mercoledì, settembre 30, 2009

Agguato vecchio stile..

Palermo, 28 set. - Omicidio di stampo mafioso nella tarda serata di ieri a Catania, dove ignoti hanno ucciso un uomo di 46 anni, Francesco Palermo, ritenuto un ex affiliato alla cosca dei Cursoti, colpito da diversi proiettili. L'agguato e' avvenuto in via Caronda, dove la vittima si trovava sulla propria automobile, una Bmw, con la moglie e la figlia
Due sicari a bordo di uno scooter hanno affiancato la vettura ed esploso dei colpi di pistola di grosso calibro, uccidendolo. Nella sparatoria sono rimaste illese la moglie e la figlia minorenne che sono sotto choc. L'indagine e' coordinata dalla Dda di Catania.

Fonte: Adnkronos

sabato, settembre 26, 2009

La requisitoria di Gatto

Palermo, 25 set. - La requisitoria di Gatto davanti alla Corte d'Appello di Palermo.

Il magistrato ha ripercorso in aula gli anni in cui venne assunto Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, alle dipendenze di Silvio Berlusconi. Secondo le conclusioni del pg ''Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza''.
"Mi chiedo come mai -ha detto Gatto - non sia stato possibile trovare una persona in grado di occuparsi degli animali e della tenuta di Berlusconi in Brianza e invece ci si è spostati dall'estremo Nord all'estremo Sud per trovare una persona a Palermo che sapeva poco o nulla della Brianza. Questo è già motivo di incredulità".
Nel corso della requisitoria, il pg Gatto, ha poi ricordato le dichiarazioni spontanee rese in aula nel 2004 dallo stesso imputato, Marcello Dell'Utri, oggi assente in aula: "Quella volta - ha detto il magistrato -Dell'Utri disse che Mangano si interessava di cani e non sapeva nulla di cavalli. Non si capisce, quindi, quale sarebbe stato l'input, da parte di Dell'Utri, per fare arrivare Vittorio Mangano nella tenuta di Silvio Berlusconi".
Poi, il sostituto procuratore generale Gatto ha ricordato una intervista resa nel '92 dal proprietario della scuderia "accanto a quella di Berlusconi": "Alla domanda se Mangano si intendeva di cavalli, il proprietario della scuderia rispose 'che avesse una passione per i cavalli lo sapevo, ma che si intendesse di cavalli non saprei...'".
Vittorio Mangano, morto alcuni anni fa, era stato condannato nell'ambito di un processo di mafia e per alcuni anni aveva svolto il ruolo di stalliere ad Arcore, la tenuta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La requisitoria è proseguita con il racconto del periodo di lavoro svolto da Mangano nella tenuta di Berlusconi. Era stato proprio Dell'Utri a farlo assumere ad Arcore.

Fonte: Adnkronos

Dopo quasi 30 anni..

MESSINA - I carabinieri hanno arrestato Salvatore Parla, 61 anni, agricoltore di Canicattì, accusato dell'omicidio del giudice Rosario Livatino e ritenuto esponente di spicco della "Stidda" agrigentina. L'uomo, sottoposto al regime degli arresti ospedalieri al Reparto di Chirurgia oncologica del Policlinico univerisitario di Messina, è stato raggiunto da un ordine di carcerazione emesso dalla Procura di Caltanissetta perché deve scontare la pena dell'ergastolo per l'omicidio Livatino. Il magistrato venne ucciso la mattina del 21 settembre 1990 in un agguato mafioso sul viadotto "Gasena", a Favara, lungo la Ss 640 Agrigento-Caltanissetta mentre con la sua auto si recava in Tribunale.
26/09/2009

Fonte: La Sicilia

In piazza a Ponteranica

PONTERANICA (BERGAMO) - Migliaia di persone, secondo gli organizzatori cinquemila, hanno sfilato oggi per le strade di Ponteranica (Bergamo) in una manifestazione ribattezzata 'Ancora 100 passi', per chiedere la ricollocazione sul muro della biblioteca comunale della targa di intitolazione a Peppino Impastato, il giovane ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. L'insegna era stata fatta rimuovere il 10 settembre dal sindaco leghista Cristiano Aldegani (nella foto) che ha stabilito di dedicare la struttura a un sacerdote bergamasco. I manifestanti hanno percorso le strade del paese portando centinaia di palloncini bianchi con l'effige di Impastato e tante bandiere della pace. All'iniziativa hanno preso parte il fratello di Peppino, Giovanni, numerosi politici di Pd, Rifondazione Comunista, con il segretario Paolo Ferrero, Italia dei Valori, con l'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, Sinistra e Libertà con Claudio Fava (sceneggiatore del film 'I 100 passì), alcuni sindaci, tanti conterranei di Impastato, arrivati in pullman dalla Sicilia, sindacalisti, rappresentanti di associazioni locali. Durante il corteo è stata collocata una targa in memoria di Impastato ai piedi di un ulivo piantato stamani, dopo che quello posizionato il 3 giugno 2008 (giorno dell'intitolazione della biblioteca al giovane ucciso) è misteriosamente scomparso nella notte. La manifestazione si è conclusa ai campi sportivi, dove sono sono intervenuti alcuni esponenti politici. "La Lega non sta facendo nulla per combattere la mafia, perchè ha pesantissime responsabilità - ha detto Ferrero - Qui ha tolto una targa e al ministero degli Interni, Maroni non sta sciogliendo il Comune di Fondi per infiltrazione mafiosa, così come non ha sciolto il comune di Paternò, dove un assessore è stato arrestato per associazione mafiosa". "Quella di oggi è una risposta democratica a un' azione reazionaria e fascista compiuta dalla Lega - ha detto Giovanni Impastato - Ciò che è successo a Ponteranica non è un fatto isolato e si sposa in pieno con la strategia della Lega, che è una strategia criminale, per le cose che dicono e che hanno fatto in questo Paese". Leoluca Orlando ha voluto legare l'iniziativa di Ponteranica, con la manifestazione di Roma in ricordo di Paolo Borsellino. "Abbiamo avvertito che questo gesto potesse assumere un significato simbolico - ha dichiarato - forse questo sindaco ha fatto una stupidaggine, ma sono stupidaggini come queste che rischiano di far passare il messaggio che la mafia è un problema che riguarda qualche regione del Paese. Così non è ed è per questo che ho voluto essere a Bergamo". Il sindaco Aldegani ha fatto sapere che non commenterà la manifestazione prima di domani.
26/09/2009
Fonte: La Sicilia

L'agenda rossa e gli scheletri di Napolitano...


ROMA - "Lo Stato troppe volte è stato omertoso e silenzioso sulla mafia". E' la denuncia del leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, nel corso della manifestazione sull'agenda rossa di Paolo Borsellino. "La mafia non è soltanto quella delle bombe - ha sottolineato - ma anche quella che poi è finita dentro le istituzioni". Omertoso "non lo Stato genericamente", ha sottolineato Di Pietro, ma "funzionari dello Stato che nell'esercizio delle loro funzioni intrattenevano rapporti con i poteri e con persone mafiose e si accordavano su chi doveva finire in manette e chi alle stelle". "Vogliamo sapere la verità su chi ha fatto sparire l'agenda rossa di Borsellino - ha aggiunto il leader Idv - perchè lì c'è la verità sui mandanti delle stragi di mafia: nascondendo quella verità si compie una strage di Stato". "Rivolgo un appello al capo dello Stato: non dia retta ad alcuni cattivi consiglieri che evidentemente le raccontano una verità diversa. Non dia retta a coloro che le fanno credere che al Parlamento Europeo noi siamo anti-italiani. Invece proprio perchè siamo italiani dentro non vogliamo più che l'Italia venga derisa e sbeffeggiata" per il conflitto di interessi del premier Silvio Berlusconi. "Chiediamo oggi rispetto - ha aggiunto - per l'Italia vera e per coloro che hanno dato la vita per la verità nel nostro paese". Di Pietro si è detto "amareggiato" perchè il capo dello Stato ha "respinto l'invito a partecipare alla manifestazione di oggi (rivoltogli ieri da Sonia Alfano, ndr) con una motivazione che non ci azzecca niente". L'eurodeputata dell'Idv ha infatti riferito che il presidente Napolitano le avrebbe risposto seccato: "Chi vorreste invitare, me? Io non partecipo a manifestazioni". Di Pietro sottolinea che quella a piazza Navona "non è una manifestazione di partito", ma una manifestazione con i parenti delle vittime della mafia, e che "quindi un suo messaggio se non una sua presenza ci avrebbe dato forza e coraggio, che comunque non ci mancano".
26/09/2009

Fonte: La Sicilia

Un altro arresto per l'omicidio Ciolli..

FIRENZE - Nuovo arresto nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio dell'imprenditore fiorentino Stefano Ciolli, titolare di alcune ditte di trasporti, trovato morto carbonizzato il 15 giugno 2008 nelle campagne di San Casciano Val di Pesa. I carabinieri del nucleo investigativo di Firenze hanno arrestato Antonio Ursino, catanese, ritenuto responsabile, si spiega in una nota dell'Arma, dell'uccisione di Ciolli insieme a Giovanni Amore, anche quest'ultimo originario di Catania, fermato dai militari il 28 giugno 2008. Secondo quanto spiegato, Amore fu individuato in seguito a dichiarazioni di Ursino che si era presentato ai carabinieri come testimone oculare del delitto di Ciolli, di cui era stato collaboratore. Le indagini hanno poi portato i militari a ritenere che Ursino sarebbe stato complice e istigatore del delitto. L'omicidio di Ciolli sarebbe maturato negli ambienti di lavoro dell'imprenditore, che avrebbe intrecciato negli ultimi anni della sua attività "oscuri rapporti con elementi della criminalità organizzata siciliana ed in particolare catanese". Come ha spiegato il pm Giuseppe Bianco che ha coordinato le indagini Ursino, qualche mese prima aveva iniziato a lavorare con Ciolli riuscendo ad accreditarsi come manager esperto nel settore dei trasporti, entrando in società con lui. Lo stesso Ursino avrebbe agito, in accordo con Ciolli, per cercare di espandere l'attività del gruppo nel catanese cercando contatti anche con alcuni esponenti del clan Santapaola. Le indagini sono andate avanti per oltre un anno, dopo l'arresto di Amore, per verificare tutte le dichiarazioni di Ursino. Intercettazioni telefoniche, analisi scientifiche e altri riscontri, comprese alcune telefonate registrate da privati, hanno permesso agli inquirenti di ricostruire la vicenda di arrivare all'arresto del catanese. I militari hanno poi denunciato per favoreggiamento un uomo di origine albanese al quale Ursino aveva affidato il compito di ripulire l'auto utilizzata per andare nella campagna vicino a San Casciano Val di Pesa dove Ciolli venne ucciso.
26/09/2009
Fonte: La Sicilia

Silenzio di tutti.. Evento gravissimo..

Palermo, 26 set. - Ucciso e bruciato per aver acquistato due case a un'asta fallimentare senza aver chiesto prima il consenso degli ex proprietari. E' accaduto a Porto Empedocle nell'agrigentino, dove gli agenti della Squadra Mobile, insieme ai colleghi del locale commissariato, hanno arrestato quattro persone. In manette sono finiti Giuseppe Di Stefano, 54 anni; il figlio Giovanni Di Stefano, 28 anni; Gerlando Di Stefano, 51 anni, e Giuseppe De Rubeis, 25 anni. Tutti sono accusati a vario titolo di concorso in omicidio aggravato, sequestro di persona, minacce aggravate, distruzione di cadavere e detenzione illegale di arma.
La loro vittima è Giuseppe Adorno, 25 anni, scomparso nel nulla il 24 agosto scorso e il cui cadavere, completamente carbonizzato, è stato trovato lo scorso 3 settembre. Secondo quanto hanno ricostruito gli investigatori, a far scattare la vendetta è stata la decisione della famiglia Adorno di comprare ad un'asta giudiziaria degli immobili di proprietà della famiglia Di Stefano, ma pignorati a causa di qualche disavventura finanziaria. Una decisione che i Di Stefano non avevano accettato, a tal punto da ideare il piano di morte.
Giuseppe Adorno è stato così prelevato davanti un distributore di benzina all'ingresso di Porto Empedocle, da De Rubeis, che era stato suo compagno di scuola. Sull'auto di De Rubeis, infatti, la vittima è stata condotta nel luogo in cui poi ha incontrato i Di Stefano e dove è stato ucciso, con modalità tipiche di una vera e propria esecuzione. Il suo cadavere, completamente carbonizzato, è stato ritrovato in avanzato stato di decomposizione il 3 settembre nelle campagne dell'agrigentino.

Fonte: Adnkronos

giovedì, settembre 24, 2009

Lo Piccolo ammette...

PALERMO - Il boss Salvatore Lo Piccolo cambia decisamente linea difensiva e per la prima volta dal momento dell'arresto ammette di avere scritto a Bernardo Provenzano. Il capomafia oggi ha reso dichiarazioni spontanee nel processo per l'omicidio di Giovanni Bonanno, ucciso con il metodo della "lupara bianca" nel gennaio del 2006. Agli atti del dibattimento c'è una lettera in cui si parla della "amara decisione" di eliminare l'uomo indicato come il "compaesano". Lo Piccolo oggi ha ammesso la paternità del "pizzino" ritrovato in occasione dell'arresto del Padrino, nel covo di Montagna dei Cavalli, ma lo ha interpretato a modo suo dicendo di riferirsi a Francesco Pastoia, boss di Belmonte Mezzagno morto suicida in carcere nel gennaio del 2005, e al genero Giacomo Greco, oggi pentito. Sempre oggi il difensore di Lo Piccolo, l'avvocato Salvatore Petronio, ha chiesto l'audizione di altri testimoni tra i quali Sergio Sacco, cognato del procuratore Francesco Messineo, ma la richiesta è stata rigettata dalla Corte d'Assise. Sacco, che è indagato per fittizia intestazione di beni aggravata dall'agevolazione di Cosa Nostra e ricettazione, secondo quanto è emerso nel processo, poco prima della scomparsa di Bonanno aveva consigliato alla vittima designata e alla moglie di lasciare Palermo.
24/09/2009
Fonte: La Sicilia

Arrestato Giuffrida

RIETI - Arrestato a Roma dai carabinieri del nucleo investigativo del Reparto operativo di Rieti un latitante ritenuto l'autore di numerose rapine a mano armata tra il 2008 e il 2009 nel Reatino. Si tratta di Filippo Giuffrida, 37 anni, catanese e da anni domiciliato a Roma, finito in manette con la donna che lo ospitava. L'uomo, inserito nell'organigramma di un clan mafioso di Enna, già condannato in base al 416 bis, era latitante da oltre un anno in quanto destinatario di un ordine di cattura emesso dalla procura della repubblica di Civitavecchia, dovendo espiare la pena di due anni di reclusione per porto abusivo di armi e tentato omicidio. Sulle sue tracce sono arrivati i militari di Rieti, in seguito alle indagini su alcune rapine a mano armata avvenute nella provincia reatina dal 2008, fino a qualche mese fa. L'uomo è stato bloccato all'interno di un bar di via Tuscolana. Circondato dai carabinieri di Rieti, il latitante non ha potuto opporre resistenza. Sottoposto a perquisizione è stato trovato in possesso di 50 grammi di cocaina. Arrestata con lui anche una donna, Sonia A., 36 anni, che attualmente lo ospitava e favoriva la sua latitanza. Nel corso della perquisizione domiciliare a casa della ragazza, in via Calpurnio Fiamma, a poche centinaia di metri da Cinecittà, i carabinieri hanno trovato il covo del Giuffrida dove c'era sostanza da taglio, bilancini di precisione e materiale per il confezionamento di cocaina. Per i due, rinchiusi nel carcere di Rebibbia, è anche scattata l'accusa di spaccio di droga.
24/09/2009
Fonte: La Sicilia

lunedì, settembre 21, 2009

Rizzuto si pente...

Palermo, 18 set. - Si pente il presunto boss mafioso dell'agrigentino Calogero Rizzuto e la famiglia lascia nottetempo il piccolo comune di Sambuca di Sicilia (Agrigento). Rizzuto ha deciso di collaborare con la magistratura dopo il suo arresto avvenuto un anno fa nell'ambito dell'operazione 'Scacco Matto' che ha permesso di sgominare le cosche della zona del Belice. Rizzuto da qualche giorno e' sottoposto a misure di protezione eccezionali. L'unica a non avere lasciato Sambuca e' stata la figlia del presunto boss, ritenuto capomandamento del Belice.
Fonte: Adnkronos

Arrestato "Capo Famiglia"

Palermo, 18 set. - La Squadra mobile di Agrigento ha arrestato oggi il presunto capo della famiglia mafiosa di Palma di Montechiaro (Agrigento). Raggiunto da un ordine di custodia cautelare in carcere firmato dal Gip del Tribunale di Palermo Maria Pino su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. L'accusa e' di associazione mafiosa. Secondo gli investigatori l'uomo, dopo essere stato uomo di fiducia del capomafia Maurizio Di Gati, sarebbe attualmente il referente a Palma di Montechiaro di Giuseppe Falsone, quest'ultimo considerato il capo provinciale di Cosa nostra di Agrigento. Il nome di Ribisi e' stato rinvenuto su alcuni dei 'pizzini' sequestrati al boss mafioso Bernardo Provenzano il giorno del suo arresto.
Fonte: Adnkronos

venerdì, settembre 18, 2009

"100 passi indietro"

BERGAMO - Si torna a parlare della targa a Peppino Impastato, fatta rimuovere la scorsa settimana dalla biblioteca di Ponteranica (Bergamo) dal sindaco leghista Cristiano Aldegani. La notte scorsa in paese sono comparse alcune scritte, a firma degli 'Amici di Peppino', che hanno appeso alla recinzione di una scuola uno striscione, con la frase '100 passi indietro'. Sul muro dell'edificio che ospita la biblioteca è apparsa invece una vignetta satirica, mentre lungo una strada alla periferia del paese è comparsa la scritta: 'La ripida salita verso la legalità ostacolata dall'ignoranzà. Dopo le polemiche dei giorni scorsi, alcune associazioni stanno ora organizzando per sabato 26 ottobre una manifestazione durante la quale chiederanno di ripristinare l'intitolazione della biblioteca al giovane siciliano ucciso nel 1978. Nel frattempo il Comune ha fatto sapere che presto dedicherà un premio a Peppino Impastato e a tutte le vittime della mafia. Anche il Comune di Gubbio intitolerà alla memoria di Peppino Impastato uno spazio della nuova sede della biblioteca Sperelliana presso l'ex convento di san Pietro, in risposta alla recente decisione del sindaco leghista. "Già qualche mese fa - dichiarano il sindaco di Gubbio, Orfeo Goracci, e l'assessore Lucio Panfili - avevamo pensato di sostenere la campagna nazionale promossa contro la diffusione di nuovi sistemi mafiosi su tutto il territorio nazionale, dedicando l'intitolazione di un luogo della nostra città alla memoria di Impastato. L'iniziativa del sindaco leghista del comune bergamasco ci ha portato ad accelerare questa decisione". "L'azione contro la memoria di Impastato - concludono Goracci e Panfili - colpisce i simboli della lotta alla mafia, rendendo quegli amministratori locali responsabili della rimozione di un fenomeno e di un sistema mafioso che tanto spazio hanno nell'economia e nel tessuto sociale anche del ricco Nord".

16/09/2009


Fonte: La Sicilia

Rubrica estero

Silvio Berlusconi non ha aspettato di essere messo sotto accusa o semplicemente punzecchiato dalla stampa per accusare le procure di Milano e Palermo di “tramare” contro di lui. Tutto ha avuto inizio da una vicenda piuttosto intricata, ma sufficientemente inquietante da non passare inosservata. Il 19 luglio 1992 a Palermo, 57 giorni dopo l’uccisione del giudice antimafia Giovanni Falcone, un’auto imbottita di esplosivo dilaniava il suo collega e amico Paolo Borsellino insieme a cinque agenti della scorta.
L’attentato, vissuto come una tragedia nazionale, ha dato luogo a tre processi nel corso dei quali 47 mafiosi, tra cui i principali boss di Cosa Nostra, sono stati condannati a pene severe.
Questa estate, sulla base di nuove rivelazioni di un pentito, tale Gaspare Spatuzza, la procura di Caltanissetta ha deciso di riaprire l’inchiesta. Pare che i mandanti dell’omicidio di Borsellino non appartengano allo stesso clan che si è autoaccusato di avere partecipato alla strage. Si tratterebbe dei Graviano, di cui due boss sono stati arrestati nel 1994 a Milano, e da cui scaturisce l’interesse della magistratura milanese.
Peraltro, il figlio dell’ex sindaco Vito Ciancimino, poi deceduto, che faceva da tramite tra clan mafiosi e potere politico, ha riferito di un documento del padre in cui alcuni ufficiali delle forze di sicurezza sarebbero accusati di avere “patteggiato” con Cosa Nostra per porre fine alla campagna di attentati contro lo Stato. L’ordine sarebbe arrivato dall’alto, ma, sostiene Ciancimino Jr, “non da Berlusconi, che è solo una vittima in questa storia”.
Rimane il fatto che la corte d’appello di Palermo riesaminerà il processo da cima a fondo con l’intenzione di portare alla sbarra Marcello Dell’Utri, senatore del PDL, molto vicino a Berlusconi, e condannato a nove anni di reclusione in prima istanza per connivenza mafiosa.
« Collusioni oggettive »
Il nome del Cavaliere compare in diversi casi di mafia : nel 1993, il suo stalliere Vittorio Mangano era considerato dal sostituto procuratore Antonio Ingroia il factotum della mafia presso Berlusconi. Rinviato di un anno, è poi deceduto.
Per otto anni, le procure di Caltanissetta e Firenze hanno indagato su quelle che definivano “collusoni oggettive” del Cavaliere in attentati dinamitardi, in particolare quello del 27 maggio 1993 a Firenze a seguito del quale rimase distrutta un’opera d’arte. Prima di giungere alla conclusione che non esisteva alcuna prova per alimentare un così grave sospetto.
Nel 1998, la procura di Palermo si è vista costretta ad archiviare un’inchiesta contro Berlusconi e Dell’Utri per riciclaggio nelle casse del gruppo Fininvest di 56 milioni di euro di fondi provenienti dalla mafia. Avendo ritrattato, Francesco Giuffrida, il funzionario della Banca d’Italia che aveva condotto la perizia, è stato citato per diffamazione.

Fonte: italiadallestero



Vedi l'originale

Quanti dubbi...

PALERMO, 17 SET- No dei giudici della Corte d'Appello alla deposizione in aula del dichiarante Massimo Ciancimino al processo al senatore Marcello Dell'Utri. Il procedimento e' per concorso esterno in associazione mafiosa. La richiesta del procuratore generale e' stata avanzata in base al ritrovamento di una 'parziale' lettera indirizzata 'all'onorevole Berlusconi' da parte dei mafiosi corleonesi. Secondo la Corte dalle dichiarazioni di Ciancimino 'non emergono condotte riconducibili a Dell'Utri'.

Fonte: ANSA

Chi ha pagato i periti?

CALTANISSETTA - La Calcestruzzi spa, azienda del gruppo Italcementi, non avrebbe utilizzato calcestruzzo depotenziato per la costruzione di opere pubbliche in Sicilia che erano ritenute a rischio crollo. Il colpo di scena, come scrivono alcuni quotidiani locali, sarebbe emerso dai primi risultati del lavoro dei periti nominati dal gip nisseno Giovanbattista Tona nell'ambito dell'inchiesta bis della procura che riguarda sette indagati e la ditta Calcestruzzi Spa e la Italcementi, in qualità di persone giuridiche, accusati di frode in forniture. Tuttavia non è stata ancora depositata la perizia definitiva. Da quanto emerge dalla prima udienza, vi sarebbe una spaccatura fra i periti "strutturali" e quello "informatico". Nelle loro analisi vi sarebbero discordanze, e per questo motivo i pm hanno fatto notare al giudice, con una nota, che due dei tre periti non hanno dato risposte a tutti i quesiti strutturali. I magistrati ritengono pertanto che i dati rilevati dai due periti sarebbero parziali e non ricavati nei punti indicati dai pm, in particolare i carotaggi. Nella prima udienza dell'incidente probatorio, che si è svolta ieri mattina a Caltanissetta, i periti Giuseppe Mancini e Nunzio Scibilia (che hanno effettuato oltre 300 carotaggi sulle opere incriminate) hanno affermato che il materiale utilizzato per la costruzione di opere pubbliche come la piattaforma di emergenza dell'ospedale Sant'Elia di Caltanissetta, il nuovo palazzo di Giustizia, la diga foranea di Gela e lo svincolo di Castelbuono sull'autostrada Palermo-Messina, sarebbe regolare. I periti hanno detto che ulteriori indagini di tipo tecnico sarebbero necessarie per altri lavori effettuati dalla Calcestruzzi perché il calcestruzzo sarebbe stato fornito anche da altre ditte. La procura, davanti al giudice, ha insistito sul fatto che dalle indagini sarebbe emerso che il sistema gestionale computerizzato della Calcestruzzi spa ("sistema progress") che ha sede a Bergamo, sarebbe stato predisposto per consentire la modifica dei dati di produzione a livello nazionale. L'ipotesi degli inquirenti è che le forniture potrebbero essere state manipolate in modo da utilizzare meno cemento e vendere quello così risparmiato per realizzare fondi neri e pagare le tangenti alla mafia. Questo dato sarebbe stato confortato dall'analisi del perito informatico che avrebbe evidenziato la modifica di migliaia di "ricette" per il calcestruzzo utilizzato per le opere pubbliche. Le inchieste della Procura nissena sui sistemi di costruzione di opere pubbliche in Sicilia, che secondo l'ipotesi accusatoria sarebbero state realizzate con calcestruzzo depotenziato cioè con meno cemento di quello stabilito dalle normative, cominciarono nel 2005 con arresti e indagati accusati di frode in pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l'aggravante di avere agevolato la mafia, attentato alla sicurezza dei trasporti e sequestri di opere pubbliche come il nuovo l'ospedale nisseno. Durante l'incidente probatorio, che si svolge davanti al gip Giovanbattista Tona e che continuerà il prossimo 10 ottobre, è emerso pure che la Calcestruzzi spa, il giorno dopo il sequestro delle opere pubbliche oggetto dell'inchiesta della procura di Caltanissetta, avrebbe modificato i dati di produzione di oltre 2.500 forniture fatte tra Riesi, Gela e Castelbuono. L'incidente probatorio riguarda il procedimento penale, giunto nella fase del dibattimento presso il tribunale di Caltanissetta, in cui sono imputati Mario Colombini, già Amministratore Delegato di Calcestruzzi, Fausto Volante, già Direttore della Zona Campania-Sicilia ed altri due impiegati della Società. Per gli stessi fatti inoltre è indagata la società Calcestruzzi nell'ambito della disciplina della responsabilità degli enti. I capi di imputazione per Colombini e Volante sono intestazione fittizia di beni, con l'aggravante di aver agevolato organizzazioni mafiose, truffa ai danni dello stato e frode nelle pubbliche forniture, con riferimento alle forniture di calcestruzzo cosidetto "depotenziato", attentato alla sicurezza dei trasporti, concorrenza illecita con minaccia o violenza, avvalendosi del "metodo mafioso", per ottenere forniture a favore di imprese aggiudicatrici di appalti pubblici e privati ed eliminare la concorrenza. In fase di rinvio a giudizio è stata esclusa l'imputazione di associazione mafiosa a carico di dirigenti della Calcestruzzi. Italcementi e il suo Consigliere Delegato non sono parte del procedimento penale che vede imputati Colombini e Volante, anche se i risultati dell'incidente probatorio hanno una rilevanza allargata a qualunque accusa dovesse essere mossa sui temi oggetto dell'incidente.
17/09/2009

Fonte: La Sicilia

Anniversario Don Puglisi.. e non mancano gli scemi..

Palermo, 15 set. - (Adnkronos) - Centinaia di persone hanno partecipato ieri sera a Palermo alla fiaccolata in memoria di padre Pino Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio ucciso dalla mafia il 15 settembre di 16 anni fa. Alla manifestazione, che e' stata organizzata dal Centro Padre Nostro fondato da don Puglisi e dalla parrocchia di San Gaetano erano presenti soprattutto numerosi bambini, ma anche esponenti delle istituzioni e politici.
La fiaccolata e' partita da piazzale Anita Garibaldi, dove e' stato ucciso don Pino Puglisi. Poi, il corteo ha attraversato il quartiere periferico, e ha raggiunto il centro polisportivo, in via San Ciro. Qui, ieri, il presidente del Centro Maurizio Artale ha trovato il portone divelto. Portati via anche alcuni attrezzi di lavoro. "Ma noi -ha spiegato Artale ieri- continueremo il nostro lavoro e non ci faremo fermare da nessuno".


Palermo, 14 set. (Adnkronos) - Proprio mentre fervono i preparativi per le manifestazioni organizzate per ricordare don Pino Puglisi, il sacerdote antimafia ucciso il 15 settembre di 16 anni fa, ignoti si sono introdotti nell'edificio fondato dallo stesso prete danneggiando la struttura e rubando anche attrezzi di lavoro. La denuncia e' stata fatta dal presidente del centro 'Padre Nostro', Maurizio Artale: "Non e' la prima volta che accade un fatto del genere -ha spiegato- anche in occasione dell'anniversario dell'uccisione di don Puglisi. Evidentemente anche la delinquenza vuol far sapere che ci sono pure loro". E annuncia: "Ma noi non ce ne andremo da qui".
Fonte: Adnkronos

Speriamo bene...

PALERMO - "Le aule della scuola materna che erano state incendiate saranno pronte entro dicembre", questo è quanto ha assicurato il prefetto di Palermo, Giancarlo Trevisone, che stamane ha partecipato all'inaugurazione dell'anno scolastico per le elementari nell'istituto "Francesca Morvillo-Giovanni Falcone", nel quartiere Zen. L'istituto negli ultimi è stato più volte danneggiato e molti locali sono stati dati alle fiamme o saccheggiati. Alla cerimonia ha partecipato anche l'assessore comunale alla Pubblica istruzione Francesca Grizafi. "Anche la palestra sarà presto ristrutturata - continua il prefetto - Un altro progetto, a lungo termine, prevede invece la costruzione di una nuova mensa nella scuola materna e un'adeguata recinzione". Il costo dell'operazione sarà di circa 200 mila euro. La Regione parteciperà con 60 mila, il Comune e il ministero dell'Istruzione copriranno il resto della spesa". Il preside Domenico di Fatta spera che i lavori si concludano al più presto "altrimenti le aule saranno sicuramente occupate. Ho tuttavia la certezza, non la preoccupazione, che gli atti vandalici ricomincino". Nella "Morvillo-Falcone" a settembre sarebbe dovuta cominciare una scuola di calcio con un finanziamento di 50 mila euro del ministero della Pubblica istruzione. Ma dopo l'incendio della scuola materna i fondi, considerato che il Comune non ha risorse, sono stati dirottati per la ricostruzione. Un altro progetto, cui sono interessati la fondazione per il Sud e diverse associazioni riguarda la realizzazione nel perimetro scolastico di una pista di atletica e salto in alto, di campi di mini volley, mini basket, calcetto e di pallavolo. "È il nostro modo - dice il preside - per togliere i bambini e i ragazzi dello Zen dalla strada, dallo spaccio e dalle bande criminali. Questo evidentemente infastidisce la criminalità organizzata che vuole impedirci di portare avanti i nostri progetti. Il nostrio impegno però non si arresta".
16/09/2009
Fonte: La Sicilia

Alla fine chiude..

GELA (CALTANISSETTA) - La ditta "Non solo moto" di Orazio Sauna, il cui magazzino di vendita sorge sulla statale 115, sulla strada per Catania, alle porte di Gela, chiude dopo che tra la fine di agosto e i primi di settembre, il commerciante ha subito due attentati incendiari nei quali sono andate distrutte 30 moto di grossa cilindrata ed è stato danneggiato l'autosalone. Il preavviso di licenziamento è stato dato ai quattro dipendenti. "Chiudo ma non mi sento sconfitto - ha detto Sauna -. Mi ha ferito e amareggiato la solitudine nella quale sono stato lasciato, da tutti. C'è ancora troppa omertà a Gela e questo non aiuta a vincere la battaglia contro la malavita".
17/09/2009
Fonte: La Sicilia

lunedì, settembre 14, 2009

I collegamenti...

Sul tavolo dei magistrati di Palermo è arrivato un file dimenticato: una relazione della Dia del 1999 che parla di legami tra impreditori mafiosi e una ditta con due soci di rilievo: Paolo Berlusconi e un certo Giorgio Mori. Per il primo non c’è bisogno di presentazione. Il secondo invece è il fratello del generale Mori: insieme a Paolo Berlusconi è stato socio di una ditta di costruzioni, la Co.Ge. Il generale Mario Mori (ex capo del Ros e poi del Sisde, oggi capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma e membro del comitato per la legalità e la trasparenza degli appalti dell’Expo di Milano. Assolto per la mancata perquisizione del covo di Riina è tutt’ora sotto processo per la mancata cattura di Provenzano) ha smentito in un aula del tribunale di Palermo che quel Giorgio sia suo parente. L’ha fatto sulla base di un argomento in apparenza inoppugnabile: suo fratello si chiama Alberto e non Giorgio come invece compare nel rapporto DIA. Circostanza, questa, che oggi la Dia chiarisce: un errore materiale di chi compila il rapporto cambia il nome vero Alberto in Giorgio. Il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Non più un problema di nomi, dunque, ma un fatto sostanziale. Ma perché il generale sostiene che il socio di Paolo Berlusconi non è suo fratello? La risposta è in quel rapporto DIA. All’inizio degli anni ‘90, nello stesso periodo in cui Mario Mori presenta alla Procura di Palermo un lungo rapporto su mafia e appalti, la ditta del duo Paolo Berlusconi-Alberto Mori sbarca in Sicilia. Tutto a posto? Per niente. Perché la Co.Ge compare nel rapporto del luglio 1999 in termini molto poco lusinghieri. Gli investigatori individuano la mano di Cosa nostra in alcune società: sono la Tecnofin (che costituirà la Co.Ge) sotto il controllo di Filippo Salamone; la stessa Co.ge, la Tunnedil e la Cipedil del gruppo Rappa di Borgetto. Per la DIA queste ditte, insieme ad altre, sono sospettate di far parte del «tavolino degli appalti» un patto - sottolinea la DIA - «che garantisce i legami con la grande imprenditoria per la realizzazione dei lavori, il controllo su di essi di Cosa nostra, il recupero delle somme da corrispondere all’organizzazione e ai politici che assicuravano gli appalti». Gli imprenditori con i quali la Co.Ge. di Paolo Berlusconi e Alberto Mori tratta sono Filippo Salamone e Giovanni Bini condannati in via definitiva nel maggio del 2008 per concorso in associazione mafiosa. Il rapporto evidenzia «la sussistenza di specifici elementi di correlazione tra alcune delle società di interesse di Berlusconi e Dell’Utri ed altre società facenti capo a soggetti con ruoli di primo piano nei settori più fortemente condizionati dagli interessi e dalle direttive di cosa nostra». È in questo contesto che il fratello di Mori si muove quando in Sicilia vengono uccisi Falcone e Borsellino e il suo congiunto, colonnello al ROS, apre il contatto con Vito Ciancimino sul quale le la magistratura oggi indaga nell’ambito della cosiddetta «trattativa» tra stato e mafia. Una storia vecchia e complicata con una venatura di giallo per la questione del nome.Dunque il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Lo scorso gennaio al processo che lo vede imputato generale Mori ha ammesso che in effetti suo fratello Alberto, dunque quello vero, ha lavorato per la Fininvest, anche se solo fino al 1991. Ma non ha aggiunto il resto, negando la parentela. Perché? Eppure nel decreto di archiviazione dei mandanti esterni del 2002 si sottolinea che «il collegamento non è sufficiente a prefigurare che l’alto ufficiale dell’Arma potesse aver avuto contatti con Berlusconi e dell’Utri e quindi potesse essere stato “ambasciatore” di costoro nel rapportarsi con gli uomini di cosa nostra». Oggi però alla luce delle nuove indagini sul ruolo di negoziatore che il generale ha avuto con Vito Ciancimino, sul ruolo che don Vito ha avuto nell’arresto di Riina e sulla mancata cattura di Provenzano, per cui Mori è sotto processo, quella parentela negata assume ben altro significato.

Fonte: L'unità

Rubrica estero

La mafia italiana non viene quasi più combattuta nel proprio paese, afferma la giornalista Petra Reski. E altrove in Europa l’influenza della mafia viene troppo spesso sottovalutata.
Un paio di mesi fa il direttore dell’emittente pubblica RAI Uno è stato bacchettato dal Vaticano. Nel corso di un programma su Eluana Englaro, a cui il giudice aveva accordato la facoltà di morire dopo un coma di 17 anni, il direttore aveva permesso alla giornalista Petra Reski di dire che trovava strano che il Vaticano avesse una forte opinione su questo caso, mentre da decenni non dice niente riguardo alla mafia, che ha causato migliaia di morti e domina interi settori della vita pubblica. La chiesa cattolica, con il premier Berlusconi al suo fianco, ha trovato l’affermazione sconveniente.
Questa è la democrazia italiana nell’anno 2009, sospira Reski, una tedesca che vive a Venezia già da vent’anni. Dopo la laurea è partita alla volta della Sicilia, affascinata dal film Il Padrino. Dopo venti anni, centinaia di articoli (per il settimanale Die Zeit fra gli altri) e due libri, non resta più niente del fascino romantico che provava per la mafia. La mafia è nuovamente diventata invisibile e perciò ancora più pericolosa. Non sono stati i coraggiosi magistrati a vincere, ma il crimine organizzato, che ha conquistato l’Italia già da tempo.
Per un pò di tempo Reski ha sperato. All’inizio degli anni novanta, quando i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino registarono alcuni successi con l’operazione Mani Pulite. Reski ne ha scritto in un libro recentemente filmato, basandosi sulla vita della 17enne siciliana Rita Atria che, dopo l’assassinio del padre e del fratello, decise di testimoniare su quello che aveva sentito e visto nel corso della sua giovane vita. La storia, recentemente pubblicata anche in olandese, ha un finale drammatico. Borsellino e Falcone vengono assassinati, Atria si suicida. Da allora la lotta alla mafia è andata di male in peggio. Naturalmente ci sono ancora magistrati e cittadini coraggiosi, ma i risultati sono francamente deprimenti. Troppa gente trae profitto dalla loro collaborazione con la mafia ed è pericoloso contrapporsi alla criminalità organizzata. Sono molto pessimista riguardo all’Italia.
Il ribaltamento è arrivato nel 1994, quando il magnate dei media e dell’edilizia Silvio Berlusconi ha fatto il suo ingresso nell’arena politica. Già allora si sapeva molto sui suoi legami con la mafia. Berlusconi fece un patto, mostruoso e shoccante secondo Reski, con la siciliana Cosa Nostra e con la ‘ndrangheta calabrese: in cambio del loro appoggio al partito di Berlusconi, Forza Italia, furono lasciate in pace.
Quella mostruosa alleanza è riuscita perfettamente. Le leggi che contrastavano la mafia sono state indebolite ed i magistrati limitati nei loro poteri. Cento deputati sono sospettati di associazione mafiosa ma non vengono perseguiti. Anche chi non gode dell’immunità parlamentare non ha nulla da temere. Il pesante sistema giudiziario assicura che uno rimanga in libertà fintanto che va in appello. Dopo dieci anni il reato va in prescrizione. Il 95 percento dei condannati in primo grado rimangono in libertà a causa delle lunghe procedure di appello o della prescrizione del reato. In questo modo la mafia può tranquillamente continuare i suoi traffici di droga, armi e prostituzione. Secondo Reski, la loro morsa sullo Stato è più forte ora di quanto non lo fosse nel 1992.
Chiunque viaggi attraverso la Calabria può sentire la tensione. La ‘ndrangheta lì controlla tutto. Nell’appariscente via commerciale, più elegante di quelle di Milano, le donne comprano i loro Versace. Ci sono bellissimi alberghi dove nessuno prenota mai una camera e lussuosi ristoranti dove non c’è mai un tavolo occupato. Tutto riciclaggio di denaro. I cartelli stradali sono bucherellati di proiettili: il modo dei mafiosi di dimostrare la loro avversione allo Stato. È il loro territorio.
Tipico del Sud, dicono gli italiani del Nord. Tipico dell’Italia, pensa il resto dell’Europa. Tanta ingenuità fa arrabbiare Reski. In Lombardia la mafia è più attiva che mai nella ristorazione e nell’edilizia. In Germania circa tremila ristoranti sono controllati dai due cartelli mafiosi di San Luca, cosa che si è scoperta dopo l’omicidio di sei calabresi a Duisburg nel 2007. Uno dei colpevoli è stato successivamente arrestato ad Amsterdam. Secondo Reski la prova che la ‘ndrangheta, una multinazionale con un fatturato annuale di 44 miliardi di euro, è attivissima anche in Olanda.
Secondo Reski, l’impatto della mafia è gravemente sottostimato, salvo che da poche forze di polizia. Le leggi nel resto dell’Europa sono ancora meno efficaci nella lotta alla mafia di quelle italiane. In Germania non si può intercettare nessuno e non è necessario dimostrare la provenienza dei propri soldi. Per questo motivo tanto denaro guadagnato con la droga viene riciclato in Germania. L’ex Berlino-Est ne ha profittato enormemente. Ma i politici non vedono la necessità di leggi antimafia europee. La mafia non è visibile, preferiscono additare il pericolo posto dagli estremisti islamici. Questo rende ancora più triste Reski: la mafia ormai non è solo un problema italiano, ma tutti preferiscono chiudere gli occhi.

Fonte: italia dall'estero

Bravo Caruso! Gli eroi italiani sono di tutti..

SALEMI (TRAPANI) - Salemi dedicherà a Peppino Impastato il "Centro di documentazione sulla lotta alla mafia" realizzato all'interno del "Museo della mafia". Lo ha deciso il sindaco, Vittorio Sgarbi dopo che il suo collega di Ponteranica - comune in provincia di Bergamo - ha revocato l'intitolazione della biblioteca comunale al militante di Dp ucciso dalla mafia. "Non è una scelta in polemica con Ponteranica. Riteniamo più logico che a farlo sia Salemi, - dice - per una questione di logica e pertinenza: niente lega Ponteranica a Impastato, come altri eroi dell'antimafia". Il sindaco di Ponteranica, Cristiano Albegani, sarà a Salemi, afferma una nota, il prossimo 18 settembre in occasione delle celebrazioni per il ventennale della morte di Leonardo Sciascia.
14/09/2009


MESSINA - Il sindaco di Sant'Angelo di Brolo, Basilio Caruso, ha deciso di intitolare una via a Peppino Impastato. La stessa strada sarà dedicata anche a Giorgio Ambrosoli, l'avvocato milanese assassinato l'11 luglio 1979. L'idea è nata dopo che il sindaco leghista di Ponteranica, paesino in provincia di Bergamo, subito dopo il suo insediamento ha deciso di rimuovere la targa con la quale il suo predecessore aveva intitolato la biblioteca comunale a Peppino Impastato. Dopo la cerimonia di intitolazione saranno proiettati due film: "I cento passi" e "Un eroe borghese", che raccontano rispettivamente, la vita di Impastato e quella dell'avvocato Ambrosoli.
14/09/2009


Fonte: La Sicilia

Ucciso uomo vicino ai Santapaola

CATANIA, 14 SET - Il cadavere di Mario Mauceri, 44 anni, e' stato trovato la scorsa notte ad Agnone Bagni, borgo marinaro del Siracusano. L'uomo, considerato dagli investigatori legato alla criminalita' organizzata catanese, e' stato ucciso con numerosi colpi di arma da fuoco mentre guidava la sua auto. Secondo una prima ricostruzione dell'accaduto fatta dai carabinieri, l'uomo, raggiunto dai colpi dei sicari, avrebbe continuato la sua corsa finendo contro un'auto in sosta.
Fonte: ANSA

Messineo sulle dichiarazioni di Berlusconi..

PALERMO - "Non riesco a capire come possa essere chiamata in causa la Procura di Palermo, con riguardo alle indagini sulle stragi del '92-'93, sulle quali il mio ufficio non ha competenza alcuna". Al rientro da un viaggio all'estero, parla il capo della Dda del capoluogo dell'Isola, Francesco Messineo e replica indirettamente alle affermazioni del premier Silvio Berlusconi, che nei giorni scorsi aveva parlato delle Procure di Palermo e Milano, che starebbero indagando sulle stragi Falcone e Borsellino e del '93 a Roma, Firenze e Milano, con riferimento alla nascita di Forza Italia e alla discesa in campo dello stesso Berlusconi. "La Procura di Palermo - precisa Messineo - sta svolgendo indagini sulle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che con noi parla però di omicidi avvenuti in città e non di altri fatti che non rientrano nella nostra competenza". Messineo non ha precisato invece se sia stato riaperto il fascicolo "Sistemi criminali", un'inchiesta contenitore archiviata nel 2003 su richiesta dei pm di Palermo Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato e nella quale si cercava di delineare un eventuale intreccio perverso fra mafia, settori deviati delle istituzioni e massoneria, anche con riferimento a fatti mai del tutto chiariti come omicidi eccellenti e stragi. "Su questo non ho riferimenti - ha detto il procuratore - e comunque non era a questo che era stato fatto riferimento. Per quel che riguarda invece i fatti del 1992-'93, di cui si era parlato qualche giorno fa, noi non abbiamo alcuna competenza e dunque nessuna indagine. E non so se ne abbia pure la Procura di Milano. Ma questo è un fatto che non riguarda il mio ufficio". L'attendibilità di Gaspare Spatuzza è ancora in discussione: il dichiarante di Brancaccio ha dato una versione nuova dell'eccidio di via D'Amelio, smentendo i pentiti ufficiali: le sue dichiarazioni sul punto non hanno convinto del tutto i pm nisseni che conducono le indagini, mentre i magistrati della Procura di Firenze, titolari delle inchieste sulle stragi del '93, lo ritengono credibile e nei suoi confronti hanno chiesto il programma provvisorio di protezione, primo passo per essere considerato un vero pentito. È proprio a Firenze infatti che furono concentrate le indagini e i processi sugli attentati avvenuti in Continente e attribuiti ai boss, perché nel capoluogo toscano si registrò l'episodio più grave, con l'uccisione di cinque persone, il 28 maggio 1993, nella strage di via dei Georgofili.
12/09/2009
Fonte: La Sicilia

venerdì, settembre 11, 2009

Bhè,da un leghista cosa ci si aspetta..

ROMA - Fa discutere, in provincia di Bergamo, la decisione del sindaco leghista di Ponteranica, un piccolo centro alle porte della città, di togliere l'intitolazione della biblioteca comunale a Peppino Impastato, il giovane siciliano ucciso dalla mafia nel 1978, al quale la struttura era stata intitolata dalla passata amministrazione di centrosinistra. Già dal mese di giugno, la nuova giunta guidata da Cristiano Aldegani (nella foto) aveva espresso l'intenzione di dedicare la biblioteca a un personaggio locale, padre Giancarlo Baggi, un padre sacramentino morto nel Duemila, e residente per molti anni nella comunità di Ponteranica. Nelle scorse settimane, però, la prefettura di Bergamo ha negato la deroga alla legge che vieta di dedicare un edificio a una persona scomparsa da meno di dieci anni. L'intitolazione non ci sarà, almeno fino a metà maggio del 2010, intanto però la targa dedicata ad Impastato è stata rimossa e nel frattempo la struttura continuerà a chiamarsi "biblioteca civica comunale". Le proteste della minoranza di centrosinistra non si sono fatte attendere e ora c'è chi vuole organizzare una raccolta di firme per chiedere all'amministrazione di ripristinare l'intitolazione a Impastato. Da parte sua, il sindaco di Ponteranica ha confermato di voler andare avanti per la sua strada: "Avevano già espresso questa nostra volontà alla passata amministrazione un anno e mezzo fa - ha dichiarato Aldegani - ma non siamo stati ascoltati. Ora diamo seguito a ciò che abbiamo annunciato in campagna elettorale. Non si tratta, come qualcuno vuole farlo passare, di un cambiamento ideologico. Onore al merito di Impastato e di tutti coloro che hanno dato la vita per combattere il cancro mafioso. Soltanto, ci sembrava giusto intitolare il luogo per eccellenza della cultura del nostro paese a un personaggio locale di grande valore spirituale, come padre Giancarlo Baggì. Nessuna preclusione, dunque, sulla figura di Impastato, vedremo se dedicargli in futuro - ha aggiunto Aldegani - un'altra struttura"
"Ho provato fastidio. Una cosa indegna, che offende la dignità umana, un gesto incivile - è il commento del fratello di Peppino, Giovanni Impastato - Il 26 settembre sarò a Ponteranica e parteciperò a una manifestazione organizzata da alcune associazioni lombarde per protestare contro la delibera del sindaco leghista che annulla l'intitolazione della biblioteca comunale a mio fratello Peppino. Si tratta di un atto razzista che sicuramente non rispecchia il volere della maggioranza dei cittadini di Ponteranica. Ricordo ancora l'entusiasmo delle persone quando tre anni fa sono stato invitato alla cerimonia d'inaugurazione della biblioteca". Per il capogruppo di Italia dei Valori alla Camera, Massimo Donadi: "Rimuovere la targa di Peppino Impastato dalla biblioteca di Ponteranica è un gesto incivile, uno schiaffo alla memoria di chi ha combattuto contro la mafia a costo della propria vita. Siamo indignati - aggiunge - da una decisione che offende la coscienza collettiva di tutta l'Italia perchè la lotta contro il crimine e contro l'oppressione, per la giustizia e la legalità non è una questione territoriale". Nella notte un volantino con l'effige di Impastato è stato affisso fuori dalla biblioteca di Ponteranica. Sul foglio, accanto alla fotografia, la scritta: "A Peppino Impastato, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978. Il Comune di Ponteranica rifiuta il suo contributo di idee ed esperienza nella lotta contro il dominio mafioso e per il rinnovamento della società".
11/09/2009

Fonte: La Sicilia

Gela sempre "attiva"...

GELA (CALTANISSETTA) - Il racket delle estorsioni sta mettendo a ferro ed a fuoco il territorio di Gela. Negozi incendiati, spari contro vetrine e saracinesche, automobili bruciate, sono le intimidazioni consuete che vengono messe a segno dai "picciotti" delle famiglie mafiose. Ieri sera, nel quartiere "Settefarine" la polizia ne ha intercettati due: Rocco Faraci, di 22 anni, pregiudicato, e Alessandro Pellegrino, di 19 anni, incensurato, fratello di due esponenti di spicco di Cosa Nostra. Erano in sella a un ciclomotore con un fucile da caccia calibro 12, automatico, risultato rubato alla fine di agosto e si sospetta che stessero per compiere un attentato. Alla vista degli agenti, sono fuggiti, cercando di nascondersi in un garage dove avevano occultato anche due pistole calibro 9 e numerose cartucce. Sono stati arrestati per detenzione abusiva di armi, munizioni e ricettazione. Pellegrino è accusato anche di detenzione di un panetto di hashish. Sarebbe stato lui a sparare con una "scacciacani", un sabato sera, tra centinaia di giovani, per farsi strada tra la folla e mettersi in evidenza. Il fuggi fuggi generale causò un ferito lieve e l'intervento delle forze dell'ordine. Gli inquirenti hanno detto di essere rimasti colpiti dalla spavalderia di Alessandro Pellegrino, il quale avrebbe riferito: "In carcere sarò trattato da uomo di rispetto". Incensurato, ma già di notevole spessore criminale, il giovane è sospettato di essere uno dei due giovani che, il 10 agosto scorso, in via Venezia, incuranti della presenza di alcuni netturbini al lavoro, tennero sotto la minaccia di un fucile l'autista di autocompattatore mentre il complice sparava alla saracinesca di un bar. Quindi si diedero alla fuga.
COMMERCIANTI TERRORIZZATI. Molti commercianti, stanchi e terrorizzati dall'offensiva mafiosa hanno deciso di chiudere bottega, vendere tutto e andare via da Gela. C'è comunque chi vuole restare e lottare. Sono in aumento infatti le denunce contro la mafia del "pizzo" e gli arresti di boss ed "esattori". Per far fronte alla recrudescenza di attentati finalizzati all'estorsione, la Confcommercio di Gela ha chiesto al prefetto di Caltanissetta il potenziamento delle forze dell'ordine e l'invio dell'esercito con funzione di vigilanza antiracket. E intanto, anche la Chiesa continua a prendere posizioni forti. Don Luigi Petralia, parroco di Santa Lucia nel quartiere Scavone (il Bronx di Gela) dopo avere più volte condannato la mafia e i mafiosi, ha avuto parole dure verso i commercianti che non denunciano. "Chi paga il pizzo - ha detto - non è un buon cristiano".
CROCETTA: "FATTI INQUIETANTI". "Certo che è inquietante che due uomini in motoretta vadano in giro alle 21.30 con un fucile addosso - commenta il sindaco di Gela, Rosario Crocetta - Gli avvocati della difesa sicuramente diranno che non vi è alcuna prova che stessero preparando un attentato. Ma cosa fanno due persone col fucile in giro per la città ad un orario poi che non è quello più opportuno per sparare sulle saracinesche.Volevano attentare a qualcuno? Sono questi gli interrogativi che mi pongo. Ringrazio le forze dell'ordine rinnovando tutto il mio sostegno alle istituzioni ed alla società gelese per il tentativo di bloccare con forza, una barbarie che dev'essere ormai definitivamente distrutta".
11/09/2009
Fonte: La Sicilia

Revoca a Monreale

MONREALE (PALERMO) - Sono rientrati nel patrimonio del Comune di Monreale i beni immobili confiscati al boss Vito Priolo per una irregolarità nella determina adottata dalla precedente amministrazione comunale. Il bene costituito da una villa di tre elevazioni e di un vasto appezzamento di terreno ricadente nella frazione di San Martino delle Scale, era stato assegnato ad una cooperativa "Rosolino Pilo" che aveva partecipato ad un bando pubblico. La assegnazione era stata subito contestata dalla Cooperativa Arci Pesca Fisa che aveva denunziato gravi violazioni nelle procedure di individuazione della beneficiaria e aveva invitato la amministrazione comunale a procedere alla revoca.
11/09/2009
Fonte: La Sicilia

giovedì, settembre 10, 2009

Rubrica estero

Amsterdam – Il regista italiano Marco Amenta ha girato un film sulla vita della figlia della mafia Rita Atria che a partire da giovedì sarà proiettato in sei sale.
“Davanti a casa nostra hanno sparato tre volte. Cose così non accadevano in tutte le strade ma da noi sì e la cosa mi ha molto impressionato. Quando ero piccolo, naturalmente non avevo coscienza di cosa effettivamente stesse accadendo. Più tardi ho capito, impossibile altrimenti, salvo chiudere gli occhi sulla questione. Ci si rende quindi conto che la mafia è veramente ovunque e di quanto influisca sulla vita di tutti, direttamente o indirettamente. Non solo a causa degli omicidi – quelli sono incidenti – ma attraverso i rapporti sociali. La nostra società non funziona come una normale società; la sanità, la politica, l’educazione, in realtà in ogni ambito dove circolano soldi, tutto è nelle mani della mafia.


Giudici antimafia
Marco Amenta (1970) è nato e cresciuto a Palermo dove sono stati uccisi, agli inizi degli anni ‘90, i giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e dove si sono tenuti grandi e clamorosi processi a “cosa nostra”, la mafia siciliana. Nel 1994, Amenta, all’età di 24 anni, è partito per Parigi su esortazione del padre e grazie al suo lavoro di foto-giornalista è tornato spesso per realizzare servizi per giornali e riviste francesi.
Durante un reportage (di cui si occupava) sulle donne e la mafia si è trovato sulle tracce della giovane Rita Atria, la figlia 17enne di Vito Atria, il boss assassinato che nel 1992 era stato uno dei primi a testimoniare contro la mafia. “E’ una storia particolare. Ho visto la possibilità di raccontare il fenomeno mafia in un modo diverso. Nella produzioni Hollywoodiane generalmente si sceglie (per) la prospettiva dei boss. La vita del mafioso, eufemisticamente parlando, viene rappresenta in modo molto romanzato e ricolmo di stereotipi; uomini belli e potenti, bande sanguinarie pronte a tutto, cibi squisiti. Ma la realtà è un’altra.”


Una storia ricca
Amenta ha realizzato un documentario su Rita Atria, Diario di una siciliana ribelle (1997) ma durante la produzione sapeva che c’era di più in questa storia. “E’ una storia così ricca. Rita Atria è cresciuta in un mondo da favola pensando che suo padre fosse un specie di Robin Hood”. Quando Atria si è recata alla polizia, dopo che il padre ed il fratello erano stati uccisi, non cercava giustizia ma vendetta. “Grazie al giudice inquirente che lei all’inizio odiava, ha potuto riconoscere che la sua gioventù era stata una bugia e che suo padre era una persona malvagia. Questo percorso psicologico è difficilmente evidenziabile in un documentario mentre attraverso una produzione cinematografica ho potuto penetrare più profondamente nell’animo della ragazza e chiarire meglio il suo conflitto con la madre e con il giudice.”
Nel suo film, La Siciliana ribelle, Amenta ha modificato il cognome di Rita. Così facendo si è sentito più libero di presentare la storia a modo suo ma ci sono anche dei motivi di carattere giuridico. “Mentre giravo il mio documentario sono stato denunciato da uomini i quali avevo detto essere collusi con la mafia. Non volevo correre rischi questa volta; prima che te ne rendi conto non puoi finire di girare il film. A me i nomi in ogni caso non interessano. Non sono un giudice, non posso riaprire il processo e non voglio nemmeno stabilire le colpe. A me importa della storia, della metafora.”


Scintille
Il cinema in Italia è attualmente l’unico contesto in cui è ancora possibile mettere alla gogna un fatto, sostiene Amenta. “La maggior parte della stampa racconta solo metà della verità ed in tv viene mostrato un mondo virtuale. Nei cinema invece vedi Gomorra, Il Divo ed il mio film. I film non cambieranno nell’immediato il mondo ma fanno scoccare una scintilla nelle persone e per alcuni queste scintille diventano un incendio. Un film è in grado di farti pensare ed aprirti gli occhi. Nel mia vita i films ed i libri sono stati determinanti. Nasciso e Boccadoro di Hess e pellicole come Cinema Paradiso, L’Attimo Fuggente ed il dramma antimafia di Marco Risi, Mery per sempre, hanno contribuito alla mia formazione.”


Nessuna minaccia
Amenta non ha ricevuto minacce come ad esempio Roberto Saviano, l’autore del libro antimafia Gomorra. “Gomorra è tutt’altra storia rispetto alla mafia. La mafia sa molto bene di mettersi contro l’opinione pubblica quando ricomincia ad uccidere e minacciare, come è successo per gli attentati ai due giudici nel 1992. Ovviamente non sono contenti del mio film ma per il momento restano calmi”. Se dovesse sentirsi spaventato smetterebbe subito, sostiene Amenta, “Mia madre mi ha chiesto se farò mai una commedia. Non lo voglio fare ma un cambio di soggetto, questo sì”. / Non la farò, ma sì, cambierò argomento.
Il suo prossimo film tratterà di Muhammad Yunus, fondatore del micro-credito in India. “Un film su qualcuno che vuole cambiare il mondo, qualcuno che rende possibile l’impossibile. In questo senso assomiglia a quello su Rita, tranne che per il lieto fine: Yunus ha ricevuto il premio Nobel per la Pace nel 2006.”


Fonte: italia dall'estero


L' ANM prende posizione.. Finalmente..

ROMA - La lotta alla mafia "non può tollerare infondate operazioni di delegittimazione dei magistrati e delle forze dell'ordine, esposti in prima linea nell'azione di contrasto alla criminalità mafiosa". L'Associazione nazionale magistrati (Anm) esprime perciò "indignazione" per le dichiarazioni "inaccettabili" del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sulle procure di Milano e Palermo. "Ancora una volta l'onorevole Berlusconi - lamenta in un documento la giunta del sindacato delle toghe - definisce folli i magistrati che hanno come unica responsabilità quella di esercitare le loro funzioni al servizio del Paese, senza condizionamenti". "E' del tutto inaccettabile - sottolinea l'Anm - che il Capo del Governo affermi che i magistrati impegnati in indagini difficilissime su fatti tra i più gravi della storia del nostro paese, quali le stragi mafiose dei primi anni '90, sprecano i soldi dei contribuenti. Come se non fosse interesse di tutti fare piena luce, e con ogni mezzo, su vicende gravissime che presentano aspetti ancora oscuri". "La lotta alla mafia, che il Governo in carica dichiara spesso di voler perseguire con ogni mezzo -prosegue il documento - richiede un impegno corale di tutte le istituzioni e non può tollerare infondate operazioni di delegittimazione dei magistrati e delle forze dell'ordine, esposti in prima linea nell'azione di contrasto alla criminalità mafiosa". A loro l'Anm esprime "il pieno sostegno e la convinta solidarietà della magistratura italiana". Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara: "La magistratura non può essere limitata nell'accertamento dei reati, soprattutto se si tratta di fatti che riguardano vicende sulle quali è interesse di tutti che i cittadini comprendano quello che è realmente accaduto. Ribadiamo la necessità che, soprattutto quando il governo si ritiene impegnato nella rivendicazione di provvedimenti contro la mafia, non vengano lasciati soli i magistrati che indagano su questo fronte".
09/09/2009
Fonte: La Sicilia

Arrestato La Rosa

PALERMO, 10 SET - Il latitante Filippo La Rosa, reggente della famiglia di Ciaculli e ricercato dal 1993, e' stato arrestato a Palermo. Era stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Giovanni Fici ed e' stato sorpreso in un'abitazione situata in un suo appezzamento di terreno. L'indagine e' stata condotta dalla Dia e coordinata dal pm Marzia Sabella della procura distrettuale antimafia di Palermo.
Fonte: ANSA

Dice basta..

GELA (CALTANISSETTA) - Un attentato incendiario ha distrutto venti motociclette della concessionaria "Non solo moto" a Gela. Le fiamme sono state spente dai vigili del fuoco. Il proprietario, Orazio Sauna, di 35 anni, visibilmente scosso, ha dichiarato ai giornalisti che intende "andar via da Gela, divenuta una città invivibile perchè non si può lavorare serenamente". Il 29 agosto scorso, in un altro incendio doloso appiccato alla sua concessionaria, erano andate distrutte 10 moto in esposizione ed era stato danneggiato il negozio. Sostegno e solidarietà sono giunti al commerciante dall'associazione antiracket "Gaetano Giordano" di Gela. Analoghi danneggiamenti sono stati compiuti nei giorni scorsi contro due autogrill. Il titolare di uno dei due, Calogero Palmeri, ha detto che vuole vendere tutto e "scappare da Gela".
09/09/2009

Fonte: La Sicilia

mercoledì, settembre 09, 2009

Berlusconi trema...

ROMA - Le dichiarazioni dell'ex boss Gaspare Spatuzza sono al centro di nuove inchieste su mafia e politica avviate dalle procure di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta alle quali, forse, ha voluto far riferimento il premier Berlusconi nel criticare alcuni frammenti di procure: "È follia pura. So che ci sono fermenti in Procura, a Palermo, a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '92, del '94... Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico fanno queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese".
Il neo collaboratore di giustizia Spatuzza ha riferito degli intrecci che i suoi ex capimafia, Giuseppe e Filippo Graviano, avevano fra il 1992 e il 1995 con i politici e gli imprenditori del Nord.
I Graviano vennero arrestati da latitanti nel capoluogo lombardo. E le indagini misero in evidenza i contatti che avrebbero avuto a Milano anche con Marcello Dell'Utri, il senatore del Pdl, amico del premier Silvio Berlusconi, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e per il quale è in corso il processo d'appello a Palermo. A fine mese il pg inizierà la sua requisitoria.
Spatuzza è stato interrogato a lungo nei mesi scorsi dal pm di Firenze Nicolosi e dal procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, nell'ambito della nuova inchiesta sulle stragi del 1993, che riguarda molti punti rimasti ancora oscuri nonostante le sentenze di condanna definitiva di mandanti ed esecutori. A Milano è stato aperto uno stralcio, di cui è titolare, appunto, il pm Boccassini, sulla strage di via Palestro che causò cinque morti il 27 luglio '93. Per l'eccidio sono stati condannati definitivamente all'ergastolo i fratelli Giovanni e Tommaso Formoso, ritenuti coordinatore e basista. Dalle indagini era emerso che sarebbe stato proprio Giuseppe Graviano a chiedere ai Formoso di collaborare alla strage.
Le rivelazioni di Spatuzza potrebbero riaprire vecchie inchieste archiviate dai giudici in Sicilia. A Palermo, nel 1996, la procura chiese ed ottenne l'archiviazione per riciclaggio nei confronti di Berlusconi e Dell'Utri, indagati con l'aggravante di avere avvantaggiato la mafia. Pochi anni dopo a Caltanissetta il procuratore Gianni Tinebra chiedeva ed otteneva l'archiviazione, sempre per Berlusconi e Dell'Utri, dall'accusa di strage, nell'ambito dell'uccisione di Falcone e Borsellino. Adesso le dichiarazioni di Spatuzza hanno dato nuovo impulso alle indagini riaprendo e rivedendo vecchi filoni d'inchiesta.
Infine, pochi mesi fa, i pm di Palermo hanno ritrovato fra le carte che erano state sequestrate a Massimo Ciancimino, una lettera indirizzata al premier in cui - secondo gli inquirenti - i corleonesi chiedevano nel 1994 "all'onorevole Berlusconi" di mettere a disposizione di Cosa nostra una sua rete televisiva, minacciando di morte il figlio se non avesse accolto la richiesta.
08/09/2009


Fonte: La Sicilia

Preso il reggente degli Sciuto-Tigna

Catania, 8 set. - A Catania, la polizia, ha arrestato un uomo di 53 anni, indicato come il reggente della cosca Sciuto-Tigna, per estorsione aggravata. L'uomo e' stato bloccato da agenti della Squadra mobile dopo avere ritirato una tangente dal titolare di una concessionaria d'auto, all'oscuro dell'operazione. Dopo avere incassato il pizzo il 53enne avrebbe consegnato i soldi a un uomo che era con lui in auto.
Gli investigatori avevano avviato da tempo indagini sulla concessionaria dopo avere appreso che era taglieggiata dalla cosca Sciuto-Tigna. Soltanto dopo l'arresto del presunto boss il commerciante, messo davanti al fatto compiuto, avrebbe ammesso di pagare da anni una tangente mensile al clan.

Fonte: Adnkronos

12 anni di pizzo...

GELA (CALTANISSETTA) - Per 12 anni, dal 1997 al 2009, il titolare di una pizzeria-fast food di Gela ha dovuto pagare il pizzo alle famiglie mafiose del clan Madonia, sia in denaro, durante le festività di Pasqua, Ferragosto e Natale, sia con prodotti propri di rosticceria ai numerosi "picciotti" che si presentavano ogni giorno al negozio. Adesso, col sostegno dell'associazione antiracket Gaetano Giordano, ha trovato il coraggio di denunciare tutto alla polizia e ha fatto arrestare mandanti ed esattori dell'organizzazione. Sei le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip di Caltanissetta, Andrea Catalano, su richiesta della Dda, ed eseguite in nottata dalla squadra mobile nissena e dagli agenti del commissariato di Gela, nell'operazione denominata "Obtorto Collo". L'accusa per tutti è di associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni. Gli arrestati sono: Emanuele Bassora, di 35 anni; Fortunato Ferracane, di 37 anni; Gianluca Bonvissuto, di 30; Nicola Palena, di 29 anni e Giorgio Lignite di 39 anni, tutti di Gela e Alessandro Gambuto, di 34 anni, di Butera. Altri due mafiosi, Rosario Trubia, di 45 anni, e Emanuele Terlati, di 34 anni, oggi collaboratori di giustizia, si sono autoaccusati dell'estorsione alla stessa pizzeria, confermando di avere operato con i sei arrestati.
08/09/2009
Fonte: La Sicilia

lunedì, settembre 07, 2009

Napolitano predica bene ma razzola male..

Roma, 3 set. - "Il sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e quello di tanti altri caduti per mano di mafia debbono restare vivi nella memoria di tutti e imporre alle istituzioni, alla società civile e alle nuove generazioni una continua vigilanza contro le persistenti forme di presenza e di infiltrazione della criminalità organizzata, non meno pericolose anche quando meno appariscenti". E' il monito che lancia il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel messaggio inviato al prefetto di Palermo Giancarlo Trevisone, in occasione del 27° anniversario del "vile agguato" nel quale furono uccisi il prefetto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo.
Il Capo dello Stato, "interpretando i sentimenti di tutti gli italiani e rinnovando il personale e sentito omaggio", sottolinea che "il Paese ricorda con immutata emozione la cieca violenza di quell'atto con il quale la mafia volle colpire un fedele servitore dello Stato, pronto a contrastarla con nuovi ed efficaci metodi investigativi e con il coinvolgimento e il sostegno dell'intera popolazione: così come aveva fatto negli anni precedenti quando, con determinazione e intelligenza, aveva combattuto la feroce aggressione terroristica".
Napolitano ricorda significativamente che "il barbaro attentato provocò un unanime moto di indignazione, cui seguì un più deciso e convergente impegno delle istituzioni e della società civile, che ha consentito di infliggere colpi sempre più duri alla criminalità mafiosa ed alla sua capacità di controllo del territorio. Le dolorose immagini di quella tragica sera - avverte - non debbono però essere dimenticate".

Fonte: Adnkronos

giovedì, settembre 03, 2009

Rubrica estero

Il 19 luglio 1992 il giudice antimafia Paolo Borsellino fu assassinato con cinque uomini della scorta con un’autobomba imbottita con 100 chili di esplosivo. La bomba esplose in via Mariano D’Amelio a Palermo mentre il magistrato stava andando a trovare la madre. Due mesi prima e appena pochi giorni dopo l’assassinio del suo amico e collega Giovanni Falcone, Borsellino aveva parlato in un’intervista alla RAI delle relazioni tra Cosa Nostra e gli industriali di Milano, facendo i nomi di Marcello Dell’Utri, in seguito condannato per associazione mafiosa e di Silvio Berlusconi, capo e socio politico di Dell’Utri. Ora, 17 anni dopo la sua morte, i magistrati siciliani hanno riaperto il caso dopo aver trovato documenti e testimoni che indicano che la mafia eseguì la mattanza la strage con la complicità dei servizi segreti.
Il capo dei capi Totò Riina, detenuto nel carcere di Opera in Toscana (errore del Pais, Opera è in Lombardia) e condannato all’ergastolo, tra le altre cose, per l’omicidio di Falcone e Borsellino, ha appena rotto un silenzio durato 17 anni e ha confermato questa versione. Informato dai giornali della nuova pista di indagine giudiziaria, sabato scorso il padrino di Corleone ha raccontato al suo avvocato la sua verità: “Lo hanno ucciso loro”, ha detto. Ed ha aggiunto: “Non guardate sempre e solo me, guardate anche voi quello che avete dentro”.
Nella interpretazione del suo avvocato, Luca Cianferoni, Riina afferma che l’assassino di Borsellino fu un crimine di Stato. L’affermazione rafforza i sospetti della magistratura di Caltanissetta e Palermo che, grazie alle rivelazioni dei due nuovi pentiti, Giovanni Brusca e soprattutto Massimo Ciancimino, hanno riaperto un’indagine che sembrava sepolta.
Il secondo è il figlio del defunto e condannato capo don Vito Ciancimino, un corleonese che è stato sindaco democristiano (della corrente andreottiana) di Palermo negli anni settanta e che, secondo quanto rivelato nel recente Vaticano S.P.A. del giornalista Gianluigi Nuzzi, riceveva denaro dalla mafia attraverso l’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca vaticana.
Durante il suo mandato, Don Vito costruì una nuova Palermo e si portò nella tomba un tesoro di milioni di euro. Accusato del riciclaggio di questa fortuna, Ciancimino junior ha tentato di tirarsene fuori confessando l’origine di alcune lettere cruciali che custodiva suo padre.
In una di queste, la cui metà superiore sembra sia strappata, Cosa Nostra minacciava Silvio Berlusconi con un “evento luttuoso” (il sequestro di uno dei suoi figli), se non avesse messo a sua disposizione un canale televisivo che difendesse i suoi interessi. Secondo Ciancimino, la nota fu scritta dal capo Bernardo Provenzano, però lui l’aveva vista intera e non rotta: “In questa storia c’è qualcosa più grande di me”, ha affermato, aggiungendo che Provenzano inviò a Berlusconi altre due lettere, attraverso suo padre e Dell’Utri.
Un’altra lettera, che Ciancimino attribuisce allo stesso Riina, proverebbe che l’assassinio di Borsellino fu la conseguenza di un accordo tra la mafia e due capi dei servizi segreti.
Riina, con la credibilità che si può dare al mafioso più brutale e sanguinario della storia, non ha aspettato nemmeno 48 ore per entrare in scena: ha negato di essere stato lui ad aver trattato con lo Stato, però ha detto che l’accordo è esistito e che i negoziatori erano gli assassini.
Anche i fratelli del giudice Borsellino credono a questa versione, che è sempre stato un segreto di Pulcinella. Sabato, Rita e Salvatore Borsellino hanno guidato una manifestazione di protesta terminata di fronte al Castello Utvegio, sede palermitana dei servizi segreti.
“Finalmente oggi, dopo anni di tenebre, la lotta portata avanti dai giudici di Caltanissetta e Palermo, alla fine sta andando sulla strada giusta”, ha detto Salvatore Borsellino.
Al grido di “Resistenza, l’agenda rossa esiste”, circa 300 persone hanno chiesto che appaia il quaderno rosso di Paolo Borsellino. L’agenda conteneva quello che il giudice sapeva. Si crede che sia stata raccolta da un carabiniere il giorno della strage. Da allora nessuno ha avuto notizie di entrambi.
Rita Borsellino, eurodeputata del Partito Democratico, si chiede perché tutte queste piste vengano alla luce 17 anni dopo. “Ho molti dubbi, però non accuso nessuno”, dice.
Si conoscerà un giorno la verità o le verità? Questa domenica, la manifestazione dell’anniversario è stata rivelatrice. Ha partecipato poca gente e non si è visto un solo politico nazionale. L’unico rappresentante dello Stato è stato il procuratore antimafia Piero Grasso. Eppure il lavoro non gli manca. Il pentito Ciancimino ha dichiarato alla televisione: “Ho paura, certo che ho paura. Ogni volta che parlo, Riina esce dal nascondiglio”.

Fonte: italia dall'estero

martedì, settembre 01, 2009

Operazione "Crazy house"

NISCEMI (CALTANISSETTA) - Per indurre due uomini di Cosa Nostra di Niscemi a rinunciare al loro proposito di diventare collaboratori di giustizia stavano pianificando sequestri e, se necessario, anche l'uccisione di due bambini, di 7 e 11 anni, e di un ragazzo appena maggiorenne. Figli e parenti dei pentiti in pectore. Ma la squadra mobile della questura di Caltanissetta e gli uomini del commissariato di Niscemi e di Vittoria li hanno intercettati, pedinati e fermati, nel corso della notte, su ordine del pubblico ministero Fabio Scavone, della Dda di Catania. In manette sono finiti i pregiudicati Rosario Lombardo, 48 anni, soprannominato "Saru Cavaddu", già agli arresti domiciliari; Giuseppe Lodato, di 54, detto "Peppi Vureddu"; Alessandro Ficicchia, 42 anni, tutti di Niscemi; Alessandro Aparo, 27 anni, di Vittoria (RG). Per tutti l'accusa è di associazione mafiosa. Gli arrestati disponevano di notevoli quantità di armi e di uomini. Uno dei due pentiti delle cosche di Niscemi, che ha già cominciato a fare importanti rivelazioni, aveva subito l'11 luglio scorso l'incendio di due auto e ricevuto intimidazioni telefoniche anonime pervenute alla sua convivente. La madre, inoltre, aveva ricevuto una "visita" nella propria abitazione.Proprio la madre del collaboratore di giustizia è apparsa la più determinata nel denunciare tutto alla polizia e così sono scattate le indagini che hanno portato all'operazione di stanotte, denominata "Crazy Horse". I magistrati titolari dell'inchiesta chiederanno domani la convalida dei tre fermi eseguiti dalla polizia al Gip del Tribunale di Caltagirone. Il provvedimento, si sottolinea in ambienti giudiziari, è stato disposto per associazione mafiosa ma fa seguito a un'intercettazione telefonica in cui si ascolta l'avvio del piano di uccidere i figli di un 'pentito': i promotori dell'agguato affermavano di essersi già procurate le armi e di avere eseguito sopralluoghi nella casa di campagna dei loro obiettivi.Le intercettazioni ambientali avevano già evidenziato una 'saldatura' dei nuovi uomini dei clan di Niscemi e Vittoria, come avvenuto all'inizio degli anni Novanta, con l'intento di potenziare Cosa nostra anche a Gela.
30/08/2009
Fonte: La Sicilia