lunedì, dicembre 29, 2008

La vecchia cara pistola.. Sempre attuale..

S. CATALDO (CALTANISSETTA) - Si torna a sparare e ad uccidere nel Nisseno. Salvatore Calì, 59 anni, è stato freddato in pieno centro a San Cataldo. L'uomo, che in passato era stato condannato per mafia e aveva scontato la pena, è stato raggiunto da diversi colpi di pistola sparati da due sicari che erano a bordo di una motocicletta. Salvatore Calì, figlio di un capomafia a sua volta ucciso nel 1981, stava uscendo dalla sua agenzia di pompe funebri quando i killer lo hanno affrontato sparandogli al volto e al petto. La vittima, già nell'aprile del 1992, scampò a un agguato e poco tempo dopo si rese irreperibile sfuggendo all'arresto per la successiva operazione denominata "Leopardo" scaturita dalle dichiarazioni del pentito Messina. Salvatore Calì è stato accusato dai collaboratori di giustizia di aver preso parte a omicidi, rapine, traffico d'armi e usura. Uscito di carcere, probabilmente, stava riorganizzando la cosca, ma evidentemente non ha fatto in tempo. Sulla vicenda indagano i carabinieri.
28/12/2008
Fonte: La Sicilia

Riaffiora il cadavere...

TRAPANI - Il cadavere trovato a Tre Fontane è di Renzo Vaccara, 40 anni, originario di Santa Ninfa, ma residente in provincia di Piacenza, figlio di Pietro Vaccara, considerato dagli investigatori esponente di spicco della mafia trapanese, ucciso in un bar nel 1982 mentre assisteva ad una partita dei mondiali di calcio. L'uomo è stato trovato col cranio fracassato, forse con una grossa pietra posta sopra il cadavere ed è stato identificato grazie alla patente che aveva in tasca. Il cadavere è stato portato nell'obitorio di Mazara del Vallo per una prima accurata ispezione cadaverica. Secondo un'inchiesta della Dda palermitana, Pietro Vaccara venne ucciso perché mise in discussione la leadership di Totò Riina. I carabinieri indagano senza sbilanciarsi sulla pista prettamente mafiosa del delitto.
28/12/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, dicembre 23, 2008

Tabaccheria sequestrata...

PALERMO - I poliziotti della sezione Misure patrimoniali della Questura di Palermo hanno sequestrato una tabaccheria, con annessa attività di ricevitoria di totocalcio, totogol, totip e lotto. L'esercizio commerciale, che si trova nel quartiere Tommaso Natale, è formalmente intestato alla nuora del boss Salvatore Lo Piccolo. Il provvedimento è stato emesso su proposta del questore Alessandro Marangoni. Oltre alla tabaccheria, che ha un valore di circa 600 mila euro, sono stati sequestrati conti correnti per 50 mila euro riconducibili al capomafia di San Lorenzo. La titolare formale dell'esercizio è la figlia di Claudio Lo Piccolo, unico dei rampolli del capomafia incensurato. Secondo gli investigatori, il clan avrebbe avuto la necessità di rilevare una attività commerciale per riciclare il denaro della cosca e riuscire così ad immettere ingenti somme di denaro all'interno di un circuito legale e guadagnarsi canali di credito con istituti bancari e finanziari.
23/12/2008

Fonte: Adnkronos

venerdì, dicembre 19, 2008

Operazione "Perseo": convalidati i fermi

PALERMO - Sono stati tutti convalidati i fermi delle 91 persone finite in manette nell'ambito dell'inchiesta 'Perseò, che ha azzerato i vertici della mafia palermitana. Nel pomeriggio i gip di Termini Imerese e Palermo hanno completato gli interrogatori. Per ultimi sono stati sentiti il boss Sandro Capizzi, reggente del mandamento di Villagrazia, e il suo guardaspalle Salvatore Freschi. Erano riusciti ad evitare le manette, ma sono stati fermati dalla polizia ieri pomeriggio nell'appartamento di una anziana donna, parente di un pregiudicato vicino ai Capizzi, a Bonagia, alla periferia di Palermo. Sia Capizzi che Freschi, come già aveva fatto la maggior parte degli indagati, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.I gip dovranno nelle prossime ore dovranno decidere sull'applicazione delle misure cautelari.
18/12/2008
Fonte: La Sicilia

giovedì, dicembre 18, 2008

Suicidio al Pagliarelli

PALERMO - Il presunto boss di Porta Nuova, Gaetano Lo Presti, 52 anni, arrestato nell'operazione Perseo si è suicidato ieri sera nel carcere palermitano di Pagliarelli. L'uomo racconta, come si legge nelle intercettazioni, molti retroscena che riguardano la creazione della nuova commissione di Cosa Nostra e inconsapevolmente rivela agli investigatori i nomi degli altri boss coinvolti e le strategie che stavano portando avanti. Il mafioso aveva vantato con altri boss di avere l'appoggio di Giuseppe Salvatore Riina - figlio del boss Totò - nella scelta che avrebbe dovuto fare per indicare il nuovo capo della Commissione provinciale di Cosa nostra. Il presunto capomafia di Porta Nuova, che si opponeva a Benedetto Capizzi, è stato però smentito da un altro boss, Nino Spera, anche lui fermato ieri mattina, sostenendo che il piccolo Riina, sottoposto a sorveglianza speciale a Corleone, "era fuori da tutto", e per volere della madre "non doveva impicciarsi". Proprio per mantenersi lontano dai guai, il rampollo del "capo dei capi", lo scorso mese aveva chiesto al tribunale di andare in provincia di Milano. È possibile che Lo Presti, una volta lette in cella tutte le intercettazioni contenute nel provvedimento che gli è stato notificato, abbia compreso di aver sbagliato con Totò Riina e la sua famiglia, decidendo così di togliersi la vita. La Procura della Repubblica di Palermo ha disposto l'autopsia sul corpo del boss.
17/12/2008
Fonte: La Sicilia

Il vecchio UDC non muore mai...

PALERMO - Gli agenti della Mobile di Palermo hanno fermato alla periferia di Palermo il boss latitante Sandro Capizzi, figlio del capomafia di Villagrazia Benedetto, sfuggito alla cattura, ieri, durante il blitz dei carabinieri nell'ambito dell'operazione "Perseo". Fermato anche un altro ricercato, Salvatore Freschi. Sempre nell'ambito della stessa operazione, i deputati regionali, Riccardo Savona (Udc) e Alessandro Aricò (Pdl), verranno interrogati dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo a gennaio perché accusati di voto di scambio. L'indagine nei loro confronti scaturisce da intercettazioni ambientali da cui emerge che alcuni affiliati al mandamento mafioso di Porta Nuova gli avrebbero procurato voti durante la campagna elettorale per le elezioni regionali dello scorso aprile, in cambio di somme di denaro. L'indagine fa parte dell' inchiesta "Perseo" che ieri ha portato in cella 89 persone. A Savona e Aricò è già stato notificato l'avviso di garanzia in cui viene contestata l'accusa di scambio elettorale politico-mafioso, reato che viene applicato a chi ottiene la promessa di voti da persone affiliate alle cosche in cambio di somme di denaro. Ai due politici è stato nominato un difensore di ufficio.
17/12/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, dicembre 16, 2008

La lista dei fermati...

PALERMO - Queste le persone fermate nell'ambito dell'operazione antimafia dei carabinieri di Palermo denominata "Perseo": Giovanni Adelfio, 44 anni; Salvatore Adelfio, 71 anni; Francesco Adornetto, 51 anni; Gregorio Agrigento, 73 anni. Antonino Alamia, 44 anni; Gerlando Alberti, 81 anni; Filippo Annatelli, 45 anni; Giusto Arnone, 36 anni; Antonino Badagliacca, 62 anni; Francesco Paolo Barone, 64 anni; Salvatore Barrale, 51 anni; Paolo Mario Bellino, 40 anni. Salvatore Bellomonte, 50 anni; Vincenzo Billitteri, 45 anni; Giuseppe Biondino, 31 anni; Filippo Salvatore Bisconti, 48 anni; Salvatore Bisconti; 53 anni; Francesco Bonomo, 50 anni; Davide Buffa, 42 anni. Giuseppe Caiola, 43 anni; Giuseppe Calvaruso, 31 anni; Pietro Calvo, 62 anni; Alessandro Capizzi, 25 anni; Gioacchino Capizzi, 35 anni; Benedetto Capizzi; 64 anni; Gaetano Capizzi, 39 anni; Sandro Capizzi, 29 anni; Benedetto Cappello, 61 anni; Luigi Caravello, 55 anni; Gaetano Casella, 51 anni; Giuseppe Casella, 52 anni; Domenico Caruso, 40 anni; Girolamo Catania, 33 anni; Salvatore Catania, 63 anni; Francesco Chinnici, 33 anni; Giuseppe Ciancimino, 53 anni; Giovanni Costantino, 38 anni; Marco Coga, 26 anni. Giuseppe D'Anna, 26 anni; Sergio Damiani, 38 anni; Santo Dell'Oglio, 33 anni; Giovanni Di Bartolo, 45 anni; Giuseppe Di Cara, 36 anni; Vincenzo Di Gaetano, 54 anni; Giuseppe Di Giacomo, 42 anni; Marcello Di Giacomo, 41 anni; Tommaso Di Giovanni, 42 anni; Gaspare Di Maggio, 38 anni; Vincenzo Di Maria, 58 anni.Gaetano Fidanzati, 73 anni; Sergio Rosario Flamia, 50 anni; Antonio Freschi, 50 anni; Salvatore Freschi, 32 anni; Gaetano Ganci, 58 anni; Giuseppe Greco, 46 anni. Giuseppe La Rosa, 30 anni; Francesco Leone, 48 anni; Giovanni Battista Licari, 30 anni; Calogero Liguri, 29 anni; Giovanni Lipari, 70 anni; Rosario Salvatore Lo Bue, 55 anni; Salvatore Lo Cicero, 77 anni; Salvatore Lombardo, 86 anni; Vincenzo Lombardo, 36 anni; Giuseppe Lo Verde, 51 anni; Gaetano Lo Presti, 52 anni.Fabio Manno, 44 anni; Giuseppe Marano, 56 anni; Baldassare Migliore, 41 anni; Giovanni Salvatore Migliore, 40 anni; Salvatore Milano, 55 anni; Gioacchino Mineo, 56 anni; Massimo Mulè, 36 anni; Salvatore Mulè, 32 anni; Antonino Musso, 36 anni; Placido Naso, 73 anni; Castrenze Nicolosi, 49 anni.Gaspare Perna, 39 anni; Giuseppe Perfetto, 51 anni; Salvatore Pinio, 40 anni; Francesco Paolo Piscitello, 57 anni; Giovanni Pizzo, 57 anni; Giovanni Polizzi, 57 anni; Onofrio Prestigiacomo, 57 anni.Rosario Rizzuto, 51 anni; Espedito Rubino, 45 anni; Giuseppe Russo, 40 anni; Ludovico Sansone, 55 anni; Rosario Sansone; 66 anni; Giuseppe Scaduto, 62 anni; Enrico Scalavino, 37 anni; Francesco Sorrentino, 44 anni; Antonino Spera, 45 anni.Mariano Troia, 34 anni;Benedetto Tumminia, 65 anni; Michele Tumminia, 43 anni; Michele Salvatore Tumminia, 40 anni; Salvatore Francesco Tumminia, 35 anni e Vincenzo Tumminia, 38 anni.
16/12/2008

Fonte: La Sicilia

Mega operazione in Sicilia..


PALERMO - Un maxi blitz dei carabinieri del Comando provinciale di Palermo è in corso in diverse città della Sicilia. I militari, nel corso dell'operazione denominata "Perseo", stanno eseguendo 99 fermi ordinati dai pm della Direzione distrettuale antimafia. Si tratta di capimafia, reggenti di mandamenti e gregari che farebbero parte delle famiglie mafiose, coinvolti da alcuni boss palermitani in un progetto criminale che ha come obiettivo quello di "rifondare Cosa nostra". I capimafia arrestati stavano ricostituendo la nuova "commissione provinciale" di Cosa nostra. Si tratta dell'organismo con il quale l'organizzazione decide le azioni da compiere e le strategie criminali da adottare. Tutto emerge da intercettazioni ambientali. Alla commissione, in passato guidata da Totò Riina, è toccato il compito di deliberare i fatti di sangue più importanti che sono stati compiuti dalla mafia. La nuova commissione provinciale sarebbe dovuta servire per far prendere ai capi dei mandamenti mafiosi "gravi decisioni" come "fatti di sangue" che avrebbero riguardato anche progetti di "delitti eccellenti". I boss riconoscono ancora Riina come capo; per portare avanti Cosa nostra alcuni capimafia ripropongono, con "la benedizione" del corleonese, detenuto dal 1993, la ricostituzione dell'organismo collegiale. Una scelta per dare una svolta alla linea moderata tenuta fino al 2006 da Provenzano, il quale non sarebbe stato autorizzato a dare ordini ma "elargire solo consigli". Il nuovo corso dell'organizzazione avrebbe dovuto dunque rispolverare l'azione militare. Un contributo a rifondare Cosa nostra sarebbe stato fornito dal latitante Matteo Messina Denaro, al quale i palermitani avrebbero però impedito di mettere le mani sulla commissione provinciale. "Se con l'operazione Gotha del giugno 2006 Cosa nostra era in ginocchio, con questa operazione Perseo le si è impedito di rialzarsi, recidendo tutte le teste strategicamente pensanti di una nuova struttura di comando che avrebbe dovuto deliberare, come una volta, su 'cose gravi'", dice il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso. Il capo della Dna fa riferimento al progetto criminale che i boss stavano portando avanti. "La mente - aggiunge Grasso - allarmisticamente corre alle ultime stragi del 1992 e all'attacco alle istituzioni". Il capo della procura nazionale rivolge anche un plauso ai carabinieri del Reparto operativo di Palermo e del Gruppo di Monreale, che in nove mesi sono riusciti a controllare centinaia di boss, portando a conclusione questa importante inchiesta. Quindi fa chiarezza su Messina Denaro: "Non è il regista di questa nuova Cosa nostra, né sarebbe stato il capo della Commissione provinciale. Certamente ha avuto contatti con esponenti di Cosa nostra palermitana e da lui può essere partito l'impulso di riorganizzare Cosa nostra. Dal contenuto delle intercettazioni ambientali non risulta una sua costante e attuale regia, essendo una questione, quella della ricostituzione della commissione provinciale di Palermo, che spetta alle cosche palermitane". "Tuttavia non c'è dubbio - aggiunge il capo della Dna - che questa 'specie' di commissione che si doveva ricostituire non poteva non avere l'assenso di colui che aveva partecipato attivamente e direttamente alla strategia stragista del 1992 e 1993 dall'omicidio di Falcone e Borsellino agli attentati di Firenze, Roma e Milano". I fermi sono stati disposti dalla procura a causa del pericolo di fuga degli indagati e per evitare omicidi che sarebbero stati progettati. Per condurre il maxi blitz sono stati impiegati oltre 1.200 carabinieri, e poi elicotteri e unità cinofile. Sono centinaia le perquisizioni effettuate dai carabinieri in quasi tutta la provincia di Palermo. Ai 99 indagati, fermati su disposizione della Direzione distrettuale antimafia, vengono contestate le accuse di associazione mafiosa, e a vario titolo anche estorsione, traffico di armi e traffico internazionale di stupefacenti. L'operazione è ancora in corso, anche in alcune province della Toscana."La mafia rimane uguale a se stessa. Le strutture, i metodi, i progetti alla fine sono sempre uguali. Questa è una delle considerazioni a cui ci ha portato la complessa indagine condotta dai carabinieri", commenta il procuratore di Palermo Francesco Messineo. "Grazie alle intercettazioni - ha aggiunto - siamo riusciti ad ascoltare dal di dentro le voci della mafia e a monitorare in diretta il piano di ricostituire gli organismi verticistici in città e in provincia".
16/12/2008

Fonte: La Sicilia

giovedì, dicembre 11, 2008

La follia del ddl sulle intercettazioni...

ROMA - Con la riforma delle intercettazioni messa a punto dal governo sarà sempre più difficile indagare sulla mafia. A lanciare l'allarme è il segretario dell'Anm Giuseppe Cascini nel corso della sua audizione in commissione Giustizia della Camera sul ddl intercettazioni. "Formalmente le indagini sulla criminalità organizzata si possono fare - afferma Cascini - ma poi nella pratica questo si rivelerebbe impossibile visto che con il provvedimento del governo diventeranno intercettabili solo reati con condanne superiori ai 10 anni". E questo significa che "l'indispensabile strumento delle intercettazioni" non potrà essere usato per tutta una serie di reati compiuti normalmente dai mafiosi come, ad esempio, la turbativa d'asta, l'estorsione e altro ancora. A meno che non si voglia sostenere che la mafia sia solo narcotraffico e omicidio. Con questo ddl, poi sarà impossibile intercettare i detenuti mafiosi quando telefonano in carcere o durante i colloqui con i familiari". Cascini, nel corso della sua audizione in commissione Giustizia della Camera, ribadisce anche la contrarietà dell'Anm all'ipotesi di estendere il campo di applicazione delle intercettazioni preventive rispetto a quelle processuali. "Abbiamo espresso delle perplessità molto serie - dice il segretario dell'Anm - sull'ipotesi di ampliare il novero dei casi in cui sia possibile procedere con intercettazioni preventive a scapito delle intercettazioni processuali". "Questa soluzione ridurrebbe le garanzie fondamentali dei cittadini e - afferma ancora il pm - contemporaneamente comporterebbe anche una drastica riduzione dei possibili accertamenti di gravi fatti illeciti". "Abbiamo ribadito - sostiene Cascini - che l'Anm è favorevole a una disciplina molto rigorosa sulla possibilità di diffondere e di pubblicare intercettazioni telefoniche contenenti fatti non rilevanti per l'accertamento nel processo penale attraverso il meccanismo del filtro anticipato che esclude il materiale non rilevante da custodire in archivi riservati". L'Anm ribadisce anche che "la riduzione della possibilità di utilizzare lo strumento delle intercettazioni, determinerebbe oggettivamente la riduzione della capacità di contrasto dei fenomeni criminali da parte di forze dell'ordine e magistratura". "Riducendo il novero dei reati - conclude Cascini - è nelle cose che si riduca anche la capacità di indagare sulla mafia e sul terrorismo".
10/12/2008


Fonte: La Sicilia

Il caro supercondannato senatore D'Alì...

TRAPANI - L'imprenditore Tommaso Coppola, già condannato per mafia, tramite il suo referente locale inviava dal carcere "sollecitazioni" nei confronti di un esponente politico nazionale di Trapani. Le richieste di Coppola riguardavano, in particolare, la gestione della Calcestruzzi ericina, sequestrata al boss Vincenzo Virga. L'imprenditore chiedeva al politico di intervenire sul prefetto di Trapani affinchè sollecitasse gli amministratori giudiziari a garantire la prosecuzione della fornitura di materiali all'azienda confiscata. Dalle intercettazioni emerge che era stata data assicurazione da parte del politico nazionale che sarebbe intervenuto sul Prefetto pro tempore, per la fornitura relativa ai lavori del porto di Castellammare del Golfo, secondo le richieste di Coppola. Dal carcere in cui si trovava chiedeva ai suoi complici di contattare il senatore del Pdl Antonio D'Alì, all'epoca sottosegretario all'Interno, per farlo intervenire in favore di un'altra impresa, oggi sequestrata. Dalle intercettazioni, Coppola ordina al geometra Vito Virgilio e all'ex vice sindaco di Valderice, Camillo Iovino (ora sindaco), di contattare il senatore D'Alì "affinchè perorassero la "Siciliana inerti e bituminosi srl" per una fornitura di inerti per i lavori del porto di Castellammare del Golfo". I rapporti fra il politico e l'imprenditore erano già emersi da altre inchieste su "mafia e appalti". Proprio sulle forniture della "Siciliana inerti bituminosi" si apprende dalle intercettazioni che Coppola avrebbe sempre fatto riferimento, attraverso altre persone, all'ex sottosegretario all'Interno, per farlo intervenire anche sul prefetto di Trapani affinchè un'azienda sequestrata alla mafia continuasse a servirsi del materiale fornito dalla società dell'imprenditore arrestato.
10/12/2008
Fonte: La Sicilia

Dal carcere...

TRAPANI - Dal carcere duro venivano dati ordini all'esterno destinati alle cosche mafiose locali. È quanto emerge dall'operaizone antimafia, denominata 'Cosa nostra resorts', in corso dalle prime luci dell'alba di oggi nel trapanese. Sono nove le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Palermo, Antonella Consiglio, che ha anche firmato un'ordinanza di sequestro preventivo penale a carico di otto società della provincia di Trapani e dei rispettivi beni, per un importo complessivo stimato in 30 milioni di euro. L'operazione è condotta dalla Squadra mobile di Trapani insieme con la Guardia di Finanza. In carcere è finito anche il vicesindaco di Valderice, il trentaquattrenne Francesco Paolo Maggio. L'inchiesta è coordinata dal Procuratore aggiunto, Roberto Scarpinato e dai pm Andrea Tarondo e Paolo Guido. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di trasferimento fraudolento di valori e di tentata truffa aggravata per il conseguimento di finanziamenti pubblici, oltre al reato di truffa aggravata in relazione a un contributo di 2.361.239,94 euro erogato dal Ministero delle Attività Produttive per la costruzione del resort 'Residence Xiare Srl', nel Comune di Valderice (Trapani). Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli indagati avrebbero pianificato l'attribuzione fittizia, a vari imprenditori prestanome, della titolarità delle diverse società e dei relativi beni strumentali e patrimoni aziendali, allo scopo di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, in modo da agevolare l'attività di Cosa nostra. È emerso anche che gli indagati avrebbero tentato di percepire indebitamente finanziamenti pubblici a favore della società costruttrice di villaggi turistici 'Villa Coppola Srl', vicina al boss latitante Matteo Messina Denaro. "Nel corso delle indagini -spiegano gli i investigatori- è stato accertato, per la prima volta in Sicilia, come le operazioni di prestanome poste in essere da imprenditori contigui a Cosa nostra, siano finalizzate anche al reato di truffa ai danni dello Stato e della Regione Siciliana per ottenere ingenti finanziamenti nel settore turistico-alberghiero, anche attraverso tentativi di condizionamento in settori politici ed istituzionali al livello locale, regionale e nazionale".Iovino ritira le deleghe a Maggio. Il sindaco di Valderice (Tp), Camillo Iovino, ha revocato le deleghe di assessore allo sviluppo economico e vicesindaco a Francesco Paolo Maggio. Le contestazioni mosse a Maggio, si legge in una nota del Comune, "non sono riconducibili ad attività della giunta del Comune di Valderice". Iovino ha nominato vicesindaco l'assessore Giuseppe Navetta. Tutti gli arrestati. Tommaso Coppola, 69 anni, imprenditore, già condannato per mafia; Caterina e Onofrio Fiordimondo, di 44 e 31 anni, nipoti di Coppola, imprenditori trapanesi; Francesco Maggio, di 34, imprenditore e vice sindaco del comune di Valderice; Salvatore Pirrone, di 47, imprenditore; Vito Virgilio, di 67, imprenditore; Giovanni La Sala, di 40, imprenditore; Nicola Coppola, di 66 e Francesco Mineo, di 58, consulente patrimoniale.
10/12/2008
Fonte: La Sicilia

sabato, dicembre 06, 2008

Sequestri e arresti ad Agrigento...

AGRIGENTO - Agenti della Squadra mobile della questura di Agrigento hanno eseguito nell'agrigentino sei ordini di custodia cautelare. Si tratta di indagati accusati di associazione mafiosa coinvolti nell'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Per gli inquirenti si tratta di favoreggiatori del boss latitante Giuseppe Falsone, con il quale sarebbero stati in contatto. Falsone è inserito fra i 30 ricercati più pericolosi d'Italia. I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo. I sei indagati, che fanno parte delle famiglie mafiose di Favara e Canicattì (Agrigento) sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni. Il giudice ha inoltre disposto il sequestro di beni e imprese. L'affare del centro commerciale. L'indagine nell'ambito dell'operazione denominata "Agorà" ha avuto origine dalla realizzazione del centro commerciale "Le Vigne", in territorio di Castrofilippo, sequestrato oggi. L'opera dalla fase della progettazione a quella della realizzazione è entrata, secondo la Dda e la squadra mobile di Agrigento, nel mirino di Cosa Nostra. I boss di Agrigento stando anche alle dichiarazioni del pentito Maurizio Di Gati, avrebbero infatti avuto interessi nella realizzazione del centro commerciale. Dopo la maxi retata "Alta mafia" che portò in carcere, nel 2000, venti persone, e cambiati i vertici provinciali dell'organizzazione, Cosa Nostra sarebbe riuscita a mutare strategia imprenditoriale: occupandosi della vendita del terreno su cui realizzare il centro commerciale e delle autorizzazioni necessarie per la realizzazione della struttura. Secondo gli inquirenti il centro commerciale sarebbe stato realizzato da imprese che facevano capo proprio ai sei arrestati di oggi, tutte comunque, secondo l'accusa, riconducibili al super latitante Giuseppe Falsone di Campobello di Licata. La squadra mobile di Agrigento ha sottoposto a sequestro preventivo anche l'Ares appalti srl, la Sc costruzioni, entrambe con sede legale a Favara, la "Edil plus" con sede a Canicattì, la "Leopali srl" di Vincenzo Leone a Canicattì, l'impresa individuale di Gerlando Morreale a Favara, e l'Agorà centro commerciale della valle dei templi con sede a Canicattì. Tutte le imprese riconducibili ai destinatari delle ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state affidate in custodia giudiziale. Il valore complessivo delle società e dei beni sequestrati ammonta a circa 100 milioni di euro. Gli arrestati. Gerlando Monreale, 42 anni, e Calogero Costanza, 25 anni, entrambi di Favara; Vincenzo Leone, 38 anni, Angelo di Bella, 54 anni e Luigi Messana, 50 anni, tutti di Canicattì. Un sesto provvedimento è stato notificato nel carcere di Cuneo a Calogero Di Caro, 64 anni, considerato il reggente della famiglia mafiosa di Canicattì.
06/12/2008

Fonte: La Sicilia

Di sicuro è un bravo ragazzo...

PALERMO - La IV sezione della Corte d'appello di Palermo ha ridotto la pena - da 18 a 14 anni - a Filippo Guttadauro, originario di Bagheria (Palermo), fratello del boss di Brancaccio Giuseppe e cognato del superlatitante Matteo Messina Denaro, capo della cosca di Castelvetrano. Proprio nel paese della provincia di Trapani, in cui abita l'imputato, marito di una sorella di Messina Denaro, sarebbe stata commessa l'estorsione di cui Guttadauro è stato riconosciuto colpevole. Con lui sono stati condannati quattro commercianti palermitani sottoposti al taglieggiamento, ma che - interrogati dagli inquirenti - non lo hanno mai ammesso. Per Giuseppe e Onofrio Mascolino e Fabio e Marco Li Vorsi, soci di una catena di negozi di elettronica ed elettrodomestici, che aveva aperto un punto vendita anche a Castelvetrano, la pena è stata confermata: otto mesi ciascuno, con l'accusa di favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa Nostra. I loro legali ricorreranno in Cassazione. La sentenza del collegio presieduto da Rosario Luzio, pronunciata col rito abbreviato, ha accolto in parte il ricorso della difesa: in particolare, nei confronti di Filippo Guttadauro è caduta l'aggravante di essere stato "capo e promotore" della cosca di Castelvetrano.
06/12/2008
Fonte: La Sicilia

giovedì, dicembre 04, 2008

Succede a Gela...

CALTANISSETTA - L'imprenditore Stefano Italiano, presidente della cooperativa Agroverde di Gela, che nel 2005 denunciò le richieste di pizzo facendo arrestare e poi condannare gli esattori del racket, è adesso indagato per riciclaggio aggravato dall'aver favorito la mafia. L'uomo, che vive scortato da più di un anno e fa parte dell'associazione antiracket di Gela, è stato iscritto nel registro degli indagati dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta nell'ambito di una indagine condotta dal centro operativo Dia. Secondo gli investigatori, Italiano quando denunciò i mafiosi per le richieste di tangenti, si sarebbe "limitato a riferire soltanto degli episodi estorsivi, tacendo di quelle collusioni pregresse con le cosche mafiose". L'indagine della Dia. L'inchiesta è finalizzata a fare luce sui meccanismi economico-finanziari di Italiano, che per l'accusa consentivano di riciclare grandi somme di denaro proveniente dal attività illecite delle cosche e nel contempo acquisire contributi pubblici per importi elevatissimi destinati a ristrutturare gli impianti che venivano poi realizzati da ditte riconducibili al clan mafioso dei Madonia. In seguito alle indagini il gip del tribunale di Caltanissetta ha ordinato il sequestro della cooperativa Agroverde, che fattura 20 milioni di euro all'anno e da tempo era diventata il simbolo della lotta al racket dopo che Italiano aveva denunciato gli esattori del pizzo. E' stato proprio l'imprenditore, infatti, assieme al sindaco di Gela, Saro Crocetta, a spingere in questi anni con l'esempio altri 70 commercianti gelesi a denunciare. Adesso il sequestro comprende il capitale della cooperativa, gli impianti aziendali e tutte le disponibilità bancarie della società per un valore complessivo stimato in 32 milioni di euro.Il meccanismo del riciclaggio. Per riciclare il denaro Italiano avrebbe utilizzato il meccanismo dell'aumento di capitale. Per questa vicenda sono indagati anche un funzionario e impiegati della banca Intesa di Gela (Cl) che avrebbero consentito operazioni illegali. Gli inquirenti sostengono che queste operazioni economiche, fatte prima che l'imprenditore iniziasse a denunciare il pizzo, sarebbero state falsificate e attribuite ai soci di Italiano."In realtà - spiegano gli investigatori - sono frutto di reinvestimenti di capitali di provenienza illecita". L'Agroverde, sostengono gli inquirenti, veniva "utilizzata dalla criminalità organizzata per scopi illeciti". Gli impiegati della banca che apparteneva al gruppo Ambrosiano-Veneto sono indagati per non aver applicato la normativa antiriciclaggio.
04/12/2008
Fonte: La Sicilia

sabato, novembre 29, 2008

Viene fuori anche la TAV... Interessante...

CALTANISSETTA - "Un quadro estremamente allarmante". Così il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, ha definito le novità che stanno emergendo nelle indaginio sulla Calcestruzzi spa e la Italcementi spa, entrambe di Bergamo, che hanno fornito, e forniscono, il cemento per realizzare importanti opere pubbliche, come alcune linee della Tav e alcuni tratti autostradali. Proprio per far luce su una di queste forniture, due lotti della A31 Valdastico, in provincia di Vicenza, sono stati sequestrati da carabinieri e guardia di finanza di Caltanissetta su disposizione della Dda. Il sequestro, con facoltà d'uso dell'autostrada, è stato deciso in seguito agli accertamenti dei periti della Dda nissena che hanno evidenziato significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento con quelli effettivamente impiegati nella produzione dei conglomerati forniti all'impresa incaricata dei lavori di realizzazione. La Dda di Caltanissetta, ha anche ordinato a carabinieri e guardia di Finanza la perquisizione di alcune delle sedi dell'Italcementi, a Porto Empedocle (Agrigento), Isola delle Femmine (Palermo) e Calusco D'adda (Bergamo). Controlli sono stati eseguiti anche nella sede di Area Sicilia a Palermo e nello stabilimento di deposito di Catania. L'indagine mira ad accertare se la Calcestruzzi abbia proceduto, non solo nella provincia di Caltanissetta e nella regione, ma anche su tutto il territorio nazionale, "a una illecita creazione di fondi neri - spiegano i carabinieri - da destinare in parte, quantomeno in Sicilia, ai clan mafiosi dell'isola, nonché l'eventuale esistenza di una strategia aziendale - adottata su scala nazionale e gestita, a mezzo anche del sistema informatico, con la consapevolezza dei vertici societari - finalizzata ad un sistematico risparmio del cemento nelle forniture di calcestruzzo destinate alla realizzazione di opere pubbliche". Nell'inchiesta, emerge che la società avrebbe fornito quantitativi di calcestruzzo di qualità difforme da quanto previsto dai capitolati d'appalto per opere pubbliche, compresi tratti della Tav. Gli inquirenti ipotizzano una frode in pubbliche forniture. Per questo motivo sono sotto esame numerose altre opere, in Sicilia e nel resto d'Italia, su cui la Dda nissena ha disposto verifiche e perizie per accertarne la stabilità strutturale e, quindi, l'esistenza di eventuali pericoli per l'incolumità pubblica. Nei mesi scorsi i magistrati hanno ordinato il sequestro del palazzo di giustizia di Gela, del Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Brami, lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A/20 Palermo-Messina e, per ultima, l'autostrada Valdastico. Dagli accertamenti tecnici sono emerse irregolarità nel calcestruzzo fornito da impianti della Calcestruzzi Spa presenti in tutte le regioni, con riguardo anche alla Tav Milano-Bologna, alla Tav Roma-Napoli (terzo e quarto lotto), metrobus di Brescia, metropolitana di Genova e A4-Passante autostradale di Mestre. Per il procuratore nisseno Sergio Lari questa resta "un'indagine fra le più articolate e complesse che travalica la dimensione mafiosa siciliana", ha detto durante una conferenza stampa sottolineandone l'importanza per la collettività. Secondo fonti investigative, a cui ha accennato il procuratore Lari, i previsti carotaggi da effettuare per legge nei cantieri sarebbero stati realizzati prima: "I dati che sono emersi dalle investigazioni dei carabinieri e del Gico della guardia di finanza di Caltanissetta hanno fatto emergere un quadro estremamente allarmante, anche su opere pubbliche che sono in fase di esecuzione sul territorio nazionale", ha sostenuto il procuratore di Caltanissetta. Sulle opere pubbliche su cui sono in corso accertamenti per valutarne la stabilità, Lari ha spiegato: "Bisogna verificare se è a rischio l'incolumità pubblica come è emerso dagli accertamenti tecnici condotti dai nostri periti. Proprio recentemente abbiamo evitato il peggio sequestrando la nuova ala in costruzione dell'ospedale Sant'Elia di Caltanissetta dove attraverso carotaggi sul cemento abbiamo accertato diverse irregolarità". "Anche adesso - ha sottolineato Lari - dobbiamo effettuare altre indagini tecniche per verificare la stabilità delle strutture sequestrate anche se già dalle prime perizie è emerso il rischio di stabilità per queste strutture. In questo contesto dovremo accertare la responsabilità penale e amministrativa della Italcementi". La creazione dei fondi neri, ha poi spiegato Lari, non era solo finalizzata in Sicilia a pagare Cosa nostra, ma a creare anche illeciti arricchimenti per queste grosse imprese". Poco prima il procuratore aveva evidenziato che il principale fornitore di cemento alla Calcestruzzi spa "era Italcementi che gli riforniva il 98 per cento" sostenendo, a proposito delle sue spa con sede a Bergamo che "sostanzialmente sono lo stesso soggetto". Ed è per questo che le Fiamme gialle stanno analizzando puntigliosamente tutta la documentazione scambiata fra le due società in materia di fornitura di cemento.



Fonte: La Repubblica




venerdì, novembre 28, 2008

Preso Sciuto

CATANIA - Biagio Sciuto, di 62 anni, indicato come il capo dell' omonimo clan mafioso catanese, è stato arrestato la notte scorsa a Catania da agenti della Squadra Mobile con l'accusa di aver preso parte ad una rapina ai danni di un rappresentante di gioelli ed orologi, avvenuta il 14 maggio scorso a Catania. Sciuto si era reso irreperibile dal giorno dell'omicidio di Giacomo Spalletta, considerato il reggente del clan, avvenuto il 14 novembre scorso. La vittima era stata assassinata con almeno cinque colpi di pistola mentre stava percorrendo col suo scooter via Santa Maria della Catena. Sciuto è stato catturato nell'abitazione della cognata. I poliziotti lo hanno sorpreso a letto, accanto ad una radio sintonizzata sulle frequenze delle forze dell'ordine. Insieme con Sciuto sono stati arrestati, con l'accusa di rapina aggravata, Santo Marchì, di 49 anni, Luciano D'Alessandro, di 36, Filippo Vinciguerra di 36 - entrambi sorvegliati speciali - e Alfio Di Marco, di 38. Gli agenti hanno notificato loro una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Antonino Fallone, su richiesta del sostituto procuratore della Dda Pasquale Pacifico, con l'aggravante, per Sciuto, di avere commesso il fatto al fine di favorire il clan Sciuto-Tigna. Ai cinque arrestati è stata contestata la progettazione e l'esecuzione della rapina al rappresentante, che fu aggredito e derubato di tutto il campionario di preziosi ed orologi di valore. La vittima, dopo che aveva fatto visita ad una gioielleria, fu aggredita, mentre stava andando in aeroporto in taxi, da un gruppo di quattro malviventi a bordo di ciclomotori, che costrinsero l'autista a fermarsi.
28/11/2008
Fonte: La Sicilia

Ecco l'avvocato..

PALERMO - Il penalista Giovanni Restivo è indagato per favoreggiamento alla mafia nell'ambito dell'inchiesta "Padrini" dei carabinieri che, martedì scorso, ha portato al fermo di cinque persone, tra cui Aldo Madonia, fratello dei capimafia palermitani Giuseppe, Antonino e Salvino e della moglie di quest'ultimo Maria Angela Di Trapani. L'indagine ha fatto emergere, tra l'altro, le ripetute violazioni del carcere duro da parte dei tre Madonia detenuti che, a gesti ed usando un codice segreto, attraverso la Di Trapani, facevano giungere all'esterno del carcere, messaggi ed ordini.
28/11/2008
Fonte: La Sicilia

Processo per Bonanno

PALERMO - Deporrà l'11 dicembre, davanti ai giudici della I Sezione della Corte d'Assise di Palermo, Monica Burrosi, vedova del boss Giovanni Bonanno, vittima di "lupara bianca" nel 2006. Il collegio, presieduto da Vincenzo Di Vitale, ha ammesso la richiesta di sentire la donna, costituita parte civile al processo ai presunti assassini del marito: i capimafia palermitani Salvatore e Sandro Lo Piccolo e Diego Di Trapani. Bonanno sparì a gennaio di due anni fa. La moglie ne denunciò la scomparsa ai carabinieri. Solo nei mesi scorsi, grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Pulizzi, è stato possibile ritrovarne i resti nel cosiddetto "cimitero della mafia", a Carini.
28/11/2008
Fonte: La Sicilia

mercoledì, novembre 26, 2008

Pizzo free a Roma

PALERMO - Vincenzo e Fabio Conticello, imprenditori antimafia e titolari dell'Antica Focacceria San Francesco, negozio "pizzo free" di Palermo, assieme a Fabrizio Roscioli e Dino Bartocci, titolari del "Forno Campo De Fiori", inaugureranno a Roma, dopodomani, giovedì, un loro negozio. Alla manifestazione, che si svolgerà in piazza Campo dei Fiori a mezzogiorno, prenderanno parte il sindaco Gianni Alemanno, il Presidente della Regione Piero Marrazzo, il Presidente onorario del Fai Tano Grasso e i componenti della Commissione Nazionale Antimafia Fabio Granata e Giuseppe Lumia.
25/11/2008
Fonte: La Sicilia

Siscaro chiede il rinvio a giudizio...

CATANIA - Il sostituto procuratore generale di Catania, Gaetano Siscaro, ha chiesto alla Corte d'appello etnea il rinvio a giudizio per omicidio di Sebastiano Scuto, il 're dei supermercati' in Sicilia. L'imprenditore è accusato di avere indicato al clan al quale pagava il 'pizzo' Giovanni Aiello, un estorsore del clan Sciuto Tigna ucciso dalla cosca rivale dei Laudani, che aveva chiesto una tangente a un punto vendita gestito da Scuto. Per la stessa accusa l'imprenditore era stato prosciolto nel 2004 dal Gup Antonino Fallone a conclusione dell'udienza preliminare. Contro questa decisione la Procura generale aveva presentato ricorso che è stato bloccato dalla Cassazione perchè ritenuto in un primo momento inammissibile. L'udienza preliminare riprenderà martedì prossimo con l'intervento degli avvocati della difesa.
25/11/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, novembre 25, 2008

Ucciso perchè inefficiente...

PALERMO - Sarebbe stato assassinato per la sua inefficienza nella gestione della famiglia e perché non aveva rispettato le regole del clan nella spartizione del pizzo il boss Giovanni Bonanno, vittima di lupara bianca nel gennaio del 2006. E' uno dei particolari emersi dall'indagine dei carabinieri del Ros e del comando provinciale di Palermo che ha portato al fermo, per associazione mafiosa, di 5 persone, tra le quali Aldo Madonia, fratello dei capimafia di Resuttana e della cognata Mariangela Di Trapani. Bonanno era stato reggente del mandamento su designazione di Antonino Madonia e del boss di San Lorenzo Salvatore Lo Piccolo. La sua nomina derivava dalla necessità di dare una guida alla famiglia dopo l'arresto dei tre boss Madonia, Antonino, Salvo e Giuseppe. Per l'omicidio Bonanno sono attualmente sotto processo Salvatore Lo Piccolo e il figlio Sandro.
25/11/2008

Fonte: La Sicilia

Mega operazione, comandavano dal carcere...

PALERMO - Continuavano a dirigere l'organizzazione mafiosa dal carcere. Nel codice utilizzato dai boss scoperto dai carabinieri per violare il 41 bis, Salvatore Lo Piccolo era indicato come la "zia Rosalba", mentre quando parlavano delle condizioni di salute di Emanuela Gerardi, anziana madre dei boss Madonia, davano indicazioni sulla gestione del patrimonio occulto della famiglia mafiosa e sulla raccolta del denaro da parte della cosca. Sono alcuni dei trucchi usati dai boss per aggirare i rigori del carcere duro e impartire, dalla cella, indicazioni all'esterno sulla gestione delle ricchezze del clan. I boss usavano un codice criptato tutto "domestico". I carabinieri stanno eseguendo un provvedimento di fermo emesso dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, nei confronti di 5 indagati per associazione mafiosa ed estorsioni, fra cui una donna. Contestualmente stanno anche procedendo al sequestro di beni per un valore complessivo di 15 milioni di euro. L'indagine dei Ros riguarda esponenti della famiglia mafiosa dei Madonia, da anni al vertice del mandamento palermitano di Resuttana. I carabinieri hanno impiegato tre anni per decifrare il linguaggio dei boss. Oltre a un codice criptato i capimafia comunicavano a gesti, sguardi e con un intensa mimica. Gli investigatori hanno individuato i vertici e ricostruito il movente dell'omicidio di Giovanni Bonanno, vittima di lupara bianca nel gennaio 2006. E' stato accertato che il capo clan Francesco Madonia (deceduto nel marzo 2007) e quindi i figli Antonino, Giuseppe e Salvatore Madonia, nonostante fossero detenuti sottoposti al carcere duro previsto dal 41 bis, continuavano a governare il clan, impartendo direttive all'esterno durante i colloqui con i familiari, in particolare con Maria Angela Di Trapani, moglie di Antonino Madonia, arrestata anche lei all'alba. Fra le cinque persone fermate c'è anche Aldo Madonia, figlio del boss di Resuttana, Francesco (deceduto) e fratello di Antonino, Giuseppe e Salvatore tutti mafiosi, condannati all'ergastolo, coinvolti nell'indagine denominata "Rebus". Aldo Madonia, laureato e farmacista, era stato condannato in passato per mafia, ma ha sempre detto di essere fuori dagli "affari" della sua famiglia, appoggiato anche dalla moglie, Carla Cottone, che partecipò a una puntata del Maurizio Costanzo show difendendo il marito e prendendo le distanze dalla sua famiglia. L'uomo adesso è accusato di aver amministrato i soldi delle estorsioni della cosca. Arrestati anche Michele Di Trapani, zio dei Madonia, già condannato in passato per mafia, il commerciante Massimiliano Lo Verde, a cui erano intestati diversi beni riconducibili ai Madonia e titolare del bar Sofia che si trova nell'ospedale di Villa Sofia e Vincenzo Sgadari, imprenditore. Il sequestro riguarda terreni, fabbricati rurali, ville, appartamenti e locali commerciali, del valore complessivo di oltre 15 milioni di euro, che costituiscono il patrimonio occulto delle famiglie Madonia-Di Trapani e del quale sono stati individuati i prestanome. Si tratta di diciassette appezzamenti di terreno, otto fabbricati rurali, due ville, cinque appartamenti, un magazzino e cinque locali commerciali, tra cui un bar.
25/11/2008
Fonte: La Sicilia

lunedì, novembre 24, 2008

Bunker mafioso allo Zen

PALERMO - La polizia ha scoperto un bunker sotterraneo all'interno del quale era stata realizzato un poligono di tiro: nel locale sono state trovate munizioni e diverse dosi di cocaina pronte per la vendita. Secondo gli inquirenti, attraverso la complessa rete di cunicoli che porta all'ambiente, boss latitanti potrebbero essere riusciti a sfuggire alla cattura. Il covo sotterraneo si trova nel quartiere Zen, ex feudo dei capimafia di S. Lorenzo Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Al rifugio gli agenti del Commissariato San Lorenzo sono giunti seguendo le tracce di un pregiudicato: Antonino Grimaldi, 29 anni. Perquisendo la sua abitazione, la polizia ha scoperto il passaggio segreto che portava direttamente al locale attraverso una serie di cunicoli e botole. L'uomo è stato arrestato e deve rispondere di detenzione di munizioni e spaccio di sostanze stupefacenti. Al rifugio si accedeva attraverso gli scantinati di uno dei tanti palazzoni del rione popolare palermitano. Impossibile l'ingresso agli estranei che dovevano superare un cancello azionabile solo attraverso un telecomando e poi una porta blindata. Nella stanza, ampia una ventina di metri quadrati con comodi divani, aria condizionata e lettori dvd, sono state trovate anche 100 dosi di cocaina confezionata per la vendita per un valore di 10mila euro e 7000 euro in contanti. Ad una decina di metri di profondità è stato persino scoperto un poligono di tiro fai da te: sulle pareti buchi di proiettili e, a terra, ancora i bossoli sparati. Per la polizia che l'ha scoperto durante un blitz a casa di Antonio Grimaldi sarebbe stato utilizzato per testare le armi. Forse anche dai sicari di Cosa Nostra."Complimenti al questore ed alla polizia di Palermo per la brillante operazione che scopre ed elimina un punto riferimento nel quartiere Zen": queste le parole del sen. Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e componente della commissione Antimafia. "Se qualcuno ne avesse dubitato, oggi c'è la conferma che, ancora, zone della città di Palermo - aggiunge - sono presidiate da una mafia che predispone di nascondigli, covi, vie di fuga ed un poligono sotterraneo di tiro. Dobbiamo tenere la guardia alta - conclude Vizzini - perché lo scontro è ancora duro e la vittoria finale passa per la cattura di tutti i latitanti, l'inasprimento del carcere duro e la confisca di tutti i beni dei mafiosi".
23/11/2008
Fonte: La Sicilia

sabato, novembre 22, 2008

La mamma dei coglioni è sempre incinta...Sempre..

PALERMO - "Liberate Riina" è quanto è stato scritto la notte scorsa con vernice rossa sul muro di una palazzina in via Antonio di Rudini a Palermo, nei pressi della stazione centrale. Il messaggio, che si trova tra le vetrate di un bar della zona, è a caratteri cubitali. Un altro messaggio, scritto sempre con vernice, riguarda, invece, l'eliminazione del 41 bis, anche se la prima parte del messaggio in qualche modo è stata cancellata sempre dalla stessa mano e con la stessa vernice rossa.
21/11/2008
Fonte: La Sicilia

giovedì, novembre 20, 2008

Si riapre l'inchiesta sull'Addaura...

CALTANISSETTA - La Procura della Repubblica di Caltanissetta ha aperto una nuova inchiesta sul fallito attentato al giudice, Giovanni Falcone, sventato il 21 giugno 1989 nella villa a mare dell'Addaura, a Palermo. I magistrati hanno iscritto una persona nel registro degli indagati. Si tratterebbe di un mafioso di Palermo accusato di essere fra gli esecutori materiali e che fino adesso non è stato mai sfiorato dalle indagini. Il nuovo retroscena è stato raccontato ai pm nisseni dal collaboratore di giustizia, Angelo Fontana, un sicario delle cosche di Palermo condannato all'ergastolo. Secondo il pentito, in seguito al fallito attentato a Falcone, venne ucciso uno spacciatore la cui colpa era stata quella di aver assistito alle fasi esecutive del commando che piazzò la borsa con l'esplosivo tra gli scogli, a pochi metri dalla riva, a fianco del passaggio obbligato che dalla villa in cui alloggiava il magistrato conduceva al mare. Il testimone ucciso era Francesco Paolo Gaeta, il quale, secondo Fontana, aveva assistito, per caso, mentre faceva il bagno nel mare dell'Addaura. Fra i nomi che il collaboratore ha fatto c'è anche quello di Angelo Galatolo, 42 anni, condannato a 13 anni in Appello per il fallito attentato. Gaeta, tossicomane, era ritenuto un personaggio inaffidabile. "Per questo motivo - ha rivelato Fontana - Vito Galatolo, padre di Angelo, appariva preoccupato: se a questo lo pigliano, diceva, ci consuma a tutti". Il pentito ha quindi riferito che Vito Galatolo, boss dell'Acquasanta, mai coinvolto nell'inchiesta, in un primo tempo provò a tenere Gaeta sotto controllo, ma in seguito decise di farlo eliminare. Per questo motivo i Galatolo si rivolsero a Fontana, nipote di Vito e cugino di Angelo. Francesco Paolo Gaeta fu ucciso a Palermo il 2 settembre 1992 a colpi di pistola. La causale finora conosciuta di quell'omicidio che costò a Fontana l'ergastolo, fa riferimento ad un regolamento di conti tra trafficanti di droga. Per l'attentato all'Addaura sono già stati condannati a 26 anni di reclusione ciascuno Totò Riina, Salvatore Biondino ed Antonino Madonia, mentre Vincenzo Galatolo, zio di Angelo, a 18 anni, a nove anni e quattro mesi il collaboratore di giustizia Francesco Onorato.
20/11/2008
Fonte: La Sicilia

Ciancimino jr da risentire...

PALERMO - Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia, sarà sentito l'11 dicembre dai giudici della Corte d'Appello di Palermo che lo processano per riciclaggio e fittizia intestazione dei beni. Lo hanno deciso i magistrati del secondo grado, accogliendo la richiesta fatta dall'imputato attraverso il suo legale, l'avvocato Roberto Mangano, ritenendo l'esame "decisivo", ai fini del verdetto.
Nelle scorse settimane, la Procura generale aveva messo a disposizione della corte i verbali degli interrogatori resi da Ciancimino ai pm della dda di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. La difesa di uno dei coimputati, il tributarista Giorgio Lapis, ne aveva chiesto l'acquisizione agli atti del processo, ma la corte aveva respinto l'istanza. Ora, la decisione sull'interrogatorio. Ciancimino in primo grado era stato condannato, in abbreviato, a 5 anni e 8 mesi di carcere.
20/11/2008
Fonte: La Sicilia

mercoledì, novembre 19, 2008

Speriamo sia utile...

PALERMO - Attraverso i giornali i boss mafiosi detenuti avrebbero appreso notizie e controllato l'attività investigativa nel territorio, per questo motivo la lettura dei quotidiani locali è stata vietata in carcere a chi è sottoposto al 41 bis. Il divieto è inserito in una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria emessa nei mesi scorsi, voluta in seguito a indagini scaturite dalle minacce rivolte da boss detenuti a giornalisti o imprenditori, alcuni dei quali sono adesso sotto scorta. Molti mafiosi risultano abbonati a giornali della propria città che ricevevano ogni giorno in cella prima che entrasse in vigore il divieto. Ai detenuti è ancora però concesso leggere i quotidiani nazionali. Il provvedimento è stato impugnato da un boss palermitano, Filippo Guttadauro, al 41 bis da luglio 2006, condannato a 18 anni di reclusione, indicato come favoreggiatore di Bernardo Provenzano, e cognato del boss latitante di Trapani, Matteo Messina Denaro. Il magistrato di sorveglianza di Cuneo, competente perchè Guttadauro è detenuto nel carcere piemontese, ha respinto il ricorso del boss, disponendo il divieto di ricevere e acquistare quotidiani locali dell'area geografica di appartenenza. Il provvedimento del giudice vale fino al 22 aprile 2009. Il magistrato, dopo aver sottolineato lo spessore criminale del boss, ha evidenziato che: "La lettura dei quotidiani locali può favorire a rafforzare un collegamento diretto del detenuto con il sodalizio criminale di appartenenza, tenuto conto del fatto che detti quotidiani offrono una descrizione particolarmente dettagliata degli episodi di cronaca locale e che i detenuti potrebbero avvalersi di tali testate giornalistiche sia per verificare l'avvenuta esecuzione di eventuali ordini veicolati all'esterno, sia per entrare in contatto con personaggi indirettamente coinvolti con l'attività del gruppo di appartenenza". La libertà di informazione viene ritenuta basilare per il magistrato di sorveglianza, il quale, proprio su questo punto dice: "Viene in ogni caso salvaguardata attraverso l'acquisto di quotidiani nazionali che riportano le più importanti notizia di cronaca, generalmente in modo meno dettagliato e particolareggiato di quanto faccia la stampa locale".
18/11/2008
Fonte: La Sicilia

A volte mi piace ricordare la frase della foto...

PALERMO - Si è conclusa con quattro rinvii a giudizio e 14 richieste di rito abbreviato l'udienza preliminare, celebrata dal gup Marina Petruzzella, a carico di 18 tra capi, gregari ed estortori delle cosche palermitane della Noce, Altarello e Cruillas, imputati, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di droga, estorsione e favoreggiamento. Uno degli imputati, un commerciante accusato di avere favorito Cosa nostra, negando di avere ricevuto richieste di pizzo, paradossalmente ha assunto la duplice veste di imputato e parte civile, in quanto il giudice ha ammesso la sua richiesta di costituirsi in giudizio contro i boss. I quattro rinviati a giudizio saranno processati dalla V sezione del tribunale il 16 febbraio prossimo. Gli abbreviati si terranno il 19 gennaio davanti al gup Petruzzella. Sono state ammesse come parti civili, oltre al commerciante accusato di favoreggiamento e ad un'altra operatrice economica, le associazioni Addiopizzo, Confindustria Palermo, il centro Pio La Torre, Confcommercio, SOS Impresa, il coordinamento delle vittime dell'estorsione, Solidaria, la Federazione Italiana Antiracket e la Provincia di Palermo. Il rinvio a giudizio è stato disposto per Alessandro Di Grusa (fratello del genero del boss Vittorio Mangano), per anni fattore della villa milanese di Arcore del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Alessandro Alessi, Salvatore Sansone e Ferdinando La Innusa.L'abbreviato è stato disposto per Emilio Briamo, Marcello Carrozza, Paolo Castelluccio, Domenico Di Giovanni, Antonio Di Martino, Daniele Formisano, Giuseppe Geraci, Giovanni Giordano, Gaetano Leto, Girolamo Monti (reggente della cosca del Borgo Vecchio), Daniele Riccobono, Enrico Scalavino, Giancarlo Seidita, Pietro Tumminia (reggente della famiglia di Altarello).
19/11/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, novembre 18, 2008

Maxi sequestro a Grigoli..

TRAPANI - La Direzione investigativa antimafia ha sequestrato un patrimonio mobiliare e immobiliare di circa 700 milioni di euro all'imprenditore Giuseppe Grigoli, 60 anni, che operava prevalentemente nel mondo della grande distribuzione alimentare, con la gestione esclusiva, nella Sicilia Occidentale, dei supermercati a marchio "Despar". Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Trapani. Grigoli, originario di Castelvetrano (Trapani), era stato arrestato il 20 dicembre dell'anno scorso per concorso esterno in associazione mafiosa perchè accusato di essere il 'cassiere' del boss latitante Matteo Messina Denaro. A gennaio scorso erano stati sequestrati all'imprenditore beni per un valore di 300 milioni di euro. Il provvedimento era stato firmato dal gip Donatella Puleo ed eseguito dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia. La misura di prevenzione patrimoniale di oggi riguarda una "serie di attività e movimentazioni finanziarie svolte dalle società Gruppo 6 Gdo e Grigoli distribuzione nonchè da altre numerose gruppi satelliti, facenti capo all'imprenditore". Tutti i beni sequestrati. Dodici società, 220 fabbricati tra palazzine e ville e 133 appezzamenti di terreno per 60 ettari circa di terreno. Le aziende sequestrate comunque, assicurano dalla Direzione investigativa antimafia, "non subiranno ripercussioni negative, nè interruzioni sotto il profilo della conduzione delle attività, essendo garantiti dagli amministratori nominati dal Tribunale tutti i rapporti commerciali e contrattuali attualmente in essere, specie quelli diretti a tutelare il personale". La vicenda giudiziaria di Grigoli, sostiene la Dia, "conferma l'ipotesi di una infiltrazione mafiosa a carattere strategico nel settore della grande distribuzione alimentare in Sicilia".
18/11/2008
Fonte: La Sicilia

Fermiamoci a pensare un attimo...

Una grande holding con un “fatturato” complessivo di 130 miliardi di euro e un utile che sfiora i 70 miliardi, al netto degli investimenti e degli accantonamenti. È la Mafia spa, prima azienda italiana per fatturato ed utile netto, ed una delle più grandi per addetti e servizi. Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro, una cifra intorno al 6% del PIL nazionale. Ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi, qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160 mila euro al minuto. Queste cifre da capogiro sono elencate nell’undicesimo rapporto di SOS Impresa-Confesercenti “Le mani della criminalità sulle imprese”, presentato oggi a Roma. Cresce il settore dell’usura, che colpisce circa 180 mila commercianti. E cresce il peso economico della contraffazione, del gioco clandestino, delle scommesse e dell’abusivismo (il cui giro di affari è attorno ai 10 miliardi annui). Ma le mafie si infiltrano in importanti segmenti di mercato, dalla macellazione ai mercati ittici, dalla ristorazione ai forni abusivi e panifici illegali, dal settore turistico ai locali notturni, fino al “racket del caro estinto”, che colpisce il settore dei funerali. Si estende l’area della “collusione partecipata”, che investe il Gotha della grande impresa italiana, focalizzando l’attenzione sui possibili intrecci mafia e segmenti della grande distribuzione. “Vogliamo evidenziare - si legge nel rapporto - il diffondersi, tra alcuni imprenditori, di una doppia morale, per la quale ci si mostra ligi alle regole dello Stato e del mercato quando si opera al centro-nord Italia, e con molto disinvoltura ci si adegua alle regole mafiose se si hanno interessi nel sud Italia. Un comportamento censurabile che rappresenta un riconoscimento della sovranità territoriale alle organizzazioni mafiose, a danno dei principi di leale concorrenza e di liberta’ di impresa”. Mafia SpA controlla i traffici illegali detenendo quote di maggioranza nelle “famiglie”, nei “clan” e nelle “‘ndrine” che trafficano in droga, esseri umani, armi e rifiuti, nonché nel racket delle estorsioni e, in parte, nell’usura. Le sue aziende, quasi sempre a conduzione familiare, ma con stringenti logiche aziendali, intervengono anche nell’economia legale, ora direttamente assumendo il controllo maggioritario, ora in compartecipazione con negozi, locali notturni, imprese edili o della grande distribuzione. Quattro le grandi holding company nelle quale è suddivisa: Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita. Ciascuna di esse, a loro volta, si suddividono in societè piccole e medie, autonome l’una dall’altra, ma con uno stesso modello gerarchico. L’attività imprenditoriale delle mafie ha prodotto un’organizzazione interna tipicamente aziendale, con tanto di manager, dirigenti, addetti e consulenti. Prima di tutto, le attività criminali da casuali sono diventate permanenti, quotidiane. La gestione delle estorsioni, dell’usura, dell’imposizione di merce, dello spaccio di stupefacenti, necessita di un organico in pianta stabile, che ogni giorno curi la riscossione del “pizzo”, allarghi la “clientela”, diversifichi le “opportunità”, conosca e tenga a “bada” la concorrenza, salvaguardi regolare la sicurezza dell’organizzazione dai componenti “infedeli” o dal controllo delle forze dell’ordine, gestisca e reinvesta il patrimonio. Il Capo-cosca funge da Amministratore delegato e deve rendere conto periodicamente ai “soci” dell’andamento economico e finanziario dell’azienda-clan, e discutere con essi le strategie “aziendali”, condividere le operazioni e gli investimenti piu’ rilevanti, nonché risolvere le questioni interne all’azienda-clan, che potrebbero minarne la compattezza e la solidità. I clan, attenti alle proprie “risorse umane”, riconoscono premi di produzione ai “picciotti” ed, in alcuni casi, pagano addirittura gli straordinari. L’interesse delle organizzazioni mafiose non riguarda solo i settori su cui c’è ormai una consolidata letteratura, quali comparti privilegiati di investimento (edilizia, smaltimento dei rifiuti, commercio, autotrasporto): i mafiosi sono in grado di condizionare ampi comparti economici, da quello immobiliare alla sanità, dai servizi alle risorse idriche. Le organizzazioni mafiose anche segmentando il loro ruolo sono in grado di condizionare tutta la filiera agroalimentare: dalla produzione agricola all’arrivo delle merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla grande distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione. Il fatturato del mercato ittico attira fortemente le organizzazioni criminose, che sempre piu’ necessitano di introiti oltre che sicuri anche redditizi. E’ calcolato infatti attorno ai 2 miliardi il fatturato del settore (escludendo il fatturato della pesca di frodo) con un totale di oltre 8.500 esercizi al dettaglio coinvolti. Nel napoletano si contano 1.300 forni abusivi (nel solo comune di Afragola vi sono 17 panifici legali e 100 illegali) dove si usa qualsiasi tipo di combustibile, 2.500 panifici illegali, il prezzo si aggira su 2.00/2.50 euro al chilo, a fronte di 1.80/2.00 euro di quello legale, eppure è il più venduto, la domenica mattina le file sono interminabili. Si calcola che il business si aggiri sui 500 milioni di euro. Chi acquista queste pagnotte non solo le paga più del prezzo corrente, ma corre anche seri rischi per la salute. Nei forni abusivi infatti viene bruciato di tutto: dal legno laccato agli scarti di falegnameria, infissi, mobili e, in alcuni casi, il legno delle bare, dopo la riesumazione dei cadaveri. E se questi sono i combustibili, figuriamoci le farine usate. In questi ultimi anni il peso della criminalità diffusa è cresciuta sia come numero dei reati che come costi che la collettività interaè costretta a sopportare, conclude il rapporto di SOS Imprese. Nell’anno passato tutti i reati predatori sono aumentati e le rapine, il reato più pericolo e odioso, alla fine del 2006 hanno superato quota 50.000 con un trend di crescita che non conosce interruzione da almeno un decennio.



Fonte: Panorama

A Opera...

MILANO - "Tiriamo la vita avanti", dice Totò Riina. Il vecchio boss malato ma sereno, che con filosofia si rassegna al fluire del tempo, che riempie pagine di lettere, chino sullo scrittoio. "Perché mi hanno tolto la televisione?, che ho fatto?" chiede, stizzito, Francesco Schiavone. Il nuovo boss che ringhia, che allude. La barba grigia e incolta del Capo dei Capi. Quella scura, lunga e curata di Sandokan. Il padrino di Cosa Nostra di qua, il re dei Casalesi di là. Area riservata 41 bis, carcere di Opera. Due tunnel super blindati - una cinquantina di passi - separano le vite in gabbia di Totò Riina e di Francesco Schiavone. Sono le due facce di chi ha ucciso e fatto uccidere e ora, nella pancia di questo cubo di cemento, il più sorvegliato d'Italia, si presentano con espressioni diverse. Una, quella di Riina, sembra quietata; l'altra per niente. Settantotto anni e dodici ergastoli uno, 54 anni e una recente condanna (processo Spartacus) al carcere a vita l'altro. Carriere criminali costruite in due piccoli paesi - Corleone e Casal di Principe - che con loro sono entrati nell'empireo di mafia e camorra, assurgendo - da semplici toponimi - a spietate organizzazioni criminali (i corleonesi, i casalesi). Riina e Schiavone sono in carcere dal '93 e dal '98. Sottoposti al regime più duro, le aree riservate del 41 bis, quelle delle telecamere in cella, della socialità limitata (due ore) e con un solo "vicino", dei colloqui con il vetro. Una "bolla" invisibile al mondo. Perché nessuno, a parte i parlamentari, può entrare in queste aree. Il deputato radicale Maurizio Turco, l'altro giorno, è piombato a Opera chiedendo di potere visitare i detenuti-fantasma ("Il governo dovrebbe consentire ai giornalisti di vedere e fare vedere come vivono questi detenuti, servirebbe come spot anti-mafia per i giovani che, vedendo solo il lato vincente del potere e non quello della sconfitta, del abbrutimento, del carcere a vita, continuano a farsi affascinare dai clan criminali"). "Le fiere in gabbia" come li chiamano gli agenti penitenziari e come, al contrario - lo ha detto esplicitamente il 16 giugno in video-conferenza dal carcere de L'Aquila dove era detenuto prima - non vuole essere considerato "Sandokan" Schiavone. Sono sei, nel penitenziario milanese, i detenuti del 41 bis. Turco ha trascorso un'ora e mezza nel girone dei dannati, faccia a faccia con alcuni dei boss di maggiore spessore criminale del Paese. I primi a ricevere la sua visita sono stati proprio Riina e Schiavone. Barba incolta, dimagrito, camicia scura, l'uomo che ordinò le stragi dei magistrati Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e le bombe di Roma, Firenze e Milano nel 1993, è seduto davanti al tavolino sistemato sul lato destro della cella due metri per tre. Nella sua "casa" ci sono un armadio aperto con dentro i vestiti, un muretto altro un metro e cinquanta che separa il bagno, il letto. Il ministro Alfano ha deciso di inasprire il regime di 41 bis e di ampliarne l'applicazione, con un emendamento bipartisan al ddl sulla sicurezza approvato l'altro giorno in commissione giustizia al Senato. "L'unica cosa che voglio che si sappia è che Totò Riina è un detenuto modello", dice il vecchio boss. Lo ripete come un mantra. Tre volte. "Sono un detenuto modello". Quattro anni fa - sempre a Turco - consegnò questa frase sibillina: "Dica a Roma che non parlo". La Capitale, dunque il governo, dunque lo Stato al quale lanciò una sfida sanguinaria, fu anche al centro delle confidenze che Riina fece nel 2001 a Salvatore Savarese, un detenuto selezionato dal Dap per pranzare e parlare con il boss nel carcere di Ascoli Piceno: "Io sono il parafulmine d'Italia - si fece scappare - ma io, meschino, ho sempre travagliato, la vera mafia sta a Roma...". Quando Turco gli domanda come sta (ha tre by pass e ha subito due infarti), il capo dei corleonesi stringe le spalle. Il volto è sereno, da vecchio capo ora rassegnato. Risponde: "Tiriamo la vita avanti". E la vita di Riina in carcere scorre tra le due ore di socialità al mattino (ha chiesto una cyclette per tenersi in forma), la lettura dei giornali (immancabile La Gazzetta dello Sport), le lettere che scrive continuamente alla moglie Ninetta Bagarella e ai quattro figli, e la televisione dove segue le imprese di Valentino Rossi e le partite di calcio. Sul piccolo schermo nei mesi scorsi non si perse nemmeno una puntata de "Il Capo dei Capi", la fiction sulla sua vita. Il commento sulla serie televisiva suonò tutto sommato benevolo: "Capirei se fossi morto, ma non lo sono ancora. Potevano aspettare un po' per questo film, no?". La televisione, in carcere, specie quando non c'è, può diventare anche fonte di angoscia. A cinquanta metri dalla cella di Riina c'è quella che ospita Francesco Schiavone. Tono grave, sguardo rabbioso: "Perché dal 9 agosto me l'hanno tolta?", chiede il boss che ha trasformato i Casalesi nel clan più violento e temuto d'Italia? Come se Sandokan volesse ignorare tutto quello che da agosto a oggi è successo. Le minacce a Roberto Saviano (fatte arrivare anche dall'aula di un tribunale attraverso la lettura di un testo da parte del suo avvocato), la strategia sanguinaria messa in atto dalla camorra casertana contro pentiti, rivali e extracomunitari. "Sono in 41 bis da 10 anni - racconta Schiavone - e da 5 in isolamento totale. Se voglio fumare devo chiedere l'accendino alle guardie. E il 9 agosto - non so perché - mi hanno tolto la televisione (misura prevista dal 14 bis, un ulteriore restringimento delle condizioni di detenzione). Che cosa ho fatto? Perché?". La vecchia mafia di Riina e la nuova camorra di Schiavone si specchiano nel "cubo" di Opera. Tutti e due mandano un messaggio allo Stato al quale hanno fatto la guerra. Uno pensa a campare, l'altro abbaia.

Fonte: La Repubblica

domenica, novembre 16, 2008

Tanti dubbi è dire poco...Sta gente non sa di chi parla...

Roma - Il senatore Giuseppe Pisanu è stato eletto presidente della Commissione Parlamentare Antimafia. Pisanu ha ottenuto 32 voti e 18 schede bianche. I componenti della Commissione bicamerale sono in tutto 50, di cui 40 per la prima volta componenti della commissione di San Macuto. Non testata la nomina dei due vicepresidenti e del segretario della Commissione poiché è stata accettata dal neo-presidente la richiesta di rinvio avanzata dal senatore Vizzini. Il rinvio è stato deciso, ha spiegato Giuseppe Lumia del Pd, anche per la coincidenza dei lavori in Aula alla Camera e al Senato. Dovrà essere fissata la data per una nuova convocazione per l’elezione dei vicepresidenti. Fini: "Grande esperienza" Il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha telefonato al presidente neo eletto della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, per rivolgergli le proprie vive congratulazioni per il delicato incarico conferitogli. Fini ha sottolineato, riferisce una nota della Presidenza della Camera, quanto "la grande e lunga esperienza di Pisanu potrà contribuire alla prioritaria lotta ad ogni forma di criminalità organizzata e al parallelo rafforzamento della cultura della legalità, presidio di ogni società democratica". Finocchiaro: "Competenza e affidabilità" "Rivolgo a Giuseppe Pisanu, anche a nome delle senatrici e dei senatori del Pd, molti auguri di buon lavoro per l’incarico che riceve oggi. Sono certa che sarà un ottimo presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, di grande competenza, affidabilità, sensibilità istituzionale". Lo dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato. "La sua esperienza e il suo equilibrio - conclude la Finocchiaro - costituiscono una garanzia per il lavoro della Commissione Antimafia e daranno certezza e forza alla lotta che il nostro Stato sta conducendo, con successo, insieme alle tante forze sane della società civile, contro la criminalità organizzata". Alfano: "Offensiva antimafia senza precedenti" "Saluto con grande soddisfazione l’elezione del senatore Beppe Pisanu alla presidenza della Commissione parlamentare antimafia perchè conosco bene l’integrità morale e il profondo senso dello Stato che ha dimostrato nello svolgimento degli incarichi fin qui ricoperti, prezioso bagaglio per un ruolo tanto delicato"". Lo afferma, in una nota, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. "La sua elezione -prosegue il guardasigilli- non poteva ricadere in un momento più straordinario di quello attuale sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. L’impegno antimafia dimostrato da questo Governo ha, infatti, preso forma con l’approvazione di una serie di norme, come ad esempio il pacchetto sicurezza, i provvedimenti relativi alla confisca dei patrimoni mafiosi, l’inasprimento del regime del carcere duro per i boss ed altre ancora che seguono il regolare iter parlamentare". "Con le nuove leggi il Governo ha messo in campo una offensiva antimafia senza precedenti, forse la più grande che si ricordi dai tempi di Falcone al ministero della Giustizia, che ha già raggiunto importanti risultati. Ora -conclude Alfano- con Pisanu al timone della Commissione antimafia, è stato posto un ulteriore tassello nella strategia di aggressione dell’anti-sistema mafia. A lui invio i più sinceri auguri di buon lavoro".

Fonte: Il Giornale

2 mln di euro di sequestri..

PALERMO - Maxi sequestro di beni alla cosca di Brancaccio a Palermo. I sigilli sono scattati per terreni, immobili e aziende per un valore complessivo di oltre due milioni di euro. Nel mirino della Guardia di finanza i beni di Lorenzo D'Arpa, già condannato per mafia e finito di nuovo in carcere lo scorso gennaio per aver intestato i suoi beni a dei prestanome. Le Fiamme gialle gli hanno sequestrato un distributore di carburante in via Messina Marine, una ditta di pulizie, immobili e otto conti correnti. Per altri due mafiosi, invece, i giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale hanno deciso la confisca dei beni. Si tratta di Luigi Fabio Scimò, condannato a 16 anni per mafia ed estorsione e braccio destro del chirurgo e superboss Giuseppe Guttadauro, e di Carmelo Rizzo, anche lui condannato per mafia.
15/11/2008
Fonte: La Sicilia

Vendetta all'interno del clan..

CATANIA - È la vendetta maturata probabilmente all'interno dello stesso clan Sciuto-Tigna la pista privilegiata dagli investigatori che indagano sulla morte di Giacomo Spaletta, 51 anni, il presunto reggente della cosa assassinato ieri mattina a Catania con diversi colpi di pistola. Secondo quanto emerso dalle prime fasi delle indagini la vittima aveva dei nemici 'interni' allo stesso gruppo che avrebbero agito per vendicarsi di una sua decisione non condivisa. Per questo indagini sono in corso da parte della Squadra mobile della Questura per verificare se esistono collegamenti con la morte di un altro esponente di spicco della stessa 'famiglia' mafiosa: quella del sorvegliato Sebastiano Fichera, di 37 anni, assassinato il 26 agosto scorso nel rione Nesima. Ambienti investigativi qualificati parlano di "timori di rappresaglie" e che il delitto "possa scatenare una faida" mafiosa. Ipotesi legate alla pista dell'omicidio di pulizia "interna" che, secondo questa tesi, saranno più chiari nelle prossime 48 ore. Le indagini della polizia sono coordinate dal procuratore capo Vincenzo D'Agata e dal sostituto della Dda etnea, Andrea Ursino.
15/11/2008
Fonte: La Sicilia

venerdì, novembre 14, 2008

9 condanne a Torino per clan catanesi

TORINO - Nove condanne, tre delle quali all'ergastolo. Sono le pene che il pm Onelio Dodero ha chiesto oggi, davanti alla seconda sezione della Corte d'Assise di Torino, nel processo per la faida fra clan catanesi che, all'inizio degli anni 2000, si lasciò alle spalle una lunga scia di sangue. "Per fare il giudice ci vuole coraggio - è stato uno dei passaggi della requisitoria di Dodero - chi fa questo mestiere non deve avere paura". Poi la citazione di un libro di Giuseppe Ayala dedicato a Falcone e Borsellino: "Chi ha paura - ha detto - muore ogni giorno". Il processo, che proseguirà domani con le arringhe della difesa, prende le mosse dalla lotta criminale tra due pericolosi clan catanesi per il controllo di Torino. Le indagini, condotte dalla squadra mobile della questura e dal reparto operativo dei carabinieri, sono partite dagli omicidi di Vincenzo Casucci e Pietro Fortunato, uccisi nel giugno del 2000 e nel luglio 2002. Le accuse nei confronti degli arrestati, tutti residenti a Torino ma di origini siciliane, vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso all'omicidio.
13/11/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, novembre 11, 2008

Tritolo dalla Sicilia...

NAPOLI - I 50 chili di tritolo che sarebbero in possesso del gruppo stragista del clan dei Casalesi, l'ala terroristica guidata dal latitante Giuseppe Setola, potrebbero essere arrivati dalla Sicilia. È una delle ipotesi degli investigatori che indagano sull'allarme registrato dall'intelligence che indaga su Setola. I pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli hanno appreso dal boss palermitano dichiarante, Gaspare Spatuzza, che era un sicario dei capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, che a partire dal 1993 Cosa nostra ha inviato a Napoli grosse quantità di tritolo per saldare un accordo fra le cosche mafiose. Spatuzza racconta che dopo le stragi di Falcone e Borsellino, Cosa nostra strinse un'alleanza con la camorra, tanto che al clan di Secondigliano venne inviato da Palermo un grosso quantitativo di tritolo da impiegare per attentati. I magistrati della Dda di Napoli su questa vicenda hanno aperto un'inchiesta, parallela a quella sulla ricerca dei 50 chili di tritolo che sarebbero in mano a Setola, e stanno accertando se l'accordo fra i siciliani e i campani è ancora in piedi, anche per valutare se dalla Sicilia può ancora arrivare esplosivo. Nei prossimi giorni i magistrati andranno ad interrogare Spatuzza, che ha ancora tempo fino al 23 dicembre per raccontare, secondo la legge sui collaboratori di giustizia, tutto quello che è a sua conoscenza. Spatuzza ha già raccontato ai magistrati che Cosa nostra sarebbe in possesso di grandi quantità di tritolo che ha distribuito oltre che alla camorra, anche alla 'ndrangheta. La polveriera della mafia, secondo Spatuzza, è nascosta in fondo al mare davanti alla costa fra la borgata palermitana di Sferracavallo e Capaci. Si trova nei fondali dove vi sono decine di siluri inesplosi lanciati durante la seconda guerra mondiale. Secondo il dichiarante, da questi ordigni esperti subacquei avrebbero prelevato in passato diverse quantità di tritolo, e una parte di questo esplosivo è stato inviato al clan di Secondigliano a Napoli. Proprio su questa costa, nel 2001 la polizia di Stato ha trovato a Palermo 80 chili di tritolo e dieci detonatori sistemati dentro alcuni sacchi di plastica. Erano nascosti fra le rocce. Fuori dal proprio involucro il tritolo ha l'aspetto di un masso. In passato è stato utilizzato da uomini del clan di Brancaccio a cui apparteneva Spatuzza, per mettere a segno un attentato contro la caserma della polizia stradale di Lercara Friddi (Palermo). Per avere un'idea della potenzialità di questo tritolo occorre ricordare che nella strage di Via D'Amelio, in cui vennero uccisi il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta, ne vennero usati circa 60 chili.
10/11/2008

Fonte: La Sicilia

sabato, novembre 08, 2008

Minacce continue per il pm Vaccaro

PALERMO - Gli investigatori stanno indagando su una serie di telefonate anonime con minacce di morte ricevute dal pubblico ministero di Palermo, Laura Vaccaro, da anni impegnata in delicate inchieste sui reati contro la pubblica amministrazione e sulle cosche del palermitano. Gli inquirenti reputano le intimidazioni assai inquietanti. È il quarto giudice minacciato nelle ultime settimane a Palermo.
Le telefonate alla Vaccaro sono state fatte tutte da cabine telefoniche e senza l'uso di schede: circostanza che ha reso impossibile l'individuazione degli autori.
Gli episodi sono stati preceduti da altre minacce che risalgono al luglio scorso, quando una lettera anonima venne lasciata nell'abitazione dei famigliari del magistrato. Inspiegabilmente, però, nonostante la rilevanza delle minacce il pm, che è stato sottoposto a misura di protezione per circa 10 anni, è senza scorta.
In passato - è il motivo per il quale le venne assegnata la tutela - Vaccaro ha rappresentato la pubblica accusa contro le cosche gelesi chiedendo e ottenendo decine di ergastoli.
08/11/2008
Fonte: La Sicilia

Sequestri per 2 mln e mezzo di euro a De Simone..

PALERMO - I poliziotti dell'ufficio misure di prevenzione della Questura di Palermo hanno sequestrato beni per un valore complessivo di due milioni e mezzo di euro riconducibili a Giovanni De Simone, 46 anni, arrestato per associazione mafiosa lo scorso febbraio nell'operazione 'Old Bridge' dalla Squadra mobile.
Si tratta di aziende, beni immobili e mobili e conti correnti. Il provvedimento è stato emesso dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale, che hanno accolto la proposta avanzata dal questore, Alessandro Marangoni, il quale aveva disposto accertamenti sul patrimonio di De Simone, considerato referente degli investimenti della cosca di Brancacccio.
L'uomo era stato individuato dalla polizia nelle intercettazioni dell'operazione e in particolare quelle di Andrea Adamo, allora reggente della famiglia mafiosa di Brancaccio.
L'analisi delle conversazioni e le indicazioni desunte dallo studio dei 'pizzini' di Bernardo Provenzano, hanno permesso di ricostruire il ruolo di primo piano rivestito da De Simone nell'ambito della cosca di Brancaccio, legata al capo mafia Salvatore Lo Piccolo.
Le indagini della polizia di Stato che hanno permesso di portare al sequestro di beni per un valore di due milioni e mezzo di euro, hanno fatto emergere come la cosca mafiosa di Brancaccio avesse cominciato a inserirsi in un settore economico legale in continuo sviluppo come quello delle lotterie istantanee "Gratta e Vinci". I boss si sarebbero serviti di una società intestata a Giovanni De Simone, la "Game Distribuzione di De Simone Giovanni".
Per gli investigatori questo sistema comportava l'imposizione, agli esercizi commerciali che ne curano la vendita al minuto, dell'acquisto dei tagliandi della lotteria istantanea da parte della società di De Simone, secondo la logica tipica del sistema mafioso.
08/11/2008
Fonte: La Sicilia