martedì, settembre 30, 2008

Non ce lo dimentichiamo...

PALERMO - Facendo sapere ai boss che c'erano indagini su di loro, rivelando la presenza di microspie a casa del capomafia Giuseppe Guttadauro, Cuffaro voleva agevolare l'intera associazione mafiosa. Ruota tutto attorno alla sussistenza dell'aggravante di avere agito per avvantaggiare la mafia, esclusa, invece, dai giudici di primo grado, l'atto di appello dei pm di Palermo contro la sentenza del cosiddetto processo alle talpe della dda che ha condannato a 5 anni, per favoreggiamento semplice, l'ex governatore siciliano. "Sapeva di aiutare la mafia". Nel ricorso di 34 pagine, depositato questa mattina, i magistrati bacchettano la motivazione del verdetto relativa, appunto, all'aggravante, definendola "insufficiente" e ribadendo che, attraverso le fughe di notizie su inchieste antimafia in corso, l'ex presidente era intenzionato ad aiutare le cosche. L'ex governatore, sostengono in sintesi i magistrati, era a conoscenza dello spessore criminale del boss Giuseppe Guttadauro e sapeva anche che il suo delfino, l'assessore comunale Mimmo Miceli, frequentava abitualmente la casa del capomafia. Quando seppe dal suo collega di partito, l'ex carabiniere Antonio Borzacchelli, che i carabinieri indagavano su Guttadauro e avevano piazzato una cimice nel suo appartamento e lo rivelò a Miceli, dunque, "Cuffaro decise di agevolare non solo Guttadauro, ma l'intera organizzazione". Accanto alle motivazioni personali, dunque, secondo i pm, "Cuffaro, che il sistema di pressione e sopraffazione mafioso conosce bene, ha nutrito un'ulteriore convinzione criminosa, ben sapendo che l'individuazione della microspia presso la casa del boss avrebbe avuto quale effetto la salvaguardia di quel sistema, impedendo di fatto lo smantellamento dell'organizzazione sul territorio". I mafiosi apprezzavano la linea Cuffaro. "Cuffaro era ed è un uomo politico di cui Cosa nostra e in particolare Provenzano sostanzialmente apprezzava la linea politica definita di vecchio stampo clientelare e ritenuta utile nel contesto di quella strategia della sommersione adottata dopo le stragi e che trova nell'intermediazione e nell'inserimento del mafioso in ogni profilo della vita sociale ed economica (ed in particolare nelle amministrazioni pubbliche) uno dei suoi momenti essenziali" scrivono in uno dei passaggi salienti dell'appello depositato dai pm Maurizio De Lucia e Michele Prestipino. "L'imputato - aggiungono i pm - non poteva non essere consapevole di questa 'benevolenzà dell'associazione mafiosa che si sostanziava, almeno in parte, in appoggio elettorale". I magistrati fanno riferimento, nelle loro conclusioni, alle dichiarazioni dei pentiti Nino Giuffrè e Maurizio Di Gati da cui "emerge la decisione di Cosa nostra di appoggiare la candidatura di Cuffaro" per un giudizio positivo della mafia sulla sua politica e per la convinzione di Cosa nostra che era il candidato che avrebbe comunque vinto le elezioni. Pene più severe per Aiello. Oltre alla condanna dell'ex presidente la procura ha impugnato quella dell'ex manager della sanità privata Michele Aiello ritenendo inadeguata la pena di 14 anni inflittagli dal collegio. Per i magistrati vista la gravità dei fatti contestati all'imprenditore, accusato di associazione mafiosa, doveva essergli comminata una pena più severa.Infine la Procura ha presentato ricorso contro la decisione dei giudici di derubricare nel reato di favoreggiamento l'accusa di concorso in associazione mafiosa contestata all'ex sottufficiale del Ros Giorgio Riolo.
30/09/2008
Fonte: La Sicilia

La DIA si esprime...

ROMA - Cosa nostra sta vivendo una "situazione di crisi" grazie ai colpi messi a segno dalle forze di polizia, ma l'attenzione deve rimanere comunque alta perchè la mafia si farà carico di una "profonda riflessione strategica" che non è ancora chiaro in cosa sfocerà.
È quanto scrivono gli uomini della Direzione investigativa antimafia relativa ai primi sei mesi del 2008, consegnata al Parlamento sottolineando che in questo contesto, l'atteggiamento di Confindustria Sicilia va valutato positivamente.
Gli industriali, è scritto, "con atti concreti si sono schierati contro l'organizzazione mafiosa, assumendosi precise responsabilità e rischi personali, testimoniando così l'inizio di un percorso virtuoso nell'ambito di un graduale estensione della cultura della legalità".
Secondo la Dia sono stati gli arresti di Salvatore e Sandro Lo Piccolo ad accentuare la crisi. Gli arresti hanno infatti provocato "fibrillazioni e disorientamenti non trascurabili, non solo per l'indubbia valenza oggettiva ma anche perchè hanno consentito l'acquisizione di preziosissimi documenti circa gli 'interna corporis' del sistema mafioso e hanno favorito atteggiamenti di collaborazione con la giustizia di taluni gregari arrestati".
Cosa Nostra vive dunque una situazione di "stasi" che "tende a frenare l'autonomia raggiunta dalle varie componenti, come pure qualsiasi attività illecita e i conseguenti aspetti decisionali nei rispettivi territori di competenza". Qualcosa che tocca anche quello che attualmente gli investigatori continuano a ritenere il boss più pericoloso in circolazione, Matteo Messina Denaro.
Attenzione però, perchè "è ipotizzabile - avverte la Dia - che Cosa Nostra si farà carico di "una profonda riflessione strategica per definire più sicuri moduli strutturali e operativi atti ad assicurare una maggiore impermeabilità delle attività investigative nei confronti del tessuto decisionale e un rinnovato substrato di consenso".
Riflessione già iniziata visto che le indagini registrano "diversi spostamenti di uomini d'onore, soppressione o accorpamento di famiglie, un diversa definizione delle zone d'influenza dei mandamenti".
Cori e applausi per Matteo Messina Denaro al Pagliarelli. Il boss mafioso tuttora latitante è considerato da investigatori e inquirenti come l'attuale leader di Cosa nostra. L'episodio risale ai primi mesi dell'anno ed è riportato nella relazione semestrale che la Dia ha consegnato al Parlamento.
Gli uomini della Dia scrivono infatti che nel carcere "Pagliarelli di Palermo, in occasione degli ulteriori arresti dei favoreggiatori di Lo Piccolo, molti dei mafiosi detenuti, soprattutto quelli di origine trapanese, in coro e con applausi finali, hanno inneggiato al predetto latitante".
Una "plateale manifestazione che, "oltre a rappresentare un modo per esaltare ulteriormente la caratura criminale di Messina Denaro, quale personaggio di riferimento nel periodo di crisi dell'associazione mafiosa, lascia anche intravedere il livello di malcontento dei detenuti mafiosi per le politiche gestionali del vertice di Cosa nostra palermitana".
29/09/2008
Fonte: La Sicilia

Anche il Palermo calcio...

PALERMO - La mafia aveva sempre le poltrone in tribuna. Tutte le volte che il Palermo giocava in casa c'erano almeno 100 tra boss e picciotti. E nessuno di loro, naturalmente, pagava. I biglietti, appunto 100, divisi tra tutte le famiglie mafiose di Palermo, erano una sorta di tangente che la società doveva pagare a Cosa nostra per stare tranquilla. Ma non c'erano solo i biglietti gratis. I boss miravano anche agli appalti relativi all'indotto del Palermo Calcio e seguivano il futuro di tanti giovani calciatori che dipendevano dal loro procuratore calcistico, Giovanni Pecoraro, grande amico del mafioso Salvatore Milano, e dall'avvocato Marcello Trapani. Le pressioni su Rino Foschi, all'epoca dei fatti direttore sportivo della società, ma anche sull'ultimo allenatore rosanero, Stefano Colantuono, sarebbero continuate fino ad alcuni mesi fa. Obiettivo: far giocare in prima squadra i giovani da loro rappresentati e tentare di cedere un giocatore, Alberto Cossentino, ad una squadra straniera per due milioni di euro, uno dei quali doveva essere diviso tra Pecoraro e Trapani. E se qualcuno frapponeva ostacoli, ecco che arrivavano immediatamente le minacce, come la testa mozzata di un capretto inviata a casa dell'ex direttore sportivo del Palermo, Rino Foschi, che in un'occasione si era rifiutato di "consigliare" al presidente della società, Maurizio Zamparini di dare degli appalti al boss Salvatore Lo Piccolo per la realizzazione di un ipermercato a Palermo. Dalle conversazioni intercettate tra Foschi e Pecoraro emerge anche una violenta lite scoppiata tra Zamparini e Rino Foschi per la vendita di Amauri alla Juventus. E, per dimostrare che "vigilavano" sul Palermo sia Salvatore Milano che l'avvocato Trapani e Pecoraro, erano sempre allo stadio, anche per gli allenamenti. Si erano allontanati per qualche tempo nel dicembre scorso quando "Repubblica" pubblicò i loro nomi ed il loro coinvolgimento nei pizzini dei boss Lo Piccolo. Poi, quando pensavano che le acque si fossero calmate, erano rispuntati. Milano ha ripreso a frequentare dirigenti e giocatori del Palermo, l'avvocato Trapani a curare gli interessi dei giocatori della Primavera e Giovanni Pecoraro, si era trasformato anche lui in procuratore delle nuove leve calcistiche rosanero mentre il fratello Luigi (non coinvolto nell'inchiesta) è diventato allenatore degli esordienti del Palermo. Insomma tutto come prima, fino a quando la Guardia di Finanza, completate le indagini li ha spediti in galera. A rivelare che i boss andavano gratis allo stadio ed in tribuna, sono stati gli ultimi pentiti di mafia del clan Lo Piccolo. "Mi risulta per certo che Foschi - hanno raccontato i pentiti - era in rapporti con Salvatore Milano, uomo d'onore, e si preoccupava di fare avere i biglietti per le partite del Palermo da distribuire tra le varie famiglie mafiose. Rino Foschi li dava a Milano e lui li divideva. Nell'ultimo periodo sono nati discorsi perché Milano dava pochi biglietti e quindi i Lo Piccolo si sono lamentati e gli hanno detto che tutti i biglietti che davano li doveva dividere per ogni famiglia, perché Milano ne dava soltanto dieci alla famiglia di Resuttana e dieci a quella di San Lorenzo e dopo non ne dava più a nessuno. Dopo i biglietti furono divisi tra le famiglie, cinque per ognuna. I biglietti per lo stadio non erano in omaggio, erano a titolo estorsivo, obbligatoriamente essendo che lo Stadio ricade sul territorio di San Lorenzo e Resuttana". L'intimidazione a Foschi fu fatta, raccontano i pentiti, su incarico di Salvatore e Sandro Lo Piccolo. "Avevo preparato questo pacco su incarico dei Lo Piccolo per indurre Foschi a mantenere gli impegni assunti con Salvatore Milano per i lavori relativi alla realizzazione di un ipermercato. I Lo Piccolo avevano voluto in questo modo mandare un segnale a Foschi e a Zamparini". Il messaggio minaccioso "doveva - sottolineano però i magistrati - raggiungere Zamparini con cui, è bene dire, non sono emersi contatti di nessun genere da parte dei due indagati".

Fonte: La Repubblica

E l'amore e l'affetto di quelli che ha fatto ammazzare?

Palermo, 23 set. - (Adnkronos) - La detenzione domiciliare di Bruno Contrada, l'ex 007 che sta scontando una condanna definitiva a dieci anni per mafia, a Palermo e' stata chiesta, con un'istanza, dal suo legale, Giuseppe Lipera. Attualmente Contrada e' ai domiciliari presso la casa della sorella Anna a Varcaturo, nel napoletano. ''E' inumano che una persona anziana come Bruno Contrada, ormai vicino alla fine della sua esistenza terrena, venga allontanata dall'amore e dall'affetto della famiglia'', scrive l'avvocato nell'istanza presentata al magistrato di sorveglianza di Napoli. "La moglie di Contrada, Adriana - scrive ancora il legale - e' residente a Palermo, e le sue gravissime condizioni di salute le impediscono di affrontare un lungo viaggio per riabbracciare il marito che non vede dal maggio del 2007''.
Fonte: Il Tempo

Più sicurezza per Di Matteo..

Palermo, 22 set. - (Adnkronos) - Piu' "attenzione e sicurezza" per il pm Antonino Di Matteo, dopo la scoperta dell'uomo nascosto nei pressi della sua abitaizone in campagna, e' stata chiesta in una lettera al Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo. E' una lettera aperta proposta dal periodico Antimafiaduemila e sottoscritta da associazioni antimafia, esponenti della societa' civile e giornalisti. ''Le delicate inchieste antimafia condotte da diversi anni dal dottor Antonino Di Matteo lo hanno palesemente esposto, e lo espongono, a seri rischi per la sua incolumita' e quella della sua famiglia - si legge - A fronte di tutto cio' e' fondamentale che lo Stato dia un segnale forte, garantendo il potenziamento della sicurezza del dott. Di Matteo e di tutti quei magistrati che lavorano in prima linea contro le organizzazioni mafiose. La sottovalutazione del reale pericolo rappresentato da Cosa nostra e da tutte le mafie crea i gravissimi presupposti di isolamento per tutti coloro che si stanno battendo contro di esse''.
Fonte. Adnkronos

sabato, settembre 27, 2008

Rostagno.. Non dimentichiamo..

TRAPANI - La sera del 26 settembre 1988 venne ucciso Mauro Rostagno, giornalista-sociologo, uno dei fondatori della comunità "Saman". L'inchiesta sul delitto, nonostante diversi colpi di scena, archiviazioni, riaperture, arresti, proscioglimenti, non ha ancora accertato i colpevoli. Le indagini sono condotte dalla Dda di Palermo. Il titolare dell'inchiesta, Antonio Ingroia, recentemente ha detto di essere in possesso di "robusti indizi" ed ha chiesto al gip un'ulteriore proroga. Gli indizi, che dovrebbero portare alla richiesta di rinvio a giudizio del boss trapanese Vincenzo Virga, scaturiscono da una nuova perizia balistica, fatta eseguire dal capo della Mobile di Trapani, Giuseppe Linares, con l'ausilio di sofisticate apparecchiature, che non erano disponibili all'epoca del delitto. Il primo ad ipotizzare la matrice mafiosa fu Rino Germanà, l'ex dirigente della Mobile di Trapani, scampato nel 92 ad un agguato mafioso sul lungomare di Mazara del Vallo. Per anni, gli investigatori hanno battuto anche altre piste, come quella interna alla comunità terapeutica "Saman" di Lenzi. Per il delitto, nel luglio '96 furono arrestate con varie contestazioni, Elisabetta Roveri, detta "Chicca", compagna di Rostagno, Luciano Marrocco, detto "Lucky", Giuseppe Rallo e Massimo Oldrini, ospiti della comunità "Saman" al tempo del delitto. Successivamente finì in carcere anche un altro ospite della comunità: Giuseppe Cammisa. Un avviso di garanzia fu, invece, notificato a Francesco Cardella che con Chicca Roveri e Mauro Rostagno, aveva fondato "Saman". Per Adriano Sofri, l'arresto di Chicca Roveri fu "un sequestro di persona" ed una "vergogna morale". La pista interna, tuttavia, si sgonfiò e gli indagati furono prosciolti. Rimasero in piedi però le accuse a Cardella fino al 2002, quando gli stessi magistrati della Dda chiesero l'archiviazione.
26/09/2008
Fonte: La Sicilia

mercoledì, settembre 24, 2008

La mafia al nord è reale.. Non un'invenzione...

PALERMO - I boss mafiosi Sandro e Salvatore Lo Piccolo avrebbero avuto interessi economici a Chioggia. I capimafia, con l'appoggio di alcuni imprenditori locali, uno dei quali è indagato, e di un militare dela guardia di finanza, anche lui indagato, avrebbero tentato di mettere le mani sulla riqualificazione del porto di Chioggia, un investimento da 8 milioni di euro. Per questo motivo i pm della direzione distrettuale antimafia di Palermo hanno disposto perquisizioni in alcuni uffici e abitazioni del Veneto e a Chioggia. Gli interessi dei boss mafiosi Sandro e Salvatore Lo Piccolo a Chioggia nella riqualificazione del porto dovevano passare attraverso la società, "Petra", costituita il 25 settembre 2007. La società stamani è stata sequestrata su ordine del gip di Palermo, Silvana Saguto. Per questa vicenda i magistrati della Dda di Palermo hanno indagato per intestazione fittizia di beni un militare della guardia di finanza in servizio alla tenenza di Chioggia, l'imprenditore Claudio Toffanello e il commercialista Giuseppe Rosano di Palermo. Per tutti e tre i magistrati hanno disposto stamani perquisizioni nei loro uffici e abitazioni.
24/09/2008
Fonte: La Sicilia

Le mani sul calcio

PALERMO - Due persone sono state arrestate a Palermo da militari del Nucleo di Polizia valutaria della Guardia di Finanza nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Dda del capoluogo siciliano. Si tratterebbe, secondo le prime informazioni, di due personaggi vicini al clan Lo Piccolo. I fermati sarebbero l'avvocato penalista Marcello Trapani e il procuratore di calcio Giovanni Pecoraro, che ha anche lavorato per la società del Palermo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione. L'avvocato Marcello Trapani era stato nominato difensore di fiducia dai boss Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Il penalista, che è anche procuratore sportivo per conto di molti giovani calciatori del Palermo, avrebbe fatto da tramite con i capimafia e alcuni imprenditori che avevano interesse a contattare i Lo Piccolo. A Marcello Trapani viene anche contestato di avere acquistato un giubbotto antiproiettile per conto dei Lo Piccolo, durante la loro latitanza. Il penalista, secondo quanto emerge dall'inchiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, avrebbe anche fatto avere ai boss materiale giudiziario che riguardava inchieste sulle cosche mafiose. Le intercettazioni, non solo ambientali ma anche video, effettuate nello studio del penalista hanno fatto emergere che Trapani quando incontrava Calogero Lo Piccolo, figlio del capomafia non parlava, ma i due si scambiavano "pizzini" in modo da tentare di evitare le intercettazioni. I foglietti sono stati poi recuperati dagli investigatori tra i rifiuti in cui venivano buttati. Trapani è stato trasferito nel carcere di Rebibbia a Roma dove sarà interrogato venerdì dal gip, Silvana Saguto. L'avvocato è anche procuratore sportivo e fra i suoi clienti vi sono giocatori che militano in serie A e piccole promesse che giocano nelle giovanili. Giovanni Pecoraro, l'altro procuratore sportivo arrestato stamani, sarà interrogato dal gip giovedì. Intimidazioni al Palermo. Ai dirigenti del Palermo Calcio sono state commissionate in passato delle minacce dagli uomini dei boss mafiosi Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Il collaboratore Andrea Bonaccorso ha confessato di essere stato l'autore dell'intimidazione rivolta all'ex direttore sportivo del Palermo Rino Foschi, al quale tre anni fa venne recapitata un testa d'agnello mozzata. Secondo il pentito il gesto venne compiuto su mandato dei boss Lo Piccolo, che volevano partecipare alla spartizione di alcuni appalti commissionati dal presidente Maurizio Zamparini e che riguardavano affari personali e non del Palermo Calcio. Gli inquirenti sottolineano nel provvedimento che ha portato all'arresto dei due professionisti che Zamparini non si è mai piegato alle intimidazioni ed ha, anzi, allontanato alcune persone dalla società sportiva in modo da evitare qualsiasi interferenza da parte dei mafiosi.
24/09/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, settembre 23, 2008

Ce li invidiano in Svizzera... Che popolo che siamo..

(AGI) - Palermo, 19 set. - 'Lectio magistralis' di due magistrati della Procura di Palermo all'Universita' di Lugano. Domani mattina, nell'ambito dei corsi organizzati dal dottorato di ricerca in Criminologia, della facolta' di Scienze umane e tecnologiche, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino (il pm che coordino' le indagini sulla cattura di Bernardo Provenzano) terranno una lezione a studenti, investigatori e inquirenti svizzeri, su temi riguardanti la lotta contro Cosa Nostra. De Lucia, esperto nell'antiracket e nel contrasto delle cosche, affrontera' i problemi degli strumenti di controllo e penetrazione dell'organizzazione mafiosa sul territorio e nell'economia. Prestipino parlera' invece degli strumenti di investigazione nell'azione di contrasto alla criminalita' organizzata. La magistratura siciliana e quella della Confederazione elvetica sono legate da anni di reciproca collaborazione, sin dai tempi di Giovanni Falcone e Carla Del Ponte.
Fonte: AGI.it

La regione contro il racket... Funzionerà?...

(Adnkronos) - La Regione siciliana in prima linea, al fianco di commercianti e cittadini, per contrastare il fenomeno dell'usura e del racket. Un impegno concreto dell'assessorato per le Autonomie locali che finanzia, con fondi europei, l'apertura di nove sportelli (uno per ogni capoluogo di provincia) che offriranno servizi ed attivita' di sostegno e supporto nei confronti di soggetti ''colpiti'' sia dal racket delle estorsioni che dall'usura. Il progetto prevede inoltre la formazione di 210 operatori delle forze dell'ordine. Il progetto - intitolato ''Azioni di sistema per lo sviluppo della legalita''' (finanziato con un milione e 600 mila euro della misura 3.21 del POR 2000-2006 - e' realizzato dall'Universita' degli Studi di Catania in collaborazione con ''C&B'', le onlus-coop ''La citta' del sole'' di Catania e ''Fenice'' di Palermo. Tra gli obiettivi del progetto anche il coinvolgimento di tutte le prefetture e delle forze dell'ordine (polizia di Stato, arma dei carabinieri, guardia di finanza e polizie municipali) operanti in Sicilia. Per presentare i contenuti e le finalita' del progetto e' indetta una conferenza stampa per mercoledi' 24 settembre alle ore 10,30 che si svolgera' presso l'assessorato regionale per la Famiglia, le Politiche sociali e le Autonomie locali. Assieme all'assessore Francesco Scoma saranno presenti il questore di Palermo, Alessandro Marangoni; il questore di Catania, Michele Capomacchia; il prefetto di Palermo,Giancarlo Trevisone, il prefetto del capoluogo etneo, Giovanni Finazzo e il rettore dell'Universita' degli studi Catania, Antonio Recca. ''Verranno attivati - afferma l'assessore Francesco Scoma - corsi di formazione specifici, per 540 ore complessive tra teoria e pratica, rivolti alle forze dell'ordine e contestualmente avviati gli sportelli antiracket ed antiusura che si avvarranno, tra gli altri, delle associazioni di categoria dei commercianti, degli imprenditori, delle istituzioni pubbliche, dell'''associazione antiracket Libero Futuro'', del consorzio Asi di Palermo, oltre alla collaborazione delle Questure e delle Prefetture siciliane.
Fonte: Adnkronos

Il ricordo di Livatino...

(AGI) - Agrigento, 20 set. - Il giudice Rosario Livatino fu ucciso 18 anni fa, senza pieta', da un commando mafioso. La sua figura oggi viene rievocata al palazzo di giustizia di Agrigento, nel corso di un convegno su "Sicurezza, garanzie e processo penale", alla presenza del guardasigilli Angelino Alfano e del presidente dell'Anm Luca Palamara. Domani, giorno dell'anniversario, alle 10.30 una messa nella sua Canicatti'. Erano passate da poco le 8.30 quella mattina del 21 settembre 1990. Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, a bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicatti', dove abitava, si stava recando al tribunale di Agrigento. Come sempre, stava percorrendo i duecento metri del viadotto San Benedetto, a tre chilometri dalla citta' dei templi, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo hanno affiancato costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari, almeno tre, con altri due complici autisti, hanno sparato numerosi colpi di pistola. Alcuni proiettili hanno infranto il lunotto posteriore della Fiesta. Rosario Livatino ha tentato una disperata fuga, ha innestato la marcia indietro per fuggire, ma e' stato inseguito e bloccato. Ha allora aperto lo sportello di destra cercando scampo nella scarpata sottostante. Colpito da due proiettili alla spalla destra ha continuato a correre, ma i killer lo hanno tallonato sparando altri colpi. Dopo un centinaio di metri e' caduto. I sicari gli hanno scaricato addosso altri quattro colpi di pistola, due al braccio destro, uno alla tempia destra ed un altro in bocca. E sono fuggiti. Dopo l'agguato, sul viadotto San Benedetto, sono arrivati subito i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l'allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala il procuratore della Repubblica Paolo Borsellino.Per la morte di Rosario Livatino, di cui e' in corso la causa di beatificazione, sono stati individuati, grazie al supertestimone Pietro Ivano Nava, i componenti del commando omicida e i mandanti, tutti condannati all'ergastolo, con pene ridotte per i collaboranti. Secondo la sentenza, Livatino venne ucciso perche' "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attivita' criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioe' una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che e' poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Gli stiddari vollero uccidere un giudice non condizionabile per lanciare un segnale di potenza a Cosa nostra. Ma la sua terribile fine ando' incontro agli interessi di chi si muoveva in modo oscuro nella politica e nell'economia: nella sua attivita', infatti, si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la 'Tangentopoli siciliana' e aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia dell'agrigentino, di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso lo strumento della confisca dei beni. La storia di Livatino e' stata raccontata da Nando dalla Chiesa nel libro "Il giudice ragazzino", titolo che riprende la definizione attribuita a Francesco Cossiga: "Livatino e la sua storia sono uno specchio pubblico per un'intera societa' e la sua morte, piu' che essere un documento d'accusa contro la mafia, finisce per essere un silenzioso, terribile documento d'accusa contro il complessivo regime della corruzione". Giovanni Paolo II, pensava anche al magistrato, che una volta defini' "martire della giustizia e indirettamente della fede", quando da Agrigento il 9 maggio del 1993 lancio' il suo anatema contro i mafiosi: "Nessuna organizzazione criminale, mafia, puo' condizionare la vita di un popolo. Convertitevi! Un giorno verra' il giudizio di Dio".
Fonte: AGI.it

Il caro vecchio Mannino... Al quarto processo...

PALERMO (19 settembre) - Otto anni di carcere per l'ex ministro Calogero Mannino, oggi senatore dell'Udc, è la condana chiesta dal sostituto procuratore generale di Palermo, Vittorio Teresi. Mannino è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, e secondo il pg sarebbe colpevole per i fatti avvenuti dal 1981 in poi. Per i precedenti ha chiesto ai giudici della corte d'appello l'assoluzione. Per Mannino si tratta del quarto processo. Nel 2005 la Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza di condanna a 5 anni e 4 mesi inflitta dalla Corte d'Appello di Palermo. Alla prossima udienza, prevista per il 3 ottobre, toccherà alla parte civile e poi alla difesa.
Fonte: Il Messaggero

Arrestato presunto estortore

PALERMO - La polizia di Stato ha arrestato a Palermo un pregiudicato accusato di avere imposto il pagamento del pizzo ad un imprenditore. I poliziotti della Squadra mobile sono riusciti a bloccare un uomo di 48 anni, che adesso deve rispondere di tentata estorsione, aggravata dal metodo mafioso. Le indagini, cui ha contribuito la vittima dell'estorsione, sono state eseguite dagli agenti della Questura di Palermo, guidata da Alessandro Marangoni. Il pregiudicato ha precedenti penali per rapina, possesso di armi e truffa ed è stato sottoposto a provvedimento di fermo emesso dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. L'indagato è accusato di aver fatto richieste estorsive ad un imprenditore edile impegnato nell'esecuzione di lavori nel centro città. Determinante è risultata la collaborazione dell'imprenditore vittima della richiesta, che non ha esitato a denunciare l'estorsore.
23/09/2008
Fonte: La Sicilia

sabato, settembre 20, 2008

8 ordinanze a Messina

MESSINA - La polizia ha eseguito stamani otto ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di presunti componenti di una banda che aveva collegamenti con le cosche mafiose, la quale metteva a segno estorsioni a commercianti della città ed organizzava truffe alle assicurazioni. Alla maggior parte degli indagati viene contestato di avere costituito un'associazione criminale di stampo mafioso, capeggiata dal pregiudicato Armando Vadalà, che operava nel quartiere di Camaro. Le indagini sono iniziate dall'omicidio di Rosario Mesiti, avvenuto il 22 agosto 2006, da cui è emerso l'operatività di un gruppo criminale denominato Vadalà-Campolo, che imponeva il pagamento del pizzo ai commercianti. L'inchiesta è stata coordinata dal pm della Dda di Messina, Giuseppe Verzera. Gli agenti della Squadra mobile hanno inoltre scoperto, oltre ai componenti dell'associazione, arrestati stamani, tranne uno che è latitante, che dietro la copertura di un'agenzia assicurativa gestita da uno degli indagati, venivano pianificate, oltre alle estorsioni e l'usura prevalentemente nel mercato Zaera, anche truffe assicurative mediante denunce di falsi incidenti stradali, con il reclutamento di falsi testimoni. Le persone arrestate dalla polizia a Messina, nell'ambito dell'operazione Zaera, sono Armando Vadalà, 34 anni, Antonino Bengala, 37 anni, Francesco Tringali, 54 anni, Andrea Falliti, 52 anni, Frank Scibilia, 35 anni e Francesco Sanfilippo, 37 anni. Nella stessa operazione è stato fermato Angelo Bellantoni, 46 anni, con l'accusa di detenzione di arma da fuoco. All'elenco si è aggiunto Gianluca Bellantoni, 24 anni, che stamani era sfuggito all'arresto nell'ambito dell'operazione che ha portato in carcere altre sette persone. L'associazione, per l'accusa, truffava le assicurazioni ed estorceva denaro a commercianti messinesi prevalentemente al mercato Zaera.
20/09/2008
Fonte: La Sicilia

venerdì, settembre 19, 2008

Peppino...

(AGI) - Milano, 16 set. - A trent'anni dalla morte, Milano ricorda la lezione civile e morale di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978. Un anniversario che il fratello di Peppino, Giovanni, ha voluto legare al sessantesimo compleanno della Costituzione nella convinzione che "se si vuole parlare di legalita'", la carta costituzionale sia "il punto da cui partire". Questo pomeriggio, dalla Sala Alessi di Palazzo Marino, gremita, e' uscito il ricordo, anche personale, del giovane siciliano che sfido' i boss dal microfono di una radio libera, ma anche un invito a non considerare la mafia come fenomeno del Sud Italia e a tenere anzi alta la guardia contro le infiltrazioni della microcriminalita' anche a Milano, dall'edilizia al commercio fino al grande catalizzatore di interessi (potenzialmente anche di quelli mafiosi): l'Expo 2015. Lo ha ricordato Basilio Rizzo, presidente del gruppo consiliare Uniti con Dario Fo per Milano che a questo proposito ha lanciato l'idea di dar vita "a un'autorita' di controllo sulle spese per l'Expo costituita da personalita' di alto prestigio morale". Un invito ripreso anche da Nando dalla Chiesa, che ha ribadito la necessita' di "istituire una commissione antimafia a Milano non immune da infiltrazioni microcriminalita'". Avvertimento a stare in guardia contro infiltrazioni mafiose, soprattutto della n'draghiate con la sua particolare capacita' di aderire e controllare il territorio, anche da Vladimiro Merlin, presidente del gruppo consigliare Rifondazione Comunista, per il quale "l'insediamento della mafia nel Nord e' un fenomeno radicato non solo sul piano finanziario". E' seguito il ricordo personale di Emilio Molinari, ex senatore dei Verdi, ai tempi compagno di partito di Impastato, che ha ricordato "il coraggio" e "la solitudine" di Peppino anche rispetto al suo stesso partito; e poi un lungo intervento di Giancarlo Caselli, procuratore generale di Torino, che ha puntato il dito contro i depistaggi seguiti ad "un omicidio che fu da subito un impaccio di cui liberarsi". "E' stato merito di Peppino Impastato - ha scandito Caselli - concepire la politica con la "p" maiuscola, cioe' una politica che guarda a interessi generali".
Fonte: AGI.it

Omaggio a Saetta

Lo storico Carmelo Sciascia Cannizzaro ha voluto ricordare così il magistrato a 20 anni dalla sua morte Agrigento Il 25 settembre del 1988, sulla strada statale 640 che collega Agrigento e Palermo, i killer di Cosa Nostra entrarono in azione per uccidere il presidente della prima sezione della Corte di Appello, Antonino Saetta suo figlio (disabile) Stefano. Entrambi furono crivellati di colpi e, quando le forze dell'ordine giunsero sul luogo del delitto per fare i loro rilevamenti, arrivarono a contare i bossoli di 46 proiettili, che furono sparati quasi per voler rimarcare - ancora una volta - la violenza inaudita della mafia. Vent'anni dopo quel feroce duplice delitto, Carmelo Sciascia Cannizzaro, storico, ha ricordato la figura magistrato di Canicattì con un libro edito dalle Paoline: "Antonino Saetta, Primo magistrato giudicante assassinato dalla mafia" (pagine 136, 12 euro), la cui prefazione è stata affidata a Giuliano Vassalli, mentre invece la premessa è di Melo Freni. Saetta aveva chiesto di essere trasferito ad altra Corte d'Appello, perché era perfettamente consapevole dei rischi che correva. La sua richiesta, però, non venne accettata per la necessità della sua presidenza in quel luogo e del suo lavoro nel processo che stava seguendo. Si trattava, infatti, del processo a Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio e Armando Bonanno, che dovevano rispondere dell'accusa di omicidio nei confronti del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, avvenuto il 4 maggio del 1980 a Monreale. Saetta si era rassegnato e aveva condotto a termine quella fase del processo con la sua solita professionalità. Nel frattempo, si sforzava di non far trapelare le sue preoccupazioni, ma il giorno stesso dell'agguato, la sua famiglia si accorse che c'era qualcosa che non andava. Tutto questo è ciò che racconta e, in un certo senso, denuncia Carmelo Sciascia Cannizzaro nel suo libro. Saetta è stato definito un eroe, come spesso tristemente accade dopo certe morti. Anche Papa Giovanni Paolo II, quando si recò ad Agrigento e pronunciò quella indimenticabile condanna degli uomini della mafia, esaltò le loro vittime. Il libro verrà presentato nel Teatro Regina Margherita di Racalmuto proprio il 25 settembre, giorno del ventesimo anniversario della morte del magistrato e di suo figlio. Carmelo Sciascia Cannizzaro è un ex funzionario di banca che vive a Canicattì, il paese in cui è nato Saetta. E in cui è stato scritto questo suo tributo postumo.
Fonte: Sicilia on line

I Lo Piccolo e il pc

Palermo, 18 set. - I Lo Piccolo erano boss di nuova generazione, pronti a scaricare da internet l'elenco degli appalti in corso per affilare le armi delle estorsioni e delle infiltrazioni. E' il quadro che emerge dai 19 pizzini inediti sequestrati nel covo di Giardinello. Salvatore e Sandro Lo Piccolo, attraverso il pc portatile a loro disposizione nel covo di Terrasini, tenevano sotto controllo i siti legati alle aste giudiziarie, alle compravendite di immobili, ma anche agli appalti. Da internet poi scaricavano i bandi, l'esito delle gare, l'elenco delle ditte che si erano aggiudicate i lavori pubblici. Tutti documenti che adesso sono al vaglio della Procura e degli investigatori della Squadra mobile. Che, una volta chiusa la prima parte delle indagini, stanno cercando di ricostruire anche questo nuovo filone. Fra i documenti trovati dagli investigatori, ad esempio, c'e' una pagina stampata dal sito www.banchedati.biz: un appunto con decine di appalti, che i boss di San Lorenzo seguivano passo dopo passo. In altri fogli, invece, come scrive il mensile palermitano "S", i due boss avevano appuntato tutte le coordinate legate ad altri lavori pubblici: la ditta appaltatrice con relativo indirizzo (seguito eventualmente anche da quello delle societa' in associazione temporanea di impresa), la tipologia e la durata dell'appalto, con una breve descrizione dell'intervento e infine anche l'importo dei lavori a base d'asta. Nell'elenco, un colpo grosso su tutti: la manutenzione dell'aeroporto di Punta Raisi.
Fonte: AGI.it

3 parole: pezzi di merda...

Roma, 18 set. (Apcom) - Due interrogazioni scritte, presentate da senatori e deputati del Pd insieme all'Idv, ai ministri dei Trasporti, della Giustizia e dell'Interno perchè l'aeroporto di Comiso, in provincia di Ragusa, resti intitolato a Pio La Torre e a Rosario Di Salvo. A decidere la cancellazione dell'intitolazione dell'aeroporto al segretario regionale del Pci siciliano, ucciso dalla mafia insieme al suo autista, il sindaco di Comiso, Giuseppe Alfano. Contro questo "oltraggio" Articolo 21 ha raccolto oltre ventimila firme e oggi la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, insieme al collega Vincenzo Vita e a Beppe Giulietti di Articolo 21, ha tenuto una conferenza stampa a Palazzo Madama su un episodio definito "gravissimo e preoccupante". Con una delibera la giunta comunale di centrodestra di Comiso ha stabilito di revocare l'intitolazione a La Torre e Salvo e di ripristinare quella a Vincenzo Magliocco, generale di brigata medaglia d'oro al valor militare. Dopo appelli e prese di posizioni giunte da molte e diverse voci del mondo politico e della società civile "sarebbe una scelta politicamente intelligente - osserva la Finocchiaro - se il sindaco di Comiso ritirasse quella delibera. Comunque per centinaia di migliaia di persone e non solo per il suo partito quello resterà l'aeroporto Pio La Torre". Contro il provvedimento anche la vice presidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini che si è unita alla battaglia di Articolo 21 contro "un fatto gravissimo e inaccettabile di cancellazione della memoria". Il portavoce nazionale dell'Idv ed ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha bollato la scelta come "disgustosa" ricordando che "Pio La Torre è un eroe della Repubblica italiana".
Fonte: Apcom

Provincia di Palermo parte civile

Palermo, 18 set. - La Provincia di Palermo si costituira' sempre parte civile in ogni processo contro gli esattori del racket". L'annuncio e' stato dato oggi dall'assessore provinciale alla Legalita', Pietro Alongi, nel corso della presentazione del 'Festival della legalita''. "Abbiamo preso questa decisione -ha detto Alongi- perche' estorcere denaro di commercianti ed imprenditori e' un fatto di una gravita' inaudita, che ha fermato per molto tempo l'economia di questa citta' e di questa provincia". "Vogliamo stare vicini -ha detto ancora Alongi- a tutti gli uomini, commercianti e imprenditori, che hanno avuto il coraggio di denunciare il racket del pizzo. Sara' questo il primo atto del nostro assessorato". E il presidente della Provincia di Palermo Giovanni Avanti ha aggiunto: "Il mio impegno sara' sempre proteso alla difesa della legalita'".
Fonte: Adnkronos

Ogni tanto...

CARINI (PALERMO) - Alcuni beni confiscati alla mafia sono stati consegnati al Comune di Carini. Il sindaco, Gaetano La Fata, ha firmato gli atti conclusivi di cessione. Si tratta di un terreno di oltre 7mila metri quadri che insiste nell'area industriale, sottratto al presunto boss Giuseppe Genovese. Nell'area c'è anche un casolare di 20 mq.
Fonte: La Sicilia

Stragi '92

Roma, 18 set. - Per le stragi di mafia del 1992 devono essere confermate nove condanne; per due mandanti il processo va rifatto e un alto boss della cupola va assolto. A chiedere di non chiudere definitivamente il sipario sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio e' stato il sostituto procuratore generale della Cassazione, Carlo Di Casola che, ai giudici della prima sezione penale ha chiesto di annullare con rinvio la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Catania relativamente a Salvatore Montalto e a Salvatore Buscemi, entrambi condannati all'ergastolo in Appello. Secondo la pubblica accusa della Cassazione serve un nuovo processo in quanto Buscemi e Montalto, avendo sostituito i loro capi mandanti, non potevano avere "autonomia decisionale" sulla decisione di uccidere i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Di Casola ha inoltre chiesto l'assoluzione per Benedetto Spera, in appello condannato all'ergastolo solo per la strage di via D'Amelio, in quanto nella famosa riunione di auguri di Natale del '91 quando i boss pianificarono le stragi lui non era presente e dunque, a detta del pg, "anche se a posteriori ha dato la sua adesione alla strategia stragista il suo non e' stato un contributo causale".
Fonte: Adnkronos

mercoledì, settembre 17, 2008

Inchiesta "quattromura"...

GELA (CALTANISSETTA) - Stidda e Cosa nostra si sarebbero infiltrate nel comparto economico di Gela "utilizzando il collaudato sistema dell'interposizione di soggetti cosiddetti puliti, vicini alle organizzazioni criminali e pertanto garanti delle delicate e riservate operazioni finanziarie...". E' quanto emerge dalle indagini della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, coordinate dal procuratore Sergio Lari, che stamani hanno posto sotto sequestro ditte e società imprenditoriali per un valore complessivo di otto milioni e mezzo di euro. L'inchiesta, denominata "Quattromura", è stata avviata nel 2006. Sono 22 le persone indagate per concorso in trasferimento fraudolento di valori con l'aggravante di avere agevolato l'associazione mafiosa.Il sequestro riguarda la discoteca Caligola, di contrada Roccazzelle, intestata a quattro soci incensurati ma riconducibile, secondo gli inquirenti, a esponenti della Stidda; un negozio di articoli da regalo, "Dettagli d'autore", in via Palazzi, intestato a un commerciante che farebbe da prestanome ai boss di Cosa nostra, Giuseppe Tasca e ai fratelli Antonio, Crocifisso e Salvatore Rinzivillo; infine l'impresa di produzione e trasporto di calcestruzzi Icam, nella zona industriale, che sarebbe riconducibile a Giuseppe Bevilacqua e ai fratelli Emmanuello, della famiglia mafiosa di Cosa nostra gelese. Dal 1990 a oggi, secondo le indagini della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, i vertici di Cosa nostra e Stidda avrebbero pianificato a tavolino "la spartizione delle gestioni economiche" a Gela. Le imprese "gestite" da prestanome dei boss, in cui riciclavano somme di denaro, per gli inquirenti venivano escluse dalla riscossione del pizzo. Solo per le festività natalizie i gestori erano obbligati a versare in una cassa comune delle cosche mafiose un contributo in favore delle famiglie dei detenuti.
17/09/2008
Fonte: La Sicilia

lunedì, settembre 15, 2008

Concerto al lido sequestrato alla mafia

CATANIA - L'orchestra 'Vincenzo Bellini' di Catania terrà, per la prima volta nella sua storia, un concerto sinfonico in una struttura confiscata alla mafia. Domani sera, infatti, il gruppo ottoni e percussioni del teatro massimo eneo si esibirà nel lido dei Ciclopi di Acitrezza, frazione marinara di Aci Castello, storico ritrovo della Catania-bene, prima sequestrato e poi confiscato alla mafia e ormai da un decennio gestito per conto dello Stato dalla società Gli Ulivi. L'iniziativa è stata voluta dal prefetto di Catania, Giovanni Finazzo, che ha "ringraziato il 'Bellini' per aver accolto l'invito". "Portare la musica, l'arte, in un luogo come il Lido dei Ciclopi - ha aggiunto - è un bel modo per convertire in un bene sociale un bene che è stato tolto alla mafia". Per il sovrintendente del Bellini, Antonio Fiumefreddo "è un modo concreto per ribadire l'impegno civile del teatro in favore dell'affermazione della cultura della legalità". Fiumefreddo ha anche avanzato al prefetto la richiesta per il Teatro di avere assegnato un bene confiscato alla mafia. Il prefetto Finazzo ha aderito, ritenendola in linea con la funzione sociale dei beni acquisiti dallo Stato. "Questo concerto ha per noi un valore simbolico enorme - ha affermato l'amministratore finanziario de Gli Ulivi, Giuffrida -: fare cultura, fare arte, in un luogo che prima era in mano alla mafia e che oggi invece rappresenta la vittoria dello Stato, è per noi un grande evento. I beni confiscati alla mafia non sono derelitti ma assolvono ad una funzione sociale importantissima". Il concerto del Bellini arriva al termine di una serie di iniziative che si sono tenute in questi mesi nel lido dei Ciclopi proprio per affermare il principio della legalità: concerti, mostre, un premio (Ninfa Galatea), recital. Domani sera, il Gruppo Ottoni e Percussioni del Bellini eseguirà un programma di musiche che spazia da Aram Kaciaturian a David Short, da George Gershwin a Ennio Morricone, da Henry Mancini a Nino Rota a Nicola Piovani.
15/09/2008
Fonte: La Sicilia

Denunci? Non paghi le tasse...

CATANIA - Esenzione per cinque anni dalle imposte, dall'Irap, dall'Ici e dal versamento dei contributi previdenziali: sono le 'agevolazioni' per gli imprenditori che denunciano richieste estorsive o richieste provenienti dalla criminalità organizzata tendenti a modificare il normale svolgimento dell'attività economica, cui sia seguita una richiesta di rinvio a giudizio, prevista dalla bozza di legge antiracket della Commissione regionale antimafia siciliana.La norma prevede infatti la creazione di zone franche per la legalità per agevolare le vittime del 'pizzo' a collaborare. La bozza, inoltre, prevede l'istituzione di un fondo da parte dell'assessorato regionale ai Beni culturali alle scuole siciliane per l'istituzione di laboratori della legalità, l'introduzione di un "conto unico per gli appalti" e cioè dell'obbligo per le stazioni appaltanti di aprire un numero di conto corrente unico sul quale gli enti appaltanti facciano confluire tutti gli oneri relativi all'appalto; del conto deve avvalersi l'aggiudicatario per tutte le operazioni relative all'appalto. Il mancato rispetto dell'obbligo provocherebbe la rescissione unilaterale per inadempimento contrattuale. La legge fa riferimento anche alla gestione dei beni confiscati alla mafia e assegnati ai Comuni per la cui riutilizzazione viene istituito un fondo di rotazione con dotazione per il triennio 2008-2010 di 15 milioni di euro per la redazione di piani di utilizzo e di studi di fattibilità, nonchè per la progettazione tecnica delle opere necessarie ad adeguare i beni agli obiettivi sociali e produttivi.Alle cooperative sociali, alle associazioni onlus, alle comunità di recupero e ai Comuni sono accordati anticipazioni, fideiussioni e punteggi finalizzati alle realizzazione di progetti ed iniziative connesse al riuso e alla fruizione sociali di tali beni, mentre sarà istituita una sorta di "corsia preferenziale" per l'istruttoria e l'espletamento delle pratiche amministrative legate al riutilizzo dei beni ex mafiosi.
15/09/2008
Fonte: La Sicilia

sabato, settembre 13, 2008

Anniversario Don Puglisi

PALERMO - Circa 200 persone stanno partecipando al corteo che dal Policlinico di Palermo raggiungerà la tomba di don Pino Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993. Si aprono oggi, infatti, le manifestazioni in ricordo di don Puglisi che si concluderanno lunedì prossimo con la messa solenne in Cattedrale. Alla testa del corteo c'è il senatore del Pd, Giuseppe Lumia. "Si è fatto molto nella lotta alla mafia - ha detto - ma c'è ancora un ritardo della politica che è in debito con il quartiere di Brancaccio". Davanti la tomba di Puglisi sarà reciterà una preghiera e poi la commemorazione continuerà nel centro Polifunzionale di Brancaccio con l'inaugurazione di una mostra fotografica. "Non vogliamo che cali l'attenzione su don Pino Puglisi - ha detto Antonio Di Liberto, vicepresidente del centro Padrenostro - in questi anni la comunità è cresciuta ma negli ultimi tempi ci sentiamo un po' abbandonati dalle istituzioni. Abbiamo bisogno dello Stato per continuare a coltivare il ricordo e l'esempio di padre Puglisi con attività rivolte ai giovani di Brancaccio".
13/09/2008
Fonte: La Sicilia

venerdì, settembre 12, 2008

Arrestato Baldinucci

Roma, 11 set. - (Adnkronos) - Era ricercato in campo internazionale da 11 anni il boss mafioso Giuseppe Baldinucci, palermitano di 65 anni, che e' appena giunto in Italia, proveniente dagli Stati Uniti, scortato da funzionari dell'Immigration Service statunitense e affidato all'Interpol di Roma e alla Polizia italiana. Elemento di spicco di Cosa nostra, appartenente alla famiglia ''Vitale'' della zona di Partinico, dovra' scontare la pena di 8 anni di reclusione inflittagli dalla Corte d'Appello di Palermo per associazione mafiosa.
Fonte: Il tempo

Bel prete!! Si vende per soldi!!

(AGI) - Palermo, 11 set. - "Dono di fede e d'amore inperpetua benedizione e memoria di Ignazio Salvo". Proprio cosi', una targa ricorda il famoso esattore-boss della mafia in una parrocchia della Palermo bene, "Regina Pacis", su un confessionale donato dalla famiglia. Ucciso dai killer di Toto' Riina il 17 settembre 1992, e' stato condannato per mafia insieme al cugino Nino. Entrambi uomini d'onore della famiglia di Salemi, di loro Giovanni Falcone nella sentenza del maxiprocesso scrisse che "si sono avvalsi della mafia per raggiungere posizioni di potere di assoluto rilievo e hanno costituito uno dei fattori maggiormente inquinanti delle istituzioni della Sicilia". Quelle parole che ricordano Ignazio Salvo fra i santi e i lumini del luogo di fede dal 24 giugno 2004, come scrive oggi l'edizione palermitana di Repubblica destano ancora imbarazzo tra numerosi fedeli che da tempo ne chiedono la rimozione. La moglie Giuseppa Puma e' molto attiva in parrocchia, fa parte del gruppo dei Neocatecumenali, e' "una straordinaria animatrice della Caritas", a sentire il parroco Aldo Nuvola, "e si prende cura dei poveri di tutta la citta'. Alla chiesa ha fatto tante donazioni. Quando arrivai in parrocchia non sapevo che fosse la moglie di Ignazio Salvo e quando si pose il problema dell'acquisto del confessionale lei si fece avanti e mi chiese di mettere quella targhetta. Solo dopo mi fecero notare le vicissitudini giudiziarie dell'uomo. Chiesi comunque l'autorizzazione al cardinale De Giorgi per la donazione che era cospicua, 8 mila euro". Aggiunge il parroco: "La famiglia sostiene che e' stato vittima di una persecuzione giudiziaria. Cosa possiamo dire noi? La nostra posizione deve essere sempre equanime e comunque che fastidio puo' dare quella targhetta, ormai Ignazio Salvo e' morto. Comunque, se qualcuno ha espresso disagio, discutiamo insieme su cosa fare".
Fonte: Agi.it

mercoledì, settembre 10, 2008

Suicidio? No...

CATANIA - Il cadavere giaceva riverso sul letto, seminudo, dentro una pozza di sangue, il setto nasale deviato, il corpo costellato di macchie ematiche, sul braccio sinistro i segni inequivocabili di due iniezioni. Era stata una richiesta dell'ospedale Belmonte di Viterbo a condurre la polizia, la mattina del 13 febbraio 2004, in quell'appartamento periferico, dove da alcuni anni abitava l'urologo trentaquattrenne Attilio Manca. Gli accertamenti della scientifica conclusero che si trattava di suicidio attraverso un cocktail micidiale di eroina e tranquillanti. Eppure niente nell'esistenza di Manca faceva prevedere l'intenzione di togliersi la vita: aveva già preso accordi per alcuni mesi di volontariato in Bolivia con «Medici senza frontiere», cui avrebbe seguito uno stage d'aggiornamento presso un ospedale di Cleveland. Non sorprende, dunque, che nelle scorse settimane la procura laziale abbia riaperto per la terza volta il caso ipotizzando che si possa trattare di un omicidio di mafia sul cui sfondo campeggia, addirittura, Bernardo Provenzano. Attilio Manca proveniva da Barcellona Pozzo di Gotto, un tempo nota per ospitare il manicomio criminale, ma negli ultimi decenni al centro della storia più oscura di Cosa Nostra, quella inerente le stragi del '92 e il tentativo di sovvertimento istituzionale del '93. Dalla metà degli Anni Settanta le cosche locali hanno operato al servizio di «Binnu u tratturi», che trascorse diversi periodi di latitanza fra Bagheria e Barcellona. Da questi intrecci, che hanno coinvolto un altro boss storico, Nitto Santapaola, mezza imprenditoria messinese, la Dc e il Movimento Sociale, sono balzati fuori personaggi quali Pietro Rampulla e Giuseppe Gullotti: il primo confezionò l'esplosivo per Capaci, il secondo consegnò a Brusca il timer. Un missino perbene, il giornalista Beppe Alfano, fu eliminato nel '92 a causa delle sue coraggiose denunce, dopo un vertice fra Bagarella, Brusca e Gioè. Conseguita la specializzazione, Manca era stato il primo in Italia a operare i tumori alla prostata con la tecnica laparoscopica appresa all'ospedale Montsouris di Parigi e grazie alla quale era stato nominato vice primario al Belmonte. Nell'ottobre del 2003, all'insaputa dei colleghi di Viterbo, Manca aveva raggiunto la Costa Azzurra. In una telefonata al padre aveva spiegato di esser stato convocato per la visita urgente a un paziente. Ai primi di novembre, testimonianza della madre, si trovava nei pressi di Marsiglia. Sono due coincidenze inquietanti con la permanenza di Provenzano in Costa Azzurra per essere operato alla prostata. Con l'identità di Gaspare Troia, il numero uno della mafia e dei ricercati italiani aveva soggiornato a Marsiglia per tre settimane prima di essere ricoverato il 23 ottobre 2003 nella clinica Casamance di Aubagne. Terminata la degenza per il delicato intervento, Provenzano il 1° novembre si era spostato a Marsiglia. Da subito Gino e Angela Manca si rifiutano di credere al suicidio del figlio. Raccontano agli inquirenti l'enigmatico atteggiamento di Attilio in un paio di telefonate pochi giorni prima del decesso, sparite però dai tabulati. Viene fuori che Manca l'11 febbraio aveva disertato una cena con il professore Gerardo Ronzoni, primario di urochirurgia al Policlinico di Roma. Infine il dettaglio più importante: il giovane medico era da sempre mancino, quindi non avrebbe usato il braccio destro per iniettarsi la sostanza letale. In questi quattro anni e mezzo d'indagini chiuse e riaperte si è ispessita la pista barcellonese. Sulla mattonella del bagno di Manca è stata identificata l'impronta di suo cugino Ugo Manca, tecnico radiologo, condannato a nove anni per traffico di droga. Ugo Manca ha spiegato agli investigatori di averla lasciata nel dicembre 2003 allorché si era recato a Viterbo per sottoporsi a un piccola operazione al testicolo. Senza, però, indicare chi e quando gli aveva diagnosticato la sofferenza e prescritto l'asportazione. La signora Manca ha svelato che poco tempo prima di morire Attilio le aveva domandato informazioni su Angelo Porcino - destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare per tentata estorsione aggravata da metodi mafiosi - a nome del quale Ugo aveva richiesto l'appuntamento per un consulto. E lo stesso Ugo per conto degli zii aveva personalmente sollecitato alla procura di Viterbo la restituzione del corpo di Attilio e il dissequestro dell'appartamento, ma gli zii hanno vigorosamente smentito di aver mai conferito questo incarico al nipote. La presenza di Ugo Manca e di Angelo Porcino, considerati assai vicini alla cosca dominante, ha indotto gl'inquirenti a ritenere ragionevole il sospetto che il dottor Manca possa esser stato ucciso per eliminare il testimone scomodo dell'operazione di Provenzano a Aubagne. Secondo la madre, Attilio sarebbe stato coinvolto proprio da un concittadino di cui si fidava per sfruttare la sua perizia con il bisturi. Avrebbe però riconosciuto nell'anonimo paziente della clinica Casamance 'zu Binnu - non era difficile: come poi si è visto al momento della cattura, aveva conservato gli antichi tratti somatici - e da quel momento il suo destino sarebbe stato segnato. Un collega, il dottor Fattorini, ha messo a verbale che durante una gita in campagna Attilio confessò di esser turbato per qualcosa che non poteva dire neppure ai genitori e soprattutto per telefono.
Fonte: La Stampa

Attentato incendiario...

PALERMO - Un attentato incendiario è stato messo a segno ai danni del giudice Giacomo Montalbano, attualmente in servizio alla Corte d' appello di Caltanissetta e fino a tre anni fa gip a Palermo. Il magistrato si è sempre occupato di processi di mafia e a politici e imprenditori collusi con Cosa nostra. L'attentato incendiario è stato messo a segno la notte fra venerdì e sabato nella casa di campagna, a San Nicola L'Arena, a una decina di chilometri da Palermo, del magistrato. Qualcuno è arrivato a bordo di un fuoristrada e dopo aver effettuato un buco nella rete di recinzione è entrato nell'appezzamento di terreno di Montalbano appiccando il fuoco ad una pineta che circonda lla villetta. I rumori dell'auto che si allontanava velocemente e il crepitio delle fiamme hanno svegliato Montalbano che è corso fuori dalla casa e si è trovato davanti le fiamme alte più di due metri. L'arrivo dei pompieri ha evitato che l'incendio si propagasse. Dell'attentato incendiario al giudice Montalbano sono stati informati gli uffici giudiziari di Palermo e Caltanissetta. La notizia, fino adesso, era rimasta segreta. Giacomo Montalbano è stato presidente del collegio del tribunale delle misure di prevenzione che ha ordinato lo scorso mese la confisca di beni per 240 milioni di euro all'imprenditore Pietro Di Vincenzo di Caltanissetta. Prima di lasciare gli uffici del gip di Palermo, Montalbano ha ordinato gli arresti dei favoreggiatori di Bernardo Provenzano, nell'operazione "Grande mandamento" e si è occupato dell'inchiesta sulle "talpe nella Dda" che coinvolgeva l'imprenditore Michele Aiello e l'ex presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro. Montalbano è tutelato dai carabinieri.
09/09/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, settembre 09, 2008

La mafia non esiste!!!

CATANIA - "Ma quale paura della mafia, alcuni dei miei ragazzi non sono venuti perchè i genitori temevano gli effetti di una prolungata attività fisica in un pomeriggio di caldo afoso". Così Elisa Laviano, titolare di una delle due scuole che domenica scorsa avrebbero disertato 'Dance attack' la manifestazione antimafia del Teatro Bellini di Catania smentisce l'assenza dei suoi studenti per pressioni da parte dei genitori impauriti dal ballo contro Cosa nostra. Sulla stessa linea anche il titolare di un'altra scuola di danza indicata tra le assenti in piazza Palestro. Piero Ferlito che replica: "Noi c'eravamo, mancavano soltanto due ragazzi". I due maestri di ballo parlano con il nostro quotidiano. Elisa Laviano non esclude che potrebbe essere stata "una montatura". E al sovrintendente che vuole incontrare lei e i suoi ragazzi manda a dire: "Siamo pronti ma sappia - sottolinea - che nessuno parlerà di paura della mafia o di ritorsioni e non perchè si vuole nascondere la verità ma perchè, al contrario, le si vuole rendere onore". "Chiediamo scusa ai soliti noti, pochi ma potenti, se ci siamo permessi di disturbare; ci rammarichiamo per la gioia di quei 2.000 ragazzi, per l'entusiasmo di tante famiglie, per aver gridato la speranza di una Sicilia diversa e per averlo fatto danzando", afferma, dal canto suo, il sovrintendente del Bellini di Catania, Antonio Fiumefreddo, dopo avere "preso atto di talune singolari ricostruzioni fedeli alla migliore tradizione del paradosso pirandelliano" su Dance attack. "Avevamo dimenticato che per qualcuno i siciliani vanno lasciati nel sonno - aggiunge il sovrintendente del teatro lirico - prendiamo atto che chi ha impedito ai figli di partecipare l'ha fatto non per paura ma per evitare loro un colpo di sole in un caldissimo pomeriggio. La prossima volta staremo attenti a cercare un luogo all'ombra. Ma forse non occorrerà nemmeno - conclude Fiumefreddo - poichè non ci eravamo accorti che il crimine è stato frattanto sconfitto. Evviva, la mafia non esiste!".
09/09/2008
Fonte: La Sicilia

Chiara e diretta come sempre...

(05/09/2008) - "Ivan Lo Bello riferisca in conferenza i nomi degli espulsi da Confindustria Sicilia ed i motivi per i quali sono stati allontanati". E' questo l'invito rivolto dalla presidentessa dell'Associazione Nazionale Familiari delle Vittime di Mafia, Sonia Alfano al presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, dopo che ieri sera si è diffusa la notizia che le espulsioni, ufficialmente operate per incompatibilità con il codice etico confindustriale e quindi applicate nei confronti di quegli imprenditori che non hanno denunciato i propri estortori. "Da tempo l'operazione di Confindustria Sicilia - ha proseuito Sonia Alfano - fa sorgere qualche perplessità sulla buona fede del progetto dato che all'interno dell'associazione sono presenti imprenditori in affari con famiglie mafiose e che mai hanno subito un qualche procedimento da parte di Confindustria. Come dire; non puoi pagare il pizzo alla mafia ma puoi fare affari milionari con loro. Se i sospetti avanzati di recente da alcuni confindustriali si rivelassero fondati, Lo Bello sarebbe responsabile di un danno catastrofico nei confronti della lotta alla mafia che, per colpa di queste mosse da marketing antimafia, subirebbe una perdita di credibilità generale e di fiducia da parte di cittadinanza e tessuto economico. A questo punto - ha concluso il presidente - l'unico atto da fare è riferire i nomi degli espulsi ed i motivi del loro allontanamento e, se Lo Bello vuole salvaguardare quel minimo di credibilità che resta, sbattere fuori all'istante e pubblicamente, gli imprenditori in affari con le famiglie mafiose. Potrebbe cominciare con l'allontanamento di Ettore Artioli, in affari con la famiglia Bontade, per poi proseguire con la pletore di colletti bianchi che assediano la Confindustria Sicilia. Il tempo dei proclami è finito. Lo Bello agisca adesso o la smetta per sempre di danneggiare la credibilità della lotta alla mafia".
Fonte: Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia

Giusto...

VITTORIA (RAGUSA) - Ha denunciato di essere vittima del racket delle estorsioni e, come prevede il regolamento del comune di Vittoria (Ragusa), sarà esentato dal pagamento dei tributi locali. L'imprenditore, che opera nel settore alimentare, è stato segnalato all'amministrazione dall'associazione antiracket. Il regolamento del comune prevede la revoca delle concessioni per chi si piega al pizzo e incentivi di tipo fiscale e tributario per chi denuncia e collabora con le forze dell'ordine. "La denuncia dell'operatore commerciale - dice il sindaco Giuseppe Nicosia - dimostra che la sensibilità, su temi spinosi come quello dell'antiracket, sta cambiando e che la via intrapresa da questa amministrazione è quella giusta".
08/09/2008
Fonte: La Sicilia

lunedì, settembre 08, 2008

La risposta del Bellini...

CATANIA - "Incontreremo quei cento ragazzi e le loro famiglie, la paura non va criminalizzata ma aiutata e vinta" afferma il sovrintendente del Bellini di Catania, Antonio Fiumefreddo, dopo le polemiche sulla defezione di un centinaio di giovani ballerini, per il divieto imposto dai genitori, alla manifestazione antimafia 'Dance attack' di ieri."Le istituzioni devono tendere la mano e non devono criminalizzare - osserva Fiumefreddo - per questo ho deciso che nei prossimi giorni, appena sarà possibile e appena riusciremo ad invitare tutti i ragazzi, mi recherò nella scuola di danza per incontrarli e per avere un colloquio franco e diretto che incoraggi loro e i loro genitori".
08/09/2008
Fonte: La Sicilia

domenica, settembre 07, 2008

Le famiglie idiote...

CATANIA - A cento giovani ballerini tra i 14 e i 18 anni è stato impedito dalle famiglie di partecipare al "dance attack" antimafia promosso dal teatro Vincenzo Bellini di Catania, che si terrà nel pomeriggio in piazza Palestro. lo rende noto l'Ente. Durante gli ultimi preparativi, mentre lo staff del teatro distribuiva le t-shirt con il logo antimafia "Arte nostra', coniato per l'occasione dal Bellini, si legge in un comunicato, un centinaio di ballerini non si sono presentati all'appuntamento, pur avendo precedentemente garantito la loro adesione. Per qualche ora la vicenda ha avuto i contorni di un giallo. Poi il chiarimento. Alcuni di loro, in lacrime, ricostruiscono dal Bellini, hanno raccontato di aver ricevuto il divieto da parte dei genitori a partecipare alla manifestazione. A scatenare la reazione delle famiglie sarebbe stato proprio il logo antimafia 'Arte nostra', che per i promotori è un "manifesto di impegno sociale a favore della legalità". Il teatro aveva lanciato nei giorni scorsi un appello alla mobilitazione pacifica, invitando per oggi alle 17 i giovani della città a ballare in piazza Palestro, in un quartiere simbolo di disagio sociale, protagonista in passato di drammatiche vicende criminali, per una maratona musicale di oltre 4 ore.
07/09/2008
Fonte: La Sicilia

sabato, settembre 06, 2008

Mah...

PALERMO - "Le espulsioni ci sono state. Sono concentrate su Agrigento e Caltanissetta e riguardano un mix di infrazioni a regole previste dal nostro codice etico". Lo conferma Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia dal settembre 2006 che ha ideato la nuova regola : "Gli imprenditori che non denunciano il racket delle estorsioni saranno espulsi".

Lo Bello tre giorni fa aveva fatto un primo resoconto dell'attività di Confindustria nel campo della lotta al racket e alla illegalità annunciando dieci espulsioni, 30 sospensioni per un totale di 51 provvedimenti al vaglio delle varie sedi di Confidustria in Sicilia. Alcuni esponenti degli industriali hanno chiesto di sapere i nomi di questi associati sostenendo che non risultano espulsioni per "mancata denuncia di estorsioni".

Lo Bello dice: "Sono curioso di capire come esponenti di alcune sedi possano sapere di vicende che riguardano altri territori. Anche i trenta sospesi sono prevalentemente ad Agrigento e Caltanissetta".

E aggiunge: "Non mi risultata alcuna richiesta. Il presidente palermitano di Confindustria mi ha invitato al consiglio direttivo per fare una disamina delle strategie perchè ci apprestamo al rinnovo della presidenza regionale. Parleremo di tutto naturalmente anche dei temi della legalità.

"Noto che c'è - prosegue - una eccessiva amplificazione di una normale dialettica interna. Ci son delle diversità di vedute con la sezione catanese con cui si discute. Ma complessivamente abbiamo una concordanza di pensiero sulle azioni di Confindustria in tema di lotta alla mafia".

"Sono disponibile ad un nuovo mandato per la presidenza di Confindustria Sicilia. Non ci sono autocandidature ma la proposta deve venire dagli associati. Normalmente una presidenza dura al massimo 4 anni: il presidente viene eletto per due mandati da due anni".

Il mandato del presidente dovrebbe scadere a fine settembre e già sono in corso gli appuntamenti all'interno di Confindustria per giungere all' elezione. Nell'aprile scorso Lo Bello è stato anche eletto presidente del Banco di Sicilia.

05/09/2008
Fonte: La Sicilia

Danzare contro la mafia...

CATANIA - Un "dance attack" per dire no a tutte le mafie. Un happening con mille giovani ballerini che, per la prima volta, scendono assieme in strada ad invadere pacificamente le piazze di Catania. È l'iniziativa del teatro massimo 'Vincenzi Bellini' che inaugura un ciclo di eventi artistici con il marchio 'Arte Nostra', che per i promotori è un "manifesto di impegno sociale e civile che dal teatro arriva nella città, tra la gente, in nome della lotta all'illegalità". Alla dance attack saranno presenti l'attrice Martina Colombari e il sovrintendente del teatro, Antonio Fiumefreddo.

06/09/2008
Fonte: La Sicilia

giovedì, settembre 04, 2008

Crocetta alla commemorazione di Dalla Chiesa

PALERMO - Indicato ieri da Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, come l'esempio da seguire a cui i sindaci dovrebbero ispirarsi per la lotta contro la mafia e il racket delle estorsioni, Rosario Crocetta, primo cittadino di Gela, osserva che "se io continuo a fare notizia perchè dico che bisogna combattere i mafiosi, significa che questo nell'Isola non è il normale adempimento degli amministratori".Intervenuto alla commemorazione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo, Crocetta ha spiegato che "ci sono amministratori che guardano con terrore all'arrivo delle informative antimafia sulle imprese, perchè temono il blocco gli appalti; noi, a Gela, dove ben 90 imprenditori hanno denunciato le richieste di pizzo, anche grazie al nostro incoraggiamento, la certificazione antimafia la vogliamo alla presentazione dell'offerta"."Ricordo - dice Crocetta - un episodio significativo: chiesi all'ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, quando era in carica, di bloccare alcuni appalti e la gestione dei dissalatori di Trapani e Gela all'ex presidente di Confindustria Caltanissetta, Pietro Di Vincenzo, a cui sono stati ora confiscati i beni. Non se ne fece niente"."Sono stanco - conclude - di amministrazioni che firmano protocolli di legalità: l'antimafia non è una formalità ma una questione di sostanza".
03/09/2008
Fonte: La Sicilia

mercoledì, settembre 03, 2008

Anniversario Dalla Chiesa... Cosa c'entra Fini...

PALERMO - Le cerimonie per commemorare il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo, uccisi 26 anni fa in un agguato,
 sono iniziate stamani a Palermo con la deposizione di una corona di fiori nella caserma dei carabinieri in cui ha sede il Comando regione carabinieri "Sicilia". Il generale Arturo Esposito, accompagnato dagli ufficiali del comando provinciale di Palermo, ha deposto la corona, ed ha ricordato in un beve discorso la figura e l'esempio del generale assassinato dalla mafia.

"A ventisei anni dall'agguato di via Carini a Palermo, ricordo con immutata commozione il Prefetto Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e il coraggioso agente di scorta Domenico Russo, vittime di un barbaro atto di violenza eversiva che intendeva affermare il predominio del potere criminale mafioso sulle leggi dello Stato e minare le basi della civile convivenza". È quanto scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Prefetto di Palermo,  Giancarlo Trevisone.

"Il tremendo e vile attentato - sottolinea il capo dello Stato - colpì un servitore dello Stato che, per la sua profonda adesione ai valori della Costituzione e per il rigoroso impegno civile e morale nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, ha costituito un essenziale punto di riferimento per l'intera comunità nazionale e, in particolare, per tutti coloro che avevano potuto quotidianamente apprezzarne la ferrea determinazione e la capacità di adottare innovativi metodi di investigazione. L'impegno delle istituzioni e la reazione della società civile hanno permesso di ottenere significativi successi nella lotta alle organizzazioni mafiose: quell'impegno e quella reazione devono continuare con pari intensità, traendo forza dall'esempio e dalla memoria di quanti hanno saputo servire gli interessi della collettività fino al sacrificio della vita".

L'esempio del gen. Dalla Chiesa fornisce un "insegnamento prezioso" per affermare la legalità: lo dice il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, nel messaggio al Prefetto di Palermo.
"Mi unisco a voi - scrive Fini - nel commosso ricordo delle vittime di un eccidio che ha segnato profondamente la storia repubblicana, rimanendo nella memoria degli italiani come uno dei momenti più tragici e dolorosi nella lotta condotta dallo Stato e dalla società civile contro la mafia e contro tutte le forme del crimine organizzato".

"I miei sentimenti vanno all'uomo straordinario che ha pagato con la vita la dedizione nello Stato, ma anche a quanto questo Stato ha fatto fino ad oggi, penso ad esempio ai pericolosi latitanti arrestati". Queste le riflessioni del capo della polizia, prefetto Antonio Manganelli. "I miei pensieri sono quelli di un investigatore - ha proseguito Manganelli - che ha messo le proprie mani nel fango della mafia. Ma il sacrificio non è stato vano e questo mi stimola sempre più ad essere, oggi da capo della polizia, al fianco di chi combatte ancora questa dura battaglia".

03/09/2008
Fonte: La Sicilia

martedì, settembre 02, 2008

10 espulsioni...

PALERMO - Sono 10 gli imprenditori espulsi da Confindustria in Sicilia da quando l'associazione, il 1 settembre di un anno fa, ha dichiarato guerra al racket delle estorsioni. Altri 30 associati sono sospesi e potrebbero essere espulsi, mentre sono in totale 51 i provvedimenti al vaglio dei probiviri di Confindustria nell'Isola. Il bilancio è stato fatto in conferenza stampa a Palermo dal presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, ad un anno esatto dalla battaglia di legalità intrapresa dagli industriali, dopo le minacce e le intimidazioni ai danni del catanese Andrea Vecchio e di Marco Venturi, presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta. Sono in totale 64 invece gli industriali, vittime del racket, che hanno denunciato i propri aguzzini e che stanno collaborando con le forze dell'ordine e con la magistratura. Lo Bello ha rivelato che "prima del 1 settembre dell'anno scorso erano soltanto due gli imprenditori vittime del pizzo che avevano deciso di collaborare con la giustizia". Tra i dieci industriali ormai fuori dall'associazione, qualcuno ha preferito allontanarsi per evitare l'espulsione, come prevede il codice etico, adottato da Confindustria in Sicilia, per chi non denuncia le richieste del racket delle estorsioni. "Perchè essere espulsi - ha detto Lo Bello - significa essere esposti alla gogna pubblica". A fianco a Lo Bello c'erano i presidenti di alcune delle nove associazioni territoriali, tra cui Antonello Montante (Caltanissetta), Giuseppe Catanzaro (Agrigento), Nino Salerno (Palermo), Davide Durante (Trapani) e Ivo Blandina (Messina). Sono soprattutto gli industriali di Caltanissetta e di Agrigento quelli che hanno intrapreso con fermezza la linea della denuncia. Ben 40 imprenditori, dei 64 che stanno collaborando, operano nelle due province. È Gela, con il sindaco Rosario Crocetta in prima linea contro la mafia e il racket delle estorsioni, il modello che il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, indica "a tanti sindaci la cui azione non è altrettanto incisiva". In conferenza stampa a Palermo, Lo Bello ha invitato i sindaci a impegnare contro Cosa nostra, ripercorrendo le orme di Crocetta. "A Gela - ha sostenuto Lo Bello - Crocetta non fa antimafia di bandiera, ma adotta azioni concrete contro le organizzazioni criminali, basti pensare alle misure sugli appalti o all'azione che sta conducendo a fianco dell'Eni, che attraversa una fase difficile per via delle grandi infiltrazioni mafiose". Non volendo entrare nel merito di quanto hanno fatto nella lotta al pizzo i sindaci delle grandi città, come Palermo e Catania, Lo Bello ha precisato che "non vogliamo criticare le amministrazioni, ma vogliamo portarle nel terreno dell'impegno costante, a fianco delle associazione antiracket, della magistratura e delle forze dell'ordine che svolgono un lavoro quotidiano sul territorio". Dopo la lotta al pizzo Confindustria in Sicilia si prepara ad aprire una nuova stagione, volgendo l'attenzione verso quella che definisce la "zona grigia", l'intreccio tra burocrazia e imprenditori collusi con la mafia. "Siamo consapevoli - ha detto Lo Bello - che oggi dobbiamo fare un passo in avanti, di qualità. Il secondo pilastro della nostra azione sarà la collaborazione con i magistrati e le forze dell'ordine sul versante della lotta al riciclaggio e all'aggressione dei patrimoni degli imprenditori collusi con la mafia. Questa seconda frontiera ci terrà impegnati in modo forte''. Oltre all'immagine legata all'impegno sociale, la battaglia contro il pizzo ha portato vantaggi a Confindustria anche in termini di iscritti. "Gli imprenditori vogliano associarsi perchè si sentono più protetti - ha detto Lo Bello in conferenza stampa a Palermo - Oggi è più difficile chiedere il pizzo a un industriale. Sono decine le richieste che abbiamo ricevuto, ma le valutiamo attentamente". Sono ottanta le nuove imprese iscritte a Caltanissetta e ad Agrigento. "Oggi Libero Grassi non sarebbe più solo, soli sono gli industriali e i commercianti che non denunciano il pizzo. A loro lancio un appello: ribellatevi". Dei circa tre mila imprenditori aderenti a Confindustria in Sicilia sono al momento 64 quelli che, vittime del racket, collaborano con magistratura e forze dell'ordine dopo aver denunciato le richieste del pizzo: circa il 2%. Soltanto due a Palermo. A Trapani e a Messina l'associazione chiede agli associati il certificato antimafia. "Ci aspettiamo maggiori risultati dalle associazioni di Palermo e di Messina", ha aggiunto Lo Bello.
02/09/2008
Fonte: La Sicilia

Sequestri per il figlio del boss Spera...

PALERMO - La Direzione investigativa antimafia di Palermo ha confiscato beni immobili, imprese e rapporti bancari per un valore di oltre tre milioni di euro, nei confronti Giovanni Spera, 48 anni, accusato di mafia e figlio del boss Benedetto Spera, detenuto, ritenuto il capomafia di Belmonte Mezzagno, uomo di fiducia di Bernardo Provenzano.
Il provvedimento, emesso dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, su proposta del procuratore della Repubblica di Termini Imerese, ha interessato beni situati in due comuni della provincia di Palermo ed in altrettante cittadine della provincia dell'Aquila. I giudici hanno anche ordinato l'applicazione, a carico di Spera, della misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno, per la durata di tre anni.
La confisca dei beni eseguita dalla Dia di Palermo non ha riguardato solo l'imprenditore Giovanni Spera, figlio del capomafia di Belmonte Mezzagno, Benedetto Spera, ma anche alcuni suoi familiari e persone a lui legate. I giudici hanno confiscato quattro appezzamenti di terreno in provincia di Palermo e dell'Aquila; due appartamenti a Palermo, ed uno ad Avezzano (Aquila); l'intero capitale sociale, nonchè i beni aziendali della Calcestruzzi Santa Rita snc, con sede a Belmonte Mezzagno; vari conti correnti bancari intrattenuti presso la filiale del Banco di Sicilia di Belmonte Mezzagno ed un deposito a risparmio nominativo della filiale di Capistrello (Aquila) della Banca Popolare della Marsica.
Giovanni Spera è ritenuto socialmente pericoloso in quanto inserito in Cosa nostra, nell'ambito della quale riveste un ruolo di assoluta preminenza. Nel 1994 Giovanni Spera si trasferì in Abruzzo, nella provincia dell'Aquila, allo scopo di sottrarsi ad una sanguinosa faida che, a partire dal luglio 1991, si era scatenata tra la famiglia di appartenenza e fazioni contrapposte. Nel luglio 1999, a conclusione di indagini svolte dalla Dia di Palermo, Giovanni Spera venne arrestato per associazione mafiosa. In seguito è stato condannato in Appello a cinque anni di reclusione.
02/09/2008
Fonte: La Sicilia