venerdì, maggio 30, 2008

Schillaci non si presenta...

PALERMO - Chiamato a deporre come teste dell'accusa in un processo alla cosca mafiosa della Noce, dà forfait per la seconda volta. Un comportamento, quello dell'ex attaccante della Nazionale, Totò Schillaci, che non è piaciuto al presidente del collegio, Vittorio Alcamo, che ha inflitto al bomber di Italia '90, un'ammenda di 200 euro. Contestualmente il magistrato ha diffidato il testimone a presentarsi alla prossima udienza, minacciandolo, in caso contrario, di accompagnamento coattivo. Schillaci, che ora gestisce a Palermo la scuola per giovani calciatori, Louis Ribolla, era socio di uno degli imputati del processo, Eugenio Rizzuto, accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Secondo il pm Maurio De Lucia, il teste avrebbe chiesto l'intervento dell'amico presso la "famiglia" mafiosa in relazione a una serie di furti e danneggiamenti subiti nella struttura sportiva.
29/05/2008
Fonte: La Sicilia

giovedì, maggio 29, 2008

1 mln e mezzo di euro di beni confiscati...

Beni per oltre un milione e mezzo di euro sono stati definitivamente confiscati dalla Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta all’avvocato Raffaele Bevilacqua, ritenuto il presunto capomafia di Enna sul cui capo graverebbero un numero imprecisati di omicidi. Detenuto dal 2003, Bevilacqua risulta dalle indagini avere avuto rapporti con diversi esponenti politici con i quali avrebbe combinato una serie di affari di natura illecita. Tra i politici frequentati dal capomafia dell’ennese, spicca il nome dell’ex diessino Wladimiro “Mirello” Crisafulli, già vicepresidente dell’Assemblea regionale siciliana e attuale senatore nelle fila del Partito Democratico. Il politico, per intenderci, al quale il partito di Veltroni aveva assicurato una postazione sicura in lista alle elezioni nazionali del 13 e 14 aprile scorso mentre, in un primo momento, aveva addirittura escluso dalle candidature Peppe Lumia, ex Presidente della commissione parlamentare antimafia sempre in prima fila nella lotta contro Cosa nostra. Candidatura, quest’ultima, poi recuperata grazie alla pressione esercitata sul PD da pezzi della società civile, da diverse associazioni antimafia e da esponenti politici appartenenti ad altri partiti. Ma torniamo al punto. La notizia che intercorrevano rapporti tra l’allora vicepresidente dell’Assemblea regionale siciliana e il boss di Enna diventa di dominio pubblico nell’estate del 2003, contestualmente all’iscrizione nel registro degli indagati per favoreggiamento a Cosa nostra del governatore dell’Isola, Salvatore Cuffaro, al secolo “Totò vasa vasa”. Ma l’episodio dal quale si evince inequivocabilmente l’esistenza delle relazioni pericolose da parte dell’ex esponente politico diessino risale al 19 dicembre del 2001 e sta racchiuso in un video-audio, registrato dagli uomini della squadra mobile di Enna nell’ufficio del direttore dell’Hotel Garden di Pergusa (En). Nel filmato, il boss Bevilacqua e il politico Crisafulli, i quali incontrandosi si sono scambiati un bacio sulle guance, vengono ritratti mentre discutono in maniera pacata e distesa di politica e appalti. Ma per dare un idea dei rapporti che intercorrevano tra i due, si riporta di seguito un pezzo della loro conversazione a proposito dell’assegnazione di un appalto. «A chi lo hai dato?», chiede Bevilacqua. «Agli unici che lo possono fare. I fratelli Gulino», risponde Crisafulli. Segue una discussione dalla quale risulta palese che il boss appare assai contrariato per la decisione presa, ma l’esponente politico diessino tronca le lamentele dicendo: «Fatti i cazzi tuoi». Per la cronaca, la Procura competente nel febbraio del 2004 chiese e ottenne dal Giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del caso in quanto quel colloquio tra Crisafulli e il boss Bevilacqua non avrebbe portato alcun beneficio a Cosa nostra. Ma quanto hanno scritto i pubblici ministeri nel richiedere l’archiviazione è quanto meno emblematico. «E’dimostrata da parte del Crisafulli la disponibilità a mantenere rapporti con il Bevilacqua – scrivono i pubblici ministeri – accettando il dialogo sulle proposte politiche dello stesso, ascoltando la sua istanza e rispondendo alle domande sulle possibili iniziative politico amministrative, in particolare in materia di finanziamenti e appalti […] Un complesso di contatti e disponibilità al dialogo di inquietante valenza – scrivono ancora i pm – il solo fatto che un autorevole rappresentante politico incontri un personaggio del quale non poteva ignorare (ogni contraria ipotesi appare irrealistica […] la nota caratura nel contesto dell’illiceità mafiosa, è fatto troppo grave perché sia il caso di insistere […] La pubblicità dell’incontro – concludono i pubblici ministeri – enfatizza in tutti i presenti al congresso l’idea di stabili contatti mafia-politica, con ovvio vantaggio per la prima». Dopo questo pistolotto, ci si sarebbe aspettata quanto meno la richiesta di un rinvio a giudizio. E’ arrivata, invece, l’archiviazione. E mentre Berlinguer si rigira nella tomba, Crisafulli fa bella mostra di se in quel del Senato.
Fonte: liberoreporter

Intervista a Lirio Abbate

Da mesi la sua vita la divide con la scorta che lo segue passo passo per proteggerlo da chi lo vuole uccidere. Lirio Abbate, giornalista dell’Ansa e autore insieme con Peter Gomez del libro “I complici: tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al parlamento” ha commesso il solo sbaglio di raccontare i fatti, di parlare dei personaggi di Cosa Nostra e dei politici collusi facendo nomi e cognomi. E ora sta pagando a caro prezzo la sua passione di informare gli italiani del male che da secoli affligge il loro Paese: la mafia. Perché è stata la mafia a uccidere i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed è sempre lei a controllare la vita e l’economia di Comuni e intere zone della grandi citta siciliane. Ed è ancora lei a decidere chi è degno di salire e chi invece merita di soccombere. Con Lirio Abbate abbiamo parlato della mafia di oggi e di quella di domani, senza dimenticare quanto di brutto e di tragico è avvenuto in questi anni. Partiamo da venerdì scorso, l’anniversario della strage di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone insieme con la sua scorta. Com’è cambiata la Sicilia da allora? «Ci sono tanti aspetti che vanno valutati. Il primo è un aspetto sociale: dopo le stragi del ’92 la gente faceva le fiaccolate, le marce, le catene umane e in qualche modo protestava. Era l’onda emotiva che portava le persone, migliaia di persone, a manifestare contro la mafia. Dopo qualche anno questa gente è scomparsa». E oggi questa società civile e responsabile non c’è più». Che cosa è accaduto? «La gente ha dimenticato. La gente dimentica troppo spesso gli omicidi, dimentica troppo spesso che ci sono politici in parlamento che hanno un passato di collusioni morali ed etiche con la mafia. Dimentica e basta. Poi, quando vai a ricordare queste cose nei libri, la politica grida allo scandalo. Purtroppo in Italia siamo così. E, per forza di cose, tendiamo a non ricordare, dimentichiamo troppo in fretta. Forse per colpa della televisione che ci distrae con argomenti più futili». Chi è un mafioso? Come si nasce e come si diventa mafiosi nel 2008? «La mafia si è trasformata e si sta trasformando. Sotto l’aspetto “militare” rimane quella dei pizzini, delle estorsioni e degli omicidi. Ma c’è anche un altro aspetto, quello principale, che noi chiamiamo dei colletti bianchi, che sono in contatto con i boss mafiosi. Sono loro che fanno gli affari e il business». Una mafia in doppio petto insomma… «Negli ultimi 15 anni a Palermo e in Sicilia abbiamo assistito a dei capi mafia, a gente che ordinava degli omicidi, che spesso ordinava anche le persone da candidare alle elezioni e decideva i primari da assumere negli ospedali siciliani. Insomma, dettava legge nell’economia del Meridione. È gente laureata. Negli ultimi anni hanno arrestato come capi mafia primari, avvocati e professionisti di ogni genere. Anche consulenti legali e consulenti fiscali, gente che non porta né la coppola né la lupara in spalla come eravamo abituati a vedere nei vecchi film. Adesso la mafia è ben diversa dal passato ed è strutturata in questa modo». Chi si aspettava i boss stile “Padrino” ne rimarrà deluso. Forse parliamo di gente a cui nessuno penserebbe mai, perché si presenta bene e parla anche un italiano evoluto. Siamo arrivati fino a questo punto? «Adesso la mafia che comanda lo fa grazie ai colletti bianchi. E quando assisti a questi arresti non ci credi. Ascoltando le intercettazioni che hanno portato all’arresto e hanno provato la colpevolezza di queste persone, si rimane letteralmente a bocca aperta. Sono intercettazioni in cui queste persone parlano, si autoaccusano e rivelano il loro spessore criminale e mafioso. Quando in un salotto, un primario già accusato di mafia riceve altri politici e gente di ogni genere della borghesia siciliana e insieme decidono quali primari devono essere assunti e quali politici devono essere candidati, si capisce chiaramente che la mafia è cambiata, che non è più la stessa di qualche anno fa». Una mafia infiltrata ovunque ma, nascosta... Èd è questo aspetto quello più inquietante: la mafia che diventa più silenziosa, diventa anche più pericolosa perché porta in parlamento i propri uomini. E la democrazia e il Paese ne escono inevitabilmente danneggiati. Non esiste pericolo più grande che una democrazia inficiata dal virus della mafia». Diverse volte hai sostenuto che non è necessario aspettare le sentenze per sapere chi è mafioso e chi non lo è. Perché si fa così poco per ripulire la Sicilia dalla mafia? «Non è che si fa poco. Il problema è che c’è grande difficoltà a fare tutto. In Sicilia sappiamo tutti chi sono i mafiosi nelle città e nei piccoli paesi. Sappiamo chi comanda, chi è il capo mafia. Non ci vuole una sentenza di Cassazione per stabilire che uno è il capo mafia della zona. Lo sappiamo perché, vivendoci e stando sul territorio, sappiamo chi gestisce le cose e gli affari, chi ha i contatti con la politica e chi detta il voto al momento delle elezioni. Queste sono regole del vivere del Meridione». Se tutti sanno, qual è il problema? «Il problema è che queste regole del vivere quotidiano non sono però quelle della magistratura che deve, per forza, camminare su dei binari d’acciaio che sono il codice penale e il codice di procedura penale. E oggi, se si deve affrontare un processo e soprattutto se l’imputato o l’indagato di turno è il politico, bisogna portare una valanga di prove. E a volte, anche se porti una montagna di prove o un video dove c’è un politico che si abbraccia e si bacia con un mafioso, non sempre si riesce a dimostrare la colpevolezza. E il politico finisce assolto». Il fatto che uno incontri un mafioso non vuol dire necessariamente che lo sia anche lui? «È vero, ma bisogna distinguere il fatto penale da quello morale ed etico. Quello morale ed etico lo vediamo tutti i giorni e noi sappiamo chi sono queste persone. Il fatto di dimostrare la loro colpevolezza è ben altra cosa. La legge italiana è molto rigida e garantista e quando si è potenti spesso si riesce a farla franca. Vivendo ogni giorno nei tribunali, mi accorgo che la legge non è uguale per tutti. A volte, con gli stessi reati, un mafioso che fa parte dell’ala militare, cioè della prima leva, viene anche condannato. Invece un politico che ha commesso gli stessi reati no». Che cosa impedisce di inchiodare il politico? «Il problema è la legge troppo garantista. La magistratura cerca di fare quello che può. Ma la verità è che si fa fatica a processare i politici in Italia». A questo punto forse è meglio fare qualche esempio per spiegare a cosa ti riferisci quando parli di rilevanza morale ed etica. «L’effetto più pratico è che in Sicilia, come in Calabria o in Campania (le regioni di cui io mi occupo) se ti rubano la macchina o il motorino ed entrano in casa, il 60 per cento delle persone vittime dei reati non va alla polizia a denunciare il reato, ma denuncia il fatto alla persona che comanda la zona. E proprio la persona che comanda quel territorio, gli assicura, dietro pagamento, il ritrovamento di quanto gli hanno rubato. Che cosa significa tutto questo? Noi sappiamo chi comanda la zona, il problema è che ci vogliono le prove. Ma chi vive qui, sa chi è colluso, sa chi è il capo. Spesso però non si può fare niente perché da qui al processo ce ne passa. E la lotta alla mafia, in queste condizioni, diventa sempre più difficile». Chi ha raccolto il testimone di Provenzano? «In questo momento ci sono diverse famiglie, tutte piccole che cercano di lottare per avere il potere. Cosa Nostra è allo sbando e ci sono diversi boss emergenti che vogliono farsi largo pur avendo uno spessore criminale modesto rispetto agli ex capimafia. Poi ci sono altri boss che vogliono arrivare al vertice. Forse l’unico che può prendere il posto di Provenzano, è un latitante, e si chiama Matteo Messina Denaro. Siciliano, di Trapani, è accusato di tanti omicidi e attentati del 92-93 a Firenze, Roma e Milano dove sono morte anche delle persone. È giovane, ha circa 40 anni, ed è il più accreditato a prendere le redini di Provenzano». Provenzano ha fatto la sua fortuna creando dei solidi legami con la politica. Chi sono ora i nuovi complici? «I complici sono persone che fanno business, non sparano più, almeno non direttamente. Noi giornalisti li chiamiamo complici perché complici morali, etici e politici di Provenzano e della mafia. Dobbiamo sottolineare una cosa: i giornalisti fanno i giornalisti e non fanno né gli investigatori né i magistrati. Perciò, chi scrive non emette sentenze o istruttorie giudiziarie. Per noi c’è una rilevanza morale se abbiamo un filmato in cui si vede il capomafia che si incontra in una saletta con un politico, si abbraccia, lo bacia e poi discute con lui di affari e di posti di lavoro da assegnare. Da giornalista, credo sia giusto raccontarlo. Anche se alla fine quel politico non viene processato perché viene a mancare la prova del suo coinvolgimento con la mafia. Ma la rilevanza esiste. Non stiamo raccontando una favola adesso, ma un fatto vero, realmente accaduto». A chi ti riferisci? «Mi riferisco a un politico che adesso fa il senatore e si chiama Wladimiro Crisafulli che all’epoca militava nel partito comunista, poi nei Ds e ora nel Pd. Ma questo è un fatto di pochi anni fa. Ed è solo uno dei tanti episodi che si trovano nel libro che ho scritto con Peter Gomez. Magari, giudiziariamente, non c’erano le prove ed è giusto quindi che la sua posizione sia stata archiviata, ma politicamentre la responsabilità esiste. Crisafulli milita in un partito che fa della lotta alla mafia uno dei cartelli, e uno dei suoi biglietti da visita. Proprio quel partito, di fronte a un fatto del genere, avrebbe dovuto prenderlo e metterlo alla porta. Invece l’hanno preso e promosso in parlamento. I complici della mafia sono anche questi, perché sono complici morali». I partiti hanno lasciato perdere con la mafia, quali sono state le conseguenze di questa debolezza? «In Sicilia, dove tutto si trasmette per segni e per segnali, dove basta uno sguardo, un movimento della bocca, un cenno del capo, per trasmettere al proprio interlocutore un discorso che può essere lungo un’ora, questo modo di procedere ha rappresentato un segnale. Un segnale negativo, perché nonostante ci fosse un filmato che immortalava questo politico con un mafioso, si è andati avanti lo stesso. E il messaggio che ha raccolto la mafia è stato “non preoccupatevi perché tanto andiamo avanti lo stesso”. Un altro segnale c’è stato durante l’ultima campagna elettorale quando il senatore Marcello dell’Utri e il futuro presidente del consiglio Silvio Berlusconi hanno definito un boss mafioso ergastolano e trafficante di droga di nome Vittorio Mangano, come un eroe perché non ha parlato. Un’uscita del genere non si può non interpretarla come un altro segnale. I siciliani esaltano molto l’omertà e questi sono segnali negativi per la legalità». Ma nessuno fa attenzione a quello che viene detto e scritto, e tutto rimane come prima con la mafia che comanda. Come si può combattere questo modo di pensare e questa rassegnazione di fronte alla mafia? «Ci sono tanti esempi e fatti che racconto ogni giorno facendo nomi e cognomi. Questa è l’unica arma che si può usare: raccontare le cose con nomi e cognomi, con i protagonisti veri senza fare saggi o grande mitologia. Forse la cosa negativa, in questa Italia, è proprio quando fai i nomi». Marco Travaglio qualche nome l’ha fatto e si è scatenato il putiferio. Qual è la verità sul presidente del Senato Renato Schifani? «Il libro che ho scritto racconta degli episodi, ma non è un libro su Schifani. Purtroppo Schifani è incappato in alcune persone ed è entrato in società con alcuni mafiosi che poi sono diventati favoreggiatori di Provenzano. Noi abbiamo raccontato le situazioni societarie e professionali di Schifani assieme a questi boss del Palermitano. E lo abbiamo raccontato mostrando gli atti giudiziari e societari senza dire nulla di più. Io e Peter Gomez abbiamo fatto una sorta di romanzo dove i dialoghi sono le intercettazioni e i protagonisti, sono persone vere che in alcuni casi hanno ricoperto degli incarichi istituzionali molto elevati. E tra i tanti, scriviamo anche di fatti che hanno coinvolto Schifani». Perché allora nessuno ha chiesto e domandato a Schifani di chiarire e spiegare il suo passato? «La cosa che mi sorprende non è tanto che nessun giornalista abbia messo un microfono sotto la bocca di Schifani per farlo parlare e per chiarire il suo passato. Il fatto che mi sorprende è che in Italia non c’è un’opposizione che ha mai sollevato un dubbio nei confronti di questo politico». Che cosa avrebbero dovuto fare? «Un partito ha il diritto e il dovere di rifiutare le candidature di persone con un passato del genere. La politica dovrebbe chiedere spiegazioni. Noi giornalisti abbiamo raccontato dei fatti. Tutti sanno. Tutti hanno visto. Ma la bagarre si è scatenata soltanto dopo che Marco Travaglio ha fatto il nome di Schifani in Tv. Nel mio libro, uscito più di un anno fa, si parla di La Loggia, Dell’Utri e della sinistra oltre che di Schifani. Ma è interesse della politica non parlare di queste cose e per questo è stato boicottato. Forse se avessimo omesso i nomi, magari ci avrebbero fatto anche un film. Abbiamo fatto i nomi, e questa è la cosa che in Italia fa più male. Noi abbiamo voluto informare. Evidentemente è la politica che non vuole essere informata». Nel libro parli anche di Francesco Campanella, braccio destro del boss di Villabate Nino Mandalà e segretario nazionale dei giovani dell’Udeur. Se non sbaglio al suo matrimonio ha partecipato anche l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella? «A essere precisi, Mastella è stato il suo testimone di nozze. Ma nel libro ci sono tanti fatti come questo che vengono raccontati». Perché si fa così poca informazione sulla mafia? «Quando c’è un fatto di cronaca che riguarda la mafia, di solito viene raccontato. Tutti hanno raccontato dell’arresto di Provenzano. Il problema è che quando accade un fatto di cronaca sono pochissimi quelli che si chiedono il perché di un fatto e cercano di contestualizzarlo. Tutti quanti, quando è stato arrestato Provenzano, hanno gridato “E adesso caccia ai complici”, “Adesso caccia a chi lo ha favorito”. Ma tutti sapevano già chi erano queste persone. Avevamo le carte giudiziarie e bastava soltanto raccontare, partendo da chi lo teneva in casa a chi gli stava vicino. Il problema è che si evita di scavare. Soltanto in pochi lo fanno e i pochi che lo fanno vengono intercettati dai servizi segreti che quasi sempre lo fanno senza ricevere ordini. Chi nel giornalismo svolge questa missione, corre sempre questo genere di rischi. Qualcuno vuole evitare che la gente sappia perché è meglio dimenticare, è meglio che le persone non ricordino certe cose». La mafia è una piaga che riguarda soltanto la Sicilia? «Magari la mafia fosse soltanto un problema della Sicilia. La mafia è un problema degli italiani. Quando Provenzano, un signore di 73 anni che non ha nemmeno finito la seconda elementare, ma è stato un grande stratega e criminale, è riuscito a portare degli uomini fidati in parlamento che hanno occupato cariche istituzionali, non è più soltanto un problema dei siciliani, ma è dell’Italia intera e della stessa democrazia. Chi fa le leggi le fa per tutti gli italiani. Quando in Sicilia ci sono politici collusi moralmente con la mafia e poi te li trovi a ricoprire cariche istituzionali molto elevate, diventa un problema di tutto il Paese. Il presidente del Senato non è il presidente del Senato della Sicilia ma è dello Stato italiano». La gente però non ricorda più e i giornalisti e i magistrati vengono lasciati soli. Se la politica non prende una posizione, quello che di buono è stato fatto rischia di non contare niente. Non trovi? «Anche qui è meglio raccontare un fatto. Fino a poco tempo fa, alla presidenza dell’Assemblea nazionale siciliana, il più vecchio parlamento d’Europa, c’era un politico di nome Gianfranco Micciché, un allievo di Marcello dell’Utri. Questo signore, in un dibattito, ha detto di essere molto preoccupato per lo sviluppo culturale e turistico della Sicilia perché all’aeroporto di Palermo è stato dato il nome “Falcone Borsellino” e questo nome poteva spaventare i turisti perché così si ricordano cha la mafia esiste. Di fronte a una frase come questa, il signor Micciché si è scusato soltanto dopo tre giorni, dopo che quanto aveva detto era stato riportato anche dai quotidiani nazionali. Ma, i provvedimenti da prendere nei suoi confronti avrebbero dovuto essere ben altri». Da mesi vivi con la scorta perché la mafia ti ha minacciato. Hai paura? «La paura c’è perché io sono abituato a fare il giornalista, a raccontare le cose e a scriverle. E non pensi mai che, per quello che fai, ci sia qualcuno che può pensare di progettare la tua morte. Questa cosa ti fa ancora più paura se pensi poi che gli apparati di polizia hanno le armi spuntate. Quando ti accorgi che non ci sono macchine blindate che i mezzi sono vecchi, logori e magari devi affrontare un sacco di burocrazia e che ai poliziotti non vengono pagati gli straordinari, allora capisci quanto puoi essere spaventato e quando ti senti in pericolo. Questo accade a Palermo». Continuerai lungo la strada che hai intrapreso o ti fermerai perché alla fine non vale la pena di rischiare la vita per cambiare un mondo che rimarrà sempre uguale? «Io continuo, faccio il gioranlista e continuerò a farlo. Sto raccontando quello che accade e quello che è documentalmente provabile. Sto preparando qualche altro lavoro, insieme con Peter Gomez, vedremo cosa uscirà fuori».

Fonte: corriere.com

Arance al Quirinale

PALERMO - Alcune associazioni antiracket domani doneranno dei vasetti di marmellata "Pizzo-free" al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. All'iniziativa che si terrà alle 10.30, al Quirinale, parteciperanno i soci di "AddioPizzo" Catania, con l'Asaae, l'Associazione antiracket e antiusura etnea e tutte le altre associazioni che, lo scorso 16 marzo, hanno partecipato alla raccolta delle arance nell'agrumeto di Carmelo Pappalardo, l'imprenditore di Palagonia che ha denunciato i suoi estorsori. Con le arance di quella raccolta sono stati confezionati dei vasetti di marmellata "Pizzo-free", grazie alla collaborazione dell'Istituto alberghiero di Giarre. E quei vasetti saranno donati al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ad accogliere la delegazione siciliana di associazioni antiracket sarà Alberto Ruffo, consigliere di Stato agli Affari interni. Poi, il gruppo incontrerà il capo dello Stato.
29/05/2008
Fonte: La Sicilia

lunedì, maggio 26, 2008

Premio Libero Grassi

PALERMO - Saranno otto le scuole insignite del premio "Libero Grassi 2008", sulle ventinove che hanno partecipato al concorso per la realizzazione di spot radiofonici e televisivi sui temi del racket e dell'usura. L'iniziativa fa parte del progetto: "Istituzioni e Società Civile contro racket e usura" realizzato dalla Camera di Commercio di Palermo con lo Sportello legalità, capofila dell'Associazione temporanea di Scopo con la Confesercenti Provinciale di Palermo, il Consorzio assistenza tecnica delle piccole e medie imprese C.A.T.- Confcommercio e Solidaria società cooperativa sociale Onlus e finanziato nell'ambito del Por Sicilia 2000/2006.
26/05/2008
Fonte: La Sicilia

Santapaola su festa di Sant' Agata

CATANIA - I "tentacoli" di Cosa nostra arrivavano anche sulla festa di Sant'Agata, Patrona di Catania: è la tesi della Procura della Repubblica che ha chiesto il rinvio a giudizio di otto presunti appartenenti alla "famiglia" Santapaola. Il reato ipotizzato è associazione mafiosa finalizzata ad ottenere ingiusti vantaggi. Gli indagati sono: Nino Santapaola, 47 anni, nipote del boss Benedetto; il figlio minore di quest'ultimo, Francesco, 35 anni;Salvatore Copia, 38; quattro esponenti della famiglia Mangion, Enzo, 49 anni, Alfio, 35, Vincenzo, 31, e Agatino, 25; e l'ex presidente del Circolo S. Agata alla Collegiata, Pietro Diolosà, 54anni. Il "controllo" della festa, secondo l'accusa, avveniva proprio attraverso il Circolo S.Agata, che gestisce le uscite e le fermate del fercolo con il busto reliquiario della Santa Patrona e delle Candelore, ceri di legno portati a spalla che vengono fatti "annacare" (ballare) durante la processione. La Procura ritiene che la gestione della festa per la "famiglia" fosse più importante sul fronte dell'affermazione del potere che per il profitto generato dalle "fermate" davanti a certe bancarelle piuttosto che altre.
26/05/2008
Fonte: La Sicilia

Arrestato a Roma

ROMA - Un latitante siciliano ricercato perché colpito da ordine di carcerazione per associazione a delinquere di stampo mafioso, rapina ed estorsione, L. M. di 53 anni, è stato arrestato, a Pomezia, a pochi chilometri da Roma, dai carabinieri della Stazione del Divino Amore. L'uomo, pur essendo sottoposto ad un regime di detenzione domiciliare, si era di fatto reso irreperibile da alcuni mesi. Le indagini dei carabinieri hanno permesso di rintracciarlo ed ora dovrà scontare una detenzione in carcere di dieci anni.
25/05/2008
Fonte: La Sicilia

sabato, maggio 24, 2008

Autostrada chiusa per 2 ore...Perche' certa gente?...

L´autostrada Palermo-Punta Raisi chiusa per due ore nel tratto di Capaci per consentire alle tante autorità in arrivo di deporre, chissà poi perché ognuno singolarmente e ad orari diversi, corone di fiori ai piedi della lapide. Cortei di auto blindate che scorrazzeranno per tutta la giornata da una parte all´altra della città per portare ministri e uomini delle istituzioni lungo le tappe della "via crucis" dell´antimafia, ma ancora una volta il 23 maggio vero sarà tutto loro, delle migliaia di ragazzi palermitani e di quelli arrivati da tutta Italia che, con cori, canti, slogan, striscioni e cartelloni, incarneranno l´immagine reale delle giovani gambe sulle quali, 16 anni dopo, continuano a camminare le idee di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «L´antimafia senza tappeti rossi», l´ha chiamata Tina Martinez Montinaro, la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone che ieri mattina, a Capaci, è riuscita a riunire nel giardino della legalità lungo l´autostrada i reduci della «Quarto Savona Quindici», la squadra di volontari che scortava il giudice e a farli incontrare con gli studenti. «È stata una giornata meravigliosa - ha detto la Montinaro - tutti i colleghi di Antonio sono attorno a me, sotto l´albero a parlare di lui, di Vito e di Rocco. È un modo semplice e onesto di ricordarli con affetto. In questo modo si dice no alla mafia». Erano più di settecento i ragazzi arrivati ieri in città ai quali si aggiungeranno questa mattina gli oltre mille che sbarcheranno dalla nave della legalità partita ieri da Civitavecchia con a bordo il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e il neoministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini. Al loro arrivo a Palermo i ragazzi si divideranno in due gruppi: uno si dirigerà verso l´aula bunker del carcere dell´Ucciardone e l´altro andrà prima a Giardinello e poi a Capaci sui luoghi della strage. Nell´aula bunker, Maria Falcone, sorella del giudice, saluterà gli studenti a cui poi gli esperti racconteranno il maxi processo. Dopo è previsto il dibattito coordinato da Ferruccio De Bortoli, direttore de "Il Sole 24 ore", sugli ultimi successi nella lotta alla mafia. Nel pomeriggio il momento clou con il lungo corteo della memoria che si ritroverà alle 17.58 davanti all´albero Falcone, sotto casa del magistrato in via Notarbartolo dove si esibirà con un brano dedicato alle stragi il cantante Jovanotti. La giornata si chiuderà alle 20,30 con un concerto in piazza Magione. La parte ufficiale, invece, prevede le visite lampo del presidente del Senato Renato Schifani che deporrà una corona di fiori a Capaci a mezzogiorno e del ministro dell´Interno Roberto Maroni, che renderà il suo omaggio floreale prima alle 11 a Capaci, poi alle 11.30 in via d´Amelio e poi alla Caserma Lungaro alla lapide del reparto scorte dei caduti nella strage di Capaci dove nel pomeriggio, prima della messa di commemorazione al Cei, arriverà anche il capo della Polizia Antonio Manganelli. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, invece, al suo debutto a Palermo, ricorderà Giovanni Falcone a Palazzo di Giustizia prendendo parte alla commemorazione organizzata dall´Associazione magistrati.
Fonte: La Repubblica

Negozio apre in un magazzino confiscato a Ienna...

È la prima bottega, a Palermo, in cui si potranno comprare esclusivamente i prodotti coltivati nelle terre confiscati ai mafiosi. Il negozio, dell´associazione Libera, è stato inaugurato ieri mattina a piazza Castelnuovo nei locali di un magazzino confiscato al costruttore Giovanni Ienna, uno dei più grossi prestanome dei boss di Cosa nostra. I locali sono stati consegnati ieri dal sindaco Diego Cammarata nel corso di una cerimonia alla quale erano presenti anche don Luigi Ciotti, il prefetto Giancarlo Trevisone, il questore Giuseppe Caruso, il comandante provinciale dei carabinieri, Teo Luzi, e Antonio Maruccia, commissario di governo per i beni confiscati. «È un momento importante in cui istituzioni, associazioni di volontariato e cittadini procedono compatti verso un´unica direzione e cioè la riconquista del territorio per l´affermazione della legalità. In questo momento, le nostre coscienze e la nostra consapevolezza possono e devono guardare con grande fiducia al futuro», ha detto il sindaco. Nel locale di piazza Castelnuovo, l´associazione Libera realizzerà anche uno spazio didattico su mafia e antimafia aperto a tutti gli studenti. Durante le cerimonia, il sindaco ha telefonato all´assessore comunale alle Attività produttive Felice Bruscia per sollecitare lo snellimento delle pratiche relative al rilascio della licenza di vendita. Prosegue, in questo modo, l´attuazione del protocollo d´intesa, sottoscritto dal Comune, dal ministero delle Finanze, dalla Prefettura e dall´Agenzia del Demanio, per la destinazione all´amministrazione comunale di 258 beni confiscati alla criminalità organizzata. L´accordo, firmato il 5 settembre scorso, prevede anche di pianificare la nuova destinazione degli immobili a uso sociale.
Fonte: La Repubblica

venerdì, maggio 23, 2008

Jovanotti per Falcone...

PALERMO - Applausi e commozione ieri sera, al Velodromo di Palermo, durante il concerto di Jovanotti: il cantante ha infatti voluto ricordare la strage di Capaci, avvenuta 16 anni fa, con una sua riflessione scritta subito dopo la notizia della strage in cui era stato ucciso il giudice Giovanni Falcone. Una vera e propria invettiva contro Cosa nostra, con un "vaff... ai mafiosi", mentre sul megaschermo del palco veniva proiettata l'immagine divenuta ormai famosa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sorridenti. Secondo alcune indiscrezioni Jovanotti potrebbe esibirsi questa pomeriggio, alle 17, davanti a migliaia di ragazzi che saranno davanti all'Albero Falcone. La sorella del magistrato, Maria Falcone, presidente della fondazione che organizza ormai da anni le commemorazioni, ha annunciato che sul palco allestito in via Notarbartolo, dovrebbe salire "un cantante molto amato dai giovani", ma non ha voluto rivelarne il nome lasciando capire che potrebbe essere proprio Jovanotti.
23/05/2008
Fonte: La Sicilia

Il sindaco Bruno: "Bruciateci tutti"

LIPARI (MESSINA) - Domani gli eoliani parteciperanno al corteo antimafia con partenza alle 10 dal porto di Sottomonastero, a Lipari. L'iniziativa scaturisce dalle intimidazioni e dagli attentati degli ultimi tempi nei confronti di politici, commercianti e giornalisti: macchine danneggiate, attività commerciali prese di mira e villette incendiate. Il sindaco di Lipari, Mariano Bruno, ieri in consiglio comunale ha detto: "Bruciateci tutti se ne avete il coraggio ma noi vi scacceremo dalle nostre isole. Non ci fermerete". Bruno sarà domani in prima fila, con la fascia tricolore, al corteo antimafia. Per l'occasione a Lipari giungeranno con mezzi privati centinaia di cittadini residenti nelle isole minori.
23/05/2008
Fonte: La Sicilia

Quanta gente falsa alla commemorazione...

PALERMO - "Vedervi qui, in tanti, è una grande gioia e dimostra che, contrariamente a quanto si ritiene, i giovani italiani hanno valori forti". Così Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci e presidente della Fondazione a lui intitolata, ha salutato gli oltre 1.200 ragazzi giunti a Palermo con la Nave della legalità per ricordare il 16° anniversario della strage. Sul palco, insieme a Maria Falcone, il ministro della Pubblica Istruzione Maria Stella Gelmini e il procuratore della Dna Piero Grasso. "I tanti giovani che sono qui - ha detto il ministro, che ha accolto la nave sulla banchina del porto - danno senso alla morte di due eroi nazionali che non dimenticheremo mai. Questa è una giornata di grande valore che acquista un senso importantissimo perché i tanti giovani giunti a Palermo sono qui non solo per commemorare Falcone e Borsellino, ma per raccogliere il loro testimone nella lotta alla mafia". I ragazzi sono stati salutati anche dal sindaco Diego Cammarata: "Forza Palermo, Forza Sicilia: dobbiamo essere tutti uniti contro la mafia", ha detto.Il procuratore Grasso, giunto a Palermo in nave con i ragazzi, ha ringraziato gli studenti con i quali, durante il viaggio, ha parlato e dibattuto sui temi della lotta alla mafia. "Dobbiamo essere noi a preparare il terreno ai giovani che saranno la classe dirigente del domani, noi col nostro esempio di impegno e legalità e dobbiamo tenere ancorati i ragazzi alla nostra terra. Rivivere giorni come questi significa tornare a provare rabbia e disperazione, ma anche ricordare un amico con la speranza che oggi ha rischiararci sia una luce diversa", ha poi detto Grasso arrivando all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, dove la Fondazione Falcone ha organizzato un incontro con gli studenti di tutto il Paese.I ragazzi nell'aula hanno intonato la colonna sonora del film "La vita è bella". Tra le autorità presenti anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano: "Andiamo avanti nella lotta alla mafia. I primi passi sono già stati fatti in Consiglio dei ministri e altri ne faremo ancora per combattere i boss". Alfano ha ricordato che "il 23 maggio del '92 ero a Milano e quando seppi della strage di Capaci provai sulla mia pelle l'imbarazzo e la vergogna di essere siciliano. Sentii rabbia nei confronti di una parte del mio popolo, pur essendo consapevole che non era quello tutto il popolo siciliano". Il guardasigilli ha incontrato prima in maniera informale alcuni magistrati siciliani che gli hanno manifestato i problemi e i disagi che si vivono nelle procure siciliane."Palermo 23 maggio 2008: dal maxiprocesso a oggi" è il titolo del primo dibattito a cui parteciperanno giudici e studenti. Al termine verrà presentato il progetto di digitalizzazione degli atti del processo.Seguirà un incontro su "lotta alla mafia: gli ultimi successi", moderato dal direttore del Sole 24 ore Ferruccio de Bortoli. Prima di dare il via al dibattito Maria Falcone ha letto un messaggio di saluto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.E un altro ministro, quello dell'Interno Roberto Maroni, appena giunto a Capaci ha deposto una corona di fiori davanti alla stele dell'autostrada che ricorda la strage e ha osservato un minuto di raccoglimento mentre una tromba intonava il silenzio. Maroni era accompagnato dal capo della polizia Antonio Manganelli.
Fonte: La Sicilia

giovedì, maggio 22, 2008

Urlate...

Il 10 novembre del 2007 lascio' un foglio a righe scritto con penna blu. A suo modo un grido: "Sono la figlia di un imprenditore e lavoro con mio padre. Sono venuta qui da sola sperando di trovare degli amici. Pagano tutti il pizzo e mio padre lo considera un costo fisso. Mio padre e' onesto, ma ha paura di restare solo. Urlate, urlate con me perche' qualcosa cambi". Era il giorno del debutto della prima associazione antiracket del capoluogo siciliano, "Libero Futuro". Oggi, a distanza di sette mesi, a piazza Magione, teatro della terza festa "Pizzofree" promossa da Addiopizzo, un nuovo messaggio, ma di altro tenore da parte della stessa mano anonima, che racconta la storia di un salto definitivo: "I nostri estortori sono stati arrestati, finalmente posso dire di essere piu' serena e forse anche piu' libera. Sono fiera di mio padre che di fronte alle evidenze non ha taciuto e ha scelto la via della legalita'. In questo momento vivo nella paura e nel terrore, ma vi dico: chiedete aiuto e sarete ascoltati". Conclude: "Non so cosa ci riservera' il futuro, la paura mi accompagna, ma posso dire a gran voce che qualcosa sta cambiando. Aiutateci a rendere piu' deboli loro e piu' forti noi che siamo in una realta' che deve essere migliorata".
Fonte: La repubblica

mercoledì, maggio 21, 2008

Bimbi milionari

PALERMO - La polizia di Stato ha sequestrato beni per un valore complessivo di 19 milioni di euro. Gli indagati, ai quali è stato notificato il provvedimento, per tentare di sfuggire alle indagini nell'ambito dell'applicazione delle misure patrimoniali, hanno intestato i beni a due bambini di quattro e nove anni. Il sequestro riguarda anche un complesso residenziale, composto da una villa e due unità abitative, che risultano intestati ai minorenni. Il provvedimento riguarda Vincenzo Cancemi, indicato come vicino alle cosche mafiose, e ai suoi familiari. Tra i beni sequestrati, perché considerati provento di attività illecite, vi sono aziende che operano nel settore edile, complessi residenziali, fabbricati, appartamenti, appezzamenti di terreno, beni mobili e conti correnti bancari.
21/05/2008
Fonte: La Sicilia

5 arresti per estorsione

MESSINA - Un maresciallo delle Guardie forestali è stato arrestato dai carabinieri perché accusato di aver fatto pressioni su un imprenditore affinchè utilizzasse per la realizzazione di un'opera pubblica, i materiali di una ditta a lui vicina. In carcere, con l'accusa di concussione, è finito Salvatore Calà Intirotta, comandante delle Guardie forestali di Militello Rosmarino. Oltre al sottufficiale i militari hanno arrestato quattro persone. Con l'accusa di estorsione e associazione mafiosa sono finiti in cella Nunzio Zaiti, 36 anni, Roberto Castrovinci, di 40, Carmelo Giovanni Barba, di 37 e Vincenzo Armeni, di 29. Per i militari dell'Arma gli indagati sono ritenuti vicini al clan dei Batanesi che controlla il comprensorio nebroideo e tramite minacce riuscivano ad ottenere appalti e subappalti per la realizzazione di opere pubbliche. Il maresciallo Calà sarebbe stato coinvolto insieme agli altri nell'ambito della realizzazione di un acquedotto ad Alcara Li Fusi.
20/05/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, maggio 20, 2008

Agguato a Catania

CATANIA - Carmelo Monaco, 38 anni, è stato ucciso con diversi colpi di arma da fuoco la notte scorsa in un agguato nel cortile della sua abitazione, in via Selvosa, nel rione Nesima di Catania. Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri l'uomo, poco dopo le tre e mezzo, era rientrato dai festeggiamenti per la cresima di un nipote. Qualcuno lo attendeva nel cortile di casa, lo ha avvicinato dopo che l'uomo aveva posteggiato l'auto e gli ha sparato cinque colpi alla testa con un pistola calibro 7,65. Allertata dalle esplosioni è subito accorsa sul posto la moglie della vittima, che era rientrata dai festeggiamenti con un'altra auto, ma suo marito era già morto. Sul posto sono intervenuti i carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Catania e della compagnia Fontanarossa. I militari dell'Arma hanno interrogato la moglie della vittima, che ha detto di non avere visto le fasi dell'omicidio nè chi ha sparato, nè ha saputo fornire un movente all'omicidio.Gli investigatori hanno sentito anche familiari e conoscenti di Monaco, che in passato era stato denunciato per reati contro il patrimonio, per ricostruire la sua personalità e le sue frequentazioni. Al momento non c'è una pista privilegiata ma le modalità del delitto per i carabinieri appaiono riconducibili a un agguato di stampo mafioso. Sull'omicidio ha aperto un'inchiesta la Procura distrettuale di Catania.
18/05/2008
Fonte: La Sicilia

1 mln di euro di beni confiscati

PALERMO - Beni immobili, complessi aziendali e veicoli, per un valore di un milione di euro, sono stati confiscati ad un collaboratore di giustizia. Il provvedimento è stato eseguito dalla Direzione investigativa antimafia. Il pentito al quale sono stati sottratti i beni ha contribuito in passato a numerose indagini e inchieste, e fra queste anche a quelle sulle stragi del 1992 in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino e i poliziotti delle loro scorte. Il provvedimento di confisca è stato emesso dai giudici della quarta sezione della Corte d'assise, su proposta della procura della Repubblica che ha condiviso le risultanze investigative della Dia di Palermo.
20/05/2008
Fonte: La Sicilia

lunedì, maggio 19, 2008

22 arresti nel clan Santangelo-Cortese

CATANIA - Un'operazione antidroga nei confronti di 22 presunti appartenenti al clan Santangelo-Cortese di Adrano, che gli investigatori ritengono affiliato alla cosca Santapaola, è stata eseguita la notte scorsa dalla guardia di finanza di Catania.I provvedimenti restrittivi, emessi dal gip del capoluogo etneo su richiesta della locale Procura della Repubblica, sono stati eseguiti tra Catania, Gioia Tauro e Udine. Sono 19 le persone arrestate, mentre tre indagati sono ancora irreperibili. Durante l'operazione sono state sequestrate 4 auto, un motociclo e numerosi telefonini cellulari. Le indagini erano state avviate nel dicembre del 2005 e rappresentano un nuovo filone aperto sull'inchiesta su una truffa a enti previdenziali che culminò con l'arresto di 25 indagati da parte delle Fiamme gialle.
19/05/2008
Fonte: La Sicilia

sabato, maggio 17, 2008

Magari con questa foto si ricorda dei tempi passati...

PALERMO - "La mafia si deve e si può sconfiggere". Sono parole del presidente del Senato, Renato Schifani, in un passaggio del suo discorso alla festa della Polizia a Palermo."I successi di questi ultimi tempi lo dimostrano - aggiunge Schifani - nè temiamo distrazioni per via di questi ottimi risultati. L'azione di contrasto alla criminalità organizzata seguiterà con tenacia e abnegazione"."È indispensabile che vi sia una sola bandiera quella della politica unita contro la criminalità organizzata. E' assolutamente necessaria e doverosa la più ferma unità di tutte le forze politiche contro la mafia e la criminalità organizzata"."L'azione contro la criminalità non può risultare efficace se oltre a perseguire i responsabili dei reati con misure restrittive della libertà personale, non si recidono i legami tra la criminalità e gli interessi economici. Questo obiettivo potrà e dovrà essere raggiunto sia mantenendo alto l'impegno sull'aggressione e confisca dei patrimoni mafiosi, sia sulle dinamiche che portano la mafia a divenire protagonista"."Dal territorio sono giunti crescenti segnali di reazione della cittadinanza ed il 'no' coraggioso e ammirevole degli imprenditori: un numero notevole e crescente di denunce, una ribellione mai pensata contro la schiavitù delle estorsioni. Perchè a questi segnali segua però la repressione è necessario che lo Stato si manifesti come presenza rassicurante, pena il rischio di sprecare questa occasione"."La nostra amata Sicilia non si è mai piegata, nè mai data per vinta alla mafia, come talvolta qualcuno che conosce poco la nostra Regione è indotto a pensare". "La Sicilia è stata invece capace di rialzarsi e gridare il suo rifiuto alla violenza, alla prepotenza, all'illegalità ". Il Presidente del Senato ha sottolineato inoltre che nella battaglia contro la criminalità organizzata "come in tante altre, sappiamo che sia il nord che il sud del nostro Paese saranno uniti, perchè la differenza delle istanze politiche delle due aree del Paese non impedisce di preservare l'indissolubile legame esistente tra le due parti dell'Italia".
17/05/2008
Fonte: La Sicilia

venerdì, maggio 16, 2008

Il divo...

CHI VORREBBE riflettersi in uno specchio così pieno di sangue, di morti ammazzati, di cinismo al limite della disumanità, di cattivissime frequentazioni e allo stesso tempo di solitudine? Nessuno, nemmeno Belzebù, la "volpe", il "divo Giulio", il 7 volte presidente del Consiglio, insomma Andreotti che ha attraversato la storia d'Italia sul filo dei suoi asettici aforismi e dell'impermeabilità ha fatto la cifra del suo stare sulla scena politica. Perciò nella saletta al Museo degli strumenti musicali a Roma si sarebbe potuto girare un altro spezzone di film, quello di Andreotti che si osserva dall'esterno attraverso gli occhi di un artista e stavolta soffre, reagisce, tutt'altro che insensibile. A modo suo è furibondo, sibila "è una mascalzonata, è cattivo, è maligno", ha persino la tentazione di alzarsi per non guardare più. Andreotti vede Andreotti, seduto in prima fila su una poltroncina di pelle rossa, accanto solo il critico e amico Gianluigi Rondi. Guarda in una proiezione privata il film che parla di lui, che adesso è a Cannes e il 28 maggio sarà nelle sale italiane. "Il Divo", scritto e diretto dal talentuoso regista Paolo Sorrentino (L'uomo in più, Le conseguenze dell'amore, L'amico di famiglia), racconta l'Italia dalla fine della Prima Repubblica all'inizio del processo per mafia contro l'ex premier. Un pezzo di cronaca in cui il protagonista è lui, il divo Andreotti, e intorno si muovono gli uomini della sua corrente, la moglie Livia, la segretaria Enea (solo le donne sono tratteggiate con affetto), i tantissimi morti di quegli anni, Moro, Dalla Chiesa, Ambrosoli, Falcone, Sindona, Lima. Al centro c'è Andreotti, totem di un potere assoluto, simbolo di se stesso, che si muove leggero nei labirinti anche più torbidi della politica. La scena-clou appartiene al mondo dei sogni, è grottesca, è pura fiction. Però colpisce allo stomaco Andreotti. Toni Servillo, che lo interpreta con la testa affondata nelle spalle, la vecchia montatura degli occhiali in celluloide, le orecchie più a sventola della realtà, confessa guardando dritto nella camera. Recita i nomi dei tanti uccisi in quegli anni. Alza la voce, parla di "bombe pronte ad esplodere", spiega che "è necessario fare del male per realizzare il bene". E mentre il monologo va avanti, incalzante, la scena spazia su un camposanto ripreso in bianco e nero, le lapidi candide e ordinate, solo i fiori sono una macchia di colore. Adesso Andreotti, quello in sala, si agita. Per un'ora buona ha seguito la proiezione immobile, il mento appoggiato alle mani di cera, la gambe incrociate. Ora le mani si staccano, si appoggiano sulle ginocchia, la sinistra colpisce forte la destra e nel buio risuona il gesto di stizza. "Questo no, questo è troppo", dice rivolto a Rondi. Andreottianamente, è furioso. Sobbalza sulla poltrona, sembra davvero che voglia alzarsi e andar via. Quando si riaccendono le luci Andreotti non ha ancora sbollito la rabbia. Non querelerà, ma forse non perdonerà. "È molto cattivo, è una mascalzonata, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto". Per molti versi, è anche un omaggio alla sua personalità, al suo potere. "Mah - dubita il senatore -. Si può dire che esteticamente è bello, ma a me dell'estetica non frega un bel niente". Visto da vicino, l'Andreotti arrabbiato sa anche perdere il proverbiale autocontrollo. Poi ritrovarlo. E riperderlo. "Capisco che la storia va caricata. Il regista doveva girare così. La mia vita è talmente tranquilla che ne sarebbe venuto fuori un prodotto piatto e senza pepe. Ma la mia corrente, per esempio, beh non era un giardino zoologico come la rappresenta il film. C'erano le invidie, gli scontri, gli scavalchi, la carriera, ma questa è la politica". Il suo potere non è solo quel galleggiare sopra tutto, quel tirare a campare ricordato sullo schermo. "Il mio potere era un certa autorevolezza, un certo tipo di rapporti internazionali. Ma non ho mai avuto desiderio di arricchimento". E il cinismo? "Il cinismo non è nel mio carattere, non sono facile alla commozione, questo è vero. Ma non sono insensibile. E ne ho passate tante perché dava fastidio a molti che la Provvidenza non si fosse organizzata per togliermi dai piedi prima". Ecco, scherza con la morte, torna se stesso, il solito. Si calma, dispensa battute: "Magari chiederò i diritti di immagine. Per darli in beneficenza, s'intende. Forse dirò a mia moglie di non vederlo, anche se lei al cinema va ancora. Cosa le racconterò stasera a casa? Sorvolerò, credo". Ma su come viene descritto il rapporto con Livia, la consorte interpretata da Anna Bonaiuto, arriva l'assoluzione per Sorrentino. La coppia nel film ha momenti d'intimità vera, quasi sensuale. "Non sono romantico, ma le ho sempre voluto bene. Abbiamo cresciuto bene i figli, abbiamo costruito una bella famiglia". Anche la segretaria Vincenza Enea (Piera Degli Esposti) si salva. "Giusto così - dice Andreotti -. Era una brava persona, disinteressata". E gli altri personaggi? Andreotti pensa soprattutto alla "fotografia" di se stesso. Ogni tanto nel buio chiede "ma Gelli è ancora vivo?", "e Riina? ". Moro è il vero fantasma, la ferita aperta. "Non è corretto raccontare la sua morte come se ci fosse dietro qualcosa oltre le Br. La politica ci ha diviso. E le correnti, certo. Ma io e Moro ci conoscevamo da una vita, lui non voleva neanche fare politica ma studiare. È stato lui a designarmi come successore della Fuci. I giorni del suo rapimento sono stati durissimi e tornano. Anche per me". Non si considera un intoccabile: "Oggi sono senatore a vita ma per tanti anni i voti me li sono guadagnati". Qualche battuta gli serve a rientrare nel personaggio: "È un film impegnato, ma se si occupavano di qualcun altro, era meglio". Durante la proiezione concede un solo sorriso. Quando Servillo confida a Cossiga il grande mistero della sua vita: "Non lo dire a nessuno. Sai, da ragazzo ero innamorato di Mary Gassman, la sorella di Vittorio". E forse ha ragione il film, questo è l'unico segreto che Andreotti è disposto a svelare.


Fonte: La Repubblica

La mafia a Varese...

Il Varesotto terra di mafia? Trenta'anni dopo la legge sul soggiorno obbligato, che portò negli anni '70 e '80 molti esponenti di spicco della mafia nella zona del Luinese, ancora vengono scoperti episodi di riciclaggio legati alle organizzazioni malavitose. Da questo punto è partito il dibattito che si è tenuto ieri sera davanti ad un teatro Franciscum quasi pieno moderato dal giornalista di Varesenews Orlando Mastrillo e che ha visto la partecipazione di personaggi di spicco della lotta alla mafia in Italia. E' toccato, infatti, ad Alberto Nobili, magistrato della Direzione distrettuale antimafia il compito di fare il punto della situazione in un territorio, il triangolo Milano-Como-Varese, che si è intriso di mafia a tutti i livelli e che continua ad offrire all'economia mafiosa la possibilità di ripulire montagne di soldi in attività imprenditoriali e attraverso le frontiere che danno accesso al paradiso bancario svizzero. «La lotta alla mafia ha avuto il suo picco dopo le stragi - ha detto Nobili - poi la nuova strategia del silenzio da parte di mafia e 'ndrangheta ha dato adito ad un generale abbassamento della guardia da parte delle istituzioni che hanno creduto di averla sconfitta. Nel silenzio la mafia è cresciuta e ha gonfiato e drogato l'economia sana del Paese allungando i suoi tentacoli proprio nel cuore pulsante dell'economica, la Lombardia e il Varesotto. Per questo è giusto parlarne e fare in modo che venga a galla». Elio Veltri ha supportato il discorso di Nobili con i dati: «Il giro d'affari della mafia italiana si aggira attorno ai 150 miliardi di euro - ha detto citando varie relazioni da quella al congresso americano a quella stilata da Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, poi l'attacco alla politica - la ritengo la prima responsabile del fallimento della lotta alla mafia. La politica deve cambiare, i politici devono cambiare. Questi non dovrebbero nemmeno dirigere un ufficio postale». Aldo Pecora, fondatore del movimento"Adesso ammazzateci tutti", ha spinto il discorso verso gli atti concreti che ci si aspetta dalla politica: «Chiediamo meno relazioni, meno consulenze e più soldi per le auto della Polizia - ha detto Pecora - basta indagati o anche solo sospettati di collusione con i mafiosi in Parlamento, fare una legge sul riciclaggio che serva davvero a fermare i soldi e potenziare il blocco dei beni dei mafiosi». Rosanna Scopelliti ha portato la sua testimonianza di familiare di una vittima della mafia che lo stato, assurdamente, non ha mai riconosciuto come tale:«Mio padre, magistrato che stava per confermare pesanti condanne, fu ucciso dalla 'ndrangheta nel '91 e lo Stato ci abbandonò - ha detto commossa Rosanna - per questo giro l'Italia con Aldo e i ragazzi di Adesso ammazzateci tutti». Disperato il grido di Chicco Alfano, figlio di un'altra vittima della mafia il giornalista Giuseppe Alfano: «Dobbiamo ribellarci - ha detto - la mafia tocca tutti compresi voi. In Italia dobbiamo lottare per un'informazione libera (il riferimento è al caso Travaglio - Schifani) che non è quella di Vespa che dedica 100 puntate al delitto di Cogne o quella di Matrix che ne dedica 200 al delitto di Garlasco. In Italia vogliamo sentirci dire le cose come stanno, cosa che non accade». La serata è stata seguita con attenzuione da un pubblico di oltre 120 persone, segno che gli anni passano ma la gente non dimentica e vuole sapere cosa gli succede intorno.
Fonte: Varese web

mercoledì, maggio 14, 2008

Franzese racconta...

MILANO - "Sandro Lo Piccolo andava sempre alla ricerca d'armi da fuoco". È uno dei passaggi dell'interrogatorio di Francesco Franzese, pentito dall'agosto del 2007, nel corso del processo della quarta sezione penale della Corte d'Appello di Palermo, in trasferta a Milano e nel quale sono imputate 36 persone accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso, di rapine, estorsioni e traffico di stupefacenti in alcuni quartieri di Palermo fra cui lo Zen e Partanna Mondello. Franzese che, con le sue dichiarazioni avrebbe contribuito all'arresto dei Lo Piccolo, avvenuto nel novembre dell'anno scorso, ha raccontato di essere stato a disposizione della famiglia dei Lo Piccolo già dalla fine degli anni Ottanta. Incalzato dalle domande del sostituto procuratore generale Carmelo Carrara, ha inoltre ricordato che il suo padrino fu appunto Sandro Lo Piccolo e che la cerimonia per diventare uomo d'onore si tenne "con il rituale del santino bruciato". Nel corso dell'interrogatorio, a Franzese sono state fatte domande più o meno su tutti gli imputati e sulle vicende di spaccio e di estorsione nei quartieri palermitani. Altre domande riguardavano i pizzini da lui ricevuti, in quanto è ritenuto uno dei maggiori collettori dei messaggi con le direttive dei Lo Piccolo. Durante il controesame, Franzese ha spiegato che nel 2006 aveva ricevuto da Sandro Lo Piccolo l'incarico come "reggente di Partanna Mondello" (capofamiglia, ndr) ma in sostanza era da solo cioè "senza soldati". Il pentito ha spiegato che a seconda dell'importanza, le decisioni venivano prese direttamente da Salvatore Lo Piccolo, aggiungendo di non aver mai potuto controllare "tutta la contabilità dei Lo Piccolo quando ero libero". Ma solo per lo Zen. Infatti gli vennero trovati degli appunti su somme legate alle estorsioni, al gioco e ad altre attività illecite. "Non ho visto annotazioni - ha proseguito - per il traffico di stupefacenti" perchè il referente per questa attività, Giovanni Botta, aveva rapporti diretti con Lo Piccolo. Infine ha aggiunto che nel quartiere Zen "alcuni pagavano attraverso una sponsorizzazione della festa del quartiere". L'affermazione di Franzese riguarda il capitolo delle estorsioni. Il pentito ha confermato quanto messo a verbale nel febbraio 2008, riguardo all'attività di estorsione che non solo veniva esercitata nei confronti dei negozianti ma anche degli abitanti in particolare del quartiere. Alcuni pagavano il pizzo sotto forma di contributi per la festa in onore di San Filippo Neri, altri invece per le "forniture ai padiglioni" cioè ai palazzoni che si trovano nel quartiere. In sostanza il pizzo per le forniture era una sorta di spesa condominiale, dalle 10 alle 15 mila lire mensili per appartamento che venivano versate a persone incaricate dalla mafia per la gestione delle palazzine e che finivano ai Lo Piccolo. In cambio i condomini avevano la forniture di acqua e luce che in alcuni casi, come ha detto il pentito, venivano erogate mediante l'allacciamento "abusivo ai cavi dell'Enel" e alle tubature dell'acquedotto pubblico. Questa attività estorsiva, secondo gli inquirenti, avrebbe reso 250 milioni di lire al mese ai Lo Piccolo. Rispondendo alle domande delle difese, Franzese ha inoltre affermato di aver frequentato assiduamente il quartiere Zen, almeno "una volta al giorno" per fare lampada, capelli e manicure".
12/05/2008
Fonte: La Sicilia

Il mondo e' pieno di stronzi...

RIPOSTO (CATANIA) - I muri imbiancati davanti all'istituto tecnico per geometri Colajanni di Riposto, che stamattina dovevano servire da sfondo per dei murales per la legalità realizzati da studenti di 40scuole del Catanese, sono stati imbrattati la notte scorsa con oli esausti e benzina, rendendoli allo stato inutilizzabili. L'atto vandalico è avvenuto la notte scorsa in via Pio La Torre.I murales, promossi nell'ambito del progetto 'Legalitè e fraternite" al quale avevano aderito anche 60associazioni, rientrano nell'iniziativa di promozione dell'ora di antimafia a scuola, a sostegno del disegno di legge presentato nel dicembre scorso dal parlamentare Beppe Lumia. Le scuole coinvolte sono 40 e fanno parte di una rete attivata tra i Comuni della riviera ionica da Riposto a Catania. Alcuni operai stanno lavorando nel tentativo di pulire le pareti e renderle utilizzabili in giornata. Sul posto sono presenti i carabinieri della compagnia di Giarre.
13/05/2008
Fonte: La Sicilia

lunedì, maggio 12, 2008

Arrestato Nania

PALERMO - I carabinieri di Monreale hanno arrestato stamani il latitante Francesco Nania, 39 anni, di Partinico. L'uomo è stato bloccato nell'aeroporto di Fiumicino appena giunto con un volo dagli Stati Uniti. Nel 2005 era fuggito negli usa per evitare l'arresto disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Nania è considerato il "tesoriere" della cosca mafiosa dei Vitale di Partinico. Deve scontare una condanna a nove anni per associazione mafiosa. Nei mesi scorsi era stato individuato negli Stati Uniti dall'Fbi, che lo ha bloccato. Gli agenti federali lo hanno fatto imbarcare su un volo diretto a Roma e stamani al suo arrivo lo hanno consegnato a Fiumicino ai carabinieri. Francesco è figlio di Antonino Nania, boss mafioso attualmente detenuto per tentato omicidio, nonché nipote di Filippo detto "Fifiddu", vecchio capomafia di Partinico già condannato all'ergastolo. Fu arrestato la prima volta nel '94 in Austria mentre tentava di spendere banconote italiane false. Con lui c'erano altre tre persone, tra le quali anche Maurizio Lo Iacono, ucciso a Partinico il 3 ottobre del 2005. Secondo gli investigatori l'ormai ex latitante era il "cassiere" del clan dei Vitale e si occupava della riscossione dei proventi delle estorsioni imposte a commercianti e imprenditori locali, affiancando la moglie e la figlia del boss, detenuto, Leonardo Vitale. Gli agenti dell'Fbi, su indicazione dei carabinieri di Partinico, lo hanno individuato nell'abitazione della sorella Margherita, che da anni viveva nel New Jersey. Per Nania sono così scattate le manette anche per violazione delle norme in materia di ingresso e permanenza dei cittadini stranieri in territorio statunitense. Da qui l'espulsione e la consegna ai carabinieri.
Fonte: La Repubblica

Fattura da 297 mila euro

Una fattura da 297 mila euro. Per i pm è la conferma dell'impianto accusatorio dell'indagine che ha portato all'arresto, lo scorso dicembre, dell'imprenditore Giuseppe Grigoli di Castelvetrano, considerato dai magistrati il "cassiere" del boss latitante Matteo Messina Denaro. L'importo della fattura è lo stesso indicato dal capomafia nei pizzini inviati a Bernardo Provenzano. I documenti che confermerebbero il credito vantato dalla società di Grigoli sono stati trovati setacciando la contabilità di un'impresa legata ad un affiliato a Cosa nostra di Agrigento, come scrive oggi il Giornale di Sicilia. Nei pizzini sequestrati a Provenzano dopo la sua cattura a Corleone, Messina Denaro gli chiedeva di risolvere un problema legato ad un credito vantato da Grigoli, titolare di supermercati con un patrimonio immobiliare di 55 milioni di euro. Secondo le indagini un affiliato del clan di Ribera, Giuseppe Capizzi, gestore di un punto vendita della Despar, avrebbe ottenuto merce per 297 mila euro. Ma al momento di pagare si sarebbe rifiutato chiedendo che anche Grigoli pagasse il pizzo per altri sette supermercati aperti nella zona. Una richiesta che provocò l'ira di Messina Denaro.
Fonte: ateneo online

Crisi delle procure...

Procure in crisi, con quasi 200 pm che mancano all'appello, 'buchi' d'organico che difficilmente si riuscirà a coprire. Il rischio è che si blocchino le indagini, soprattutto negli uffici del Sud in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata. L'allarme arriva dal Csm, dai tre consiglieri togati del Movimento per la giustizia Ciro Riviezzo, Bernardo Petralia e Mario Fresa, i quali sollecitano l'intervento dell'organo di autogoverno della magistratura. La colpa di questa "grave situazione", sostengono, è di una norma della riforma dell'ordinamento giudiziario: quella che impedisce di assegnare in Procura magistrati di prima nomina. Ha creato una "impasse", avvertono, chiedendo che Palazzo dei Marescialli scenda in campo per "studiare gli opportuni rimedi" e indicare agli "organi competenti tutte le iniziative" per fronteggiare "la situazione di crisi". Per farlo propongono l'apertura di una prativa in Terza Commissione, che si occupa dei trasferimenti. Per accedere agli uffici di Procura, spiegano nel documento inviato al comitato di presidenza del Csm, i magistrati devono aver ottenuto la prima valutazione di professionalità, e questo avviene quattro anni dopo il decreto di nomina: questo "comporterà, in modo del tutto probabile, il consolidamento di un 'circuito esclusivo' proprio delle funzioni di pm", "i posti di sostituto di volta in volta messi a concorso saranno coperti, con attendibile certezza, quasi esclusivamente da magistrati che lasciano altri uffici di Procura". Una "ragionevole eventualità", secondo i tre consiglieri del Csm, il cui effetto sarà quello di mantenere "pressocchè inalterata la scopertura complessiva dell'organico delle Procure", dove per ora sono 199 i posti vacanti. Nelle Procure, avvertono, si creerà quindi "un deficit strutturale", tale da portare sia al "rischio di una stasi delle indagini preliminari anche negli uffici meridionali più esposti al controllo di legalità ed all'azione di contrasto nei confronti della criminalità organizzata e di tipo mafioso", sia a mettere "a rischio la stessa rappresentanza del pubblico ministero nei dibattimenti". Di fronte a questi rischi serve l'intervento del Csm: bisogna studiare "cause ed effetti" dell'attuale "fibrillazione" per indicare "gli opportuni rimedi volti a fronteggiare la situazione di crisi che verrà a determinarsi negli uffici di Procura a seguito della prima applicazione del divieto" contenuto nella riforma dell'ordinamento giudiziario firmata dall'ex Guardasigilli Mastella.
Fonte: L'occidentale

Intimidazioni ad Agrigento

SICULIANA (AGRIGENTO) - Un attentato incendiario ha danneggiato lievemente lo stabilimento balneare e ristorante "Lustro di luna" sul lungomare di Siculiana. I malviventi hanno accatastato dei pneumatici ed una canoa davanti il locale e hanno dato fuoco. Sull'intimidazione indagano i carabinieri, che non sembra abbiano dubbi sulla matrice dolosa. Il "Lustro di luna", di Anna Maria Grisafi, il 6 maggio dell'anno scorso, aveva subito un altro attentato incendiario. All'ingresso del bar-ristorante era stata posizionata una pedana di legno che era stata cosparsa di benzina ed incendiata.L'escalation di intimidazioni agli stabilimenti balneari dell'Agrigentino è cominciata lo scorso 13 aprile quando andò quasi completamente distrutto l'Holiday park, il famoso centro di giochi acquatici di San Leone. Il 3 maggio, le fiamme incenerirono, sempre al viale delle Dune, a San Leone, lo stabilimento e locale notturno "Hmora". Secondo il questore di Agrigento Girolamo di Fazio "Il racket delle estorsioni potrebbe essere tornato in azione. Chiedo ai titolari dei locali notturni e stabilimenti di denunciare ogni minaccia o pressione ricevuta. Dopo gli imprenditori è il caso che anche i commercianti collaborino con le forze dell'ordine".
12/05/2008
Fonte: La Sicilia

venerdì, maggio 09, 2008

Una provocazione...

PALERMO - "La nostra è stata solo una provocazione artistica verso una città troppo silenziosa e troppo immobile nei confronti dell'arte, con il nostro murales noi volevamo smitizzare un personaggio che è stato troppo mitizzato dai media". Escono allo scoperto con il quotidiano "La Repubblica" i due ragazzi che hanno realizzato a Palermo i murales alla maniera di Andy Warhol con la faccia del boss Matteo Messina Denaro. Sono due gli autori: Filippo Bartoli e Alessandro Giglio. Studiano architettura. Sono passate due settimane da quando sono comparsi i disegni sui muri. Il cronista li incontra proprio nella zona, dove loro due - la notte del 20 gennaio - hanno disegnato su un muro vicino alla facoltà di Giurisprudenza e poi davanti al Duomo quattro volti del Padrino. Il segno del dollaro accanto, la "misteriosissima" sigla A. F e una scritta ancora più "inquietante": L'Ultimo. Per giorni e giorni tutti si sono scatenati alla caccia degli artefici dei murales. Polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti. Per giorni e giorni sul loro conto si è detto tutto e il contrario di tutto. "Era il 28 di aprile - spiegano Filippo e Alessandro -, erano passati quasi 100 giorni da quando avevamo fatto i murales e nessuno ci aveva fatto caso, se n'erano fottuti tutti.... poi "S", un settimanale locale, ha pubblicato la foto della nostra opera come sfondo a un servizio su alcune lettere spedite da Messina Denaro e tutti i giornali e le tivù italiane a quel punto hanno sollevato un putiferio"."Oggi siamo costretti ad uscire allo scoperto per il grande casino che si è creato, - dicono - la cosa ci dà più fastidio è spiegare qualcosa che non c'è bisogno di spiegare, cioè un'espressione artistica: non si è mai visto che un artista fa la sua opera e poi deve giustificarsi per quello che ha fatto".
09/05/2008
Fonte: La Sicilia

Maxi truffa al Fisco

PALERMO - Il Gico del nucleo di Polizia tributaria della guardia di finanza di Palermo ha arrestato 15 persone coinvolte in una maxi truffa al fisco. Si tratta di cinque dipendenti dell'Agenzia delle entrate ufficio Palermo 3, di un ex dipendente dell'Agenzia delle entrate ufficio Palermo 1, di un dipendente della regione siciliana comandato presso l'ex ufficio imposte dirette, ora in pensione, e di otto consulenti fiscali. Secondo l'accusa, avrebbero "cancellato" i debiti con il fisco di 411 contribuenti, accedendo illecitamente al sistema informatico dell'Agenzia delle entrate. Le Fiamme gialle hanno quantificato in un milione e 700 mila euro l'ammontare delle somme "scontate" ai contribuenti coinvolti nel raggiro, tutti denunciati. A godere dell'illecito sconto fiscale - secondo gli inquirenti - sarebbero stati anche esponenti mafiosi e titolari di attività nel campo immobiliare e nei settori dell'edilizia, dell'artigianato, dell'agricoltura, del commercio e della sanità.Queste le persone arrestate dalla guardia di finanza nell'ambito dell'operazione denominata 'Front Office': Umberto Romano, 54 anni, Giuseppe Tumminia, 53 anni, Giuseppe Scaglione, 55 anni, Giovambattista Ignizia, 46 anni, (tutti in carcere); Annamaria Immacolata Loria, 61 anni, Alessandro Lo Re, 43 anni, Dino Giulio Lo Re, 68 anni, Giuseppe Musso, 70 anni, Fabio Barba, 33 anni, Giovanni Barba, 69 anni, Francesco Paolo Ferraro, 44 anni, Vincenzo Di Giugno, 51 anni, Vito Ferrantello, 53 anni, Vincenzo Bruno, 42 anni e Gianfranco Sabatino, 63 anni (tutti agli arresti domiciliari). C'erano anche il boss della famiglia di San Lorenzo Lorenzo Tinnirello e il latitante mafioso Francesco Di Fresco tra i contribuenti che usufruivano degli illeciti sgravi fiscali. Gli sconti praticati, attraverso l'illecito accesso al sistema informatico dell'Agenzia delle entrate, andavano da centinaia di euro fino a migliaia di euro. In cambio i funzionari, che potevano contare sull' aiuto di consulenti tributari, intascavano del denaro.
09/05/2008
Fonte: La Sicilia

giovedì, maggio 08, 2008

Riina rimane in regime di carcere duro

ROMA - Totò Riina, il capo dei capi di 'Cosa Nostra', deve rimanere nel penitenziario di Opera in regime di carcere duro. E' quanto ha deciso la Cassazione che ha negato al capo dei Corleonesi l'istanza del differimento pena, quella di detenzione domiciliare e quella per contestare la proroga del 41 bis decisa con decreto ministeriale del 12 dicembre 2006. In particolare, la Prima sezione penale della Suprema Corte - con la sentenza 18398 depositata oggi - ha dichiarato "inammissibili" tutte le richieste avanzate da Riina e ha confermato il 'no' all'attenuazione del regime detentivo così come stabilito dal Tribunale di sorveglianza di Milano il 12 ottobre 2007. Ad avviso dei giudici di piazza Cavour è ancora attuale "il pericolo per l'ordine pubblico e la sicurezza" rappresentato dal boss che ha una "impressionante biografia penale" e che è "potenzialmente in grado", se scarcerato, di riprendere i contatti con la Mafia. In proposito gli "ermellini" ricordano che le più recenti informative degli organi di polizia hanno evidenziato "la perdurante operatività del sodalizio di appartenenza del Riina (la Mafia siciliana nel suo complesso), tuttora oggetto di indagini diffuse per reati di gravissima rilevanza, sodalizio nel quale il Riina rivestiva un ruolo di vertice assoluto". La Cassazione osserva inoltre che "potenzialmente" Riina, nonostante sia al 41/bis "e tanto più se il carcere duro venisse revocato", sarebbe in grado "di mantenere contatti con la consorteria mafiosa di appartenenza ed anche con quelle altre articolazioni delinquenziali in vario modo ad essa collegate". Il capo della Cupola di 'Cosa Nostra' a sostegno delle sue richieste aveva rappresentato la gravità delle sue condizioni di salute con riferimento ai rischi di infarto e ad un probabile tumore alla prostata. Ma la Cassazione gli ha risposto che le più recenti relazioni mediche sul suo stato di salute "non solo illustravano un quadro stabile e sotto controllo ma, soprattutto, negavano qualsiasi incompatibilità con il regime carcerario in atto".
07/05/2008
Fonte: La Sicilia

Commemorazione Peppino

CINISI (PALERMO) - Partirà da Terrasini (Palermo), domani alle 17, dalla sede che un tempo ospitava radio Aut, il corteo antimafia per ricordare Peppino Impastato, il militante di Democrazia proletaria ucciso dalla mafia a Cinisi, la notte fra l'otto e il 9 maggio del 1978. La manifestazione si snoderà sulla stessa strada che Impastato percorse, a bordo della sua 'Fiat 850', la notte in cui i killer lo sequestrarono, lo portarono in un casolare di campagna, in contrada Feudo dove lo uccisero colpendolo alla nuca con una pietra. Poi i sicari, ad oggi rimasti impuniti, gettarono il suo corpo sulla linea ferrata facendo esplodere un ordigno per simularne la morte nel tentativo di compiere un attentato. Il corteo si concluderà in Corso Umberto, a Cinisi, davanti l'abitazione della famiglia Impastato, oggi una 'casa della memoria', a 'cento passì, dall'abitazione, oggi confiscata, del boss Tano badalamenti, condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio e morto nel 2004 in carcere negli Stati Uniti.Il corteo organizzato dal Forum sociale antimafia è uno degli appuntamenti previsti per ricordare Peppino Impastato. Il programma, infatti prevede dibattiti e concerti. Giovanni Impastato, fratello di Peppino, ha spiegato che "ha rivolto un appello generico a partecipare alla manifestazione. Ho invitato tutti coloro che in qualche modo in questi anni hanno contribuito a tenere in vita la memoria di Peppino: dalle amministrazioni che gli hanno intitolato una via ai partiti che gli hanno dedicato un circolo".
08/05/2008
Fonte: La Sicilia

Altri due ergastoli per il processo Di Matteo

PALERMO - Si chiude con due condanne all’ergastolo e due assoluzioni l’ennesimo capitolo giudiziario della drammatica storia del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato quando aveva 11 anni, tenuto prigioniero per oltre un anno, poi strangolato e sciolto nell’acido dagli uomini del boss Giovanni Brusca che si vendicarono così della decisione del padre, Santino Di Matteo, di collaborare con la giustizia. I giudici della prima sezione della corte d’assise d’appello di Palermo, presieduta da Claudio dall’Acqua, ribaltando in parte il primo verdetto, hanno condannato al carcere a vita Salvatore Longo e Giuseppe Fanara, boss agrigentini in precedenza assolti. Confermati i proscioglimenti di Alessandro Emmannuello e Alfonso Scozzari. Entrambi gli imputati erano accusati di avere «curato» la fase del rapimento che si consumò nell’agrigentino. Il bambino, infatti, durante la prigionia, venne spostato in diversi nascondigli nel palermitano, nel nisseno e, appunto, nell’agrigentino, dove Brusca godeva di salde alleanze con la mafia locale e trascorse poi l’ultima fase della latitanza. Giuseppe Di Matteo venne prelevato ad Altofonte da un gruppo di «amici» nel maneggio che abitualmente frequentava. «Ti portiamo da tuo padre» (che già era pentito, ndr), gli promisero. Invece il bambino venne portato in una casa di campagna, nella prima tappa di un calvario progettato per costringere Santo Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull’uccisione dell’esattore Ignazio Salvo. Ma, dopo un iniziale cedimento psicologico, il collaboratore di giustizia non si piegò al ricatto. E proprio le sue accuse furono poste dai giudici a fondamento della prima condanna all’ergastolo di Giovanni Brusca, a quel tempo latitante. Il boss di San Giuseppe Jato apprese la notizia della sentenza dai telegiornali. E in preda all’ira ordinò al fratello Enzo: «Uccidetelo». E l’11 gennaio 1995 il piccolo fu eliminato.
Fonte: L'Unita'

Autobomba nel cantiere

MESSINA - È diventato il simbolo degli imprenditori antiracket siciliani, dall´estate scorsa vive scortato, i suoi cantieri sono guardati a vista, ma gli attentati intimidatori e gli "avvertimenti" contro di lui non si fermano. Andrea Vecchio, presidente catanese dell´Ance, l´associazione nazionale costruttori però continua a ripetere quello che disse già l´anno scorso, quando, l´estate scorsa, subì quattro attentati in tre giorni: «Hanno scelto male il loro obiettivo, mai ho pagato e mai pagherò». Stavolta il racket delle estorsioni ha trasformato in bomba un´auto, dotata di impianto a gas, posteggiata ad un centinaio di metri dal cantiere dove la Operes, una delle imprese di cui è socio Vecchio, sta ristrutturando il duomo di Castroreale, in provincia di Messina. Con quell´auto gli operai di Vecchio facevano la spola tra Catania e il paese del messinese. La macchina è saltata in aria, e l´esplosione per un soffio non ha messo in pericolo la vita stessa degli operai che all´alba di ieri, stavano ancora dormendo nel prefabbricato. Le fiamme hanno lambito l´ingresso della casa e gli operai hanno appena fatto in tempo a dare l´allarme. L´attentato è stato preceduto da un avvertimento: l´11 aprile infatti su uno dei camion davanti al Duomo era stata trovata una bottiglia piena di benzina con due cartucce di fucile cariche, legate da nastro adesivo. Vecchio e il suo socio, l´ingegnere Giuseppe Piana, avevano per questo presentato una denuncia ai carabinieri. «Volevano diventare nostri fornitori – ironizza Andrea Vecchio – ci offrivano sicurezza, protezione. Ma tra i nostri fornitori mai ci saranno mafiosi e uomini del racket. In realtà - aggiunge Vecchio - sono dei poveracci, non hanno capito che noi non ci piegheremo mai. Compreremo un´altra macchina, certo, e andremo avanti. Se ho paura? Si, un po´ – conclude il presidente dell´Ance – ma mi sento garantito dall´attenzione che lo Stato e le forze dell´ordine hanno nei nostri confronti».
Fonte: La Repubblica

martedì, maggio 06, 2008

Condannato l'estorsore di Greco

A novembre, al Teatro Biondo, quando i riflettori si accesero su di lui seduto nelle prime file all´incontro degli imprenditori antiracket, Damiano Greco scoppiò in lacrime e non riuscì a dire una sola parola. Aveva pagato il pizzo per quindici anni, poi aveva detto basta, ma la sua adesione all´associazione "Libero Futuro" dopo la collaborazione con gli inquirenti era rimasta nell´ombra. Ieri, cinque mesi dopo, il suo estorsore, già arrestato dalla polizia a giugno 2007, è stato condannato a tre anni e due mesi di reclusione dal gup Adriana Piras che ha accolto le richieste del pm Maurizio de Lucia e delle parti civili costituitesi, Addiopizzo, Federazione antiracket e l´azienda di ricambi auto del Borgo Vecchio di cui Greco è titolare. Per loro, il giudice ha ordinato il risarcimento dei danni, con una provvisionale di 75 mila euro per il commerciante. A vessare per quindici anni il commerciante era un suo "collega" dirimpettaio, titolare di un supermercato, che faceva l´esattore per la famiglia mafiosa del Borgo Vecchio, Luigi Barbera. Vecchia conoscenza di magistrati e forze dell´ordine, due volte in manette, due volte condannato per estorsione, tornato a chiedere il pizzo una volta in libertà. A dicembre del 2006, si presentò nel negozio di Greco e gli chiese il "dovuto" per quell´anno,1.500 euro, minacciandolo di brutto. Poi, nei giorni a seguire, cominciò a farsi vedere con un pitbull e quando Greco chiese tempo, la risposta fu una rapina con aggressione da parte di due ragazzi del racket. Pochi giorni dopo, sentendo in tv l´appello a collaborare lanciato dal questore Giuseppe Caruso e dal pm de Lucia in occasione dell´arresto degli estorsori della Noce, Damiano Greco fece la sua scelta. Si presentò alla squadra mobile, chiese l´assistenza di Addiopizzo e della Federazione antiracket, cominciò a riempire pagine di verbale e soprattutto riconobbe subito il suo estorsore nell´album fotografico mostratogli dalla polizia. Una strada seguita fino in fondo con la costituzione di parte civile e la testimonianza al processo che ieri ha portato alla condanna dell´esattore delle cosche.
Fonte: La Repubblica

Il casolare di Peppino

CINISI (PALERMO) - "Vorremmo che il Comune di Cinisi rendesse pubblico l'accesso al casolare dove è stato assassinato Peppino, per trasformarlo in un luogo di memoria. Ci rattrista sapere che dove è morto mio fratello pascolano le mucche". La richiesta è stata inoltrata da Giovanni Impastato, fratello del militante di Democrazia proletaria, a margine della conferenza stampa di presentazione del settimo Forum sociale antimafia, in occasione del trentesimo anniversario dell'assassinio. Il luogo dove Impastato è stato ucciso appartiene a privati ed è da alcuni anni recintato e in stato di incuria. Alcuni anni fa, il commissario che ha amministrato la cittadina prima dell'attuale giunta, aveva deciso di porre un vincolo sul casolare, ritenendolo un bene culturale. Ma il Comune non ha ancora proceduto all'esproprio.
02/05/2008
Fonte: La Sicilia