30 presso l'auditorium comunale avrà luogo il convegno dibattito «Noi continuiamo a lottare contro la mafia e i suoi complici». Interverranno il sindaco Gero Difrancesco, il prefetto Vincenzo Petrucci, il Questore Guido Marino, il Gip del Tribunale di Caltanisetta Giovanbattista Tona, il giornalista Ansa Lirio Abbate, lo studente del liceo classico di Mussomeli Mario Maniscalco. Prima del convegno i giovani di Sutera animeranno la mostra foto documentaria «Calogero Zucchetto una vita al servizio della Repubblica Italiana».
Fonte: La Sicilia

Si deciderà il 27 Febbraio

La Cassazione deciderà il prossimo 27 febbraio se accogliere o meno il ricorso con il quale il governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, chiede la remissione per legittimo sospetto del processo alle talpe della Dda in corso a Palermo nel quale è imputato per favoreggiamento alla mafia. Il fascicolo su Cuffaro è stato assegnato alla settima sezione penale della Suprema Corte.
Fonte: Il Mattino

Non parlano... Strano...

MILANO - Sandro e Salvatore Lo Piccolo, con altri due presunti affiliati del loro clan, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere nel corso dell'interrogatorio, davanti al gip di Milano Guido Salvini, nel carcere di Opera. I quattro hanno sostenuto l'interrogatorio di garanzia in riferimento a tre misure cautelari emesse nei loro confronti per il possesso di armi, per alcune estorsioni messe a segno nei confronti di alcuni commercianti palermitani e per la scomparsa, attribuita alla lupara bianca, di Giovanni Bianco, un capo mandamento misteriosamente uscito di scena nel gennaio 2006. Lo Piccolo è stato interrogato su rogatoria della magistratura di Palermo. Domani mattina, per la prima volta, padre e figlio detenuti al regime del 41 bis potrebbero essere collegati in videoconferenza per un'udienza riguardante mafia ed estorsioni. Alla sbarra ci sono una ventina di componenti del clan San Lorenzo. E tra le carte sequestrate ai due boss ci sarebbe un riferimento al capomafia di Altofonte Domenico Raccuglia, latitante. Il 'pizzino' in questione a un primo esame appare scritto da Salvatore Lo Piccolo. Secondo gli inquirenti che stanno analizzando la documentazione posta sotto sequestro, 'Mimmo' sarebbe proprio Raccuglia, il boss di Altofonte latitante da tredici anni, al quale proprio ieri è stata inflitta una condanna a 20 anni di reclusione per il tentato omicidio di Michelangelo Camarda. Nel pizzino Lo Piccolo parla di un appalto da gestire nella provincia palermitana, e stabilisce la percentuale che spetta a 'Mimmo'. La lettura del documento sembrerebbe provare l'esistenza di rapporti d'affari tra i due capimafia, che si sarebbero avvicinati nell'ultimo periodo, quello successivo all'arresto del boss Bernardo Provenzano. Il boss di Altofonte viene indicato come un 'emergente'. Ex 'delfino' di Giovanni Brusca, ha già sulle spalle tre condanne all'ergastolo, di cui una gli è stata inflitta per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Dopo l'arresto dei Lo Piccolo, scattato la settimana scorsa, per Raccuglia potrebbero aprirsi nuovi spazi egemonici nell'ambito di Cosa nostra.
14/11/2007
Fonte: La Sicilia

Arrestato latitante a Lentini

LENTINI (SIRACUSA) - I poliziotti, che gli davano la caccia da alcuni mesi, lo hanno bloccato all'interno di un ristorante, a Catania, dove sono giunti seguendo i movimenti di un suo familiare. Si è conclusa ieri la latitanza di Antonino Valerio Milone, 24 anni, di Lentini. Il pregiudicato si trovava agli arresti domiciliari con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Ma il 20 agosto scorso si era allontanato dalla propria abitazione facendo perdere le tracce. Le ricerche del latitante, condotte senza sosta dalla polizia, hanno portato alla sua cattura. Milone è stato tradotto presso la casa circondariale di Siracusa.
15/11/2007
Fonte: La Sicilia

giovedì, novembre 15, 2007

Speriamo che funzioni...

CATANIA - Una "cabina regionale di monitoraggio dei beni confiscati alla mafia" è stata varata tra le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil e l'agenzia ministeriale per lo sviluppo, Italia Lavoro. Alla firma dell'accordo era presente il ministro al Lavoro, Cesare Damiano. L'iniziativa, secondo il segretario della Cisl Sicilia Paolo Mezzio, farà di quel 30% del totale nazionale di aziende confiscate, presenti nell'Isola, un "laboratorio di crescita economica e civile nel solco della cultura e della pratica della legalità". Il protocollo, si legge nel testo, punta a "favorire nuove metodologie di intervento" e a "individuare nuovi strumenti" per l'uso produttivo dei beni confiscati e lo sviluppo dell'occupazione. Prevede l'istituzione di "comitati provinciali" presso le prefetture e, con le parole del leader regionale Cisl, "definisce un'architettura che consente di immaginare condizioni nuove nella mobilitazione delle coscienze contro i boss". Alla firma di oggi è previsto che seguano, tra l'altro, l'organizzazione di "seminari di studio e approfondimento congiunti", tra sindacati e Italia Lavoro. Un modo, dice la Cisl, "per fare luce su un'economia malata" che, stando a un'indagine ancora aperta della Fondazione intitolata al giudice Chinnici, si alimenta di una tassazione illegale che oscilla dal minimo di 60 euro al mese imposto ai venditori ambulanti al massimo di 17 mila euro mensili, nel caso dell'estorsione per lavori autostradali"."Occorre garantire che le aziende confiscate possano continuare la loro attività. Vogliamo fare un ulteriore passaggio positivo: pensare all'occupazione delle persone impiegate in queste società", ha continuato Damiano."Crediamo che questo possa costituire non solo una speranza per l'occupazione e per il territorio, ma anche la definitiva conclusione della riappropriazione di questi beni da parte dello Stato e la rimessa in circolazione di questo patrimonio per l'utilità di tutti"."La mafia non è affatto invincibile: è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni". Usa le affermazioni del giudice Giovanni Falcone il componente della segreteria regionale della Cgil, Pippo Di Natale, nel suo intervento al convegno sui beni confiscati alla mafia promosso dai sindacati e da Italia lavoro. "Mai come in questo momento - aggiunge Di Natale - ci risuonano alla mente queste parole profetiche e che si confermano di straordinaria attualità". "I recenti arresti di Palermo, gli arresti di Siracusa dimostrano ancora una volta che l'impegno delle polizie e della magistratura non è mai venuto meno e se accompagniamo, così come sta accadendo, la repressione con la ribellione della società civile, la fine del fenomeno mafioso non è un'utopia da consegnare ai nostri figli e nipoti ma può trasformarsi in concreta realtà". Per Di Natale la cabina di regia siciliana è "una sfida da accettare e da vincere", perchè, spiega, "con la mafia non si lavora e ci si impoverisce, mentre la legalità ci fa tutti più ricchi".
15/11/2007
Fonte: La Sicilia

martedì, novembre 13, 2007

Bastardi!!!

CORLEONE (PALERMO) - Al Comune di Corleone servono i locali per evitare di pagare altri affitti e per questo motivo, con una delibera, sfratta il Centro internazionale di documentazione sulla mafia inaugurato il 12 dicembre 2000 dall'allora capo dello Stato Ciampi. Al suo interno vi sono anche conservati, tra l'altro, i faldoni dei maxi-processi a Cosa nostra. Alla decisione della Giunta di Centrodestra, guidata dal sindaco Antonio Iannazzo, assunta il 17 settembre scorso si è opposto il Centro che ha fatto ricorso al Tar. "Il Tribunale amministrativo - afferma il legale Mario Milone - si è pronunciato venerdì scorso, ma ancora non ha comunicato le sue decisioni". In attesa della sentenza, il centro non ha traslocato. Il restauro del complesso che ospitava un convento e che si trova a ridosso del municipio è stato finanziato con i fondi stanziati in occasione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità transnazionale svoltasi nel 2000. Alla guida del Cidma c'è Nicolò Nicolosi ex sindaco di Corleone e rivale di Iannazzo alle ultime comunali: entrambi sono del Polo. Nicolosi, che non è stato eletto per tre voti di scarto, ha presentato un ricorso al Tar dichiarato ammissibile. Il Comune aveva concesso al centro in comodato gratuito per nove anni i locali. Ma la Giunta ha invocato l'applicazione dell'art. 12, secondo cui "se durante il termine convenuto sopravviene un urgente ed imprevisto bisogno al comodante, questi può esigere la restituzione immediatà". L'urgente ed imprevisto bisogno sopravvenuto è la necessità di dare dei locali all'Ufficio tecnico, per lasciare un edificio in affitto che comporta una spesa di oltre 100mila euro l'anno. "La Giunta comunale - dice Iannazzo - parla con atti amministrativi e ha l'obbligo di risparmiare". I beni del Cidma, afferma una lettera del Comune, sarebbero trasferiti presso un'altra sala la "Cataldo Naro" e in una saletta adiacente.
13/11/2007

Fonte: La Sicilia

Nel libro anche la voce "Tribunale"

PALERMO - Il gip Maria Pino ha convalidato i fermi dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, di Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo, per la detenzione delle armi sequestrate nella villa di Giardinello, dove i quattro sono stati arrestati lunedì scorso. Prosegue intanto in procura l'esame della documentazione sequestrata.Intanto si scopre che fra i pagamenti effettuati dal boss Salvatore Lo Piccolo ne è segnato uno nel libro mastro sequestrato durante il blitz a Giardinello, in cui compare la voce di spesa "Tribunale"; accanto alla scritta il capomafia ha indicato fra le uscite la somma di 20mila euro. Il particolare scoperto ha impressionato molto i magistrati che stanno esaminando i pizzini, perchè non è chiaro se si tratta di un pagamento effettuato a qualche "talpa" che potrebbe esserci a Palazzo di giustizia, e che passerebbe informazioni ai boss, oppure se si tratta di altro. La voce di spesa è segnata vicino a quella che riguarda gli "avvocati". Sulla vicenda i pm hanno avviato serrati riscontri. Il libro mastro sta rivelando enormi sorprese, soprattutto sull'identità delle vittime che pagavano il pizzo alla mafia. 12/11/2007
Fonte: La Sicilia

Caso "Rostagno", non dimentichiamo

Trapani. Mauro Rostagno scuote le coscienze, ancora oggi dopo 19 anni dalla sua uccisione, ancora oggi che le indagini stanno andando inesorabilmente verso l'archiviazione. Mauro Rostagno è ancora presente nell'immaginario collettivo di una città che non è abituata ad indignarsi per i morti ammazzati dalla mafia, nè per le imprese che pagano il pizzo ma che invece, con inaspettata solerzia, oggi risponde. Risponde all'appello lanciato da una nutrita schiera di Associazioni – in testa l'Ass. «Ciao Mauro» – fino a coinvolgere lo sport, il basket, il nuoto, la scuola, la gente. Sì, perchè in poco tempo, senza un'organizzazione capillare, senza denaro ma con molto impegno si sta tagliando il traguardo delle cinquemila firme che verranno allegate alla lettera che sarà consegnata al presidente Napolitano, alle più alte cariche dello Stato e al procuratore nazionale Antimafia affinchè le forze dell'ordine, quaggiù, siano messe nelle condizioni di riaprire le indagini sul delitto rimasto impunito. Era stato il capo della Squadra Mobile Giuseppe Linares ad affermare che – se ci fossero stati mezzi e uomini – si sarebbe potuto ancora lavorare per trovare i colpevoli ed una verità che non è mai venuta a galla in un intrigo di piste e depistaggi, da quella mafiosa, a quella delle armi, a quella interna a Samam. Comunque un delitto di una giornalista anomalo che mostrava coraggio, sfrontatezza e tenacia nel segnalare le anomalie e le illegalità di cui era a conoscenza. È anche il Pm della Dda Antonio Ingroia, che da dieci anni segue le indagini, a sostenere la richiesta: «Faccio un appello ai testimoni possibili quelli che sanno qualcosa di più di quello che hanno detto e quelli che non sono stati ascoltati e che pensano di poter fornire qualche piccolo elemento. Si facciano avanti, il mio ufficio è a loro disposizione». Oggi l'appello però arriva dall'impiegato e dalla casalinga, dallo studente e dal playmaker che ha firmato la lettera «per Mauro» senza neppure leggere, senza cercare spiegazioni, senza doversi convincere. Un segnale di cambiamento che, pur nella specificità di un omicidio sorretto ancora dalla forza della suggestione, non va sottovalutato.
Fonte: La Sicilia

Operazione di Finanza, Polizia e Carabinieri contro il clan Bottaro-Attanasio

SIRACUSA - Guardia di Finanza, polizia e carabinieri hanno effettuato un'operazione antimafia congiunta, coordinata dalla Dda della Procura di Catania, nei confronti di 70 presunti appartenenti alla cosca Bottaro-Attanasio di Siracusa. Nei confronti degli indagati, il Giudice per le indagini preliminari ha emesso un ordine di custodia cautelare in carcere che ipotizza, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsione e usura. Nell'ambito dell'inchiesta gli investigatori hanno eseguito il sequestro di attività commerciali, beni immobili e mobili che, secondo l'accusa, sarebbero stati acquisiti con il riciclaggio di proventi di attività illecite. In particolare sono stati posti sotto sequestro due panifici - uno dei quali aperto appena la scorsa estate nella zona balneare dell'Arenella e l'altro, anche questo di recente apertura, nel centro di Siracusa - tre grandi ville con giardino e piscina nella zona di contrada Mottava, a pochi chilometri dal capoluogo, due appartamenti nel centro storico di Ortigia, una lussuosa berlina e tre moto, quattro conti correnti bancari sui quali sono stati trovati complessivamente 250 mila euro, l'intero stabile nel quale si trova il panificio posto sotto sequestro all'Arenella e le partecipazioni in due società. Le indagini proseguono anche sulla scorta dei numerosi documenti, soprattutto matrici di assegni di conto corrente bancario, che sono stati sequestrati al momento della notifica dell'ordine di custodia cautelare. Nel corso delle indagini sulla cosca Bottaro-Attanasio sono stati complessivamente sequestrati 200 chilogrammi di droga ed un ingente quantitativo di armi. L'inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto di Catania, Ugo Rossi, e dai sostituti della Direzione distrettuale antimafia etnea Pasquale Pacifico, Andrea Ursino e Danilo De Simone. Attualmente sono state arrestate 17 persone mentre il provvedimento del Gip di Catania è stato notificato in carcere a 18 indagati, già detenuti per altra causa. Le indagini erano state avviate dopo la scarcerazione nel 2005 di alcuni esponenti storici del clan Bottaro-Attanasio, che avrebbero tentato di riorganizzare le fila della cosca decimata negli anni da inchieste e arresti. Le prime attività, secondo quanto emerso da intercettazioni attuate dalla squadra mobile della Questura di Siracusa, sarebbero state quella di fare ripartire il traffico delle sostanze stupefacenti, gli atti intimidatori nei confronti di numerosi operatori commerciali ed imprenditoriali di Siracusa che si rifiutavano di pagare il pizzo. A dare l'ordine di mettere bombe carta o di incendiare le porte di ingresso di negozi e uffici a chi non versava la tangente sarebbero stati anche esponenti di spicco della cosca dal carcere, nonostante fossero detenuti in regime speciale. L'inchiesta ha fatto luce anche sul tentativo di omicidio di Pasqualino Micca, avvenuto a Siracusa il 7 gennaio del 2005: a sparare sarebbero stati quattro sicari su ordine del capomafia Salvatore Bottaro, deceduto il 12 maggio del 2005, che era a casa agli arresti domiciliari per le sue gravi condizioni di salute. L'agguato, secondo la ricostruzione della Dda di Catania, sarebbe avvenuto perché Micca aveva avviato un attività 'parallelà di spaccio di droga non autorizzata dalla cosca. Gli arrestati sono stati condotti nella casa circondariale di piazza Lanza, a Catania, a disposizione dell'Autorità giudiziaria.
13/11/2007

Fonte: La Sicilia

Anche i dottori pagano il pizzo...

PALERMO - I vertici "militari" che facevano capo ai boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono stati arrestati durante la notte dalla polizia a Palermo. Gli agenti della sezione Catturandi della Squadra mobile hanno eseguito un provvedimento di fermo di polizia giudiziaria disposto dai pm della Dda che ha riguardato dieci persone. Si tratta degli uomini che hanno messo a segno decine di estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori e sono accusati anche di traffico e spaccio di droga, detenzione e porto illegale di armi e riciclaggio. Dalle indagini emerge, infatti, che i boss avrebbero investito grosse somme di denaro proveniente dai traffici illeciti e dalle estorsioni, in attività apparentemente legali intestate a prestanome. Gli investigatori della Squadra mobile hanno ricostruito la rete di estortori e trafficanti di droga che faceva capo ai boss Lo Piccolo. In particolare sono state documentate, attraverso le intercettazioni, estorsioni a commercianti e imprenditori edili, in alcuni casi anche minacciati e picchiati per costringerli a pagare.Anche l'ordine dei medici di Palermo avrebbe versato il pizzo ai Lo Piccolo: il particolare emerge dai pizzini che il boss Francesco Franzese aveva tentato di buttare nel wc al momento del suo arresto avvenuto nell'agosto scorso da parte della Squadra mobile di Palermo. In un pizzino, attribuito a Sandro Lo Piccolo, si legge: "...Ora ti faccio sapere che giorni fa, ho ricevuto 10 mila euro dall'ordine dei medici e altri 10 mila li dovrei ricevere in questi giorni". Per gli investigatori appare evidente il riferimento a somme di denaro di provenienza illecita, frutto di estorsione. La sede dell'Ordine dei medici di Palermo si trova in via Rosario da Partanna 22 tra San Lorenzo Colli e lo Zen; in piena zona di competenza della famiglia mafiosa dei Lo Piccolo. Il presidente dell'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Palermo, Salvatore Amato, però nega: "Mai pagato alcun pizzo, se qualcuno l'avesse chiesto lo avrei immediatamente denunciato". I provvedimenti di fermo sono stati disposti dai pm Francesco Del Bene, Gaetano Paci e Domenico Gozzo. Si tratta di cinque persone, uno dei quali non è stata ancora arrestata. I quattro fermati dalla sezione Catturandi sono i fratelli Nunzio e Domenico Serio, di 29 e 28 anni, Vincenzo Mangione, di 28 e Andrea Gioè di 40. Analogo provvedimento è stato notificato in carcere a Salvatore Lo Piccolo, 65 anni, al figlio Sandro, 32 anni, a Domenico Ciaramitaro, 33 anni, detto "pit bull" per la sua ferocia criminale, ad Antonino Nuccio, 46 anni ed a Francesco Franzese, 43 anni, sorpreso il 2 agosto scorso in una villetta in via Salerno, a Palermo. Secondo l'accusa, i fratelli Serio su mandato di Sandro Lo Piccolo e di suo padre Salvatore, pianificavano e mettevano in pratica attività illecite nel territorio della famiglia mafiosa di San Lorenzo. I Serio avrebbero anche curato, attraverso il "reggente" di Partanna-Mondello, Francesco Franzese, arrestato lo scorso agosto e attualmente dichiarante, e con Antonino Nuccio, anche lui arrestato ad agosto, i rapporti con i vertici di altre famiglie mafiose.S oggetto di spicco è Andrea Gioè, indicato come referente per Franzese e Nuccio, in relazione alle estorsioni da mettere a segno nella zona di Partanna-Mondello. Il ruolo di Gioè è indicato personalmente da Sandro Lo Piccolo nei pizzini trovati nel covo di Giardinello.
13/11/2007

Fonte: La Sicilia

Arrestati anche i "generali" dei Lo Piccolo

Palermo, 13 nov.- (Adnkronos) - Dieci provvedimenti di fermo sono stati emessi questa mattina dalla Polizia di Stato di Palermo nei confronti di presunti fiancheggiatori dei boss mafiosi Salvatore e Sandro Lo Piccolo, arrestati appena una settimana fa in una villetta del palermitano. Quattro dei fermati erano a piede libero gli altri erano già detenuti. I primi sono i fratelli Nunzio e Domenico Serio, Vincenzo Mangione e Andrea Gioè, tutti con precedenti per associazione mafiosa. "Si tratta di quattro personaggi di vertice - ha spiegato il Capo della Squadra mobile di Palermo Piero Angeloni - che fanno capo ai boss Lo Piccolo e per loro conto gestivano le estorsioni e il traffico di droga a San Lorenzo". I fermati sono inoltre considerati i responsabili di una serie di delitti consumati che spaziano dalle estorsioni in danno di imprese edili e di operatori commerciali, ma anche al traffico e spaccio di notevoli quantità di sostanze stupefacenti, alla detenzione e porto illegale di armi da fuoco, ed alle operazioni di riciclaggio in attività lecite degli ingenti profitti illeciti conseguiti con le operazioni illegali, nonché "di appartenere tutti - spiegano dalla Squadra mobile - allo stretto circuito relazionale direttamente riferibile ai Lo Piccolo dai quali ricevevano ed eseguivano ordini nell'interesse strategico di Cosa Nostra". Secondo indiscrezioni, si tratterebbe di persone individuate grazie ad alcuni 'pizzini' sequestrati il 5 novembre scorso dopo la cattura di Lo Piccolo nella villa di Giardinello assieme al figlio Sandro e ai due 'reggenti' Gaspare Pulizzi di Carini e Andrea Adamo di Brancaccio. I provvedimenti di oggi sono soltanto il primo di una serie di arresti che verranno eseguiti già dalle prossime settimane dalla Squadra mobile palermitana. "Stiamo esaminando i documenti e tutti i 'pizzini' ritrovati nella villetta dell'arresto - ha spiegato il dirigente della Mobile, Piero Angeloni - e dall'esame di questa documentazione cartacea scaturiranno certamente nuove operazioni antimafia". L'operazione è stata coordinata dal Procuratore aggiunto Alfredo Morvillo e dai pm Domenico Gozzo, Francesco Del Bene e Gaetano Paci, che hanno emesso i decreti di fermo.
Fonte: Adnkronos

lunedì, novembre 12, 2007

Non esiste il "manoscritto del pizzo"

Il procuratore aggiunto, Alfredo Morvillo, riferendosi ad un alcuni articoli di stampa, ha dichiarato che non esiste alcun manoscritto con i nomi di imprenditori palermitani aderenti all’associazione “Addiopizzo”, fra le carte sequestrate al boss Salvatore Lo Piccolo. L’unica cosa vera - ha continuato - è la presenza di un ritaglio di giornale, che riporta un articolo che parla solo in termini generici di “Addiopizzo”. Ci sono anche i nomi di venti imprenditori palermitani iscritti ad 'Addiopizzo', il comitato che ha sfidato Cosa nostra incitando i commercianti a ribellarsi al racket delle estorsioni, tra i "pizzini" rinvenuti dagli investigatori nella villa di Giardinello dove sono stati stati catturati i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Sotto la scritta Addiopizzo, nel documento ci sono i nomi degli imprenditori "ribelli", messi nero su bianco probabilmente da Sandro Lo Piccolo. Non è escluso che i boss mafiosi volessero punirli per avere aderito pubblicamente al Comitato, in origine costituito da un gruppo di giovani, e col tempo diventato un movimento d'opinione, che riempirono la città di adesivi contro il pizzo perché chi lo paga "è un popolo senza dignità". Proprio dall'esperienza di Addiopizzo è nata a Palermo la prima associazione antiracket costituita dagli imprenditori, su impulso del presidente onorario della Fai Tano Grasso: si chiama Libero Futuro-associazione antiracket Libero Grassi e sarà presentata domani, alla presenza del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, dei sottosegretari agli Interni Ettore Rosato e Alessandro Pajno, del presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione e di numerosi imprenditori provenienti da ogni parte della Sicilia.
Fonte: A Marsala

5 mln di euro di beni confiscati

Beni per un valore complessivo di 5 milioni di euro sono stati confiscati dal Centro Dia di Palermo a tre mafiosi da tempo detenuti. Sono Vito Vitale, ex capo del clan di Partinico, l'imprenditore Giuseppe Bommarito, e Nicolo' Di Trapani, ritenuto un killer al servizio della cosca di San Lorenzo. La Direzione investigativa antimafia, con il coordinamento del procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, ha eseguito un provvedimento della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, con il quale vengono definitivamente acquisiti al patrimonio dello Stato i beni dei tre boss. Si tratta, tra l'altro, di un'azienda agricola, diversi immobili, quote societarie e conti correnti.
Fonte: La Repubblica

Nasce "Libero futuro"

“Libero Futuro” è un luogo discreto, di serietà e riservatezza che ha come unico interesse quello di assistere commercianti e imprenditori nel percorso che porta alla denuncia contro il pizzo. Dal primo contatto, anche solo per fornire informazioni – in totale riservatezza – all’assistenza in caso di denuncia, dalla gestione del caso fino a fare da schermo nella fase processuale. Il progetto nasce dall’esperienza maturata negli ultimi tre anni dal comitato Addiopizzo, in particolare da quel ramo che ha gestito i rapporti con i commercianti della lista Pizzo-free. Da circa un anno, infatti, alcuni componenti del comitato hanno cominciato a lavorare per creare una lista di imprenditori che rifiutano nettamente il pizzo, assistiti e consigliati da Tano Grasso - presidente onorario della Federazione nazionale delle Associazioni Antiracket, nonché primo a utilizzare lo strumento della denuncia collettiva, nel 1991 a Capo D’Orlando. Sono così cominciate le prime riunioni alle quali sempre più commercianti hanno preso parte, portando nel gruppo le proprie esperienze di denuncia. Il contesto palermitano è mutato nell’arco dell’ultimo anno. L’aumento delle minacce e della pressione della criminalità organizzata hanno reso ancora più necessaria la creazione di una struttura che potesse accompagnare chi decide di denunciare. Il percorso del comitato si è incrociato sempre più spesso con chi, denunciando, si è rivolto ad Addiopizzo per chiedere supporto. Da qui l´idea, dopo aver assistito alle incoraggianti prese di posizione da parte degli imprenditori, all´annuncio della nascita dell’associazione antiracket, fatto il 29 agosto scorso in occasione dell´anniversario dell´omicidio di Libero Grassi. “Libero Futuro” sarà anche parte integrante della campagna Contro il pizzo cambia i consumi del comitato Addiopizzo, attivandosi nella ricerca dei commercianti che andranno a fare parte della lista Pizzo-free. L’associazione antiracket farà anche parte della commissione di garanzia che vaglia le richieste di adesione, manterrà i rapporti con le forze dell’ordine e si occuperà delle problematiche dei commercianti, mentre il comitato Addiopizzo continuerà a promuovere l’esperienza del consumo critico anti-pizzo, mobiliterà i consumatori, diffonderà la coscienza antimafia nelle scuole e continuerà a fare pressione nei confronti della politica e delle istituzioni.
Fonte: 90011.it