martedì, dicembre 29, 2009

Arresti e ritrovamenti a Caltanissetta

CALTANISSETTA - Altri due arresti sono stati eseguiti ieri sera dai carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta nell'indagine che ha consentito di bloccare un gruppo di mafiosi pronti a compiere omicidi tra Sommatino e San Cataldo. In carcere, sottoposti a "fermo di iniziato di delitto", emesso dalla direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, sono finiti Salvatore Lombardo, 32 anni di Marianopoli (Cl) e Calogero Ferrara, 21 anni di San Cataldo, ritenuti responsabili di associazione per delinquere, porto e detenzione illegale di armi da sparo comuni e da guerra. Lombardo, con precedenti per estorsione, furto e danneggiamento è considerato uomo di fiducia del capomafia Cosimo Di Forte. Le indagini hanno preso nuovo impulso dal tentativo di omicidio di Stefano Mosca, titolare di un'agenzia di pompe funebri a San Cataldo nipote del capomafia del paese Calì. In un ovile, nelle campagne di Sommatino, nel Nisseno, avevano nascosto un vero e proprio arsenale. Ieri erano state fermate otto persone. Il blitz è stato condotto dai carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta che hanno anche arrestato in flagranza una ragazza: Agata Cianci, 18 anni, moglie di Salvatore Mastrosimone, proprietario della masseria, tra i fermati. La giovane è stata trovata in possesso di un'arma con matricola abrasa. Le persone fermate dai carabinieri, su disposizione della Dda di Caltanissetta, sono Cosimo Di Forte, 31 anni, di San Cataldo, autista; Patrizio Calabrò, 38 anni, di Caltanissetta, agricoltore; Gioacchino Mastrosimone, 47 anni, di Sommatino, pastore, con precedenti per mafia; Salvatore Mastrosimone, 25 anni, di Caltanissetta, pastore; Liborio Gianluca Pillitteri, 21 anni, di San Cataldo, pizzaiolo; Enzo Mancuso, 34 anni, di Canicattì, pastore, ; Maria Indorato, 47 anni, di Sommatino; Giuseppe Taverna, 23 anni, di Butera, disoccupato. Nell'ovile sono stati trovati tre revolver, una semiautomatica con silenziatore, due fucili a canne mozze, due fucili da caccia, una bomba a mano e 200 cartucce di vario calibro per pistola, revolver e fucile. Importanti indicazioni sull'attività criminale della cosca nissena sono attese dall'esame balistico dell'arsenale sequestrato. "Le indagini condotte dai carabinieri hanno smantellato una pericolosa organizzazione criminale - ha detto il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari - Abbiamo condotto le indagini attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche evitando azioni eclatanti che la cosca stava organizzando addirittura con l'uso di bombe a mano. I carabinieri, infatti, hanno sequestrato l'arsenale del clan e sono intervenuti in tempo per evitare un omicidio. La vittima era attesa dai killer in un casolare di campagna, ma i carabinieri l'hanno fermata con un pretesto evitando che venisse uccisa".
29/12/2009
Fonte: La Sicilia

Mercoledì la sentenza Ciancimino

PALERMO - È attesa per mercoledì prossimo la sentenza del processo a Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito, longa manus di Cosa nostra corleonese nella politica. Condannato per riciclaggio a 5 anni e 8 mesi in primo grado, l'imputato, ormai da oltre un anno, ha assunto anche la veste di testimone, raccontando ai pm di diverse procure la trattativa tra Stato e mafia e le collusioni tra le cosche e pezzi delle istituzioni. A emettere il verdetto sarà la IV sezione della corte d'appello. Il processo, celebrato col rito abbreviato, è cominciato il 6 marzo del 2008. Più volte Ciancimino ha affidato a dichiarazioni spontanee fiume la sua difesa. Condotta scelta anche da uno dei tre coimputati: il tributarista Gianni Lapis che, per intestazione fittizia di beni, è stato condannato a 5 anni e 4 mesi. Stessa pena per l'avvocato internazionalista Giorgio Ghiron, accusato di riciclaggio in concorso; mentre la madre di Ciancimino, Epifania Scardino, vedova di don Vito, che risponde di intestazione fittizia, ebbe un anno e quattro mesi. Secondo l'accusa, l'imputato, con la complicità di Ghiron e Lapis avrebbe riciclato parte dell'inestimabile tesoro illecito accumulato dal padre. Il gup, che celebrò il processo di primo grado, nel verdetto di condanna, ordinò la confisca di beni per oltre 50 milioni di euro: il ricavato della cessione di alcune società di distribuzione del gas che, secondo l'accusa, sarebbero state fittiziamente intestate a Lapis, ma che in realtà erano di proprietà dell'ex sindaco, due yatch, una Ferrari Scaglietti e una casa a Roma di Massimo Ciancimino, la società Pentamax, quote della Air Panarea e denaro depositato in conti del Credit Lyonnais di Ginevra e della Abn Amro di Amsterdam. Lapis, secondo gli inquirenti intestatario fittizio di quote delle società del gruppo Gas, avrebbe versato sul conto svizzero Mignon, messo a disposizione da Ghiron, il ricavato della vendita delle partecipazioni societarie: da qui, per il legale, l'accusa di riciclaggio in concorso con Ciancimino che avrebbe reinvestito il denaro ricavato dalla cessione. Inizialmente a Lapis venne contestata l'intestazione fittizia aggravata dall'avere agevolato la mafia, ma il gup fece cadere l'aggravante. Pertanto molte delle accuse fatte di cui risponde il tributarista sarebbero prescritte. A carico degli imputati, infine, è in corso un procedimento davanti alla sezione misure di prevenzione del tribunale.
28/12/2009
Fonte: La Sicilia

Indagato assessore di Enna

ENNA, 28 DIC -Iscritto nel registro degli indagati un ex assessore del Comune di Enna: l'accusa e' di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra. Alcune indagini hanno accertato che l'ex amministratore ha prestato un cellulare a Giancarlo Amaradio, gia' condannato per mafia e arrestato lo scorso luglio per aver riorganizzato la cosca di Enna. Per gli inquirenti,Amaradio, avrebbe utilizzato il telefono dell'ex amministratore che avrebbe fatto anche da tramite con il mafioso ed altri.
Fonte: ANSA

Arresto a Taormina...

TAORMINA (MESSINA) - La polizia di Taormina ha arrestato, per tentativo di estorsione aggravato dall'avere agevolato la mafia, un uomo ritenuto elemento di spicco del clan Laudani di Catania. Non sono state ancora rese note le sue generalità. Avrebbe intimato a un imprenditore, titolare di un'importante struttura alberghiera di Letojanni, di consegnargli 100.000 euro e di versare 2.500 euro mensilmente.
Il presunto estortore è Giuseppe Borzì, 32 anni. L'arrestato avrebbe agito insieme a Giovanni Pennisi, 31 anni, e ai minori R.A., 17 anni, e S.M.G., 16 anni, già finiti in carcere in precedenza per la stessa
vicenda.

29/12/2009
Fonte: La Sicilia

domenica, dicembre 27, 2009

Arrestato Martello

MILANO - E' stato arrestato questa mattina intorno alle 7.30 nella sua abitazione in zona Porta Venezia a Milano il 69enne Ugo Martello, detto "il professore" e considerato uno dei principali referenti di Cosa Nostra a Milano. Ad arrestarlo sono stati gli uomini della Dia che hanno eseguito un ordine di custodia cautelare in carcere emesso dal Gip Germani su richiesta del Pm Gravina. Martello deve scontare una condanna a 15 anni per estorsione aggravata a un imprenditore di Bergamo. L'ordine di arresto è giunto sul tavolo della Dia ieri sera, e dopo gli opportuni controlli è stato appunto eseguito questa mattina. Ugo Martello detto "il professore" è stato arrestato dagli uomini della Direzione investigativa antimafia a Milano, nella sua abitazione. Il 69enne, nato a Ustica, fa parte della storia di 40 anni di mafia a Milano, storia che lo ha visto protagonista quale referente delle cosche palermitane a Milano. L'arresto è stato eseguito in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa ieri dal Gup presso il Tribunale di Milano, Giuseppe Gennari, su richiesta del pm Celestina Gravina. Martello è considerato dagli investigatori un soggetto stabilmente compartecipe di organizzazioni criminali di stampo mafioso, come provato dalle plurime condanne riportate per associazione mafiosa. E' accusato di estorsione aggravata dall'utilizzo del metodo mafioso nei confronti di un noto imprenditore bergamasco, da cui ha cercato di ottenere circa 1,5 milioni di euro. I fatti in questione sono oggetto dell'operazione 'Metallica', condotta dalla Dia di Milano e diretta sempre dal sostituto procuratore Gravina, che già a luglio 2008 ha portato all'arresto di altri noti esponenti della criminalità mafiosa operante a Milano, tra cui Giuseppe Onorato e Luigi Bonanno. L'ordinanza segue la condanna a 15 anni di carcere irrogata a Martello dallo stesso Gup Gennari nell'udienza del 18 dicembre scorso a conclusione del rito abbreviato.
23/12/2009
Fonte: La Sicilia

Slitta il processo di Ciancimino

Palermo, 23 dic. - Slittera' al prossimo trenta dicembre la sentenza di appello nel processo a carico di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, accusato di riciclaggio e intestazione fittizia di beni. La sentenza dei giudici era prevista per questo pomeriggio, ma la richiesta del procuratore generale Angela Tardio di replicare alle arringhe difensive, avanzata oggi alla Corte di Appello di Palermo ha fatto slittare il verdetto. In primo grado Massimo Ciancimino e' stato condannato a 5 anni e 8 mesi. Proprio ieri pomeriggio Ciancimino junior era stato interrogato nuovamente dai magistrati di Palermo nell'ambito dell'indagine sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra dopo le stragi.
Fonte: Adnkronos

Arrestato esponente Sciuto-Tigna

CATANIA - Antonino Nicotra, di 48 anni, ritenuto dagli investigatori esponente del clan mafioso Sciuto-Tigna, è stato arrestato da agenti della squadra mobile di Catania mente usciva da un negozio di parrucchiere nel centro della città con in tasca 250 euro frutto di una estorsione. Il titolare dell'esercizio commerciale agli agenti ha detto che era costretto a versare ogni mese la somma al clan Sciuto-Tigna. Nicotra è accusato di estorsione continuata ed aggravata dall'appartenenza all'associazione mafiosa. L'uomo, agli arresti domiciliari ma autorizzato ad assentarsi per motivi di lavoro, era stato visto parcheggiare la sua utilitaria ed entrare di uno stabile dopo essersi annunciato al citofono. All'uscita è stato bloccato dagli agenti, che lo hanno trovato in possesso di 250 euro in banconote da 50. Nicotra era già stato arrestato da agenti della Squadra Mobile di Catania il 24 giugno scorso per estorsione aggravata ai danni di una farmacia. Successivamente gli erano stati concessi gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Nicotra è stato rinchiuso nel carcere di Bicocca a disposizione del sostituto procuratore della Direzione di distrettuale antimafia etnea Pasquale Pacifico.
23/12/2009
Fonte: La Sicilia

mercoledì, dicembre 23, 2009

Paparcuri...

Diciassette anni dopo, i misteri che avvolgono la morte di Giovanni Falcone sono ancora dentro i suoi computer, quelli che furono trovati manomessi al ministero della Giustizia, all´indomani della strage di Capaci. Oggi, un testimone davvero particolare racconta a Repubblica che prima di lasciare Palermo il giudice si era fatto predisporre una copia delle memorie dei suoi computer: vennero sistemate in un centinaio di floppy-disk. Ma solo ottanta ne sono stati trovati dopo la strage, nell´ufficio di Falcone in via Arenula. E nessuno, prima di oggi, sospettava che ce ne fossero altri.

Il testimone racconta pure che il giudice utilizzava una piccola scheda Ram, un´estensione di memoria, con il suo palmare Casio, il minicomputer che qualcuno tentò di cancellare dopo l´esplosione di Capaci. E neanche la scheda si è mai trovata. Forse, tra i floppy e la ram-card c´era il diario segreto di Falcone, di cui hanno parlato alcuni suoi colleghi e la giornalista Liana Milella, a cui il magistrato aveva consegnato due pagine di appunti. Ora sappiamo per certo che qualcuno trafugò delle prove dall´ufficio di Falcone al ministero della Giustizia. Ha il volto stanco l´uomo che parla per la prima volta di Falcone e della sua fissazione per i computer. È Giovanni Paparcuri, ha 53 anni, è l´autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il maxiprocesso: «Ho resistito al tritolo della mafia - racconta - poi, per anni sono rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare le sei milioni di pagine del primo processo a Cosa nostra. Successivamente, ho creato una banca dati sulle cosche, sistematizzando le dichiarazioni dei pentiti. Ora ho deciso di andare in pensione perché da qualche anno ormai sembra che il mio lavoro non interessi più il ministero della Giustizia, che preferisce pagare profumatamente alcune ditte esterne per gestire la banca dati dell´antimafia». Paparcuri è amareggiato: «Mi mandano in pensione, il 31 dicembre, con la qualifica di commesso».
Nessuno dei magistrati che nel tempo si sono occupati delle indagini per la strage di Capaci ha mai chiamato Paparcuri a testimoniare. Anche lui si stupisce. Eppure, il racconto di uno dei più stretti collaboratori di Falcone e Borsellino si sarebbe potuto rivelare importantissimo per l´avvio dell´inchiesta, quando i consulenti dei pm, Genchi e Petrini, segnalarono alcune manomissioni nei file di Falcone. Nella stanza di Paparcuri c´è aria di smobilitazione. Ma i magistrati della Direzione antimafia cercano ancora il commesso-esperto informatico per una verifica dentro la banca dati. «Ho preso la mia decisione - dice lui - l´amministrazione della giustizia mi ha deluso. Continuo ad attendere il risarcimento per quello che ho subito nel 1983». Adesso, Paparcuri sta dando le ultime consegne ai colleghi più giovani, perché la banca dati non si fermi neanche un istante. Ma sarà un´altra cosa senza il suo ideatore, che a lungo è stato il custode di un pezzo di memoria di Giovanni Falcone. Paparcuri stringe fra le mani i libri che il magistrato gli regalò prima di partire per Roma. «Tre anni fa - racconta - sono tornato a sfogliarli e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo. Diceva: "Giovanni amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore". Firmato: Francesca». Paparcuri guarda fisso quel cartoncino: «Un giorno il giudice Falcone mi disse che dovevo andare in un noto negozio di elettronica, a trovare un suo amico fidato, per potenziare il databank Casio. Io, naturalmente, non so cosa ci fosse dentro i suoi computer - spiega Paparcuri - però so per certo che su quei cento dischetti ho scritto io le etichette. In quei cento dischetti c´era l´archivio di Giovanni Falcone».
(22 dicembre 2009)


Fonte: Repubblica

Una lettera "d'auguri"

GELA (CALTANISSETTA) - "Caro Collega, purtroppo, come gli altri anni, alla vigilia di Natale si potranno presentare gli uomini del clan per chiederti il pizzo". Inizia così la lettera dell'associazione antiracket "Gaetano Giordano" di Gela, inviata a commercianti e artigiani della città per invitarli a resistere, a denunciare le estorsioni e a manifestare la voglia di cambiamento con una passeggiata antiracket sul corso Vittorio Emanuele alle 10 di domani. "Oggi è più facile dire no al pizzo - si legge nella lettera a firma di Renzo Caponetti, presidente dell'associazione - perchè c'è una nuova sensibilità e professionalità di forze dell'ordine e magistratura, perchè c'è una legge che risarcisce le vittime del racket, perchè c'è un'associazione che non ti lascia solo e ti assiste nel percorso di legalità". L'antiracket di Gela esiste da 5 anni e si è caratterizzata come la più dinamica e la più efficace d'Italia con centinaia di denunce e testimonianze nei processi. Domani, alla passeggiata sul corso principale della città, ci saranno le forze dell'ordine, le istituzioni, esponenti dei partiti politici, associazioni di volontariato e il clero con le comunità parrocchiali.
22/12/2009
Fonte: La Sicilia

Ciancimino ascoltato ancora

PALERMO - Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, è stato interrogato dai pm della Dda Nino Di Matteo, Paolo Guido, Roberto Scarpinato e dall'aggiunto Antonio Ingroia che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. L'interrogatorio, durato poco più di un'ora, è stato incentrato sui pizzini, consegnati da Ciancimino nelle scorse settimane. In alcuni bigliettini, che erano uno scambio di corrispondenza tra l'ex sindaco e il capomafia Bernardo Provenzano, si faceva cenno a contatti, risalenti al '92, tra Ciancimino e i vertici dei carabinieri del Ros; in altri messaggi, invece, sempre tra gli stessi due interlocutori, c'era il riferimento a un "senatore" che sarebbe stato il referente politico di Cosa nostra. Sui pizzini e sul papello, l'elenco delle richieste che la mafia avrebbe fatto allo Stato per interrompere la strategia stragista, è in corso una perizia disposta dalla Procura. I consulenti sono chiamati a stabilire la paternità del papello e l'attribuibilità a Provenzano dei pizzini prodotti da Ciancimino. Per domani, intanto, è attesa la sentenza d'appello a carico di Massimo Ciancimino, sotto processo per riciclaggio aggravato. In primo grado il figlio dell'ex sindaco è stato condannato a 5 anni e otto mesi di carcere.
22/12/2009
Fonte: La Sicilia

Nove fermi a Palermo

Palermo, 21 dic. - Nove fermi sono stati eseguiti all'alba dai militari del reparto operativo del Comando provinciale di Palermo e dal Nucleo Speciale Polizia Valutaria - Sezione Antiriciclaggio di Palermo della Guardia di Finanza. I provvedimenti, emessi dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Gaetano Paci, Lia Sava e Francesco Del Bene, hanno raggiunto nove persone tra vertici e affiliati delle famiglie mafiose palermitane organiche ai mandamenti di ''Resuttana'' e ''Tommaso Natale-San Lorenzo'' di Palermo. Per tutti l'accusa e' di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni.
Gli arresti sono scattati al termine di complesse attivita' di indagine, svolte autonomamente dai carabinieri e dalla guardia di finanza, in seguito dell'arresto del boss Salvatore Lo Piccolo. Le indagini, svolte tra il 2008 e i primi mesi del 2009 dai carabinieri e culminate nell'operazione ''Eos'', che nel maggio del 2009 avevano condotto al fermo di 21 persone, vertici e affiliati dei mandamenti mafiosi di ''Resuttana'' e ''Tommaso Natale-San Lorenzo'', con il rinvenimento di un arsenale all'interno della storica ''Villa Malfitano'' di Palermo, gia' avevano documentato una sempre maggiore integrazione tra i due contesti criminali, attraverso una radiografia fedele ed aggiornata delle dinamiche al loro interno.
Fonte: Adnkronos

U liuni condannato a 17 anni...

ENNA - Il Tribunale di Enna ha condannato il boss Gaetano Leonardo, detto "u liuni" (il leone n.d.r.), a 17 anni di reclusione. Leonardo è accusato di otto estorsioni. Oltre al capomafia sono stati condannati anche gli altri otto imputati. Nove le assoluzioni. Le indagini che hanno portato al processo si sono avvalse delle testimonianze e delle ricostruzioni dei collaboratori di giustizia. Tra le estorsioni contestate ci sono anche quella per i lavori del primo lotto dell'ospedale Umberto I di Enna e della Nord-Sud ai danni dell'Ira Costruzioni. Assieme a Leonardo sono stati condannati a 10 anni e 10 mesi il boss di Caltagirone Ciccio La Rocca; due anni è la pena inflitta a Salvatore La Delia; sei anni a Giancarlo Amaradio; otto anni e sei mesi a Pasquale Mingrino; quattro anni e sei mesi a Santo Nicosia; otto anni a Pietro Balsamo; nove anni e sei mesi a Sebastiano Gurgone e otto anni a Giovanni Giuseppe Laurino. Assolti invece gli ennesi Filippo Mingrino, Carmelo La Delia, Sebastiano Varelli, Rosario La Delia e Alberto Castellana, il messinese Carmelo Bisognano, il catanese Antonino Orlando e gli aidonesi Filippo e Angelo Gangi.
Fonte: La Sicilia

Da Barcellona (Pozzo di Gotto)

MESSINA - Il gup di Messina Maria Angela Anastasi ha chiesto il rinvio a giudizio di Pietro Nicola Mazzagatti, Vincenzo Licata e Domenico Mortellaro accusati di estorsione aggravata dall'avere agevolato Cosa nostra. L'inchiesta da cui nasce il procedimento ha svelato un giro di tangenti imposte agli imprenditori impegnati in appalti nella zona tirrenica del messinese. I tre indagati compariranno in tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) il prossimo 8 aprile.
21/12/2009
Fonte: La Sicilia

domenica, dicembre 20, 2009

Nuove deposizioni al processo Dell'Utri

Palermo, 18 dic. - L'audizione di monsignor Giuseppe Molinari, vescovo dell'Aquila, al processo d'appello a Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, e' stata chiesta oggi durante l'udienza dal pg di Palermo Antonino Gatto. Per verificare "l'attendibilita' intrinseca" del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che nell'interrogatorio di Torino aveva parlato di una conversione religiosa, l'accusa chiede di sentire non solo il vescovo dell'Aquila, che avrebbe incontrato il pentito, ma anche i due cappellani del carcere di Ascoli Piceno e dell'Aquila.
Gatto ha anche chiesto alla Corte d'Appello presieduta da Carlo Dall'acqua di sentire due ispettori della Dia di Caltanisseta e due carabinieri della Dia di Roma. Questi ultimi dovrebbero essere interrogati sulle indagini relative all'accertamento del luogo del furto delle targhe "che a detta di Spatuzza - ha spiegato Gatto - furono applicate alla Lancia Thema per il fallito attentato all'Olimpico di Roma".
In questo modo, secondo l'accusa, "potrebbe essere stabilita la data dell'incontro al bar Doney tra Giuseppe Graviano e Gaspare Spatuzza". Chiesta anche l'audizione dei pentiti Pietro Romeo e Giuseppe Ciaramitaro.
Fonte: Adnkronos

Sardino condannato

AGRIGENTO - Il gup del Tribunale di Palermo, Lorenzo Jannelli, ha condannato a tre anni di reclusione Giuseppe Sardino, 46 anni, di Naro, imputato di associazione per delinquere di stampo mafioso, favoreggiamento della latitanza del boss di Campobello di Licata Giuseppe Falsone e di avere ricostituito la famiglia mafiosa di Naro. Il gup ha riconosciuto a Sardino, che nel frattempo è diventato collaboratore di giustizia, le attenuanti per intervenuta dissociazione dal sodalizio mafioso. La posizione di Sardino, perché pentito, è stata stralciata rispetto a quella di Carmelo Vellini che, per gli stessi fatti, un mese fa, è stato condannato dal Tribunale di Agrigento, alla pena di 7 anni di reclusione ed al risarcimento del danno in favore del Comune di Naro costituitosi parte civile. Anche Sardino è stato condannato al risarcimento di 25mila euro in favore del Comune di Naro che si era costituito parte civile con l'avvocato Alessandro Finazzo.
18/12/2009
Fonte: La Sicilia

Muore durante la protesta

VILLA SAN GIOVANNI (REGGIO CALABRIA) - Si sono ritrovati per protestare contro il ponte sullo Stretto, ma la giornata non è andata come speravano. Uno degli oratori della manifestazione di Villa San Giovanni, Franco Nisticò, cinquantottenne di Badolato (Catanzaro), è morto dopo avere avvertito un malore mentre interveniva sul palco nella località di Cannitello. Nisticò era il responsabile del Comitato per la statale 106 jonica costituito per chiedere la messa in sicurezza dell'arteria. Alcuni medici sono intervenuti per prestargli soccorso, praticandogli anche un massaggio cardiaco, ma l'uomo è morto poco dopo il ricovero in ospedale, dove è stato portato con un'ambulanza della polizia. La manifestazione è stata subito sospesa: una decisione presa dagli organizzatori in segno di lutto ma anche di protesta perché, secondo loro, l'ambulanza del 118 che era stata chiamata dopo che Nisticò aveva avvertito il malore, è arrivata in ritardo. Sempre secondo gli organizzatori, l'ambulanza della polizia che ha soccorso Nisticò non era attrezzata per gli intervento di emergenza necessari. "Abbiamo fatto tutto il possibile e non c'è stato alcun ritardo nell'invio dell'ambulanza", ha invece riferito il responsabile della Centrale operativa del 118 di Reggio Calabria. "Quando la nostra ambulanza è arrivata - ha aggiunto - il suo intervento non si è reso necessario perché la persona da soccorrere era già stata portata in ospedale con un mezzo della polizia di Stato. Ci siamo attivati nel modo più rapido possibile e abbiamo fatto con tempestività quanto era necessario per salvare la vita del paziente. Qualsiasi accusa nei nostri confronti, dunque, è priva di fondamento". Nisticò, che negli anni scorsi era stato sindaco di Badolato, si batteva da tempo per l'attuazione di interventi di ammodernamento e messa in sicurezza della statale 106, nota anche come "la strada della morte" per i numerosi incidenti stradali che vi si verificano. Prima della tragedia, la giornata è stata un susseguirsi di cori e slogan. "Il ponte unirà due mafie", è una delle scritte tracciate sugli striscioni innalzati dai partecipanti. All'iniziativa hanno aderito, tra gli altri, la Regione Calabria; la Fiom-Cgil, rappresentata dal segretario nazionale, Giorgio Cremaschi; il Wwf, Legambiente e altre associazioni ambientaliste e il Comitato civico Natale De Grazia, intitolato al capitano della Marina militare morto mentre indagava sulla presenza nei mari calabresi di navi contenenti rifiuti tossici. Presenti anche ambientalisti provenienti dalla Sicilia e da altre regioni. Su un altro striscione riportata la frase "Fermiamo i cantieri del ponte, lottiamo per le vere priorità". A Cannitello, frazione di Villa San Giovanni, il 23 dicembre è prevista la posa della prima pietra dei lavori per la realizzazione dello spostamento della linea ferroviaria, opera funzionale alla costruzione del ponte.
19/12/2009
Fonte: La Sicilia

Nuovo indagato per attentato all'Addaura

PALERMO - C'è un nuovo indagato nell'inchiesta, riaperta dalla Procura di Caltanissetta due anni fa, sul fallito attentato dell'Addaura al giudice Giovanni Falcone. I pm hanno notificato un avviso di garanzia, per concorso in strage, al boss palermitano Salvino Madonia. Il capomafia avrebbe piazzato la bomba che avrebbe dovuto uccidere Falcone e i magistrati svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman il 21 giugno del 1989. La notizia è stata confermata in ambienti giudiziari. L'avviso, atto necessario quando si deve compiere un atto a cui deve assistere il legale dell'indagato, è motivato dall'esigenza di fare accertamenti tecnici irripetibili sulla muta da sub che fu utilizzata dall'uomo che lasciò, sugli scogli della borgata marinara in cui il giudice aveva affittato una villa, la borsa contenente 53 candelotti di dinamite. L'esplosivo fu scoperto dagli uomini della scorta di Falcone. Madonia sarà sottoposto all'esame del Dna per accertare l'eventuale coincidenza del suo profilo genetico con quello che si potrebbe ricavare da reperti organici ancora presenti sulla muta. Per il fallito attentato dell'Addaura erano già stati condannati il fratello del boss, Antonino Madonia, Salvatore Biondino e Totò Riina. A parlare di un coinvolgimento di Madonia nell'attentato sarebbe stato il pentito Angelo Fontana che, con le sue dichiarazioni, ha dato diversi input alla nuova indagine.
18/12/2009

Fonte: La Sicilia

Grigoli non deporrà

PALERMO, 18 DIC - Il pentito Salvatore Grigoli non sara' chiamato a deporre al processo per concorso in associazione mafiosa contro Marcello Dell'Utri. Lo ha deciso la Corte d'Appello di Palermo. A parere del giudici l'esame del collaboratore di giustizia non sarebbe fondamentale ai fini della decisione. Grigoli, il cui esame era stato chiesto dal procuratore generale Nino Gatto, avrebbe dovuto deporre su una circostanza riferita ai pm di Firenze il 5 novembre 2009.
Fonte: ANSA

Arrestato latitante

CATANIA - Francesco Di Stefano, 36 anni, latitante dal settembre scorso per essere evaso dagli arresti domiciliari, fratello di Carmelo, 39 anni, elemento di spicco della cosca dei Cursoti milanesi, è stato arrestato da agenti della squadra mobile di Catania. E' stato catturato a Siracusa, in collaborazione con la locale polizia di Stato, in un locale dove stava partecipando, assieme a altre 50 persone, a una festa di famiglia. Francesco Di Stefano è indicato dagli investigatori come molto vicino al fratello Carmelo. Quest'ultimo è stato arrestato dalla polizia di Stato il 24 novembre scorso nel capoluogo etneo. Anche lui era latitante: era evaso dagli arresti domiciliari che nel novembre del 2008 gli erano stati concessi dal Tribunale di sorveglianza di Bologna perchè invalido ma fu bloccato da agenti della squadra mobile della questura di Catania alla guida di una Bmw. Entrambe le operazioni sono state coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica etnea. Il gruppo dei Cursoti milanesi è presente nel corso Indipendenza, nel rione Nesima Superiore di Catania.
19/12/2009
Fonte: La Sicilia

3 arresti per estorsione...

PALERMO, 19 DIC - Arrestate tre persone del racket del pizzo nell'ambito di un'inchiesta su mafia ed estorsioni coordinata dalla Dda. I Cc del comando provinciale di Palermo hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere. I provvedimenti sono firmati dal gip Silvana Saguto. Gli arrestati sono Paolo Castelluccio (26 anni), Tommaso Sciacovelli (31), Pietro Tumminia (38) e sono accusati di estorsione aggravata continuata in concorso nei confronti del titolare di un supermercato.
Fonte: ANSA

Pellegrino assolto e prescritto..

TRAPANI - L'ex assessore regionale al Territorio, Bartolo Pellegrino, è stato assolto perché il fatto non sussiste dall'accusa di concorso esterno in asociazione mafiosa; dichiarato prescritto il reato di corruzione aggravata. La sentenza è stata emessa dal collegio pensale del Tribunale di Trapani, presieduto da Alessandra Camassa. Il pm, Andrea Tarollo, aveva chiesto per il fondatore del partito Nuova Sicilia 8 anni di reclusione. Sono stati invece condannati, a cinque anni di reclusione ciascuno per corruzione, il presunto capomafia di Trapani Francesco Pace (sta già scontando in carcere 20 anni per mafia) e l'ingegnere Leonardo Barbara. Per un quarto imputato, Francesco Nasca, ex funzionario del Demanio di Trapani, il processo continua: il Tribunale ha disposto la deposizione di due testi. Nasca, secondo l'accusa, avrebbe favorito la famiglia mafiosa trapanese nel tentativo di riappropriarsi della Calcestruzzi ericina, azienda confiscata al boss Vincenzo Virga.
19/12/2009
Fonte: La Sicilia

giovedì, dicembre 17, 2009

I tabulati parlano...

ROMA - "Ho evidenze di telefonate di Dell'Utri ai mafiosi. Ci sono chiare prove che risultano dai tabulati, dei suoi contatti telefonici già all'origine della fondazione di Forza Italia. Ho dei dati inconfutabili che dimostrano come alcuni appartenenti di spicco a Cosa nostra abbiano preso parte alla genesi del partito in Sicilia oltre che essere direttamente collegati ai soggetti che hanno compiuto le stragi del'93". È quanto ha rivelato Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, ospite di Klaus Davi nel programma tv Klauscondicio in onda su You Tube. "Alcuni telefoni legati a fondatori dei club di Misilmeri e di Brancaccio, che si riunivano all'hotel San Paolo di Palermo costruito per conto dei Graviano e ad oggi confiscato alla mafia, sono stati utilizzati - ha detto il consulente - per chiamare mafiosi, stragisti, altri soggetti ora pentiti e condannati all'ergastolo, anche per contattare a casa il presidente Silvio Berlusconi". "Queste per me sono prove che dimostrano in modo indiscutibile il legame tra chi ha provveduto alla fondazione del partito in Sicilia e chi, a Milano o Roma, ha tirato le fila con i mafiosi. E Dell'Utri - conclude Genchi - è il soggetto che avvicina il Cavaliere a Palermo. Con lui non c'è stato solo un rapporto imprenditoriale ma da loro dipende l'intera genesi politica del partito". Genchi aggiunge nella intervista che "la mente di Cosa Nostra è sempre stata negli Usa. Prova ne sono i ripetuti viaggi del boss mafioso, Domenico Raccuglia, negli Stati Uniti fin dai tempi delle stragi del '92. Queste furono decise in America, non certo a Corleone. I rapporti oltreoceano sono stati la prima cosa che ho evidenziato nelle mie relazioni e nelle mie consulenze proprio alla vigilia dell'attentato di Via D'Amelio. Mi riferisco a delle chiamate fatte negli States nell'estate del '92 che furono il punto di coordinamento e di controllo dell'attività stragista in Italia. Il cervello è sempre stato la, la dove c'era Buscetta". Nella intervista Genchi non esclude la possibilità di "una nuova stagione di stragi, soprattutto se le trattative tra Cosa Nostra, i suoi referenti e le istituzioni dovessero saltare. Al momento - spiega Genchi - ritengo che un simile scenario tuttavia sia improbabile ma, visto il clima di tensione che si è creato in Italia, tutto è possibile. Il passaggio che stiamo vivendo è molto difficile, ci sono grossi scontri che non sono certamente quelli tra maggioranza e opposizione visto che spesso votano in accordo, come nel caso di Cosentino. Quindi, nel momento in cui le lotte non sono più in Parlamento, privato completamente di ogni funzione, è possibile che accada tutto e il contrario di tutto". "Lo Stato - conclude perentorio Genchi - non prevede attentati di mafia perchè Cosa Nostra è messa bene ed è già tutelata dal Governo".
16/12/2009

Fonte: La Sicilia

Ancora una volta l'aiuto di un pentito......

Palermo, 15 dic. - E' in corso dalle prime luci dell'alba tra la Sicilia e il Nord Italia una vasta operazione antimafia condotta dalla Polizia di Stato di Caltanissetta che sta eseguendo 41 ordini di custodia cautelare nei confronti di altrettanti presunti esponenti della cosca mafiosa degli Emmanuello di Gela (Caltanissetta). Gli arresti vengono eseguiti tra l'isola, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e la Toscana.
Sono stati i 'pizzini' rinvenuti durante l'autopsia nello stomaco del boss mafioso Daniele Emmanuello, ucciso durante l'operazione per la sua cattura nei pressi di Enna, a fare avviare l'indagine 'Compendium'. Emmanuello rimase ucciso nel novembre di due anni fa dopo un conflitto a fuoco con la polizia.
"I 'pizzini' ritrovati - ha spiegato il questore di Caltanissetta Guido Marino - sono serviti ai nostri riscontri. Ma abbiamo avuto anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia". In particolare e' stato il pentito Fortunato Ferracane che ha permesso alla Dda di ricostruire gli affari del clan mafioso nel Nord Italia, soprattutto Parma.
I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, su richiesta della Dda nissena. Le accuse variano dall'associazione mafiosa finalizzata al controllo illecito degli appalti e dei subappalti, intermediazione abusiva di manodopera, traffico di stupefacenti, ricettazione, estorsione, danneggiamenti, riciclaggio di denaro sporco, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni.
Secondo quanto accertato dagli investigatori, la cosca degli Emmanuello, avrebbe messo in piedi al Nord una vera e propria 'succursale' della mafia, con base a Parma, che controllava imprese e appalti.
Nell'ambito dell'operazione antimafia 'Compendium' che all'alba di oggi ha portato tra la Sicilia e il Nord Italia, all'arresto di 41 persone, la Squadra mobile di Caltanissetta e gli uomini del Commissariato di Gela hanno anche trovato un arsenale vero e proprio, Tra le armi rinvenute ci sono pistole, fucili e persino esplosivo. Sequestrata anche una colt calibro 45 che, secondo una perizia balistica eseguita dalla Polizia, sarebbe stata usata in due omicidi compiuti a Gela durante la guerra di mafia. In particolare, l'omicidio di Antonio Meroni, nell'89, e quello di Francesco Dammaggio, nel febbraio del 91.
Fonte: Adnkronos

67 ordinanze.. Grazie ai pentiti..

Palermo, 16 dic. - E' in corso dalle prime luci dell'alba di oggi una vasta operazione condotta da oltre 400 Carabinieri del Comando provinciale di Palermo, che ha portato all'arresto di 65 persone mentre altre due sono tuttora ricercate. Per il blitz sono stati utilizzati anche unità cinofile e militari del 12esimoBattaglione dei Carabinieri 'Sicilia', oltre all'appoggio di un elicottero dei Carabinieri. I 67 provvedimenti di custodia cautelare sono stati emessi dal gip del Tribunale di Palermo che ha accolto le richieste del Procuratore aggiunto Teresas Principato e dei pm Marcello Viola e Amelia Luise.
L'organizzazione era costituita, come scoperto dagli investigatori, da tre gruppi che operavano con il 'nulla osta ' dei boss di Cosa nostra a cui andava una parte dei profitti. Come fa sapere il Comandante provinciale dei Carabinieri di Palermo, colonnello Teo Luzi, "un gruppo di giovani di Bagheria e di Palermo si era organizzato per il controllo dello spaccio nelle piazze di Misilmeri, la stessa Bagheria e Cefalù, ma con il controllo di Cosa nostra". Dalle indagini sono emersi anche contatti tra le bande criminali e ambienti della camorra napoletana e narcos spagnoli.
L'operazione, denominata 'Triade', è l'epilogo di una complessa attività investigativa sviluppata tra il 2008 e il 2009 e ricade proprio nel giorno dell'anniversario dell'operaizone 'Perseo' che l'anno scorso porto' in carfcere un centinaio tra boss e gregari di Cosa nostra. L'inchiesta, che ha potuto contare anche sull'apporto dei due pentiti di mafia e noti narcotrafficanti Andrea Bonaccorso e di Angelo Casano, ha preso il via dall'arresto di un pusher finito in manette a Bagheria (Palermo) nel 2008, trovato in possesso di 400 grammi di cocaina purissima. La droga partiva dalla Spagna e arrivava al porto di Palermo, da dove veniva smistata fino a Brancaccio.
Tra i destinatari delle 67 ordinanze di custodia cautelare, c'è anche il pentito Angelo Casano, 51 anni, ex narcotrafficante che si autoaccusa e i coponenti di un intero nucleo familiare. Si tratta della famiglia Sancilles: Vittorio, 55 anni, Paolo, 26, Gregorio, 28, Antonino, 22. In carcere anche la moglie di Antonino Sancilles, Giuseppa Romano. Uno dei tre gruppi criminali era guidato proprio dai Sancilles che si rifornivano di droga da Vincenzo Militello e Antonino Mannino. Quest'ultimo, dopo l'arresto di Vittorio Sancilles, ne aveva acquisito il telefono cellulare per gestire il suo 'portafoglio clienti'. Militello e Mannino erano entrambi inseriti, secondo la polizia, nel secondo gruppo, capeggiato da Vincenzo Inzerra, che gestiva l'acquisto di grosse partite di stupefacenti. Quest'associazione usava come base l'autolavaggio di un altro indagato, Giovanni Montaperto, a Villabate.
Fonte: Adnkronos

Di Giacomo si pente..

CATANIA - Il boss ergastolano Giuseppe Maria Di Giacomo, 44 anni, capo del clan dei Laudani, sta collaborando con la giustizia. Tra le accuse che gli sono state contestate gli omicidi dell'agente di polizia penitenziaria Luigi Bodenza, ucciso il 26 marzo del 1994, e quello dell'avvocato Serafino Fama, ex legale del capomafia Giuseppe Pulvirenti , assassinato vicino al suo studio legale la sera del 9 novembre del 1995. Secondo quanto si è appreso, Di Giacomo sta rendendo dichiarazioni su una serie di omicidi, compreso quello dell' imprenditore edile Carmelo Rizzo, di San Giovanni La Punta. Per quest'ultimo delitto è stato assolto. Il boss avrebbe parlato anche dell'imprenditore Sebastiano Scuto, il re dei supermercati nella Sicilia orientale, sotto inchiesta da parte della Procura generale di Catania. Le dichiarazioni sarebbero a parziale discolpa di Scuto, tanto che la deposizione in aula del neo collaborante è stata chiesta dalla difesa dell'imprenditore. La notizia del pentimento di Di Giacomo, riportata dal Giornale di Sicilia, è stata confermata in ambienti giudiziari.
16/12/2009
Fonte: La Sicilia

martedì, dicembre 15, 2009

Niente carcere per Contrada...

PALERMO, 14 DIC - Le condizioni di salute di Contrada 'non sono compatibili con il regime carcerario', cosi' una perizia disposta dal tribunale di Palermo. Per i medici le condizioni dell'ex 007 (che sta scontando ai domiciliari 10 anni per concorso esterno all'associazione mafiosa) 'non sono, allo stato, particolarmente gravi', ma il paziente 'necessita di stretto controllo medico specialistico e di frequenti contatti con i presidi sanitari territoriali'.
Fonte: ANSA

lunedì, dicembre 14, 2009

Peppino a Cagliari...

CAGLIARI - L'area grandi eventi del parco cagliaritano di monte Claro è stata intitolata a Peppino Impastato, giovane giornalista assassinato dalla mafia nel 1978. Questa mattina, il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia e il capogruppo Pd in consiglio provinciale, Massimo Pusceddu, hanno scoperto la targa che ricorda Impastato, posta sotto un ulivo, alla sinistra dell'ingresso principale del parco. Erano presenti anche la vice presidente della Provincia Angela Quaquero, esponenti della giunta provinciale e il prefetto vicario, Bruno Corda.
13/12/2009
Fonte: La Sicilia

2,5 mln di sequestri

CATANIA, 11 DIC - Beni per circa 2,5 milioni di euro sono stati confiscati, in applicazione della legge antimafia, all'ergastolano Maurizio Zuccaro,48 anni. Zuccaro e' indicato come esponente di spicco di Cosa nostra etnea. Il provvedimento e' stato eseguito dalla Direzione investigativa antimafia (Dia). I beni confiscati sono un immobile, attivita' commerciali, 8 automezzi e numerosi rapporti bancari. Il boss e' all'ergastolo: per una grave patologia e' stato posto agli arresti domiciliari.
Fonte: ANSA

domenica, dicembre 13, 2009

Anniversario rovinato...

MESSINA - Il giorno prima dell'anniversario della morte di Graziella Campagna, la ragazza di 17 anni uccisa nel Messinese il 12 dicembre '85 perché trovò il pizzino di un latitante, uno degli assassini ha ottenuto gli arresti domicialiari. Gerlando Alberti Junior si trova ora a Falcone (Me). Ha beneficiato del provvedimento, secondo quanto reso noto dal suo legale Antonio Scordo, avendo giuridicamente scontato un lunghissimo periodo di detenzione per l'omicidio.

FAMILIARI INDIGNATI. "Quello che è successo è una cosa sconvolgente e vergognosa, che offende la dignità di mia sorella, della nostra famiglia e di tutti gli italiani - ha dichiarato Pasquale Campagna, fratello di Graziella -. Se la pena è certa non si capisce come mai dopo tanti processi e tanto tempo è stata presa questa decisione. Ma allora dove sta la giustizia? Chi pensa a quella ragazza? Che giustizia è quella che manda a casa un assassino?". "La condanna all'ergastolo - ha spiegato il legale di Alberti - è diventata definitiva nel 2008 con la pronuncia della Cassazione. Subito dopo è stato emesso l'ordine di esecuzione della pena e l'uomo (che era stato scarcerato dopo il processo di primo grado perché la sentenza non era stata depositata nei termini stabiliti) è stato incarcerato". Il legale di Alberti ha quindi proposto incidente di esecuzione davanti alla Procura generale di Messina, chiedendo ed ottenendo, in base al principio del "cumulo giuridico", che l'inizio dell'esecuzione della pena fosse fissato al marzo 1987, quando Alberti jr. era stato arrestato per altri reati.

CAVILLI GIURIDICI. Giuridicamente, dunque, Alberti jr. ha scontato per l'omicidio di Graziella Campagna oltre 22 anni di reclusione. Tenuto conto anche degli sconti (45 giorni per ogni anno di detenzione) previsti dall'ordinamento penitenziario, l'omicida ha potuto beneficiare della detenzione domiciliare. "È probabile, tuttavia - ha rilevato il legale di Alberti jr. - che sulla decisione del giudice della sorveglianza abbiano avuto rilievo anche l'età dell'imputato (che è ultrasettantenne) e le sue precarie condizioni di salute".

VERIFICHE DI ALFANO. Sulla vicenda il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha subito disposto una verifica per accertare la regolarità della decisione. "Sono indignato - afferma Pasquale Campagna - e mi auguro che l'ispezione disposta dal ministro della Giustizia sia vera, fatta con criterio e dia risposte agli italiani e affinché chi ha ucciso mia sorella se ne rivada in galera". Gerlando Alberti junior era tornato in carcere a mezzanotte del 18 marzo 2008, un'ora dopo la sentenza della Corte d'Assise d'Appello che aveva confermato il carcere a vita per lui e per il suo complice Giovanni Sutera.

LA GIOVANE STIRATRICE. La ragazza, che aveva 17 anni e faceva la stiratrice, venne rapita e uccisa perché Alberti, allora latitante, sospettava che avesse visto un'agendina con numeri di telefono compromettenti, dimenticata nella tasca di un capo portato nella lavanderia dove lavorava la giovane. La Campagna verrà ricordata oggi a Saponara, nel giorno dell'anniversario dell'uccisione, con una serie di iniziative. "Questa decisione è il modo più scandaloso con cui la magistratura commemora l'anniversario dell'uccisione di Graziella Campagna che avverrà domani", dice Fabio Repici, legale della famiglia Campagna. "Gerlando Alberti Junior - continua Repici - ottiene i benefici in cambio del silenzio perpetrato fino ad oggi e con il quale ha evitato di inguaiare magistrati, alti ufficiali dell'Arma e mafiosi vari che, prima e dopo l'omicidio di Graziella Campagna, gli hanno garantito la protezione".Un altro fratello di Graziella, Piero Campagna, definisce la scarcerazione di Alberti junior "un boccone amaro, ma bisogna superare anche questo. Il carnefice è condannato al carcere a vita e come regalo dallo Stato ci aspettavamo un mazzo di fiori: invece sono arrivati gli arresti domiciliari. E' una delusione e spero che lo Stato faccia il suo dovere e lo rinchiuda in carcere, come è giusto che sia, per rendere giustizia a Graziella e dare un segnale ai cittadini".

LA FICTION MAI ANDATA IN ONDA. Alla commemorazione di Saponara c'è anche Beppe Fiorello, che ha vestito i panni di uno dei fratelli di Graziella nel film tv "Una vita rubata", in onda nel marzo del 2008 dopo una serie di rinvii: doveva essere trasmesso a novembre del 2007 e poi nel febbraio successivo, ma in contemporanea si stava celebrando il processo per l'omicidio. "La vicenda preferisco non commentarla, sono a Saponara per ricordare Graziella in maniera positiva. Non voglio mischiare la giornata di oggi, che è di ricordo e di memoria, con una decisione azzardata".
12/12/2009

Fonte: La Sicilia

Agguato a Catania

CATANIA, 12 DIC - Un 17enne e' stato ucciso a colpi d'arma da fuoco in un agguato a Bronte, nel Catanese, mentre era su un'auto con altre cinque persone. Secondo la Procura di Catania, l'obiettivo dei sicari era un'altro passeggero del veicolo che sarebbe legato al gruppo di 'Turi' Catania. I Carabinieri hanno fermato due sospetti, un 31enne e un 32enne. La sparatoria di oggi, per gli investigatori, potrebbe essere una risposta ad altri due agguati di mafia nei quali fu ferito il fratello di uno dei fermati.
Fonte: ANSA

giovedì, dicembre 10, 2009

Il vicequestore..

CALTANISSETTA - Il vicequestore di Palermo Boris Giuliano, ucciso dalla mafia il 21 luglio '79, sarà ricordato oggi alle 17.30 nel teatro Margherita di Caltanissetta. L'iniziativa è della sezione femminile della Croce Rossa in collaborazione con le forze dell'ordine. Sarà proiettato il film documentario "Sopralluoghi per un film su un poliziotto ucciso" di Roberto Greco che vedrà anche la partecipazione al dibattito del giornalista Francesco La Licata. Poi si svolgerà un concerto interforze dei cori di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria.
Fonte: La Sicilia

Musical per ricordare Livatino.. Ma perche' Alfano e Lombardo?

GELA (CALTANISSETTA) - Un musical, con la partecipazione straordinaria di Ficarra e Picone, per ricordare Rosario Livatino, il "giudice ragazzino" ucciso dalla mafia, nel giorno in cui la città di Gela gli dedica il suo palazzetto dello sport. Alla manifestazione parteciperà anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che insieme al presidente della Regione, Raffaele Lombardo, scoprirà sabato prossimo, alle 15, la targa commemorativa del giudice al quale è stato intitolato il Palasport realizzato dall'amministrazione comunale. L'iniziativa si inquadra nell'ambito di una intensa giornata organizzata dall'Associazione amici del giudice Livatino, dalla parrocchia Santa Lucia e da alcuni gruppi cattolici di Gela. Oltre a una serie di dibattiti sui temi della legalità e a una messa in suffragio di tutte le vittime della mafia, celebrata dall'arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro, saranno presentati un Cd e un Dvd musicale che verranno poi distribuiti in tutte le scuole siciliane. Ma l'appuntamento clou della giornata sarà il musical, tratto dal Cd "Il mio piccolo giudice", che verrà portato in scena alle ore 18,30 da Peppe Servillo, Maria Luisa Corbo, Salvatore Nocera, Fausto Mesolella, con la partecipazione straordinaria di Ficarra e Picone. La manifestazione sarà condotta da Salvo La Rosa.
09/12/2009
Fonte: La Sicilia

mercoledì, dicembre 09, 2009

Il teatrino..

Ho deciso di non pubblicare piu' niente sugli arresti di Fidanzati e Nicchi perche', come gia' ho scritto in qualche post piu' indietro, credo che sia una bella "scenetta" organizzata giusto giusto 24 ore dopo le dichiarazioni di Spatuzza..
A conferma di cio' ho gia' trovato l'opinione di Genchi (che se ne intende) a conferma della mia ipotesi (video http://www.youtube.com/watch?v=DosKzyboIWk )
E comunque tutte le notizie su Fidanzati e Necchi si trovano in tutte le televisioni e nei giornali, il resto della mafia non e' mai raccontata...Sara' un caso?
Dopodiche' fate le vostre considerazioni..
Saverio Fuccillo

Rubrica estero

Il primo ministro e il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, considerano le accuse assurde.
Pochi minuti prima di mezzogiorno, in un un silenzio tombale, è entrato nell’aula bunker del Tribunale di Torino, Gaspare Spatuzza, il boss pentito della mafia siciliana chiamato come testimone nel processo d’appello contro il senatore Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Silvio Berlusconi dagli anni settanta e condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Spatuzza era protetto da dieci carabinieri e si copriva il viso con una sciarpa azzurra. Si è seduto dietro un tendaggio bianco che lo proteggeva dagli sguardi indiscreti dei più di duecento giornalisti accreditati e del numeroso pubblico ed ha iniziato la sua deposizione dicendo: “Dirò tutta la verità e non nasconderò nulla”.
L’interrogatorio è iniziato in ritardo perché la difesa di Dell’Utri ha cercato di fermare la testimonianza, considerandola ingiustificata. Il tribunale ha rifiutato la richiesta e Spatuzza, 45 anni, collaboratore di giustizia dal marzo 2008 con la benedizione dei suoi capi e l’appoggio spirituale del vescovo dell’Aquila, ha cominciato a raccontare la sua storia.
Con voce sicura, ha riconosciuto che dal 1980 al 2000 aveva fatto parte di una “organizzazione terroristica mafiosa chiamata Cosa Nostra.”; ha ricordato che era parte integrante del clan Graviano ed ha ammesso di essere stato condannato a vari ergastoli per “circa quaranta omicidi, sequestri di persona e attentati”.
Ha spiegato di aver detto “terroristica” perché, all’inizio degli anni novanta, Cosa Nostra aveva realizzato vari attentati con bombe, “cosa che prima non facevamo”. Si è autoaccusato dell’attentato che uccise il giudice Paolo Borsellino, e ha ammesso che la mafia festeggiò quella morte e quella del giudice Falcone nel 1992 “perché erano i nostri principali nemici”.
Il confidente della famiglia di Brancaccio si occupò anche di realizzare gli attentati successivi, nel 1993 e nel 1994, a Roma, Milano e Firenze, che provocarono la morte di dieci persone. Erano, ha detto, attentati anomali: “Quei morti non ci appartenevano: un giorno lo dissi a Giuseppe, che era come mio padre: ‘Abbiamo ammazzato dei bambini come la piccola Nadia’. Mi rispose: abbiamo fatto bene ad ammazzarli, così chi si deve muovere si dà una mossa”.
La chiave della testimonianza arriva in questo momento. Spatuzza ricorda un appuntamento nel 1994 con il suo diretto superiore a Roma: “Incontrai Giuseppe nel bar Doney di Via Veneto, era contento come se avesse vinto alla Lotteria. Ci sedemmo e lui mi disse che dovevamo uccidere alcuni carabinieri per dare il colpo di grazia. Che avevamo ottenuto tutto quello che cercavamo grazie alla serietà delle persone che avevano portato avanti questa storia, e non come quei quattro crasti dei socialisti che avevano preso i voti nel 1988 e nel 1989 e poi ci avevano fatto la guerra” ha riferito.
“Mi fece due nomi, tra questi quello di Berlusconi” ha affermato il pentito. “Gli chiesi se era quello di Canale 5 e lui mi disse di sì, e che c’era anche un nostro compaesano, Dell’Utri. Graviano disse che grazie alla serietà di queste persone tenevamo il paese nelle nostre mani”.
Più avanti Spatuzza ricorda un incontro con Filippo Graviano, altro capo dello stesso clan, nel carcere di Tomezzo, dove il boss sta scontando un ergastolo. “Nel 2004 era molto giù, io gli parlai dei nostri figli, di non fargli fare la nostra stessa vita… Mi disse che avrebbe fatto sapere a suo fratello Giuseppe che se non fosse arrivata una cosa che doveva arrivare, avrei dovuto parlare con i giudici”.
Davanti alla richiesta del giudice Gatto di spiegare “da dove doveva arrivare”, Spatuzza cita nuovamente Berlusconi e Dell’Utri. “Perché ha tardato tanto tempo per parlare di loro?” incalza il giudice. “La mia paura a parlare del primo ministro era ed è tanta. Quando ho iniziato a parlare con i giudici dell’antimafia, Berlusconi era primo ministro, e il ministro della Giustizia era uno (Angelino Alfano) che io ritenevo essere il vice di Dell’Utri”.
Spatuzza iniziò ad allontanarsi da Cosa Nostra nel 1999. “Avevo iniziato un percorso di ravvedimento personale, è stato un cammino bellissimo e doloroso allo stesso tempo”, ha detto. Fu aiutato dal cappellano della prigione e dal vescovo dell’Aquila, monsignor Molinari, che lo confessò “due o tre volte”, secondo quanto ha raccontato.
Probabilmente, una volta convertito alla religione, il pentito voleva veder revocata la scomunica che ricadeva su di lui, dopo l’assassinio del prete siciliano Don Pino Puglisi. “Devo onorare tutti quei morti, tutta quella tragedia. Ho passato molti anni nel male; ora devo fare del bene. È un mio dovere”, ha sostenuto.
Le accuse di Spatuzza sono state definite “assurde”da Silvio Berlusconi. “Sono accuse che si commentano da sole. In Italia non c’è nessuno disposto a credere a queste assurdità”, ha commentato all’uscita dal Consiglio dei Ministri.
Marcello Dell’Utri, che ha parlato con i media presenti nel Tribunale di Torino, ha detto che l’interesse della mafia è “far cadere il Governo che sta lottando contro Cosa Nostra come mai nessuno prima”. “Spatuzza è un pentito della mafia, non dell’antimafia” ha sottolineato.
I giudici vogliono ora verificare l’attendibilità del testimone. Il processo d’appello di Dell’Utri proseguirà a Palermo l’11 dicembre con le dichiarazioni in videoconferenza dei capi Filippo e Giuseppe Graviano.

Fonte: italiadallestero

Arrestato Salvatore Caruso

Palermo, 7 dic. - E' finita all'alba di oggi la latitanza di Salvatore Caruso, 46 anni, detto 'Turi malavita', ricercato dalla Polizia nell'ambito dell'operazione antimafia 'Revenge', che nel novembre scorso ha portato alla cattura di una cinquantina fra boss e gregari.
Caruso è ritenuto uno dei capi del clan Cappello di Catania, decapitata oggi con la sua cattura. Al momento della cattura Caruso era a bordo di un'auto in un quartiere residenziale di Catania. Il presunto boss deve rispondere dei reati di associazione mafiosa, traffico e spaccio di stupefacenti, detenzione di armi ed estorsione.
Ha già scontato in passato una condanna per associazione mafiosa e detenzione di armi. Dopo essere sfuggito alla cattura era divenuto il punto di riferimento per la riorganizzazione della cosca mafiosa catanese.

Fonte: Adnkronos

lunedì, dicembre 07, 2009

FIRENZE - Gaspare Spatuzza è "l'ennesimo pentito che dice cose già dette da una infinità di altri collaboratori di giustizia". Così la portavoce dell'Associazione familiari delle vittime della strage dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli, commenta la testimonianza di Spatuzza al processo Dell'Utri. "Se dicesse la verità fino in fondo sul suo pentimento - aggiunge - senza invocare tante crisi mistiche, saremmo molto più contenti. Noi crediamo che si sia pentito, come del resto tutti quelli che nella mafia si pentono, per non restare a 41 bis e all'ergastolo". Per Maggiani Chelli "è molto meglio che Spatuzza dica ai fratelli Graviano di confermare le sue versioni in aula, se le cose stanno come lui le racconta, o noi non sapremo mai la verità". I familiari delle vittime si dicono "sconcertati dalla ridda di affermazioni e dalle esternazioni di politici. Siamo certi che il compianto procuratore Chelazzi si starà rivoltando nella tomba, pensando quanto sarebbe stato opportuno, che almeno la metà dell'interesse intorno alla strage del 27 maggio 1993 si fosse manifestata dal 1994 al 2003".
05/12/2009
Fonte: La Sicilia

Qualcosa di strano.. Arrestati dopo 24 ore da Spatuzza?..

PALERMO - Ad appena 24 ore dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, un doppio colpo eclatante contro Cosa nostra. Due super latitanti della mafia, Gaetano Fidanzati e Gianni Nicchi, considerati capi storici, sono stati arrestati quasi in contemporanea. Il settantaquattrenne palermitano Fidanzati, uno dei boss appartenenti alla lista dei 30 ricercati per mafia più pericolosi, è stato catturato a Milano dagli agenti della Squadra Mobile in via Marghera mentre era in compagnia del cognato. Ha cercato inizialmente di dare delle generalità false agli agenti della squadra mobile. Poi, vistosi scoperto, non ha opposto resistenza e ha chiesto ai poliziotti delle sigarette. Fidanzati è stato arrestato dopo sei mesi di attività da parte degli agenti della squadra mobile di Milano. Il boss aveva appuntamento con un'altra persona. Era latitante dal 2008 quando nei suoi confronti furono emesse due ordinanze di custodia cautelare dal gip di Palermo: una per associazione a delinquere di stampo mafioso e una per omicidio.Per avere un'idea della sua posizione all'interno dell'organizzazione basta ricordare che nel '70 un'auto venne fermata casualmente a un posto di blocco. Dentro, con documenti falsi, c'erano, oltre a lui, Tommaso Buscetta, Salvatore Greco, Giuseppe Calderone, Gaetano Badalamenti e Gerlando Alberti, padrini che avevano e avrebbero fatto parlare a lungo di loro. Fidanzati è entrato a pieno titolo nel gotha dei trafficanti di droga mafiosi. Il suo nome è contenuto in inchieste su traffici mondiali di eroina e soprattutto cocaina di diverse procure italiane e nei dossier di investigatori Usa. E' ritenuto dagli investigatori uno dei più importanti boss del narcotraffico e dopo di lui sono stati arrestati per traffico di droga anche i figli, Guglielmo e Giuseppe, che avevano basi logistiche nel Nord Italia occupando spazi del mercato della cocaina in Veneto e Lombardia. Nicchi è stato preso dalla sezione catturandi della squadra mobile di Palermo nel capoluogo siciliano: si nascondeva in un appartamento al primo piano di Filippo Juvara 25. A soli 28 anni è considerato il numero tre di Cosa nostra palermitana. Si trovava in una palazzina di tre piani, a poche centinaia di metri dal Palazzo di giustizia di Palermo. Nicchi ha cercato di fuggire attraverso il pozzo luce dell'edificio. Secondo alcune indiscrezioni quello dove è stato fermato non sarebbe il covo principale del latitante, ma una base di appoggio in cui il mafioso si sarebbe rifugiato provvisoriamente. Era latitante da tre anni, da quando riuscì a sfuggire all'operazione di polizia denominata Gotha, che portò in cella i principali capi di Cosa nostra di Palermo. Il giovane mafioso è considerato il pupillo del capomafia Nino Rotolo. Barba lunga, con indosso un piumino nero, Nicchi è uscito dal portoncino guardando la gente di fronte. Con lui sono stati fatti uscire anche un giovane e una donna, probabilmente i due favoreggiatori. Sul citofono dell'appartamento in cui è stato preso il latitante c'è scritto "Amato-Pizzimenti". La casa è composta da una cucina, un bagno, un soggiorno e una camera da letto. E' piccola e sembra appartenere a persone non agiate. Nicchi è stato portato in questura ed è stato accolto dagli applausi della gente, mentre gli agenti della catturandi e molti poliziotti si abbandonavano a scene di esultanza. Gli agenti della catturandi che hanno arrestato Nicchi si sono affacciati alle finestre della mobile e hanno fatto il segno della vittoria salutando la folla nella piazza.I ragazzi del comitato Addiopizzo hanno intonato l'inno di Mameli. Alle finestre della mobile si è affacciato anche il capo della catturandi Mario Pignone, che il mese scorso, con gli stessi uomini aveva arrestato un altro boss latitante, Mimmo Raccuglia. Col il volto ancora coperto dal passamontagna i poliziotti hanno sventolato la maglietta con la scritta "Addiopizzo". Prima di arrivare alla mobile, Nicchi è stato portato dagli agenti davanti all'albero Falcone, luogo simbolico che ricorda le vittime della mafia. "Nella lista dei trenta latitanti più pericolosi, se continuiamo così, non resterà più nessuno".
05/12/2009

Fonte: La Sicilia

sabato, dicembre 05, 2009

Il messaggio più bello...

TORINO - Hanno rinunciato allo studio o al lavoro, prendendosi un giorno di ferie, per seguire il processo a Marcello Dell'Utri, trasferito da Palermo a Torino per motivi di sicurezza. Un "impegno civile" dicono, "per essere testimoni di un processo che potrebbe cambiare l'Italia". La tribuna riservata al pubblico, nella maxiaula 1 del PalaGiustizia di Torino, è tutta esaurita e molti stanno in piedi, nell'aula sotterranea. Sono soprattutto giovani, studenti universitari o militanti di associazioni come Libera e Terra del Fuoco. "Il nostro è un impegno civile", sottolinea Giorgia, 23 anni, studentessa di Scienze Internazionali e "un grande interesse - racconta - per le vicende di questo paese". "Sono qui per questo - spiega - perchè voglio essere informata di persona, senza preoccuparmi di capire se quello che dicono i media è davvero la realtà dei fatti o meno". Accanto a lei siedono Bruno, impiegato bancario di 42 anni e Aldo, 62 anni, ex quadro Fiat in pensione. Seguono il processo in religioso silenzio, seduti nella prima fila della tribunetta riservata al pubblico, con le braccia conserte. È la prima volta, dicono, che assistono a un processo, ma hanno le idee ben chiare sulla vicenda: "Quando un pentito di mafia parla - sostengono - è perché sa che quello che dice verrà preso in seria considerazione".
04/12/2009
Fonte: La Sicilia

Che sia la volta buona?

TORINO - Il momento è arrivato. Il pentito Gaspare Spatuzza a Torino ha citato il premier Silvio Berlusconi durante il processo d'appello al senatore Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. "Con espressione gioiosa Giuseppe Graviano - ha raccontato Spatuzza - mi riferisce che abbiamo chiuso tutto e ottenuto tutto quello che volevamo grazie alla serietà delle persone che avevano portato avanti quella storia e non come quei quattro crasti socialisti che avevano preso i voti nel 1988 e 1989 e poi ci vevano fatto la guerra. A quel punto mi viene fatto il nome di Berlusconi. Io chiesi se fosse quello di Canale 5 e Giuseppe Graviano mi disse di sì e aggiunse che c'era un nostro compaesano, Dell'Utri". Spatuzza ha ricostruito così il colloquio in un bar di via Veneto a Roma con Giuseppe Graviano, in vista degli attentati romani e riferendosi alle assicurazioni ricevute ha detto "grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il paese nelle mani". Il pentito di mafia ha deciso di parlare del presidente del Consiglio e di Dell'Utri soltanto nel giugno del 2009, cioè un anno dopo l'inizio della sua collaborazione perché "non volevo apparire come qualcuno che usava soggetti della politica per essere acquisito come collaboratore di giustizia e per non dare adito a qualche 'mala linguaccia' che poteva sostenere che pur di accrediarmi tiravo in ballo politici". E' stato lo stesso Spatuzza a dirlo rispondendo alle domande della difesa di Dell'Utri. "Io non ho chiesto niente allo Stato - ha proseguito Spatuzza -. Nel giugno 2009 davanti ai magistrati di Firenze, era venuto il momento di svelare alcuni omissis a cui mi ero riservato in precedenza". E' stata in quell'occasione che il collaboratore ha parlato di Berlusconi e Dell'Utri. "Prima di quella data - ha detto- non avevo mai fatto i nomi dei politici, avevo solo seminato indizi, come quello sulla Standa. Ho legato i nomi di Dell'Utri alla questione dei cartelloni pubblicitari, non ho detto che era coinvolto nelle stragi di mafia, altrimenti non era più un omissis". La deposizione del pentito è cominciata con questa dichiarazione: "Cosa nostra è un'associazione mafioso-terroristica. La definisco così perché dopo il '92 ci siamo spinti un po' oltre, in un terreno che non ci appartiene: alludo alle stragi di Firenze, dove morì la piccola Nadia e all'attentato a Costanzo". A una domanda del legale dell'imputato, l'avvocato Alessandro Sammarco, Spatuzza ha risposto: "Io sono stato condannato per sei stragi e 40 omicidi". Il legale, che stava ricostruendo i precedenti del collaboratore, ha esclamato: "Una brava persona!". Osservazione duramente stigmatizzata dal presidente della Corte d'appello di Palermo che celebra il processo, Claudio Dall'Acqua. Spatuzza ha rivelato che a fine 1993 c'era stato un incontro con Giuseppe Graviano a Campofelice di Roccella, durante il quale venne incaricato di fare un attentato a Roma, quello poi fallito all'Olimpico. A quella richiesta il pentito obietta che "che ci stavamo portando un po'di morti che non ci appartengono: 5 morti a Milano, 5 morti a Firenze tra cui quella bellissima bambina". A quel punto Graviano riferisce a Spatuzza che "è bene che ci portiamo un po' di morti chi si deve muovere si dà una mossa".Poi ha riferito delle stragi di Palermo: "Quando avviene la strage di Capaci noi abbiamo gioito vigliacatamente, quando c'è stato l'attentato a Borsellino ripeto vigliaccatamente abbiamo gioito". Il pentito ha spiegato la strategia elettorale di queli anni a Palermo: "Nel 1988 o 1989 Giuseppe Graviano mi disse portare avanti le candidature socialiste. All'epoca Claudio Martelli era capolista, c'era Fiorino e altri che non ricordo. A Brancaccio facemmo di tutto per farli eleggere e i risultati si videro: facemmo bingo". Dopo l'esame di Spatuzza, controesaminato dalle difese di Dell'Utri, la Corte ha deciso di non fare ulteriori domande al pentito, ha disposto la citazione dei boss Giuseppe e Filippo Graviano e ha rinviato il processo all'udienza dell'11 dicembre.
04/12/2009

Fonte: La Sicilia

Addiopizzo 4: 130 anni di carcrere

PALERMO - Pene per complessivi 130 anni di carcere sono state inflitte al processo denominato "Addio Pizzo 4" contro il clan dei boss di San Lorenzo, Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Sotto processo erano 23 imputati accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione aggravata, traffico internazionale di droga, detenzione di armi e favoreggiamento. Condannati a sei mesi ciascuno anche tre commercianti: Rosalia Messina, Leonardo Ragusa e Vincenzo Schillaci, imputati di favoreggiamento per avere negato di pagare il pizzo. Il processo si è svolto davanti al Gup Mario Conte con il rito abbreviato che ha dato la possibilità agli imputati di ottenere lo sconto di un terzo della pena. I pubblici ministeri erano Annamaria Picozzi e Marcello Viola. Questo l'elenco completo degli imputati e le rispettive pene: Francesco Briguglio 3 anni e 4 mesi (ha ottenuto un ulteriore sconto riservato ai pentiti), Giuseppe Bruno 6 anni, Giuseppe Biondino 8 anni, Fabio Chianchiano 9 anni e 4 mesi, Domenico Ciaramitaro 6 anni, Antonino Cusimano 6 anni, Gabriele Davì 8 anni e otto mesi, Salvatore Davì 6 anni, Rosolino Di Maio 8 anni, Salvatore Di Maio 6 anni, Gaspare Di Maggio 6 anni, Mario Ferrazzano 8 anni, Francesco Franzese 2 anni e 8 mesi (anche lui è un collaboratore di giustizia), Roberto La Vardera 8 anni, Giuseppe Lo Verde 11 anni e sei mesi, Antonino Mancuso 6 anni e 4 mesi, Salvatore Mangione 8 anni, Rosalia Messina 6 mesi, Leonardo Ragusa 6 mesi, Vincenzo Schillaci 6 mesi, Domenico Serio 6 anni, Guido Spina 5 anni, Mariano Troia 8 anni. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento dei danni in favore delle parti civili: Marcello Bongiovì e Giuseppe Todaro, rispettivamente legale rappresentante della Bfg ricevimenti e titolare della Iregel Srl, che si erano ribellati al racket; Comune e Provincia di Palermo, Confcommercio, Centro Pio La Torre, Confindustria Palermo e Sicilia, Solidaria, Sos Impresa, Fai ed Addiopizzo.
04/12/2009
Fonte: La Sicilia

Processo piccolo Di Matteo

PALERMO - La seconda sezione della Corte d'assise di Palermo, presieduta da Salvatore Di Vitale, ha deciso di sentire, nella prossima udienza del processo per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Salvatore Grigoli. Nel processo sono imputati: Giuseppe Graviano, Salvatore Benigno, Francesco Giuliano, Luigi Giacalone e Matteo Messina Denaro, che avrebbero avuto un ruolo nelle prime fasi del sequestro. Imputato anche il pentito Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato del rapimento. Il processo è stato rinviato al 22 gennaio.
04/12/2009
Fonte: La Sicilia

martedì, dicembre 01, 2009

Operazione Crash

PALERMO - Un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 11 presunti affiliati alla famiglia mafiosa di Bagheria è stata eseguita all'alba, nell'ambito di un'operazione congiunta condotta dai carabinieri del reparto operativo del Comando provinciale di Palermo e da agenti della Squadra Mobile della Questura. I provvedimenti restrittivi, che colpiscono esponenti di Cosa Nostra riconducibili alla rete di favoreggiatori del boss Bernardo Provenzano, sono stati firmati dal gip Piergiorgio Morosini, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Gli arrestati devono rispondere, a vario titolo, di reati che vanno dall'associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, alla detenzione di armi, all'intestazione fittizia di beni. L'operazione è stata denominata in codice Crash, dal nome di un'officina per la demolizione delle auto dalla quale scaturirono le indagini condotte tra il 2005 e il 2006 dalla Squadra Mobile e dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri con l'obiettivo di invididuare il circuito di fiancheggiatori che coprivano la latitanza del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. L'attività investigativa, portata avanti dalle due forze di Polizia, si intersecò consentendo di ricostruire i numerosi interessi economici del mandamento mafioso di Bagheria e il ruolo di primo piano all'interno di Cosa Nostra svolto dagli indagati.
CASTELLO, IL RICCO FRUTTAIOLO IN SPAGNA. Il personaggio di maggiore spicco coinvolto nell'inchiesta è Simone Castello, 60 anni, di Villabate (Palermo), già condannato per associazione mafiosa e sottoposto a misure di prevenzione, che è stato arrestato in Spagna a Murcia, vicino Alicante, dalla Guardia Civil in collaborazione con i carabinieri del Comando Provinciale di Palermo. Nelle penisola iberica, dove si era trasferito, Castello gestiva una società di import-export di frutta e ortaggi, del valore approssimativo di 2 milioni e mezzo di euro, che è stata sottoposta a sequestro preventivo. Simone Castello è stato condannato per mafia con sentenza definitiva nel 2005. Prima di tornare in carcere avrebbe avuto il tempo di ricoprire un ruolo di vertice nella famiglia mafiosa di Bagheria, roccaforte di Bernardo Provenzano.
LA SCALATA DEL GIOVANE BOSS. Della rete di fiancheggiatori dell'allora boss latitante avrebbero fatto parte anche Massimiliano Ficano (cognato di Castello), Giuseppe Comparetto e Stefano Lo Verso, considerati anelli terminali della catena. Insieme al padre Leonardo, Simone Castello gestisce il deposito di autodemolizioni sulla strada statale 113, alla periferia di Bagheria, divenuto punto d'incontro fra gli indagati e imbottito di microspie dagli inquirenti. Subito dopo gli arresti di Castello, Comparetto e Lo Verso, il potere sarebbe poi passato a Ficano. È lui stesso a spiegare a Cristofaro Morici le gerarchie nel corso di una conversazione captata nel deposito di automobili. Alla vigilia di Natale del 2005: "Quando c'è qualche cosa, se c'è mio cognato fuori gliela faccio vedere a lui, non devo dare spiegazioni a nessuno, tranne a mio cognato, in mancanza di Onofrio (Morreale ndr) devo dare spiegazioni a mio cognato, in mancanza che non c'è Onofrio io non sono tenuto a dargli spiegazioni". Sulla parentela con Castello, Ficano avrebbe fondato la sua scalata al potere. In un'occasione si sarebbe rivolto al cognato per fare rimproverare Lo Verso e Comparetto che, a suo dire, gli avevano mancato di rispetto. Il 19 gennaio 2006 Ficano racconta a Morici che Castello aveva partecipato ad un summit mafioso: "Aveva il soggiorno obbligato, è sceso per un'udienza, gli hanno dato sabato e domenica di stare qua. Eravamo tutti dove c'è il capannone". Lo Verso e Comparetto erano stati chiamati in disparte: "Ho sentito mio cognato che ha cominciato a gridare, sono diventati gialli, rossi in faccia". Per far parte di Cosa nostra, Ficano fu sponsorizzato da due padrini d'eccezione: Onofrio Morreale e Francesco Pastoia, uomo di fiducia di Provenzano, morto suicida in carcere. Sarebbero stati loro a garantire per Ficano, con il sostegno dello stesso Bernardo Provenzano. Ficano racconta a Morici i suoi primi passi nell'organizzazione: "Prende Onofrio e dice davanti allo Zu Ciccio, Massimo la responsabilità tua ce la prendiamo io e lui". Da quel momento Ficano si sarebbe occupato di mantenere i contatti fra i due boss. La scelta era ricaduta sul suo nome per volere di Bernardo Provenzano in persona. Sarebbe stato Pastoia a riferirglielo: "Un'altra persona più grande di noi, di me e di lui che è al corrente della situazione".
PER ANNI HANNO COPERTO LA LATITANZA DI BINNU. La rete di fiancheggiatori di Bagheria avrebbe garantito per anni, e con successo, la latitanza di Bernardo Provenzano. Lo stesso Massimiliano Ficano, se ne vantava: "La responsabilità di lui l'abbiamo avuta sempre qua a Bagheria". Ed ecco che l'arresto del capo di Cosa Nostra mette in crisi gli equilibri mafiosi.La sua successione è argomento di discussione fra Leonardo Ficano e il figlio Agostino che fa la sua previsione: "tre sono e ora si deve decidere chi deve 'salire' il latitante Lo Piccolo di Palermo, il latitante Raccuglia, il latitante del Trapanese che è Messina Denaro, comunque tutti e due corna dure sono, il Lo Piccolo che comanda tutto Palermo e sia questo del Trapanese, se si mettono d'accordo una cosa è certa, che hanno finito di comandare i corleonesi, dopo 40 anni, 50 anni hanno finito di comandare i corleonesi". Poi commentano il ritrovamento della macchina per scrivere di Provenzano nel covo di Montagna dei Cavalli. "Quella nostra?", chiede Leonardo Ficano rivolgendosi al figlio. I Ficano, dunque, avrebbero fornito a Provenzano la macchina con cui scriveva la sua corrispondenza.
IL PIZZO SUL CARO ESTINTO. La cosca di Bagheria avrebbe imposto il pizzo anche sulla costruzione delle tombe nel cimitero di Ficarazzi. Una sorta di racket del "caro estinto". L'imprenditore che si era aggiudicato i lavori aveva ricevuto una richiesta estorsiva che, però, riteneva eccessiva. Ficano racconta a Morici, nel corso di una conversazione intercettata, i termini della messa a posto. L'imprenditore doveva pagare il tre per cento sull'importo totale e Ficano si era impegnato a fargli avere uno sconto sul pizzo: "Quante sono queste tombe, novanta? Sono trecentosessanta mila euro, mettiamo al tre per cento sono diecimila euro, lui gli ha fatto fare lo sconto di altri mille euro, se io parlo con chi devo parlare mi fate fare brutta figura per cinque mila euro? Gli ho detto le faccio fare metà a Natale e metà a Pasqua". Ficano ne avrebbe discusso con Vincenzo Belvedere, morto nel 2006, dal lui indicato come il punto di riferimento a Ficarazzi dopo gli arresti di Comparetto e Lo Verso ("Giuseppe non c'è, Stefano non c'è, gli ho detto che questo è stato messo lì ed è autorizzato a girare per i carcerati").
SI CERCA UN ARSENALE. C'è un giallo nell'operazione Crash che riguarda un arsenale che gli investigatori non sono riusciti a trovare. "Nel corso di alcune conversazioni intercettate - spiega Maurizio Calvino, capo della squadra mobile di Palermo - gli indagati discutevano di armi custodite e da trasportare. Armi che non siamo riusciti a trovare. Le indagini proseguono per scoprire altre eventuali responsabilità". "Le indagini proseguono per stabilire se il clan di Bagheria - aggiunge il colonnello Paolo Piccinelli, comandante del reparto territoriale dei carabinieri di Palermo - abbia avviato dei canali con la Spagna per dare vita a traffici illeciti. La presenza di Simone Castello in terra iberica potrebbe non essere stata casuale". Della rete di fiancheggiatori parla anche Ignazio De Francisci, procuratore aggiunto di Palermo: "è difficile stabilire se la rete sia stata smantellata del tutto, è certo però che gli è stato inferto un duro colpo visto lo spessore degli indagati".
TUTTI GLI ARRESTATI. Simone Castello, 60 anni, arrestato in Spagna; Luciano Castello, 35 anni, nipote di Simone; Dario e Giuseppe Comparetto, rispettivamente di 27 e 33 anni; Leonardo e Massimiliano Ficano, di 67 e 34; Emanuele Giovanni Leonforte, di 39; Stefano Lo Verso, di 48, già detenuto per altri reati; Cristofaro Morici, di 56, Onofrio Morrreale, di 44, e Francesco Pipia, di 52.
01/12/2009

Fonte: La Sicilia